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#161 |
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La risposta infatti non c'è
Infatti non c'è assolutamente alcun nesso tra abolizione del valore legale del titolo di studio (misura che tutela -in maniera minima- la categoria dei laureati in generale per il riconoscimento di una maggiore preparazione media e del tempo perso a studiare invece che a lavorare) ed il riuscire a distinguere chi studia dai lavativi. Se il problema sono le università online, si devono mettere sotto controllo per evitare che rilascino titoli in cambio di denaro (il che tralatro è un reato) e non serve a nulla abolire il valore legale, che porterebbe solo nuovi abusi verso chi ha studiato (leggi: ulteriore abbassamento dei salari medi). Della serie: Milano sta male, quindi curiamo Napoli. E se non erro la questione delle lauree comprate non riguarda solo le università online (ci sono stati diversi scandali negli anni passati anche per le università tradizionali). Quindi come si farebbe a difendersi da un "finto laureato" al Politecnico? E finora dai cosiddetti "abolizionisti" non abbiamo sentito una proposta che sia una che coniughi piena meritocrazia, pari opportunità e salari proporzionati alla preparazione. Viene ripetuto che abolire il valore legale tutelerebbe i laureati "veri". COME, non si è ancora capito.
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#162 | ||
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Nei concorsi pubblici parte del punteggio è dovuto ai titoli di studio. Il fatto che la laurea abbia valore legale implica che tale punteggio dipenda dal fatto che uno si sia laureato e dal voto, ma proibisce che esso dipenda dall'istituzione dato che le lauree sono tutte uguali davanti alla legge. E' corretto? Perché se, come credo - almeno nel pubblico - è corretto, a me sembra una porcheria. Avete perfettamente ragione sul fatto che ci sono sicuramente ingegneri laureati a timbuctù più competenti di quelli laureati al politecnico, ma sono ragionevolmente sicuro del fatto che in media un laureato al politecnico sia più preparato di un laureato a timbuctù. Penso che abolire il valore legale della laurea, quindi, tuteli in media più persone. Se poi vogliamo arrivare alla perfezione possiamo fare così: aboliamo del tutto il punteggio legato al curriculum e facciamo concorsi esclusivamente per merito, accessibili a prescindere dal titolo di studio. In questo modo, beh, a meno delle usitate italianate, il sistema diventa davvero meritocratico. Un paio di puntualizzazioni, comunque: - credo che non abbiate chiarissimo come funziona il sistema universitario americano. A differenza che in italia, l'università (college) dura tre anni e molti corsi di laurea sono professionalizzanti. Un laureato americano (bachelor, ovvero di triennale) di solito ha una preparazione che non è nemmeno confrontabile con quella di un laureato italiano (che è molto superiore). Il secondo livello di istruzione è la grad school, che corrisponde formalmente al nostro specialistica+dottorato. In alternativa ci sono i master. Uno studente che esce dalla grad school americana - requisito necessario, a differenza che in italia, per accedere a molte professioni, come quella di medico, avvocato etc., nonché per gli impieghi dirigenziali nella pubblica amministrazione, ha una preparazione comparabile o superiore a quella di uno studente che consegue un dottorato in Italia. La grad school fa davvero la differenza: la differenza è più o meno come in Italia fra un diplomato ed un laureato. Le università americane particolarmente prestigiose sono MOLTO costose, ma esiste un efficiente sistema di borse di studio per cui, per meriti scolastici ma anche sportivi, si viene automaticamente ammessi senza spese alle università, se si viene ritenuti meritevoli da opportune commissioni nelle stesse. Tenete conto il numero di borse di studio erogato ogni anno è incredibilmente più alto rispetto a quello a cui siamo abituati noi, e che buona parte di questi soldi vengono dalle tasche di chi è ricco e quindi paga per andare in