Decreto Bondi, una tassa sulle ipotesi di utilizzo

Decreto Bondi, una tassa sulle ipotesi di utilizzo

Grande fermento in rete per il decreto Bondi, che va a rafforzare la cosiddetta "tassa dell'equo compenso", ovvero un surplus da pagare per compensare i mancati guadagni della SIAE a causa della pirateria. Abbiamo analizzato il decreto e le reazioni delle parti in causa, per capire davvero quanto ci costerà.

di Alessandro Bordin pubblicato il nel canale Storage
 

Una questione semantica

Una premessa: c'è una parola che in Italia non va assolutamente usata, in grado di causare allergie e fastidio al solo udirla, come se ci si trovasse di fronte ad un lebbroso. Questa parola è  "tasse". Comprensibile, in fondo: si tratta di un prelievo ai danni delle nostre tasche che molto spesso si è allontanato dal nobile valore originario di tributo corrisposto allo Stato in cambio di un servizio.

La conseguenza è la ricerca del sinonimo alternativo, della perifrasi fantasiosa, del neologismo altisonante, che illuda il cittadino di trovarsi di fronte a una nobile causa invece che a una tassa. Se ne possono trovare a bizzeffe, di esempi. Subito due chiarimenti: la mia non è certo una guerra alle tasse tout court, che ritengo personalmente indispensabili per i servizi offerti da uno Stato. Cambio opinione quando le cose non vengono chiamate col proprio nome, facendomi passare al contempo per uno che non capisce. Mi riferisco alla risposta ufficiale della SIAE, che vedremo in seguito. Il Secondo chiarimento: la mia non è assolutamente una presa di posizione dettata dal colore del governo in carica, essendo mia convinzione che, in altri scenari, nulla sarebbe cambiato.

A cosa mi sto riferendo, visto che non l'ho ancora detto? Tutto parte dal decreto del Ministro per i Beni e le Attività Culturali Sandro Bondi, datata 30 Dicembre, ma ufficializzato solo in data 14 Gennaio. Si tratta, nella fattispecie, di un adattamento ad una legge già esistente e molto discussa all'atto della sua prima presentazione. Se ne parla su Hardware Upgrade perché risultano interessate ad una mora tutte le periferiche di archiviazione in commercio, a prescindere dalla loro destinazione di utilizzo e dalla loro collocazione fisica all'interno di apparecchi molto eterogenei. More che possono variare molto a secondo della tipologia, ma quasi senza eccezioni. Vedremo nelle pagine seguenti.

Una tassa, giusto per chiamare le cose con il proprio nome, che si adegua ai tempi, secondo modalità e considerazioni arbitrarie a cui si dovrà sottostare. Come da premessa però, non si troverà nel decreto la parola "tassa", ma il più elegante eufemismo "compenso per la riproduzione privata di fonogrammi e videogrammi", che si ripromette di far pagare un surplus sulle periferiche di memorizzazione in modo formalmente più elegante. Il risultato comunque è lo stesso: i soldi usciranno comunque dalle tasche, a prescindere dal nome scelto, in nome di una sorta di risarcimento forfettario agli artisti i cui guadagni sono in forte calo a causa della pirateria informatica.

Tornano quindi alla ribalta della cronaca concetti come copia privata e equo compenso. Vediamo dunque di cosa si tratta, cercando di capire perché, all'entrata in vigore in seguito a pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, andremo a pagare qualcosa in più su hard disk, computer, cellulari, schede memoria, chiavette USB e via dicendo.

 
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