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Iscritto dal: Aug 2005
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ho cercato una cosa a caso su google
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Senior Member
Iscritto dal: Apr 2005
Città: Brianza
Messaggi: 2015
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Senior Member
Iscritto dal: Jan 2004
Città: Napoli
Messaggi: 2409
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voglio comprare lo stesso modello del tuo cellulare, i miei lavori di grafica cominciano a fruttarmi qualcosina e voglio cominciare ad investirli |
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#44 |
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Member
Iscritto dal: Sep 2005
Città: A casa mia...
Messaggi: 246
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#45 |
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Member
Iscritto dal: Sep 2005
Città: Roma
Messaggi: 111
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PLATONE:
Platone nasce ad Atene nel 427 a.C.; il padre Aristone affermava di discendere dal mitico re Codro ma di insigne nobiltà era la famiglia della madre Perictione, la quale era imparentata con Crizia, capo dei Trenta Tiranni. A vent'anni avviene l'evento fondamentale della sua vita, l'incontro con Socrate. Nella biografia di Platone la politica ebbe un ruolo tanto rilevante quanto deludente; la delusione provocata dall'avvento dei Trenta Tiranni gli fece rimpiangere l'antico stato di cose e d'altra parte la restaurazione democratica gli provocò il dolore della condanna di Socrate. Dopo la morte di quest'ultimo Platone si ritirò a Megara presso Euclide e negli anni successivi compì un viaggio in Sicilia e in Magna Grecia, intorno al 390 a.C.; qui venne a contatto con gli ambienti pitagorici. In Sicilia visse la più drammatica esperienza politica della sua vita: fu alla corte di Dioniso I, tiranno di Siracusa, che ben presto si trasformò in un despota sospettoso e protervo. Poichè trovò in aperto contrasto con quest'ultimo, partì e sbarcò ad Egina, allora in guerra con Atene. Qui, catturato come preda bellica, venne esposto al mercato degli schiavi, dove fu riscattato da Anniceride. Tornato in patria fondò una scuola chiamata Accademia e trascorse il resto della sua vita in un fondo dove si riunivano i suoi allievi. Nel 366 a.C. aPlatone viene invitato da Dione a Siracusa accettando di educare il nuovo tiranno Dioniso II, ma fu una nuova delusione: Dione fu esiliato poichè Dioniso sospettava che egli volesse ridurre la sua autonomia tramite Platone; il disagio provato dal filosofo per l'ambigua posizione in cui si era trovato lo spinse a tornare in patria. Nel 361 a.C. ormai vecchio, illustre capo di una scuola altrettanto famosa, Platone decise di tornare a Siracusa per cercare di attuare il progetto di sperimentare in concreto la tensione dell'uomo verso il bene e gli esiti della speculazione. Fu un nuovo insuccesso, più bruciante dei precedenti: l'ardore filosofico di Dionisio si rivelò un superficiale invasamento, rifiutò di richiamare Dione e tenne presso di sè il filosofo come un ostaggio. Nel 357 a.C. Dione riuscì a rientrare in Siracusa scacciando Dionisio, ma il suo tentativo di istituire una monarchia moderata fallì e nel 354 a.C. cadde vittima di una congiura istigata da Callippo. Platone morì a ottanta anni nel 347 a.C., lasciando i propri averi in eredità ai suoi continuatori nella direzione dell'Accademia, la quale durò per più di otto secoli, fino a quando fu chiusa per ordine di Giustiniano nel 529 d.C. BIBLIOGRAFIA: Il corpus degli scritti di Platone è giunto secondo una suddivisione in 9 "Tetralogie", comprendenti 34 dialoghi, l'Apologia e una raccolta di 13 lettere. E' molto difficile porre delle date alle opere platoniche: alcuni critici hanno affermato che le opere di Platone riproducono il graduale svolgimento di un sistema presente fin dall'inizio al suo pensiero; più attendibile è una seconda teoria secondo cui negli scritti platonicisi riflette uno sviluppo interno, dai primi dialoghi all'elaborazione di un sistema fondato sulla teoria delle Idee. Un altro principio di indagine si basa sui caratteri della struttura, della lingua e dello stile; per quanto riguarda il primo aspetto i dialoghi si possono classificare secondo due tipologie: quelli in forma diretta o "drammatica" in cui i personaggi parlano in prima persona e quelli in forma di narrazione in cui un testimone dell'episodio lo riferisce ad ascoltatori che non erano presenti. La lingua e lo stile forniscono un criterio cronologico prendendo come punto di riferimento le Leggi. Le opere composte tra la morte di Socrate e il primo viaggio in Sicilia includono tra le altre: Apologia, Critone e Gorgia; le opere dell'età avanzata sono: Sofista, Politico, Crizia, Timeo, Leggi, Filebo. PENSIERO FILOSOFICO: La dottrina platonica fondamentale è quella delle idee. Modelli unici e stabili delle cose che nel cosmo ricevono apparenza sensibile, le idee si sottraggono alla molteplicità e alle trasformazioni cui sono soggetti gli enti che concretamente sperimentiamo. Quindi la filosofia platonica è attraversata da un costante dualismo.Un tentativo di mediazione tra sfera ideale e mondo della nostra esperienza è rappresentato da Eros, il demone al centro del dibattito simposiaco. Nel discorso di Diotima, Platone rappresenta l'ascesa alla bellezza in sè, favorita da Eros inteso come mediatore tra mondo sensibile ed intellegibile. Socrate con l'apporto della sacerdotessa offre una nozione ampia e particolarmente ricca dell'idea del Bello, che