un'università prestigiosa, pur senza meritarsi una borsa di studio. Questo non vuol dire, tuttavia, che chi è ricco automaticamente possa uscire da Yale (o da Harvard, o dal MIT, o...) con un dottorato: con una laurea probabilmente sì, magari in tempi biblici, ma con un dottorato tutt'altro. In conclusione è un po' difficile fare un confronto fra italia e stati uniti senza conoscere bene entrambe le situazioni perché i due sistemi sono così radicalmente diversi che lo stesso concetto di laureato non è uguale. - Non fraintendetemi: il fatto che io ritenga che una laurea in un'università prestigiosa debba valere di più rispetto ad un'altra non significa che io voglia abolire i concorsi, anzi! Non volevo affatto dire che perché io mi sono laureato in un posto figo debba essere meglio di tutti quelli che si sono laureati in università meno rinomate: è il concorso che deve stabilire chi è più bravo. Quello che mi fa girare le palle è che se l'assunzione avviene SOLO per titoli (cosa tutt'altro che rara, per fortuna non succede nell'università!), io rimango fregato. Il fatto che questo sia un discorso classista, in Italia, mi fa invece un po' ridere. Dato che il 99% delle università prestigiose sono pubbliche (le eccezioni che mi vengono in mente sono la Bocconi e la Luiss) non vedo dove sia il problema economico ![]() Le cosiddette scuole di eccellenza, tra il resto, offrono borse di studio che coprono vitto, alloggio e didattica (in normale rimborsano pure le tasse universitarie) a prescindere - completamente - dal reddito: un sistema più meritocratico di così mi sembra difficile da concepire. Dirò di più: se queste scuole adottassero il modello americano (far entrare, finché riescono a stare dentro, ovviamente, anche chi non vince il concorso se paga una barca di soldi) ne avrebbero solo da guadagnare: più fondi, più borse di studio per chi se lo merita, più personale e così via. L'abolizione del valore legale del titolo di studio, inoltre, creando una differenza fra università di serie A e di serie B, spingerebbe le università di serie B a cercare di migliorare per non perdere tutti gli studenti e, quindi, chiudere. Anche questa non mi sembra una cosa cattiva. Infine, io ho fatto l'esempio della normale perché è la realtà che conosco meglio, ma posso essere d'accordissimo sul fatto che sia pieno di normalisti troppo pieni di sé rispetto a quello che valgono, motivo in più per cui i concorsi sono assolutamente necessari.
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#163 | ||||||
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L´aspetto veramente positivo del valore legale del titolo di studio é che garantisce un inquadramento minimo al di sopra di quello di un operaio generico (il che mi pare giusto, visto che si perdono anni per studiare e quindi reddito potenziale). Se si abolisse, l´unico effetto sarebbe quello di abbassare ulteriormente i salari medi dei laureati. Quote:
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Per il secondo punto: ma perché, le Universitá pubbliche non fanno pagare tasse di iscrizione (spesso parecchio care)? Magari agli evasori, come quelli (e ne ho conosciuti) che si facevano dare il posto alla casa dello studente in quanto nullatenenti e poi in giro col BMW o con la Porsche. E se io vivo a Catania ma devo studiare a Milano perché é l´ateneo "migliore", chi paga vitto, alloggio, libri se i genitori quei soldi non li possono investire? I posti alla casa dello studente sono limitati ed abbiamo visto chi se li prende. Ovviamente qualcuno potrebbe anche lavorare e studiare, ma in quanti anni si potrebbe laureare? Si tratta comunque di una penalizzazione, e forte. Quote:
