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#21 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Jan 2005
Messaggi: 821
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Tanto poco un uomo si interessa dell'altro, che persino il cristianesimo raccomanda di fare il bene per amore di Dio. (Cesare Pavese) "Sono un liberale di destra, come potrei votare uno come Berlusconi?" Marcello Dell'Utri, fondatore del partito Forza Italia, è stato condannato per mafia. |
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#22 |
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Senior Member
Iscritto dal: Aug 2005
Città: prov di NA
Messaggi: 888
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sbaglio o si sta parlando di cose che non si conoscono? per quanto mi riguarda ho letto il 3d intero ma non ho capito ancora cos'e' il testamento biologico...
c'e' un esperto (no sentito dire - no google plz) che sappia spiegare efficacemente? |
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#23 | |
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Junior Member
Iscritto dal: Aug 2006
Città: Piemonte
Messaggi: 1
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il testamento biologico è +o- simile. In un momento in cui sano di mente e capace di intendere e di volere disponi(per iscritto) per il momento in cui ti capiterà un grave malattia o un grave incidente e magari non sarai più in grado di intendere e di volere. Così potrai lasciar scritto che sei contrario all'accanimento terapeutico cioè la sospensione di quelle cure che hanno il solo fine di prolungare artificiosamente la vita senza migliorarla ma procrastinando solo l'inevitabile. |
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#24 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Jan 2005
Messaggi: 821
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Tanto poco un uomo si interessa dell'altro, che persino il cristianesimo raccomanda di fare il bene per amore di Dio. (Cesare Pavese) "Sono un liberale di destra, come potrei votare uno come Berlusconi?" Marcello Dell'Utri, fondatore del partito Forza Italia, è stato condannato per mafia. |
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#25 | |
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Senior Member
Iscritto dal: May 2006
Città: Wursteland
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#26 |
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Member
Iscritto dal: Dec 2005
Città: sassuolo
Messaggi: 104
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La cosa che mi urta maggiormente è la mancanza di libertà in proposito. Sono d'accordo che un cattolico osservante veda l'eutanasia come omicidio, e pertanto non dovrebbe ne potrebbe essere onserita come pratica obbligatoria, ne per i pazierni ne per i medici. Trovato però un medico consenzienete alla pratica ( come per l'aborto ) , non ci vedo nulla di scandaloso. nemmeno nella sua accezzione più estrema, cioè l'eutanazia passiva. D'altronde anche l'eutanasia è un rischio perchè, seppur in rarissimi casi e malattie, ci sono persone data per spacciate ( es il coma ) che si sono riprese, ma se io desidero correre questo rischio e farmi "sopprimere" senza soffrire non vedo perchè non dovrebbe essere possibile. Ovviamente sarebbe necessario specificare con molto rigore le condizioni e garantire che chi decide in tal senso sia in grado di intendere e di volere, fatto ciò la volontà del paziente dovrebbe sovrastare tutto.
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#27 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Aug 2005
Città: prov di NA
Messaggi: 888
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#28 | |
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Senior Member
Iscritto dal: May 2000
Città: Milano
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#29 |
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Senior Member
Iscritto dal: Aug 2002
Città: Agrigento
Messaggi: 1452
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Il testamento biologico indica la volontà della persona di porre dei limiti a eventuali cure che non apporterebbero miglioramenti al paziente ma prolungherebbero uno stato di agonia.
Un esempio fu papa Giovanni Paolo II. Volevano ricoverarlo ancora al Gemelli per operarlo ancora. Lui rifiutò perché seppe dai medici che avrebbe solo rimandato la morte e non avrebbe avuto giovamenti. Ha preferito spegnersi senza accanimenti terapeutici. Questo esempio penso sia pratico.