viene a sovrapporsi all'idea di Bene, vertice dell'ideale piramide gerarchica delle Idee, del quale è rivelazione. Questa concezione s'intreccia strettamente con la concezione politica di Platone: infatti proprio al Bene dovranno ispirarsi gli uomini chiamati a governare lo stato. Nei capitoli centrali nella Repubblica compare il famoso mito della caverna con il quale vengono spiegati i vari gradi della conoscenza, anche qui nella logica di una salita dalla conoscenza sensibile alla conoscenza intellegibile: la conoscenza è rappresentata mediante una linea immaginaria divisa in due parti di diversa lunghezza a loro volta divise in due parti. Un primo segmento rappresenta l'e„kas…a, le immagini dell'arte, molto svalutata da Platone perchè imitazione del mondo fenomenico, a sua volta considerato imitazione delle idee; il secondo segmento comprende la p…stij, ossia il mondo sensibile creduto veritiero dagli uomini comuni. Con questi due segmenti si chiude la parte relativa alla dÒxa, mentre si apre la sezione rappresentante l'™pist»mh, costituita da di£noia che rappresenta gli oggetti delle scienze matematiche e geometriche,e dal noàj che costituisce la vera e propria conoscenza delle idee. Dal punto di vista cosmologico il Timeo svolge secondi i principi della filosofia platonica la genesi e la struttura dell'universo introducendo ulteriori sviluppi fondamentali: il mondo fisico è creazione di un dio, il Demiurgo, che lo ordina in conformità alle Idee; si attua così il divenire che ah sede nello spazio. Il cosmo stesso è mosso dall'anima universale che regola anche il moto regolare delle stelle, a loro volta di natura divina. La perfezione assoluta è tuttavia impedita dalla Necessità che provoca un residuo di disordine e quindi di male. L'esame dell'organismo cosmico è condotto secondo norme matematiche e geometriche, da cui risulta escluso ogni margine per l'osservazione empirica. SOCRATE (469 a.C.-399 a.C.) Socrate nacque ad Atene nel 469 a.C. da Sofronisco, scultore, e da Fenarete, levatrice. Si avvicinò giovanissimo alla filosofia e conobbe Anassagora ed i Sofisti. Combatté in varie battaglie (Potidea, Delo, Anfilopi) dimostrando particolare coraggio e forza d'animo. Si dedicò quindi completamente alla ricerca filosofica e, in breve tempo, ebbe molti discepoli (fra cui Platone). nel 399 a.C. Anito, Meleto e Licone accusarono Socrate di corrompere i giovani di Atene e di introdurre la credenza in nuovi dèi. Al processo, dopo una difesa appassionata da parte di Socrate (ci verrà tramandata da Platone nella Apologia di Socrate), venne condannato a morte. Dopo un mese di detenzione, durante il quale Socrate rifiutò di fuggire per non trasgredire la legge, la sentenza venne eseguita: fu condannato a bere la cicuta. Socrate non scrisse nulla e tutto ciò che sappiamo di lui lo dobbiamo in massima parte a Platone (che fa di lui il personaggio principale di quasi tutti i suoi Dialoghi) e a Senofonte (cfr. I Memorabili). Socrate non scrisse nulla. Il che non fu affatto casuale. Non era, in quell'epoca, nulla di particolare strano, anche perché ben pochi sapevano scrivere. Però Socrate non scrisse nulla volutamente. Perché? Perché la filosofia come lui la intendeva non si poteva limitare a qualcosa di scritto, visto che nessuno scritto - secondo Socrate - può stimolare alla ricerca ma può solo comunicare una dottrina. In altri termini, la filosofia era vista da Socrate come un dialogo continuo, un esame incessante di sé e degli altri e non un insieme di teorie preconfezionate. E lo scopo della filosofia è quello di aiutare l'uomo a venire in chiaro a se stesso, portarlo al riconoscimento dei suoi limiti e renderlo giusto, cioè solidale con gli altri. Perciò Socrate prese come suo motto ciò che era scritto sul frontone del tempio di Apollo a Delfi, e cioè gnoti sauton, "conosci te stesso". E "conosci te stesso" vuole appunto dire: riconosci in primo luogo quello che sei, e cioè un uomo, per cui un abisso ti separa dal divino! Fu questa, forse, la più alta forma di ammonimento da parte di un dio greco. Questa massima, la più conosciuta del pensiero greco, non perse mai il suo valore ed ecco spiegato perché Socrate poté accoglierla come sua (anche se per lui avrà anche un'altra accezione, come vedremo). Per conoscere noi stessi, la prima condizione è quella di riconoscere le proprie possibilità ed i propri limiti, cioè liberarci dalla vana presunzione di sapere tutto (come sostenevano ad es. i Sofisti). Per arrivare a ciò, Socrate si serviva di un particolare metodo che ha i suoi punti salienti nella ironia e nella maieutica. L'ironia (dissimulazione, finzione) è quell'insieme di domande, interrogativi, provocazioni paradossali di cui Socrate si serviva per distruggere la presunzione di sapere del discepolo, per far quindi sorgere il dubbio sulle proprie conoscenze riconoscendone la fragilità, e per impegnare successivamente il discepolo nella ricerca della verità libero ormai da pregiudizi e illusioni. Dopo aver distrutto il sapere fittizio del discepolo, Socrate non vuole però che egli si appropri delle teorie eventuali del maestro. Socrate non vuole dare al discepolo una sua dottrina, bensì lo vuole stimolare nella ricerca della sua, personale verità. Questo modo di procedere è la maieutica, l'arte della levatrice, che la madre di Socrate, Fenarete, esercitava. come la levatrice aiuta le donne a partorire i figli, così Socrate vuole aiutare il discepolo a partorire da solo la verità. La ricerca della verità è, al tempo stesso, la ricerca del vero sapere e del modo migliore di vivere. Infatti l'uomo