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E per il discorso "Universitá di Serie A e di Serie B" ti ponfo un quesito. Nell´ipotetico sistema di rating delle Universitá vengono valutati strutture disponibili, numero di persone impiegate , numero di aziende con le quali esistono convenzioni, percentuale di laureati che trovano lavoro entro due anni dalla laurea, redditivitá. Ipotizziamo due Universitá "A" e "B", entrambe hanno solo una facoltá di ingegneria. L´Universitá "A" con centomila iscritti si trova al centro di una grossa area industriale, e grazie a ció ha un gran numero di sovvenzioni dalle aziende e molti laureati riescono a trovare facilmente lavoro in zona. Ha circa 20 laboratori e 200 tra professori ed assistenti. L´Universitá "B" con diecimila iscritti si trova in una zona a sviluppo economico nettamente inferiore della "A" ed é riuscita comunque ad ottenere qualche convenzione e prevede uno stage per quasi tutti i laureandi. Purtroppo le condizioni economiche della zona fanno sí che pochi riescano a trovare il lavoro in zona, il resto emigra. Purtroppo, un 5% dei laureati che non é voluto emigrare non ha trovato un lavoro. La facoltá ha 10 laboratori e 100 tra professori e assistenti. L´Universitá "A" ha con i parametri dati un rating piú elevato dell´Universitá "B". Quesito: sará piú preparato uno studente dell´Universitá "A" oppure uno che viene dall´Universitá "B"? Quesito numero due: tra i parametri di rating elencati, dei quali almeno un paio sono stati realmente proposti in un sistema di valutazione degli atenei, ve ne sono di quelli che possono innescare dei circoli viziosi per cui l´Universitá "A" potrebbe mantenere indefinitamente il suo rating maggiore della "B" a prescindere dall´effettiva preparazione "comunicata"?
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#164 | ||||||
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Io sono dell'idea che non dovrebbero, anche perché uno può laurearsi con 100 e poi studiare per cinque anni e diventare dottissimo, un altro può laurearsi con 110 e poi non imparare piú nulla. Quindi cosa si fa? Si fa una verifica ad “armi pari”: le conoscenze minime dovrebbero essere accertate (se il valore legale è riconosciuto con criterio), poi chi dimostra di essere piú preparato (nel concorso) deve essere assunto. E cosa abbia preso 5 o 10 anni prima come voto di laurea è irrilevante. Quote:
Poi io sono dell'idea che in generale le università debbano essere piú severe, anche chi esce col voto minimo dovrebbe dimostrare di avere delle conoscenze accettabili, cosa che attualmente non è. Quote:
Dividiamo gli studenti in tre classi: A: molto dotati; B: mediamente dotati; C: scarsamente dotati. Quelli della classe C, siano poveri o ricchi, non potranno laurearsi perché privi delle capacità. Quelli della classe A, se sono ricchi ovviamente non hanno problemi, mentre se sono poveri otterranno la borsa di studio, quindi anche qui il trattamento è eguale. La discriminazione sta però nella classe B: perché tra questi i ricchi potranno andare in una grande università, i poveri no. La mobilità sociale riguarda solo le classi A e C, mentre la classe B rimane nella condizione di partenza. Se poi ci aggiungiamo che un povero ha in generale meno opportunità sin da quando nasce, ed in tutti i corsi di studio, non posso che considerare questa un'organizzazione classista. Poi lungi da me difendere il sistema italiano, che magari è grigiamente livellatore, ma credo che ci siano in altri Paesi esempi di ottimi livelli d'istruzione, ed un classismo molto inferiore che nel modello americano (do per scontato che in una società divisa in classi, un minimo di classismo sia ineliminabile). Quote:
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Io sono favorevolissimo alla meritocrazia, a patto che prima si diano tutti gli strumenti possibili per eliminare le differenze di partenza che dipendono da una diversa posizione sociale. Tral'altro tutte le persone politicamente a me affini che conoscono la pensano cosí, al contrario di quanto pensano alcuni (non dico tu, è un discorso generale). |
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#165 | ||||
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Senior Member
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Credo che su una cosa ci si possa dire d'accordo: la questione su cui stiamo dibattendo è immersa in una serie innumerevoli di condizioni al contorno che sono di per sé talmente scalcagnate, almeno in Italia, da risultare tracurabile.