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#30 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Aug 2005
Città: prov di NA
Messaggi: 888
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comunque non capisco la differenza tra eutanasia e testamento biologico. Prendiamo ad esempio il signore con la distrofia...se ci fosse in vigore il testamento biologico lui potrebbe dire non voglio essere piu' tenuto in vita? |
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#31 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Aug 2002
Città: Agrigento
Messaggi: 1452
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Le cure sono fatte per migliorare le condizioni di un paziente. In caso non migliorassero le condizioni del paziende ma servirebbero solo a prolungare inutilmente uno stato di agonia SENZA alcun miglioramento, il paziente PUO' chiedere il rispetto della sua volontà di non sottoporsi a cure di fatto inutili e di mero accanimento terapeutico. Nel caso del signore con la distrofia, egli potrebbe chiedere in caso di complicazioni di non procedere a ulteriori azioni mediche e dunque di potersi spegnere in modo naturale. Il problema è che non viene accettata la puntura letale o i dispositivi di morte istantanea volontaria. La differenza tra eutanasia e testamento biologico è quella.
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#32 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Jan 2005
Messaggi: 821
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#33 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Aug 2005
Città: prov di NA
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#34 | |
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Registered User
Iscritto dal: Oct 2005
Messaggi: 361
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Eutanasia sappiamo che viene somministrato un veleno che uccide in tempi brevi e senza far provare dolore. Testamento Biologico, se il caso è accettato, somministrano anestetici per non far soffrire (beh si spera), staccano le macchine e si aspetta che il malcapitato muoia "naturalmente" senza la somministrazione di veleno. Tra uccidere una persona che ha dato il suo consenso o lasciarla morire in parecchi minuti o peggio ore non cambia poi molto ; la "messa a morte" c'è in ogni caso una volta che si è stabilito di staccare le macchine. meglio uccidere velocemente o lasciar morire lentamente, e se si opta per l'ultimo caso per quale ragione ci si dovrebbe sentire con la coscienza a posto, mentre somministrando il veleno no? Ultima modifica di phad : 27-09-2006 alle 02:09. |
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#35 | |
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Member
Iscritto dal: Nov 2004
Città: Vicenza
Messaggi: 297
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none quella secondo me è eutanasia passiva, solo che si ha paura a dirlo http://it.wikipedia.org/wiki/Eutanasia L'eutanasia passiva consiste nel non attuare più alcun intervento artificiale di sostegno alla vita e lasciare, ovvero interrompere l'"accanimento terapeutico". Questa forma di eutanasia rappresenta una situazione che, secondo alcuni punti di vista, è sostanzialmente diversa dall'eutanasia attiva, in quanto in questo caso la morte sovviene in modo "naturale". articolo "Lasciatemi andare alla Casa del Padre". Ad un anno dalla sua scomparsa, le ultime parole pronunciate da Giovanni Paolo II diventano un libro e riaprono il controverso dibattito sull'eutanasia "Lasciatemi andare alla Casa del Padre". Papa Giovanni Paolo II sussurro' queste parole a una suora polacca, Tobiana, che lo assisteva sul letto di morte. Una frase emblematica, divenuta il titolo di un libro uscito da pochi giorni (edizioni San Paolo) che raccoglie le testimonianze di chi fu vicino al papa negli ultimi giorni della sua vita, dal suo segretario don Stanislao al medico Buzzonetti. Domenica prossima ricorre il primo anniversario della morte di Wojtyla, e inevitabilmente i media torneranno, oltre che sulla vita straordinaria del primo papa polacco, su quelle drammatiche ore che si conclusero alle 21.37 del 2 aprile 2005. E proprio partendo da quella che, stando ai testimoni, e' l'ultima frase intelligibile del pontefice, ci sembra giusto tornare su un tema che fu sfiorato nei giorni successivi alla morte, per poi essere seppellito dal mare di celebrazioni e di commozione che travolse tutti, destra e sinistra, credenti, laici e agnostici. Il tema dell'eutanasia, della "buona morte", il diritto del paziente a essere lasciato morire (o "andare nella Casa del Padre") senza quell'accanimento terapeutico che gia' di per se' e' un termine controverso e discusso. Karol Wojtyla e' stato un uomo tartassato da problemi fisici, a partire dall'attentato di Ali Agca nell'81, passando per un tumore al colon e poi alle