non può che tendere a scoprire quello che è e quello che deve fare per vivere nel modo migliore. Ma questo vuol dire che colui che conoscesse il bene, dovrebbe agire di conseguenza e vivere secondo virtù. Si tratta soltanto di sapere che cosa è veramente il bene. Il bene per l'uomo è ciò che fa sì che egli diventi quello che la sua natura più profonda esige. Se io rifletto, potrò giungere a scoprirlo, per cui è proprio il sapere, la conoscenza, che permette all'uomo di conoscere se stesso e quindi di conoscere qual è il modo più adatto per vivere felice. Colui che sa - secondo Socrate - sa far bene i propri calcoli e sceglie in ogni caso la cosa migliore per lui, indicata dai greci col termine di areté. La vera felicità pretesa da Socrate è quella duratura, la quale non può essere la felicità del corpo, che è caduco, ma soltanto quella dell'anima, che è immortale. Il motto delfico vorrà allora dire, per Socrate, "conosci la tua anima", "conosci la tua psyché", giacché l'uomo, nella sua essenza più profonda, non è altro che la sua anima. E' proprio nel pensiero di Socrate che il tema dell'anima esce dal contesto religioso - caratteristico di Orfismo e Pitagorismo, concezioni mitico-religiose di quei tempi - per diventare, attraverso un processo di moralizzazione e di individualizzazione, il fulcro del discorso morale. Se "compiere ciò che è proprio a ciascuno" è per Socrate il principio di ogni atto morale, con questa affermazione egli da un lato si ricollega ad un qualcosa che era profondamente radicato nella concezione del tempo (l'areté come eccellenza, abilità, capacità) ma dall'altro, con lui per la prima volta, si rende indipendente dal giudizio degli altri, dalla gloria e dall'onore. ecco la grande novità socratica: non è più l'opinione degli altri, sia pure quella dei buoni e dei giusti, che deve determinare l'uomo. Ciascuno deve invece "conoscere se stesso" e sviluppare ciò che è "proprio" della sua natura, senza preoccuparsi delle cose altrui, finché non sia in chiaro con se stesso. In breve, l'uomo veramente libero è colui che usa il proprio corpo e le cose senza esserne schiavo, è dunque colui che sa dominare se stesso, dirigere i propri impulsi e istinti senza negarli ma usandoli senza eccedere. Colui che al contrario diventa schiavo dei suoi istinti, lo fa perché, secondo Socrate, non ha riflettuto abbastanza, non ha conosciuto qual è la verità e la felicità. "Pecca" insomma per ignoranza, giacché crede che quelle cose siano per lui le più adatte. Un errore di giudizio è quindi alla base di ogni colpa e di ogni vizio. Al contrario, se uno sapesse veramente qual è la cosa più giusta, si comporterebbe, per Socrate, di conseguenza, e non "peccherebbe" più... perché non ci si può rendere schiavi, direbbe Socrate, di ciò che non ha valore. Quello che Socrate sostiene è un ideale molto alto, che forse è accessibile soltanto a pochi. Tuttavia la sua è una vera e propria svolta rispetto ai Sofisti. Se infatti in precedenza alla domanda "che cos'è la virtù", si era risposto nei modo più diversi: è il coraggio, è la giustizia, è la forza, oppure non esiste, ora, con Socrate, si vuole conoscere qual è l'elemento universale, il Bene, che fa del coraggio, della giustizia, della forza altrettanti beni. A questo problema, come sappiamo, Socrate non giunse a rispondere. E' celeberrima la sua affermazione a riguardo: io so di non sapere! (cfr. Apologia, 21-23 c). Eppure tutto ciò non lo porterà né verso lo scetticismo né verso il nichilismo. In primo luogo perché egli aveva una fede assoluta nel significato di una azione condotta in conformità a ciò che si ritiene sia il bene: si ricordi che Socrate ha suggellato questo insegnamento con la sua morte. In secondo luogo, egli era convinto che l'uomo deve impegnarsi a fondo nella conoscenza, anche se non potrà raggiungere un sapere perfetto. E' questo il mezzo migliore per raggiungere la felicità, giacché "una vita senza ricerca non è vita umana" (Apologia, 38 a). EPICURO Nato a Samo (o ad Atene, secondo Diogene Laerzio) nel 341 a. C., Epicuro era figlio di un maestro di scuola e di una maga. Fu allievo del platonico Panfilo a Samo e dell'accademico Senocrate ad Atene. Proprio ad Atene, dopo avere esercitato il mestiere di maestro per un po' di tempo, visse la maggior parte dei suoi anni, insegnando la sua dottrina filosofica nella scuola che vi aprì nel 306. Per Epicuro la filosofia non ebbe carattere fondante rispetto alle altre scienze ma, al contrario, si configurò essenzialmente come phàrmakos, come medicina rispetto ai mali della vita (la morte, la vecchiaia, il dolore, il timore degli dei...) e quindi come mezzo per il raggiungimento della felicità tramite l'uso consapevole ed equilibrato dei piaceri. Non è pertanto possibile allineare la dottrina epicurea all'edonismo: il tipo di felicità indicato dalla prima (fondata soprattutto sui piaceri naturali e necessari, come il cibarsi) non porta l'uomo all'incondizionato appagamento dei sensi ma piuttosto all'atarassia (ossia alla tranquillità e alla pace con la natura) e all'aponia, vale a dire all'affrancamento dai dolori, dall'angoscia e dai pregiudizi. Il materialismo di Epicuro, di matrice democritea, si basava sulla convinzione della totale materialità della realtà, anima compresa. Di lui ci restano, tramite Diogene Laerzio, solo le lettere ad Erodoto, a Pitocle ed a Meneceo. Morì nel 270 a. C. |
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#46 |
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Bannato
Iscritto dal: Jul 2005
Città: odracciR BANNED. odracciReloaded nuovo nick.