E' chiaro che tutti i discorsi che stiamo facendo vanno a farsi benedire nel momento in cui si assume che i concorsi siano truccati... Quote:
D'altra parte lo studente della fascia "B" può sempre decidere (ed è una cosa comunissima) di chiedere un mutuo per pagare l'università (tra il resto, il sistema di prestiti per l'istruzione è un'altra cosa degli stati uniti che funziona bene!) e quindi elevare la sua condizione culturale e, di conseguenza, sociale (questo "di conseguenza" è una delle più tristi differenze fra stati uniti ed italia). L'istruzione è considerata un vero e proprio investimento, che di solito paga decisamente bene Mi rendo conto, d'altra parte, che questo sistema, visto con occhi europei, sembra un po' assurdo: se però provate a mettervi nei panni di un americano nel suo contesto non lo è per niente. Quote:
Riguardo al fatto che gli impieghi più prestigiosi siano appannaggio di chi ha fatto la grad school... non riesco davvero a capire che c'entri questo con il valore legale ![]() Il "valore legale" significa che a parità di titolo, tutti i titoli sono fra loro equivalenti. Che c'entra? Credo che l'analisi fatta da Blamecanada sia sostanzialmente corretta e penso - di nuovo - che tu stia cercando di pensare al sistema americano inquadrato nell'ambiente europeo invece che in quello americano. Per il resto mi sembra che entrambi vorremmo un sistema più meritocratico, ma che non siamo particolarmente d'accordo sul come arrivarci... Quote:
Sul primo fatto hai, purtroppo, solo ragione e si tratta di un problema grosso. Sul secondo... beh, è un mondo difficile ed ingiusto, d'accordo, ma la cosa mi tocca assai poco. Se uno vuole farcela si fa il culo (il doppio, o anche il triplo di chi è più fortunato) e ce la fa, magari in più tempo, magari con grandissima difficoltà. Sarà che per me è facile da dire, perché vengo da una situazione agiata e perché con la borsa di studio che ho avuto non sono costato nemmeno un centesimo alla mia famiglia - che comunque si sarebbe potuta permettere di mantenermi 5 anni fuori da casa - ma mi sembra che tu stia un po' esagerando con il catastrofismo. Le tasse universitarie non sono così tremendamente alte, e chi ha problemi economici ha diritto alle riduzioni (o addirittura ad esserne esentato) in tutte le università pubbliche. Gli alloggi sono il vero problema perché sono potenzialmente molto cari, quindi se uno non può contare sulla sua famiglia si deve per forza trovare un lavoro: questo probabilmente significa che non riuscirà a laurearsi in tempo e che gli anni dell'università non saranno particolarmente divertenti, ma non che per lui non ci sono possibilità. E questo tipo di "ingiustizia sociale" a me sinceramente non sembra nemmeno una vera ingiustizia. L'ingiustizia vera, che prescinde da tutti i discorsi che stiamo facendo, è che questo enorme sacrificio in Italia spesso non viene nemmeno ricompensato, a differenza che negli stati uniti. Questo è il vero schifo. Quote:
Ci tengo a ribadire che la differenza fra le scuole di eccellenza e quelle non non è data dalla qualità delle persone che le frequentano - non mi far passare per così orribilmente presuntuoso, davvero: non lo sono - ma dalla maggiore (non ho nemmeno detto superiore: ho detto maggiore) preparazione offerta. Ti posso dire che rispetto ad un collega dell'università di pisa un normalista di chimica fa 11 esami in più: questo non fa del normalista un genio, ma uno studente più preparato sì! Non ho altre pretese di riconoscimento. Poi, sul problema della nostra italianità, ti dò di nuovo ragione.