problematiche legate al morbo di Parkinson. Fu ricoverato nove volte al Policlinico Gemelli, che scherzosamente chiamava "Vaticano Terzo". Ma il decimo ricovero non ci fu mai. Una breve nota della Santa Sede di venerdi' 1 aprile, di mattina presto, informava che il papa, malgrado l'aggravarsi delle sue condizioni di salute, aveva chiesto di restare nel suo appartamento, e che gli venisse evitato un nuovo ricovero. Al Gemelli, ormai da anni, era pronta un'ala solo per lui, che lo aveva ospitato non piu' tardi di un mese prima. Con apparecchi per la rianimazione, la respirazione artificiale, la stimolazione cardiaca: tutto quello che serve a un paziente gravissimo. Il papa aveva la febbre alta, dovuta a un'infezione alle vie urinarie. Respirava a fatica, non si nutriva piu' autonomamente, non parlava. Il medico Buzzonetti, per ovvie ragioni di rispetto e di prudenza, non ha mai dato una risposta esplicita alla domanda se il papa avrebbe tratto o no giovamento da un eventuale ricovero gia' la sera del 30 marzo. Di certo non lo ha mai negato. Fatto sta che Wojtyla rimase in agonia per quasi tre giorni, assistito da apparecchiature mediche elementari (stando ai racconti, semplicemente una bombola ad ossigeno e una flebo). Lo aveva chiesto lui? Se davvero ha pronunciato la frase "Lasciatemi andare", sembra di si'. Si puo' definire "eutanasia passiva"? Cioe' una pietosa cessazione di attivita' terapeutiche atte solo a prolungare un'agonia? Probabilmente si'. Eppure, la dottrina della Chiesa, pur con alcuni distinguo che vedremo, non ammette l'eutanasia, neanche quella passiva. "L'eutanasia deve dirsi una falsa pieta' – scriveva Wojtyla nel '95, enciclica Evangelium Vitae – anzi una preoccupante perversione di essa: la vera compassione, infatti, rende solidale col dolore altrui". E ancora: "Nessuno ha il diritto di sopprimere la vita di un paziente a causa della sofferenza. La sofferenza e' sempre una chiamata a praticare l'amore misericordioso. Chi soffre non sia mai lasciato solo" (Giornata del Malato, 2004). È il sottile crinale tra accettazione del dolore e pieta' cristiana verso un uomo gia' condannato che incrina le certezze della Chiesa: nel Catechismo ufficiale, si accetta che "puo' essere legittima l'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate ai risultati sperati. In questo modo non si vuole provocare la morte; si accetta il fatto di non poterla impedire." Nessuno sa se queste erano davvero le condizioni del paziente Wojtyla. Le cure al Gemelli sarebbero state "onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate"? O avrebbero tenuto in vita, magari artificialmente, il pontefice infermo per mesi o anni? Il tema e' complesso e delicato, ma sembra quasi fatidico che proprio il corpo del massimo difensore della "sacralita' della vita", quel Wojtyla che ha combattuto per tutto il pontificato aborto, fecondazione assistita, eutanasia, ricerca sugli embrioni, sia stato al centro del doloroso e per nulla concluso dibattito. "Lasciatemi andare", aveva sussurrato tra le lacrime degli astanti. E se avesse potuto dirlo anche Terri Schiavo? A lei, questa possibilita' la malattia non l'aveva concessa. E negli stessi giorni dell'agonia del papa (altro scherzo del destino) l'America e il mondo assistevano alla terribile eutanasia praticata sul suo corpo inerme, spentosi infine il 31 marzo, 48 ore prima di Giovanni Paolo II, dopo anni di vita da vegetale. Dal Vaticano arrivarono dure parole di condanna: il dibattito venne troncato da mons. Elio Sgreccia, presidente della Pontificia Accademia della Vita, che defini' "artificiose" le distinzioni tra eutanasia attiva (iniettare del veleno, tanto per intenderci) o passiva (staccare la spina, o magari non ricoverare un paziente grave). E la dichiarazione "De Eutanasia Iura et Bona" della congregazione per la Dottrina della Fede (anno 1980), scrive chiaramente che "Ciascuno ha il dovere di curarsi e di farsi curare. Coloro che hanno in cura gli ammalati devono prestare la loro opera con ogni diligenza e somministrare quei rimedi che riterranno necessari o utili." Ma anche allora, si distingueva tra mezzi "proporzionati" e "sproporzionati": se un paziente e' moribondo, in sostanza, e' inutile accanirsi. Il papa sapeva con certezza che non avrebbe vissuto neanche un giorno in piu' quando chiese di lasciarlo andare? O la sua era una struggente, umanissima invocazione a porre fine alle sofferenze di un corpo gia' martoriato da anni di malattia? Resta il fatto che nelle stanze Vaticane, in quelle ore drammatiche, si decise per la certezza della morte a breve, e si tralascio' l'estremo tentativo di rianimazione in una struttura specializzata. Un gesto di pieta' umana, che forse dovrebbe far riflettere gli estensori dei severissimi documenti che esaltano il dolore e condannano ogni tentativo di accorciarlo.