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Buon compleanno Mozart!
Io c'ero |
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#47 |
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Senior Member
Iscritto dal: May 2001
Città: MILANESE, ma trapiantato in prov. di MN Squadra: MILAN, la più titolata al MONDO
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Un incendio ha colpito la biblioteca di Francesco Totti.
Entrambi i libri sono andati distrutti. |
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#48 |
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Senior Member
Iscritto dal: May 2001
Città: MILANESE, ma trapiantato in prov. di MN Squadra: MILAN, la più titolata al MONDO
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Wolfgang Amadeus Mozart Life
The youngest child and only surviving son of the Austrian composer Leopold Mozart, Wolfgang Amadeus received his early musical training from his father. His musical talent was evident from infancy and he is now regarded as one of the greatest musical geniuses. When Wolfgang he was six years old, he and his gifted elder sister, Nannerl, were taken by their father, on the first of a long series of concert tours, to all the royal courts of Europe where they delighted audiences with virtuosic performances on the harpsichord. Of all the stopping places on Mozart’s tours it was operatic Italy that gave him the greatest pleasure and recognition. The following period proved disappointing to both father and son. As the young Mozart grew to manhood his popularity waned and he had difficulty finding employment, but the sense of his own worth carried him past the danger point. He was eventually given a position as court and cathedral organist in the household of the Archbishop of Salzburg. Early in 1781 he had a commissioned opera, "Idomeneo", staged in Munich for the Elector of Bavaria. Its success induced him to go to Vienna where, for a while, he found moderate favour with the nobility. He spent the last ten years of his life in precarious independence in Vienna, worsened by his ill-advised marriage to the frivolous singer Costanze Weber. Initial success with German and then Italian opera and a number of subscription concerts were followed by financial difficulties. These did not effect his music, but in the end they destroyed him physically; he became seriously ill and died a pauper early in the morning on 5th December: he was buried in a common, unmarked grave in Vienna. Mozart's compositions were catalogued in the 19th century by Köchel, and they are generally now distinguished by K. numbering from this catalogue. |
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#49 |
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Senior Member
Iscritto dal: Aug 2005
Messaggi: 2768
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caca 3d per eccellenza
io c'ero |
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#50 |
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Senior Member
Iscritto dal: Jun 2000
Città: S.Giuliano (MI)
Messaggi: 1047
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Transistor
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Il transistor è un dispositivo a stato solido formato da semiconduttori. Venne scoperto casualmente da Russel Ohl il 23 febbraio 1939, esaminando la differenza di conducibilità tra due lati di un cristallo di silicio semiconduttore con una crepa. Praticamente il cristallo era una rudimentale giunzione P-N. I transistor vengono impiegati in ambito elettronico, principalmente, come amplificatori di segnali elettrici o come interruttori elettronici comandati da segnali elettrici ed hanno sostituito praticamente quasi del tutto i tubi termoionici. Il primo tipo di transistor sperimentato e poi prodotto fu il transistor bipolare o BJT, in cui sia elettroni che lacune contribuiscono al passaggio della corrente. In seguito furono creati altri tipi di transistor, in cui il passaggio di corrente avveniva grazie ad un solo tipo di portatori di carica (o elettroni o lacune), detti FET, acronimo di Field Effect Transistor. Sia i FET che i BJT, nel tempo, hanno dato origine a molti tipi diversi di transistor, usati per gli scopi più vari. Nel linguaggio comune vengono chiamate transistor anche le piccole radio AM/FM portatili a pile, che furono la prima applicazione di questi dispositivi a raggiungere il mercato di massa, verso il 1950. Transistor - continua ...
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“No te tomes tan en serio la vida, al fin y al cabo no saldrás vivo de ella” |
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#51 |
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Senior Member
Iscritto dal: Apr 2003
Città: Grosseto/Pisa
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un caca thread come si defe!!!
io ci fui!