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No, quello l´ho aggiunto io perché in alcune Universitá americane ci sono quasi piú borse di studio per meriti sportivi che per merito. E´vero anche che in America le Universitá sono anche le scuole di formazione per molti atleti che diventeranno professionisti. Quote:
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#167 | ||||
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1. intanto devi ottenere il prestito; 2. qualora tu abbia un incidente di qualche tipo e non riesca a prendere il titolo sei rovinato. Personalmente io non correrei mai un rischio simile, perché per quanto minimamente probabile, qualora si avveri comporta danni molto grandi. So che voi liberali amate il gusto del rischio, io ritengo però che rischiare piú di quanto sia sopportabile (e decine di migliaia di dollari di debito non sono sopportabili) sia da incoscienti: certo in 9 casi su dieci va bene, ma se capitasse quel singolo caso sfortunato? L'arciere prudente può anche mirare in alto, ma può pegare solo il 50% della sua fortuna a suo favore, l'altro 50% rimane indomabile. Quote:
Le mie posizioni sono quelle tipiche dell'Europa continentale, in cui è l'intervento statale a compensare le sperequazioni. Le tue sono quelle tipiche della cultura anglosassone, ed ancor piú statunitense. Inutile dire che per me gli inglesi, ma soprattutto gli statunitensi, sono completamente fuori di testa. Non so se li capirò mai. Quote:
Quando leggo della gente che per permettersi di andare in una buona università USA studia dieci ore al giorno e poi va a lavorare, senza avere un attimo libero per vivere, rimango assolutamente scandalizzato. Queste persone devono fare per anni una vita di merda, senza nessuna colpa, ma solo perché i loro genitori hanno uno stipendio diverso da quello dei genitori di altri, che nella stessa situazione stanno molto meglio. Oltretutto queste persone saranno completamente alienate dalla realtà, e non si occuperanno minimamente dei loro doveri civici (essere informati sugli avvenimenti politici), cosa che va a danno del Paese. Poi magari qualcuno di essi sviluppa dei problemi psicologici o chissà cos'altro. Certo, se si ragiona in termini di finalità e colpa, nessuno li ha obbligati a fare cosí, ma se si ragiona in termini di causa ed effetto (cosa che chiunque voglia fare dei ragionamenti sulla società dovrebbe fare), si capisce benissimo che l'ambiente sprona le persone a fare determinate scelte. Non faccio mai attacchi ad personam, perché li ritengo scorretti: visto che se non è colpevole chi nasce povero, non lo è nemmeno chi nasce benestante. Però ritengo anche (da buon marxista) che la mentalità sia fortemente determinata dalla situazione materiale in cui si è vissuti. Perciò mi chiedo se tu abbia avuto esperienza di persone che si trovano in difficoltà per motivi simili. Io grazie alle borse di studio (che a Trento sono abbastanza alte) in linea di massima non sto spendendo un soldo, in buona parte perché la mia famiglia ha un reddito basso, ed in piccola parte perché sono messo bene con gli esami (non so se per mio merito o per la facilità del corso di laurea), quindi in fondo me la passo bene (anche se ce la faccio appena, e ci riesco perché ho uno stile di vita alquanto minimalista, e infatti a molti la borsa di studio non basta comunque, soprattutto se la hanno piú bassa), (e non a caso ho tempo di scrivere nel forum... anche se in realtà ho meno tempo di quello che effettivamente ci passo sopra). C'è una mia collega che pur avendo una famiglia che ha un reddito alto (e quindi non ha accesso alle borse di studio per reddito, e quella strettamente di merito è data solo alla fine del ciclo di studi), per motivi vari che non sto a spiegare è costretta a lavorare per pagarsi l'università. E vedendola sempre affaticata, sapendo che studia anche in autobus perché non ha mai tempo, e sapendo che non può praticamente mai uscire, non riesco a non pensare che ciò sia terribilmente ingiusto, visto che comunque non è qualcosa che dipenda solo dalla sua scelta. Questo ovviamente non m'impedisce di litigarci perché non è informata degli avvenimenti politici, e ovviamente ritengo che i doveri civici siano un imperativo categorico superiore a qualsiasi altro desiderio (come i greci ritengo che l'attività politica sia la prima attività di un uomo veramente libero), però capisco che in una situazione simile una persona sia tentata di curarsi solo del proprio orticello, e non sono sicuro che al posto suo avrei la forza di fare il contrario. Raccontarlo è una cosa, vederlo è un'altra (dal punto di vista emotivo). Ed io, proprio dal punto di vista emotivo, non posso che vedere in una situazione simile una profonda ingiustizia, e forse (non posso saperlo, ma è almeno pensabile), anche tu dinnanzi ad una situazione simile non rimarresti indifferente. La libertà non è mai infinita (è limitata da vincoli che non dipendono da noi), e soprattutto non è mai una cosa semplice: ogni scelta è anche una rinuncia (ma ora la smetto di fare l'esistenzialista). Quote:
Poi il pubblico secondo me dovrebbe fare dei concorsi in cui il voto di laurea non venga nemmeno preso in considerazione: ed in tali concorsi il piú preparato è avvantaggiato. Se si considerasse il titolo di studio differente in base all'università ovviamente in media sarebbe meritocratico (nel 90% dei casi il normalista o simile è piú preparato del “semplice” laureato), ma non lo sarebbe in tutti i casi singoli. Mentre in un concorso in cui si considera soltanto le bravura (ammettiamo che sia un concorso ben fatto, ovviamente) il sistema è meritocratico anche nel singolo caso, aspetto che ad un liberale non dovrebbe essere indifferente. Per il privato entrano in gioco voti di laurea, e sistemi di valutazione (sono un po' purista, e preferisco dire “sistemi di valutazione” a “sistemi di rating”, essendo le locuzioni perfettamente equivalenti), con i quali può scremare all'ingresso i candidati. Ma ciò non necessità l'abolizione del valore legale. Non penso che tutti i Paesi europei, siano cosí ingessati dal riconoscimento del valore legale. Sarebbe interessate informarsi, per sapere se in altri Paesi ci sono queste griglie di valutazione. |
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#168 | ||
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Senior Member
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Io per "valore legale del titolo di studio" intendo che, essendo la laurea un documento ufficiale, avere una laurea è un titolo a prescindere da tutto, sia essa ottenuta al polimi o all'università dei criceti ufologi! Il valore legale è ciò che fa sì che ai fini di un concorso pubblico le due lauree di cui sopra non possano essere, legalmente, valutate diversamente. Non credo che il significato che attribuisci tu a "valore legale" sia quello che si intende normalmente ![]() Ho dato un'occhiata a wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Valore_...tolo_di_studio e mi sembra che la definizione corretta sia la mia: nella locuzione "valore legale" il termine valore non ha un significato positivo, ma neutro! Quote:
Siamo d'accordo sul fatto che il sistema "a concorso" secco sia la soluzione migliore... invece, ovviamente, non mi aspettavo certo che tu fossi d'accordo con me sulle questioni di principio - mi sarei stupito del contrario e ti avrei chiesto se ti sentissi poco bene ![]() In ogni caso ho conosciuto e conosco persone che incontrano o hanno incontrato grosse difficoltà nel frequentare l'università perché hanno dovuto lavorare per pagarsi gli studi: una di queste persone è mio padre, che è riuscito ad ottenere i risultati che sperava. Ne conosco anche alcune che non ce l'hanno fatta: nessuna di queste, però, ce l'avrebbe fatta anche senza problemi economici secondo me - l'università in Italia, d'altra parte, non è per tutti. Che devo dire... sarò un liberale bastardo, ma secondo me rimboccandosi le maniche e con gli opportuni sacrifici ci sono le possibilità di riuscire. E con la tua amica non litigherei troppo, anzi, la stimerei per lo sforzo che sta facendo
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#169 |
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#170 | |
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Senior Member