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Sono contrario al matrimonio dei preti: se fanno figli, siamo finiti. (cit) |
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Il sì della Chiesa valdese all'eutanasia
Tra i favorevoli all’eutanasia in Italia, c’è anche un insospettabile. La Chiesa valdese, appartenente alla famiglia delle Chiese evangeliche e protestanti, la ritiene un’espressione di libertà dell’individuo. Due sono le argomentazioni di maggior rilievo: la prima si appella al rispetto per l’autonomia del paziente, la seconda estende il concetto di cura fino a includervi l’aiuto offerto a chi intende morire dignitosamente. “Le maggiori controversie riguardano naturalmente l’eutanasia (attiva) e l’assistenza al suicidio. Di solito ci troviamo di fronte a persone che la medicina ha tenuto in vita per lunghi periodi, grazie a tecnologie sempre più complesse. Queste persone hanno consapevolmente accettato i trattamenti che il medico ha loro proposto: è comprensibile che gli possano chiedere, quando egli abbia chiaramente spiegato che la medicina non è più in grado di controllare i sintomi, non solo di sospendere ogni altra inutile cura, ma di intervenire attivamente per accelerare la morte, in modo indolore e rapido. Quando siano rispettate le condizioni di libera scelta, non esiste alcun valido motivo per costringere una persona a prolungare una sofferenza che egli reputa inutile e disumana. L’opposizione della maggior parte dei medici, sulla base del loro dovere di fare tutto il possibile per mantenere in vita il malato, a praticare l’eutanasia, andrebbe riconsiderata alla luce di un concetto di medicina che comprende anche l’imperativo di evitare inutili sofferenze. Coloro che praticano la medicina hanno il dovere di applicare nel modo più completo ed efficiente le conoscenze e le tecnologie a disposizione. Occorre tenere sempre presente che simili strumenti non sono fini a se stessi, ma sono da utilizzare nell’ottica di una cura globale del paziente inteso come totalità della persona e pertanto essi possono essere impiegati per abbreviare sofferenze non altrimenti eliminabili. […] Uno degli argomenti ricorrenti contro l’eutanasia e il suicidio assistito è quello della sacralità e intangibilità della vita. È certamente vero che la vita rappresenta il valore supremo che va rispettato e salvaguardato come tale. Tuttavia è lecito chiedersi che cosa s’intende esattamente e correntemente per vita. Esiste una condizione biologica, rappresentata dall’insieme delle funzioni biochimiche cellulari, dalla riproduzione cellulare, dal funzionamento dei vari organi. Queste funzioni, seppure con complessità crescente dagli organismi unicellulari fino ai primati e al genere umano, sono fondamentalmente simili in tutti gli esseri viventi. Ciò che distingue la vita umana è l’insieme delle esperienze, delle relazioni con le altre persone, delle gioie, dei dolori e delle sofferenze, delle speranze nel futuro, delle attese, degli sforzi per rendere degna e umana la vita. In altri termini, è necessario distinguere la vita biologica dalla vita biografica: quando la vita biografica cessa, come nel caso di uno stato vegetativo persistente, oppure divenga intollerabile, come nelle malattie terminali, deve essere presa in considerazione l’eventualità di porre termine alla vita biologica. L’introduzione nella prassi medica e nella legislazione di una qualche forma di liceità dell’eutanasia e del suicidio assistito suscita il timore di uno scivolamento verso altre forme di accelerazione della morte anche in persone inconsapevoli o non consenzienti. La società potrebbe incamminarsi su un pericoloso "pendio scivoloso" (slippery