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#52 |
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Bannato
Iscritto dal: Jan 2005
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I "mille" nomi del diavolo
Proviamo ad elencare qualche nome del vecchio e simpatico imbecille. (in quasi tutte le storie dell'iconografia popolare il diavolo, pur comportandosi con straordinaria lealtà e dirittura morale, ha la peggio). Abaddon il "distruttore", re infernale dell'Apocalisse ed assimilato al dio Apollo. Asmodeo il "devastatore, vago assassino biblico, sovente identificato con Abaddon e con Apollyon Eshmadai probabilmente nome originale di Asmodeus e Abaddon Astarotte, derivato presumibilmente dalla divinità cananea Astarte Behemoth, la "bestia" di Giobbe, con la forma di diavolo/ippopotamo Memnoch, diavolo eccellente e primo avversario Belial, il "malvagio", derivato da Baal, con cui i profeti se la prendevano continuamente Belfagor , originato da Baal-fagor , (baal era anche una divinità cananea e fagor pare fosse un monte[peor]) Diavolo , derivante dal greco diabolos (=accusatore, calunniatore), equivalente di "satan" Belzebù, baal-zebub, dio dello sterco, del letamaio e , per metonimia, il dio delle mosche Demonio, dal graco daimon, dalla radice indoeuropea collegata con il concetto di "brillio" Lucipher, l'apportatore di luce, identificato con il pianeta Venere Mefistofele, il nemico della luce (colui che non ama la luce) Satana, derivante da Satan, termine semitico dal significato di "avversario, oppositore" Seth, il personaggio malvagio della teologia egizia Mara.quello della teogonia indiana Ahriman, il diavolo babilonese, ben noto agli ebrei nel corso del loro lungo esilio Aeshma, demone del furore babilonese Pazuzu, re degli spiriti maligni dell'aria (ricordate l'"esorcista") Ascera, dea cananea shedim, nome generico dei demoni per il poplino ebraico Lilitti o Lilith, divolessa babilonese Azazel, demonio del deserto, babilonese Tifone, mostro greco Ecate o Diana, dea/diavolo greca Pan, ispiratore anche di alcuni tratti fisici del diavolo Serpente, la povera bestia che ha pagato a caro prezzo la sua trasformazione diabolica Shaitan e Iblis, nomi coranici del diavolo Adramelech, gran cancelliere degli Inferi Amduscias, granduca degli Inferi (buon suonatore, se richiesto da anche concerti) Kobal , pare sia anche il patrono (infernale) egli attori Nergal, spia di Belzebù e poliziotto infernale Sidragasum, demone delle danzatrici Ukobach, pare sia il demone che sovraintende alle fritture ed ai fuochi d'artificio Zepar, demone guerriero e poi Compagnone, Satanasso, Nanu Moru, Racecotena, parasacco, Diella, Mazzamauriello, Zifèrru, Farfariello, Santo di Càulu, Gjaul, Zefierno, Farfareddu, Mazzamereddu, Zuppiddu, Grande Becco, Gran nero, Leonardo, Ludovico, Macometto, Martino o Martinello, Pietro Lavoratore, Roberto, Signore del bosco, Ancilu niuru, Berlicche, Barbarosso, Barron, Bobò, Boborosso, Chiddu cu li corna, Chulicchiu, Cifero, Ciulefanasse, Cudicio, Fa-male, Farfagnic, Furfarello, Fistolo, Gran Vermo, Grappin, Bonnot, Robin, Griffon, Marjolaine, Bruyère, Sautebuisson, Lou Pecat, Mermet (negro dai piedi forcuti), Griffart (gallo nero), Corps diable (corvo), Borel, Revel, Guglielmo di Ginifert (bambino dal viso bianco), Hemerlé, Vollandt, Peterlé, Courtaulx (conventuale, trattasi di strumento musicale), Pantoufle, Mornifle (gioco di carte), Lucibello, Lucifugo, Lupo Fenris (derivazione nordica), Lu Tintu, Lu nnimicu, Lu virseriu, Tentennino, Old Nick, Old Horny, Old Scratch, Old Split-Foot, Old Gooseberry o Gooseberry, Der Teufel, Krampus, Schwarze Peter, Black Peter, Knecht Ruprecht, Martin Pignol, Resie , Michi Mitis, Malerobe, Maracut, Galafar, Codute, Barba Sucòn, Boboi, Mala Cosa, Mastru Gnaziu, Mazzamareddu, Mmalidittu, Ntantiddu, O' Munaciello, Puzzimene, Beemont, Iscaaron, Balaam, Gresil, Aman, Motelu, Lissi, Briffault, Puzzolente, Ravano, Serpi Fitenti, Tentennino, Ticchi-tacchi, Zupiddu... e via con le stupidaggini. Da ricordare che il personaggio di satana (la maiuscola è tarda) nelle prime citazioni bibliche ha la veste di un accusatore "per conto di" Dio. Certo ne contesta le "divine" decisioni, certo ne discute gli atti ma si comporta come un consigliere spesso in disaccordo con il proprio sovrano. Si presenta liberamente al suo cospetto e discute "amabilmente" con Dio, che gli lascia sovente mano libera. In precedenza il "tentatore" era rappresentato da Jahvé stesso e soltanto nel periodo intercorrente tra l'IX° secolo prima di Cristo (Samuele XXIV,1) ed il V° secolo (Cronache XXI, 1) il personaggio di satana assume una consistenza indipendente da Dio, senza però le connotazioni manichee assegnategli dal tardo giudaismo (II° sec.) e dal cattolicesimo. |
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#54 |
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Io c'ero
