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Old 17-10-2006, 09:42   #1
dantes76
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E la Cina non ci fa più le scarpe

09-10-2006
E la Cina non ci fa più le scarpe
Giorgio Barba Navaretti

La decisione della Commissione europea di confermare dazi anti-dumping per due anni sulle importazioni di scarpe dalla Cina e dal Vietnam è stata ovviamente salutata come una vittoria contro il commercio sleale dai produttori di scarpe del nostro paese e da diversi produttori del tessile e abbigliamento, comunque in difficoltà di fronte alla concorrenza cinese, e dal nostro ministro del Commercio estero Emma Bonino, che questa misura ha attivamente negoziato, per quanto nella coalizione di governo rappresenti l’anima più liberista.
In realtà è una misura che solleva diverse perplessità sia nel merito che per la sua efficacia nel dare alle nostre imprese margini di manovra per riorganizzarsi e fronteggiare la concorrenza internazionale.

Le regole della Wto

Iniziamo dal merito. In primo luogo queste misure rischiano di essere più che altro una fragile (e vedremo dopo perché) protezione per le inefficienze dei nostri produttori che la punizione per un comportamento scorretto.
Le regole della World Trade Organization (Wto) prevedono la possibilità di attivare un’azione anti-dumping contro un concorrente sleale che adotti pratiche di prezzo predatorio. In altri termini, quando i prodotti vengono venduti a un prezzo più basso dei costi di produzione per ‘predare’ le quote di mercato dei concorrenti corretti. Se si osservano dei prezzi particolarmente bassi (quelli delle scarpe di cuoio cinesi e vietnamite sono diminuiti in media del 27 per cento dal 2001), bisogna però dimostrare che sono riconducibili a un comportamento predatorio piuttosto che alla maggiore efficienza degli esportatori. Le procedure stabilite dalla Wto sono complesse: prevedono una comparazione dei prezzi all’export ai prezzi domestici e ai costi di produzione. Nel caso di paesi con economie non pienamente di mercato come la Cina, costi e prezzi domestici sono poco significativi. È necessario allora fare riferimento ai costi di produzione di un paese analogo che abbia un’economia di mercato e caratteristiche simili, in termini di disponibilità di fattori produttivi, al paese sotto accusa. In questo caso il paese utilizzato come riferimento è stato il Brasile. È chiaro che su questa base la presunzione di dumping è soggetta a fortissima discrezionalità.
Il sito della Commissione europea sostiene che la decisione è stata presa dopo quindici mesi di indagine presso i produttori vietnamiti e cinesi e dopo aver riscontrato interventi pubblici distorsivi della concorrenza come sussidi ed esenzioni fiscali che permetterebbero alle imprese di finanziare azioni predatorie. L’adozione di queste misure di supporto alle imprese è giustamente proibita dalla Wto, che prevede un iter preciso per contrastarle (iter che coinvolge direttamente il tribunale dell’organizzazione e ha dunque carattere di sanzione multilaterale), ma non necessariamente conduce a pratiche predatorie e non è in sé argomento sufficiente a giustificare un’azione antidumping (che è invece un’azione decisa unilateralmente dall’Unione Europea).

Quali danni per gli europei

La seconda considerazione di merito riguarda quanto il dumping possa avere effettivamente danneggiato i produttori europei (condizione necessaria per l’adozione delle misure di contrasto) La commissione stessa cita la contrazione del 30 per cento nella produzione europea dal 2001. Ma ancora una volta non è chiaro quanto questa contrazione sia riconducibile a pratiche di commercio sleale da parte dei nostri concorrenti quanto alla loro maggiore efficienza. La caduta dei prezzi dal 2001 è in gran parte dovuta alla liberalizzazione delle importazioni piuttosto che alla concorrenza sleale. In altri termini su quel 27 per cento la concorrenza sleale probabilmente pesa per pochi punti percentuali. Inoltre, la contrazione dei volumi prodotti, ha soprattutto riguardato le scarpe di minor qualità, mentre i dati sulle nostre esportazioni ci dicono che c’è stato un certo rafforzamento del segmento di qualità medio alta.
Ne deriva che è dubbio – e questa è una perplessità sulla sostanza della misura – che due anni di dazi anti-dumping possano dare alle imprese europee sufficiente margine di manovra per riorganizzarsi e contrastare meglio la concorrenza internazionale.
Inoltre – seconda perplessità di sostanza - se i dazi fanno bene ai nostri produttori di calzature, lo stesso non si può dire per i consumatori (è stata anche abolita l’esclusione dall’azione anti-dumping delle scarpe da bambino) e per gli esportatori.
Questi interessi divergenti si sono riflessi nel voto sulle misure. Perché queste fossero adottate era necessario che non ci fosse una maggioranza contraria tra i 25 membri dell’Unione. In effetti la decisione è passata con 9 voti favorevoli, 12 contrari e 4 astenuti. In altri termini è passata non perché ci fosse una maggioranza a favore, ma perché non si è formata una maggioranza contraria. Se a favore sono i paesi del Sud Europa, contrari rimangono quelli del Nord, che sono importatori netti di scarpe e dunque più preoccupati delle istanze dei consumatori che dei produttori.
Infine, una nota positiva. È possibile attivare misure difensive in un quadro di riferimento preciso perché sia Cina che Europa appartengono alla Wto (il Vietnam è in procinto di entrare). Se così non fosse, si scivolerebbe in una guerra commerciale senza regole, una prospettiva ben peggiore per i destini del commercio mondiale. Spero per i nostri esportatori che la reazione della Cina sia blanda, ma comunque l’esistenza di un sistema di regole globali garantisce soluzioni relativamente ordinate e contenute. Elemento che i critici della Wto dimenticano troppo spesso.


http://www.lavoce.info/news/view.php?cms_pk=2382
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