slope), al termine del quale potremmo accettare di sopprimere legalmente anziani, disabili, disadattati. […] L’evoluzione delle norme sull’eutanasia in Olanda costituisce un esempio di come un contesto culturale particolarmente attento agli interessi di tutte le componenti sociali (la gran maggioranza dei cittadini dei Paesi Bassi da tempo si è dichiarata favorevole alla depenalizzazione dell’eutanasia) e una posizione aperta e non dogmatica della professione medica possono consentire di raggiungere su questioni drammatiche delle soluzioni accettabili. È pur vero che sono segnalati circa 1.000 casi l’anno di eutanasia su pazienti che non avevano espressamente indicato la loro volontà in tal senso; essi devono certamente preoccupare e far riflettere, ma il fatto che si conoscano i termini del problema consente di intervenire per ridurli e se possibile eliminarli. Essi non stanno comunque ad indicare che l’Olanda si sia incamminata su un pendio scivoloso: possiamo, infatti, supporre che casi del genere si verificassero ben prima che la nuova normativa fosse accettata e che una pratica simile esista anche nei Paesi nei quali l’eutanasia non è accettata. L’eutanasia e il suicidio assistito, praticati in un contesto di precise regole e di controlli validi, ma non vessatori, nei confronti tanto del paziente quanto del medico, costituiscono un’espressione di libertà dell’individuo nel momento in cui egli giudica che la medicina non sia più in grado di migliorare il suo stato e che l’esistenza, ulteriormente prolungata, sarebbe intollerabile. È opportuno sottolineare come, in definitiva, solo l’essere umano pienamente cosciente sia in grado di decidere se la propria vita sia ancora degna di essere vissuta; donne e uomini sono responsabili delle loro vite e delle loro scelte e nessuno, medico, istituzione religiosa o società, può in ultima analisi imporre l’obbedienza a valori non condivisi”. I Valdesi non temono che la depenalizzazione dell’eutanasia comporti rischi incontrollabili per la società, che la situazione possa cioè sfuggire di mano. Invitano però ad assumere un atteggiamento prudente. “Tenendo conto di tutto quanto detto in precedenza, una ponderata depenalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito non implicano necessariamente rischi incontrollabili per la società; conseguentemente dovremmo evitare di esprimere la nostra opinione in conformità a principi astratti e valori nei quali non tutti i cittadini di un paese sono tenuti a riconoscersi. L’espressione di libertà implicita nella richiesta di eutanasia presuppone una completa e adeguata informazione e discussione fra medico e paziente sullo stato della malattia e sulle prospettive di vita e di morte, sempre che il paziente desideri essere informato fino in fondo sulle proprie condizioni. […] Certamente l’esperienza degli altri paesi e in particolare dell’Olanda, che ha depenalizzato l’eutanasia, deve essere studiata e trasferita in altre realtà sociali con estrema cautela. Riteniamo tuttavia che anche per l’Italia sia giunto il momento di affrontare la questione e di iniziare un cammino anche legislativo che stimoli la discussione tanto nell’opinione pubblica quanto nell’ambito dei medici, delle professioni sanitarie e delle chiese”. Seguono alcune interessanti considerazioni etiche e pastorali che distinguono la posizione valdese da quella cattolica. “Se l’etica medica può motivare e giustificare la sua azione sulla base di valutazioni antropologiche generali, è possibile motivare e giustificare questa stessa azione da un punto di vista pastorale? Quali argomenti possono essere addotti, in un’ottica etico-pastorale, per confutare o accettare la domanda