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"La legge italiana stabilisce il riconoscimento giuridico dei titoli di studio che si adeguano ai profili da essa definiti, e segnatamente quelli previsti dallo schema nazionale degli ordinamenti didattici, precisato attraverso regolamenti ministeriali. Ad essi, e solo ad essi, viene accordata una specifica protezione legale. Inoltre in Italia il titolo di studio è un vero e proprio certificato pubblico, rilasciato “in nome della legge” dal ministero competente (per le scuole) o da un'autorità accademica nell’esercizio di una potestà pubblica; in effetti l'attribuzione della qualifica di scuola o università è disposta dal competente ministro, a norma di legge. Per altri versi, il possesso di un titolo di studio riconosciuto legalmente è una condizione necessaria per l'ammissione ad esami di Stato finalizzati all'iscrizione ad albi professionali e altri pubblici registri (tenuti presso il ministero o da ordini o collegi) e per la partecipazione a concorsi banditi dalla pubblica amministrazione. L'insieme di queste caratteristiche contribuisce a formare il concetto conosciuto come valore legale del titolo di studio." dice grossomodo ció che ho detto io, e da nessuna parte c´é scritto che "tutti i titoli sono uguali". La condizione di essere laureati é necessaria per essere ammessi agli albi o ai concorsi ma nessuno ha mai detto (e io men che mai) che essa debba essere suffuciente. Poi nel seguito c´é un discorso sulla diatriba "abolizione si/no" e ti invito a leggere questo passo: "La richiesta "abolizionista", fatta propria per la prima volta da Luigi Einaudi, prendeva a modello l’esperienza dei modelli anglosassoni basati sull’assenza di controllo statale sui curricula, sulla competizione di qualità tra le istituzioni formative ai diversi livelli, sulla valutazione del valore dei titoli affidata al mercato e non allo Stato. Tuttavia ormai da tempo sia negli Stati Uniti sia in Gran Bretagna esistono sistemi di accreditamento e di garanzia della qualità che riposano o acquistano validità, in ultima analisi, su norme di legge. In particolare, la Gran Bretagna ha fissato delle norme precise per l'attribuzione del potere di conferire titoli accademici e della denominazione di Università, da parte del Consiglio della Corona. Le valutazioni di merito vengono effettuate dalla Quality Assurance Agency, che ha per missione la salvaguardia degli standard accademici e della qualità dell'offerta formativa per tutti gli istituti di istruzione superiore del Regno Unito. I problemi legati a una deregolamentazione dei titoli di studio sono legati alla moltiplicazione dei corsi e degli atenei, alle difficoltà di orientamento degli studenti e comparazione dei titoli per chi poi dovrà assumere. I critici ritengono che i controlli e le norme non garantiscono che tutti laureati con un certo corso possiedano almeno un insieme minimo di competenze. Riguardo alla moltiplicazione dei titoli e degli atenei sostengono che il mercato è capace di valutare il migliore ateneo per ogni corso di studi. Quadro Europeo e internazionale In tutta Europa il potere di conferire determinati titoli di studio è assegnato alle scuole, alle Università, o alle altre istituzioni di istruzione superiore, dallo Stato - sia che si tratti di istituzioni pubbliche o private. In particolare, la responsabilità pubblica in materia di istruzione superiore e di ricerca è stata ribadita dal Consiglio d'Europa con una raccomandazione del 2007 che raccoglie e definisce i concetti fondamentali. L'implementazione del Processo di Bologna per la creazione dello Spazio Europeo dell'Istruzione Superiore ha compreso la definizione e l'accordo su uno schema generale dei cicli di studio accademici, su cui ogni Stato aderente mappa i propri corsi di studio nazionali. Negli Stati Uniti i vari Stati autorizzano l'istituto universitario ad operare legalmente, ma è solo con un accreditamento accademico distinto dalla mera autorizzazione che l'istituzione o il particolare corso di studi ottengono una credibilità superiore, spendibile dagli studenti per ottenere borse di studio federali, per essere presi in considerazione da datori di lavoro pubblici o privati, o per le professioni regolate. Nel Regno Unito il potere di conferire titoli accademici (Degree Awarding Power) è conferito agli istituti di istruzione superiore dal Consiglio della Corona, che si avvale della Quality Assurance Agency per l'istruttoria sul merito. La stessa agenzia, poi, conduce degli audit istituzionali periodici, per verificare la sussistenza nel tempo della solidità istituzionale in tema di assicurazione degli standard accademici e della qualità dell'offerta formativa, congruente con il ruolo e le responsabilità ricoperte. Quasi ovunque la presenza di albi e ordini professionali è associata al requisito del possesso di un titolo di studio avente valore legale." Quindi sembra che soprattutto in Europa il problema non sia il "valore legale" ma l´avere delle agenzie di controllo che valutino gli standard formativi degli atenei.