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Biancaneve e i 7 nani C'era una volta, nel cuor dell'inverno, mentre i fiocchi di neve cadevano dal cielo come piume, una regina che cuciva, seduta accanto a una finestra dalla cornice di ebano. E così, cucendo e alzando gli occhi per guardar la neve, si punse un dito, e caddero nella neve tre gocce di sangue. Il rosso era così bello su quel candore, ch'ella pensò: "Avessi una bambina bianca come la neve, rossa come il sangue e dai capelli neri come il legno della finestra!" Poco dopo diede alla luce una figlioletta bianca come la neve, rossa come il sangue e dai capelli neri come l'ebano; e la chiamarono Biancaneve. E quando nacque, la regina morì. Dopo un anno il re prese un'altra moglie: era bella, ma superba e prepotente, e non poteva sopportare che qualcuno la superasse in bellezza. Aveva uno specchio magico, e nello specchiarsi diceva: - Dal muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella? E lo specchio rispondeva: - Nel regno, Maestà, tu sei quella. Ed ella era contenta perché sapeva che lo specchio diceva la verità; Ma Biancaneve cresceva, diventava sempre più bella e a sette anni era bella come la luce del giorno e ancor più bella della regina. Una volta che la regina chiese allo specchio: - Dal muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella? lo specchio rispose: - Regina, la più bella qui sei tu, ma Biancaneve lo è molto di più. La regina allibì e diventò verde e gialla d'invidia. Da quel momento la vista di Biancaneve la sconvolse, tanto ella odiava la bimba. E invidia e superbia crebbero come le male erbe, cosi che ella non ebbe più pace né giorno né notte. Allora chiamò un cacciatore e disse: - Porta la bambina nel bosco, non la voglio più vedere. Uccidila, e mostrami i polmoni e il fegato come prova della sua morte -. Il cacciatore obbedì e condusse la bimba lontano; ma quando mosse il coltello per trafiggere il suo cuore innocente, ella si mise a piangere e disse: - Ah, caro cacciatore, lasciami vivere! Correrò verso la foresta selvaggia e non tornerò mai più -. Ed era tanto bella che il cacciatore disse, impietosito: - “Va' pure, povera bambina -. Le bestie feroci faran presto a divorarti", pensava; ma sentiva che gli si era levato un gran peso dal cuore, a non doverla uccidere. E siccome proprio allora arrivò di corsa un cinghialetto, lo sgozzò, gli tolse i polmoni e il fegato e li portò alla regina come prova. Il cuoco dovette salarli e cucinarli, e la perfida li mangiò credendo di mangiare i polmoni e il fegato di Biancaneve. Ora la povera bambina era tutta sola nel gran bosco e aveva tanta paura che badava anche alle foglie degli alberi e non sapeva che fare. Si mise a correre e corse sulle pietre aguzze e fra le spine; le bestie feroci le passavano accanto, ma senza farle alcun male. Corse finché le ressero le gambe; era quasi sera, quando vide una casettina ed entrò per riposarsi. Nella casetta tutto era piccino, ma lindo e leggiadro oltre ogni dire. C'era una tavola apparecchiata con sette piattini: ogni piattino col suo cucchiaino, e sette coltellini, sette forchettine e sette bicchierini. Lungo la parete, l'uno accanto all'altro, c'erano sette lettini, coperti di candide lenzuola. Biancaneve aveva tanta fame e tanta sete, che mangiò un po' di verdura con pane da ogni piattino, e bevve una goccia di vino da ogni bicchierino, perché non voleva portar via tutto a uno solo. Poi era cosi stanca che si sdraiò in un lettino, ma non ce n'era uno che andasse bene: o troppo lungo o troppo corto, finché il settimo fu quello giusto: si coricò, si raccomandò a Dio e si addormentò. A buio, arrivarono i padroni di casa: erano i sette nani che scavavano i minerali dai monti. Accesero le loro sette candeline e, quando la casetta fu illuminata, videro che era entrato qualcuno; perché non tutto era in ordine, come l'avevano lasciato. Il primo disse: - Chi si è seduto sulla mia seggiolina? - Il secondo: - Chi ha mangiato dal mio piattino? - Il terzo: - Chi ha preso un po' del mio panino? - Il quarto: - Chi ha mangiato un po' della mia verdura? - Il quinto: - Chi ha usato la mia forchettina? - Il sesto: - Chi ha tagliato col mio coltellino? - Il settimo: - Chi ha bevuto dal mio bicchierino? - Poi il primo si guardò intorno, vide che il suo letto era un po' ammaccato e disse: - Chi mi ha schiacciato il lettino? - Gli altri accorsero e gridarono: - Anche nel mio c'è stato qualcuno -. Ma il settimo scorse nel suo letto Biancaneve addormentata. Chiamò gli altri, che accorsero e gridando di meraviglia presero le loro sette candeline e illuminarono Biancaneve. - Ah, Dio mio! ah, Dio mio! - esclamarono: - Che bella bambina! - Ed erano così felici che non la svegliarono e la lasciarono dormire nel lettino. Il settimo nano dormi coi suoi compagni, un'ora con ciascuno; e la notte passò. Al mattino, Biancaneve si svegliò e s'impaurì vedendo i sette nani. Ma essi le chiesero gentilmente: - Come ti chiami? - Mi chiamo