del malato grave e la disponibilità del medico al suicidio assistito? A queste domande non è facile dare risposte esaurienti. Probabilmente non esistono risposte esaurienti, né per chi intende motivare la scelta per l’eutanasia attiva, né per chi intende confutarla. […] Ciò che può permettere di dire di sì alla richiesta di un malato grave di interrompere la sua vita può nascere soltanto da una profonda relazione con il suo stato di sofferenza e di dolore. L’accoglienza di una domanda di suicidio assistito può essere assunta da un accompagnamento pastorale che tiene aperta la dimensione di conflittualità che tale decisione implica, per il malato inguaribile, per il medico, per la figura pastorale, per i familiari. Una conflittualità che tuttavia non può sottrarsi all’insistenza della domanda e alla percezione del dolore e della sofferenza che esigono una risposta nel qui e ora. Non si tratta di cercare giustificazioni o legittimazioni all’azione che si compie per difendere il "diritto alla vita" di chi vuole poter morire. Si tratta piuttosto di prendere atto che non vi sono giustificazioni etiche e pastorali dirimenti per opporre un rifiuto di principio. Ciò a cui non si può sfuggire è la domanda che l’altro mi rivolge con insistenza e che io percepisco in tutta la sua gravità. Fino ad oggi, in ambito cristiano, a parte alcune eccezioni, è prevalso un giudizio negativo nei confronti dell’eutanasia attiva. Esso si fonda sulla Bibbia e soprattutto sulla morale cristiana, e si riassume nell’affermazione che Dio solo è colui che dà la vita e la può togliere, da cui l’affermazione dell’intangibilità o della "sacralità" della vita. Intervenire in questa relazione di vita e di morte vorrebbe dire "prendere il posto di Dio". Ma significa veramente sostituirsi a Dio accogliere la domanda di un malato grave che intende porre termine alla sua vita? Si sottrae a Dio una parte della sua signoria sul mondo e sulla vita accogliendo la richiesta di un malato grave di poter morire? O si mette in questione il potere acquisito dalla medicina moderna di mantenere in vita un corpo che produce dolore senza più poter accedere a un senso della vita? E ancora, dietro a quest’onnipotenza della medicina non si nasconde una difficoltà ad affrontare la propria morte? L’etica cristiana e la pastorale devono fornire delle risposte credibili di fronte alla sofferenza e al dolore, devono assumerli fino in fondo, senza divagare, senza proiettarli irresponsabilmente in una dimensione di autoredenzione. La sofferenza e il dolore non producono salvezza, sono dimensioni dell’esistenza umana da accettare, ma anche da combattere, in sé non hanno nulla di positivo”. I Valdesi non assolvono solamente chi decide di porre fine alle proprie sofferenze e quindi all’esistenza, ma anche chi collabora. “Per quanto paradossale possa essere, in una tale situazione accogliere la domanda di morte significa accogliere la domanda della vita, accogliere il diritto di morire coscientemente la propria morte. Il medico che accoglie questa domanda del malato inguaribile l’accoglie all’interno di un lungo processo di cura e di relazioni. Il medico che si rende disponibile al suicidio assistito o all’eutanasia non commette un crimine, non viola alcuna legge divina, compie un gesto umano, di profondo rispetto, a difesa di quella vita che ha un nome e una storia di relazioni”. (“L’eutanasia e il suicidio assistito”, a cura del Gruppo di Lavoro sui problemi etici posti dalla Scienza nominato dalla Tavola Valdese, Roma, 7 febbraio 1998. Il documento è stato pubblicato su Testi&Documenti del settimanale evangelico Riforma n. 16 del 17 aprile 1998. Ringrazio Dolores che me l’ha segnalato.)