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#171 |
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Senior Member
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Istituire un sistema di ranking serio è, idealmente, un'ottima alternativa (rimane comunque il fatto che ora come ora, perché un titolo abbia valore legale, è sufficiente che lo stato accrediti l'istituzione fra le università), ma a quel punto invece che il "libero mercato" (in senso lato, ovviamente) sarebbe un'agenzia a valutare chi è meglio e chi è peggio. Pensi che possa funzionare meglio?
Secondo me non in Italia. La penultima frase che hai grassettato secondo me la dice lunga da questo punto di vista: lo stato stabilisce che l'istituzione xyz è un'università, ma è la fama accademica della stessa a stabilirne il valore: perché creare una commissione (fatta di poche persone e quindi più corruttibile/manipolabile dell'intera comunità accademica, studenti compresi) apposita? Infine, il fatto che la laurea sia un documento ufficiale significa per forza di cose che tutte le lauree sono uguali davanti alla legge (così come la carta d'identità rilasciata dal comune di Aci Trezza ha lo stesso valore di quella rilasciata da quello di Vipiteno). Per l'iscrizione agli albi, poi, basta cambiare una riga di una legge - tanto c'è comunque da fare un esame, spesso piuttosto impegnativo, quindi chi il titolo non ce l'ha ha scarsissime possibilità di essere in grado di passarlo (sempre che non vada a reggio calabria come qualche ministro...)
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"Expedit esse deos, et, ut expedit, esse putemus" (Ovidio) Il mio "TESSORO": SuperMicro 733TQ, SuperMicro X8DAI I5520, 2x Xeon Quad E5620 Westmere, 12x Kingston 4GB DDR3 1333MHz, 4x WD 1Tb 32MB 7.2krpm
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#172 | ||
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#173 | |
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Member
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- Una forma mentis affinata (anche i famosi 'pappagalli' devono avere metodo) - Capacità di organizzare il proprio lavoro (specialmente con l'esplosione dei corsi nel post riforma) - Costanza nel proprio lavoro Non mi pare roba da buttare via.
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#174 | ||||||
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Senior Member
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Per me il titolo di studio deve essere solo una condizione necessaria per accedere al concorso, nel quale poi tutti i partecipanti possano competere ad armi pari, senza che un titolo di studio valga piú o meno di un altro. Quote:
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Le grandi tragedie dell'umanità dell'ultimo secolo sono il prodotto piú dell'ignavia di molti, che della malvagità di pochi. Mentre se una persona non ha voglia di dedicarsi al perfezionamento di sé stesso, il danno è soprattutto a se stesso. Per questo motivo non posso accettare l'analfabetismo politico. Questo brano esprime perfettamente la mia posizione al riguardo. Quote:
Se tu sei preparato, il concorso lo vinci tu, non ti serve essere avvantaggiato in base al voto di laurea. Se invece ti serve vuol dire che non sei il piú preparato. Considerare il voto di laurea avvantaggia chi è andato in una facoltà piú semplice e quindi ha un voto piú alto anche sapendo eguale o meno di un altro. Prenderlo in considerazione avvantaggia i laureifici. Il sistema che premia i piú preparati è il concorso che non prende in considerazione il voto di laurea. |
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