Biancaneve, - rispose. - Come sei venuta in casa nostra? - dissero ancora i nani. Ella raccontò che la sua matrigna voleva farla uccidere, ma il cacciatore le aveva lasciato la vita ed ella aveva corso tutto il giorno, finché aveva trovato la casina. I nani dissero: - Se vuoi curare la nostra casa, cucinare, fare i letti, lavare, cucire e far la calza, e tener tutto in ordine e ben pulito, puoi rimaner con noi, e non ti mancherà nulla. - Si, - disse Biancaneve, - di gran cuore -. E rimase con loro. Teneva in ordine la casa; al mattino essi andavano nei monti, in cerca di minerali e d'oro, la sera tornavano, e la cena doveva esser pronta. Di giorno la fanciulla era sola. I nani l'ammonivano affettuosamente, dicendo: - Guardati dalla tua matrigna; farà presto a sapere che sei qui: non lasciar entrar nessuno. Ma la regina, persuasa di aver mangiato i polmoni e il fegato di Biancaneve, non pensava ad altro, se non ch'ella era di nuovo la prima e la più bella; andò davanti allo specchio e disse: - Dal muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella? E lo specchio rispose: - Regina la più bella qui sei tu; ma al di là di monti e piani, presso i sette nani, Biancaneve lo è molto di più. La regina inorridì, perché sapeva che lo specchio non mentiva mai e si accorse che il cacciatore l'aveva ingannata e Biancaneve era ancor viva. E allora pensò di nuovo come fare ad ucciderla: perché se ella non era la più bella in tutto il paese, l'invidia non le dava requie. Pensa e ripensa, finalmente si tinse la faccia e si travestì da vecchia merciaia, in modo da rendersi del tutto irriconoscibile. Così trasformata passò i sette monti, fino alla casa dei sette nani, bussò alla porta e gridò: - Roba bella, chi compra! chi compra! - Biancaneve diede un'occhiata dalla finestra e gridò: - Buon giorno, brava donna, cos'avete da vendere? - Roba buona, roba bella, - rispose la vecchia, - stringhe di tutti i colori -. E ne tirò fuori una, di seta variopinta. "Questa brava donna posso lasciarla entrare", pensò Biancaneve; aprì la porta e si comprò la bella stringa. - Bambina, - disse la vecchia, - come sei conciata! Vieni, per una volta voglio allacciarti io come si deve -. La fanciulla le si mise davanti fiduciosa e si lasciò allacciare con la stringa nuova: ma la vecchia strinse tanto e cosi rapidamente che a Biancaneve mancò il respiro e cadde come morta. - Ormai lo sei stata la più bella, - disse la regina, e corse via. Presto si fece sera e tornarono i sette nani: come si spaventarono, vedendo la loro cara Biancaneve stesa a terra, rigida, come se fosse morta! La sollevarono e, vedendo che era troppo stretta alla vita, tagliarono la stringa. Allora ella cominciò a respirare lievemente e a poco a poco si rianimò. Quando i nani udirono l'accaduto, le dissero: - La vecchia merciaia altri non era che la scellerata regina; sta' in guardia, e non lasciar entrare nessuno, se non ci siamo anche noi. Ma la cattiva regina, appena arrivata a casa, andò davanti allo specchio e chiese: - Dal muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella? Come al solito, lo specchio rispose: regina, qui la più bella sei tu; ma al di là di monti e piani presso i sette nani, Biancaneve lo è molto di più. A queste parole, il sangue le affluì tutto al cuore dallo spavento, perché vide che Biancaneve era tornata in vita. "Ma adesso, - pensò, - troverò qualcosa che sarà la tua rovina"; e, siccome s'intendeva di stregoneria, preparò un pettine avvelenato. Poi si travestì e prese l'aspetto di un'altra vecchia. Passò i sette monti fino alla casa dei sette nani, bussò alla porta e gridò: - Roba bella! Roba bella! - Biancaneve guardò fuori e disse: - Andate pure, non posso lasciar entrare nessuno. - Ma guardare ti sarà permesso, - disse la vecchia; tirò fuori il pettine avvelenato e lo sollevò. Alla bimba piacque tanto che si lasciò sedurre e apri la porta. Conclusa la compera, la vecchia disse: - Adesso voglio pettinarti perbene -. La povera Biancaneve, di nulla sospettando, lasciò fare; ma non appena quella le mise il pettine nei capelli, il veleno agì e la fanciulla cadde priva di sensi. - Portento di bellezza! - disse la cattiva matrigna: è finita per te! - e se ne andò. Ma per fortuna era quasi sera e i sette nani stavano per tornare. Quando videro Biancaneve giacer come morta, sospettarono subito della matrigna, cercarono e trovarono il pettine avvelenato; appena l'ebbero tolto, Biancaneve tornò in sé e narrò quel che era accaduto. Di nuovo l'ammonirono che stesse in guardia e non aprisse la porta a nessuno. A casa, la regina si mise allo specchio e disse: - Dal muto, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella? Come al solito, lo specchio rispose: - Regina, la più bella qui sei tu; ma al di là di monti e piani, presso i sette nani, Biancaneve lo è molto di più. A tali parole, ella rabbrividì e tremò di collera. - Biancaneve morirà, - gridò, - dovesse costarmi la