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http://www.ilsole24ore.com/art/SoleO...lesView=Libero
26 settembre 2006 Otto ddl per un'intesa possibile sul testamento biologico di Nicoletta Cottone Via alla discussione sul testamento biologico alla commissione Igiene e Salute del Senato. In un clima di tensione fra laici e cattolici sull’eutanasia, sembra, invece, possibile, anche se difficile, un’intesa sul testamento biologico. Possibilista il ministro della Salute Livia Turco, che ritiene legittimo un provvedimento «se contempla solo l’accanimento terapeutico e non apre le porte all’eutanasia». Un sì a lavorare sul testamento biologico, un no sull’eutanasia, è venuto dal presidente del Senato Franco Marini, mentre Fausto Bertinotti, presidente della Camera, ha invitato tutti a non sciupare l’appello del Capo dello Stato e a riflettere su un argomento così delicato. All’esame della commissione otto provvedimenti sul testanmento biologico presentati da esponenti di maggioranza e opposizione. Si tratta, molto spesso, di norme che non hanno raggiunto il traguardo nella passata legislatura, che mirano ad evitare l’accanimento terapeutico. Il ventaglio di proposte segna la difficoltà di mettere a punto un testo unificato sul quale vi sia convergenza. Per superare le difficoltà è in arrivo un calendario di audizioni (ne sono state proposte ben 107) che dovrebbe concentrarsi su 35 esperti (medici, giuristi, bioetica, esponenti di associazioni) che saranno ascoltati nell’ambito di un’indagine conoscitiva propedeutica all’elaborazione del testo unificato. Dibattito approfondito sul testamento biologico, dunque, dopo che il problema della «dolce morte» è stato sollevato nei giorni scorsi dal disperato appello di Piergiorgio Welby, copresidente dell’associazione Luca Coscioni, affetto da distrofia muscolare, seguito da un invito alla riflessione da parte del capo dello Stato Giorgio Napolitano. Ottimista ma prudente la relatrice al Senato dei provvedimenti, la senatrice Fiorenza Bassoli dell'Ulivo. «Nella precedente legislatura si era arrivati a un accordo di massima - spiega la senatrice Bassoli - anche se ci sono passaggi delicati come l'alimentazione indotta. Il dibattito sull'eutanasia, purtroppo non ci aiuta, e rischia di innalzare qualche steccato». Ecco, in sintesi, il contenuto degli otto disegni di legge all’esame del Senato. Il Ddl S 3 presentato da Antonio Tomassini (Forza Italia) vuole «dare concreta applicazione al riconosciuto principio di autodeterminazione nel campo delle cure mediche». Nel testo c’è un no esplicito all’eutanasia, anche in presenza di consenso del malato. Il provvedimento, 17 articoli in tutto, mira a consentire che l’individuo possa preventivamente disporre in tema di trattamenti sanitari cui intenda o meno essere sottoposto, compreso il trattamento del proprio corpo o delle proprie spoglie. Due i mezzi possibili: testamento di vita o mandato in previsione dell’incapacità. Il trattamento sanitario è subordinato a un esplicito consenso del paziente. Giorgio Benvenuto (Ulivo), nel Ddl S 357 sul testamento biologico, chiede, in 4 articoli, una legge che riconosca il «diritto all’autodeterminazione in materia sanitaria anche nel caso di una incapacità di farlo valere per un evento sopravvenuto». Nel preambolo ricorda che la Chiesa Cattolica fin dal 1957 ha affermato che «non c’è obbligo morale di usare mezzi straordinari nel caso di pazienti sofferenti gravemente o privi di sensi ad allungare la loro vita». Previsto il diritto di decidere se accettare o meno le cure. Nel testo riconoscimento giuridico alle dichiarazioni anticipate, sottoscritte da due testimoni, senza obbligo di autentica notarile nelle quali esprimere la volontà di non essere sottoposti a trattamenti terapeutici, di rianimazione, di continuazione dell’esistenza dipendente da apparecchiature. Prevista la sottoscrizione del rifiuto dell’alimentazione e dell’idratazione artificiale, di poter fruire di analgesici in caso di gravi sofferenze. Possibile anche la nomina di un fiduciario incaricato in caso di incapacità del firmatario. Piergiorgio Massidda (Dc-Pri-Ind-Mpa) con il Ddl S 433 disegna in 19 articoli le regole a tutela della dignità e delle volontà del morente incapace. Punti cardine del provvedimento il mandato di previsione dell’incapacità (che ha contenuto strettamente patrimoniale) e il testamento di vita (con direttive anticipate in materia sanitaria e di disposizione del proprio corpo), che può contenere anche la nomina di un fiduciario per ottemperare alle decisioni del paziente divenuto incapace. L’ultimo articolo prevede la completa esenzione da imposta di bollo e qualunque altro tributo per il testamento di vita, il mandato di previsione, le certificazioni e qualsiasi antro documento connesso. Di volontà anticipata si parla anche nel provvedimento S 542, che vede come primo firmatario Anna Maria Carloni (Ulivo) e mira, in 4 articoli, a offrire al cittadino «l’esplicito fondamento giuridico del suo essenziale diritto all’autodeterminazione». Consenso informato nei trattamenti sanitari, formulazione delle volontà anticipate e della persona di fiducia che in caso di perdita di capacità naturale eserciti diritti e facoltà nel consenso informato. Dedicato al testamento biologico anche il Ddl S 687, che ha come primo firmatario Ignazio Roberto Marino (Ulivo). Il provvedimento, in 16 articoli, prevede un atto scritto per le dichiarazioni anticipate di trattamento, disciplina il consenso informato, le decisioni sostitutive, le situazioni di urgenza e il caso dei minori. Previsto l'obbligo di agire nell’esclusivo e migliore interesse dell’incapace. In caso di contrasto con il medico curante la decisione viene assunta dal comitato etico della struttura sanitaria. Qui nella redazione del testamento biologico è prevista l’assistenza di un medico. Viene anche chiesta l'istituzione presso il ministero della Salute del registro delle dichiarazioni anticipate di trattamento nell’ambito di un archivio unico nazionale informatico. Consenso informato e testamento biologico sono previsti nel Ddl S 665 del senatore Natale Ripamonti (Iu-Verdi-Com), costituito da 4 articoli. La possibilità di esprimere le volontà anticipate, secondo Ripamonti, offre al cittadino l’esplicita fondazione giuridica del diritto all’autodeterminazione e gli strumenti giuridici per vedere garantito questo diritto anche in caso di incapacità sopravvenuta. Informazione corretta e comprensibile sui trattamenti, consenso informato, possibilità di indicare un soggetto di fiducia che eserciti diritti e facoltà del paziente. In caso di divergenze è previsto il ricorso senza formalità al giudice che decide con ordinanza. Contenuto identico quello del Ddl S 818, presentato dai senatori Antonio Del Pennino (Dc-Pri-Ind-Mpa) e Alfredo Biondi (Forza Italia), che ricalca il testo proposto nella passata legislatura dai senatori Ripamonti e Del Pennino. Due senatrici dell’Ulivo, Paola Binetti ed Emanuela Baio Dossi, sono firmatarie del Ddl S 773, dedicato al testamento biologico, che esclude esplicitamente l’eutanasia. Si ispira al principio dell’autodeterminazione del paziente e alla sua libertà di decidere le cure che desidera ricevere. Prevede che alla formulazione delle disposizioni anticipate, rese in forma scritta con firma autografa (senza ricorso al notaio), possa partecipare un medico per informare scientificamente il dichiarante sulle conseguenze delle sue scelte. Previsto anche il conflitto di coscienza del medico, risolto dal comitato etico. Nel testo è prevista anche una campagna di educazione alla salute nelle scuole superiori. Escluso qualsiasi onere finanziario per testamento biologico e certificazioni collegate.
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chissà se si arriverà a un'epoca come in The Final Cut, alla nascita senza saperlo vi ritrovate con un bel chip Fritz senza saperlo
![]() e di sicuro basterà solo pensare il testamento per consultarlo post-mortem
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