vita -. Andò in una stanza segreta, dove non entrava nessuno e preparò una mela velenosissima. Di fuori era bella, bianca e rossa, che invogliava solo a vederla; ma chi ne mangiava un pezzetto, doveva morire. Quando la mela fu pronta, ella si tinse il viso e si travestì da contadina, e cosi passò i sette monti fino alla casa dei sette nani. Bussò, Biancaneve si affacciò alla finestra e disse: - Non posso lasciar entrare nessuno, i sette nani me l'hanno proibito. - Non importa, - rispose la contadina, - le mie mele le vendo lo stesso. Prendi, voglio regalartene una. - No, - rispose Biancaneve, - non posso accettare nulla. - Hai paura del veleno? - disse la vecchia. - Guarda, la divido per metà: tu mangerai quella rossa, io quella bianca -. Ma la mela era fatta con tanta arte che soltanto la metà rossa era avvelenata. Biancaneve mangiava con gli occhi la bella mela, e quando vide la contadina morderci dentro, non poté più resistere, stese la mano e prese la metà avvelenata. Ma al primo boccone cadde a terra morta. La regina l'osservò ferocemente e scoppiò a ridere, dicendo: - Bianca come la neve, rossa come il sangue, nera come l'ebano! Stavolta i nani non ti sveglieranno più -. A casa, domandò allo specchio: - Dal muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella? E finalmente lo specchio rispose: - Nel regno, Maestà, tu sei quella. Allora il suo cuore invidioso ebbe pace, se ci può esser pace per un cuore invidioso. I nani, tornando a casa, trovarono Biancaneve che giaceva a terra, e non usciva respiro dalle sue labbra ed era morta. La sollevarono, cercarono se mai ci fosse qualcosa di velenoso, le slacciarono le vesti, le pettinarono i capelli, la lavarono con acqua e vino, ma inutilmente: la cara bambina era morta e non si ridestò. La misero su un cataletto, la circondarono tutti e sette e la piansero, la piansero per tre giorni. Poi volevano sotterrarla; ma in viso, con le sue belle guance rosse, ella era ancor fresca, come se fosse viva. Dissero: - Non possiamo seppellirla dentro la nera terra, - e fecero fare una bara di cristallo, perché la si potesse vedere da ogni lato, ve la deposero e vi misero sopra il suo nome, a lettere d'oro, e scrissero che era figlia di re. Poi esposero la bara sul monte, e uno di loro vi restò sempre a guardia. E anche gli animali vennero a pianger Biancaneve: prima una civetta, poi un corvo e infine una colombella. Biancaneve rimase molto, molto tempo nella bara, ma non imputridì: sembrava che dormisse, perché era bianca come la neve, rossa come il sangue e nera come l'ebano. Ma un bel giorno capitò nel bosco un principe e andò a pernottare nella casa dei nani. Vide la bara sul monte e la bella Biancaneve e lesse quel che era scritto a lettere d'oro. Allora disse ai nani: - Lasciatemi la bara; in compenso vi darò quel che volete -. Ma i nani risposero: - Non la cediamo per tutto l'oro del mondo. - Regalatemela, allora, - egli disse, - non posso vivere senza veder Biancaneve: voglio onorarla ed esaltarla come la cosa che mi è più cara al mondo -. A sentirlo, i buoni nani s'impietosirono e gli donarono la bara. Il principe ordinò ai suoi servi di portarla sulle spalle. Ora avvenne che essi inciamparono in uno sterpo e per la scossa quel pezzo di mela avvelenata, che Biancaneve aveva trangugiato, le usci dalla gola. E poco dopo ella apri gli occhi, sollevò il coperchio e si rizzò nella bara: era tornata in vita. - Ah Dio, dove sono? - gridò. Il principe disse, pieno a gioia: - Sei con me, - e le raccontò quel che era avvenuto, aggiungendo: - Ti amo sopra ogni cosa al mondo; vieni con me nel castello di mio padre, sarai la mia sposa -. Biancaneve acconsenti andò con lui, e furono ordinate le nozze con gran pompa e splendore. Ma alla festa invitarono anche la perfida matrigna di Biancaneve. Indossate le sue belle vesti, ella andò allo specchio e disse: - Dal muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella? Lo specchio rispose: - Regina, la più bella qui sei tu; ma la sposa lo è molto di più. La cattiva donna imprecò e il suo affanno era così grande che non poteva più dominarsi. Dapprima non voleva assistere alle nozze; ma non trovò pace e dovette andare a veder la giovane regina. Entrando, vide che non si trattava d'altri che di Biancaneve e impietrì dall'orrore. Ma sulla brace erano già pronte due pantofole di ferro: quando furono incandescenti gliele portarono, ed ella fu costretta a calzare le scarpe roventi e ballarvi finché le si bruciarono miseramente i piedi e cadde a terra, morta. ![]()
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Fiabe, favole e poesie Ultima modifica di misterx76 : 27-01-2006 alle 22:54. |
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e non è detto che tutti quelli che si sfogano in questi cacathread a colpi di cacapost di ricette ecc non facciano prima o poi la stessa fine dell'autore CLOSED!! >bYeZ<
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