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Old 02-03-2008, 15:44   #1
easyand
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Italia in afghanistan: la nuova strategia, basi avanzate e presenza capillare

Italia in Afghanistan, la nuova strategia
Basi avanzate e presenza tra la gente

SOROBI (Kabul) — C'è tanta neve nelle valli attorno a Kabul. E non ci sono strade asfaltate. Di notte va a meno 15, di giorno anche a 20 gradi. Col sole i tetti delle case costruite di fango si sciolgono assieme alla neve e bisogna impastare terra e paglia per ripararle. Non c'è luce, non c'è acqua corrente. Donne in giro pochissime e tutte sotto il burqa. Su dieci persone solo due sanno, bene o male, leggere e scrivere. Non fosse per i quattroperquattro, i kalashnikov e i telefonini, qui il medioevo dell'Asia Centrale non sarebbe mai finito. Rustan Khan èil malek, il sindaco di Urghelei, un villaggetto a una sessantina di chilometri dalla capitale, nella vallata di Jegdalek. Nonostante i due fratelli morti nella Jihad, Rustan Khan è un personaggio minore della geografia politica della zona. Non ha guardie del corpo, non ha jeep e sta mescolando terra e paglia per riparare il tetto. Contro il freddo si è buttato sulle spalle la stessa coperta che usa per scaldarsi la notte. Sotto ha il tradizionale camicione di cotone che è il suo vestito estivo ed invernale insieme. Eppure… «Gli italiani? Sì, li conosco». Rustan Khan scosta la coperta, fruga nel taschino incurante del fango che gli copre le dita ed estrae un ritaglio di carta grande come un proiettile. «Ecco il numero di Nico, un vostro soldato. L'abbiamo soprannominato il malek di Jegdalek».


A cosa serve avere un soldato straniero a portata di cellulare? «E' venuto a distribuire pacchi alimentari e coperte. Dovrebbe anche costruire una delle tre scuole approvate dal governo di Kabul per la vallata». Serve, insomma. «Se qualcuno sta male, posso chiamarlo e magari lui porta su un dottore». «Nico» è Nicola Piasente, maggiore, alpino paracadutista, comandante del Fortino Sorobi, una delle due «Fob», le basi avanzate che da ottobre, per la prima volta, gli italiani hanno allestito nella regione di Kabul. Questa è la «capillarizzazione» della presenza militare: uno dei nuovi dogmi strategici della Nato in Afghanistan. E questo è anche un segno che il local key leader engagement (il coinvolgimento dei capi locali fondamentali) non è solo un'espressione da moderna accademia militare. Nico sta obbedendo agli ordini. «Stiamo fuori dal fortino il più possibile — racconta al Corriere durante una missione a Tizin, una valle vicina —. Dalle 8 del mattino alle 9 di sera. Con qualsiasi tempo, bufere di neve comprese. Lo scopo è creare sicurezza alla maniera afghana, conquistandosi la fiducia dei capi. Se un malek mi mostra la foto della moglie e dell'amante, come è successo, per me vuol dire che è nato un rapporto ». A cento chilometri di distanza, cinque ore di auto, la seconda «base avanzata italiana», il Fortino Musay, controlla un territorio vastissimo che va da affollate oasi nel deserto a montagne alte 4mila metri fino alla periferia di Kabul. «Ogni plotone alpino ha la sua sfera di influenza — spiega il comandante, capitano Davide Marini —. E questo perché vogliamo dare continuità ai rapporti con mullah, capi tribù, malek, maestri e dottori. Prima dovevamo partire da Kabul, facevamo più chilometri e meno lavoro». Appena cinque anni fa, a Nassiriya, dopo la strage nella base dei Carabinieri, la tendenza fu di ritirarsi in basi sempre più fortificate, pattugliare sempre meno.

Ne ha scritto Gianandrea Gaiani nel suo «Iraq-Afghanistan, guerre di pace italiane» (edizioni Studio LT2). Non serve essere esperti militari, però, per vedere che quest'anno in Afghanistan si sta facendo il contrario. Noi italiani come, più o meno, tutti gli altri membri Nato. E' l'effetto della dottrina del generale americano David Petraeus che ha cambiato l'approccio Usa al disastro iracheno e ora sta espandendo la sua influenza anche all'Afghanistan. Il colonnello Michele Risi, comandante dell'intero contingente italiano a Kabul, apre un quadernone sulla sua scrivania e legge: «"Più ci si protegge, più si è vulnerabili". "A volte la miglior reazione è non fare nulla". "Bisogna a tutti i costi guadagnarsi il consenso della popolazione". "Meglio far fare qualcosa di discreto al governo che assistiamo piuttosto che l'ottimo da soli"». Tutte citazioni dal Petraeus pensiero. «La cosa fondamentale, però — aggiunge Risi —, l'aveva già detta Mao Zedong: "Se vuoi catturare i pesci, togli l'acqua". I pesci sono i terroristi, l'acqua l'aiuto che la popolazione gli offre. Più riusciamo a trascinare la gente dalla nostra parte, meno supporto avranno gli "elementi ostili". Le attività umanitarie sono utilissime in questo senso. Se riesco a farmi gradire dalla popolazione, ottengo un obbiettivo militare». Non importa se è più teoria che pratica: 2-300 soldati, anche a non dormire, non possono fisicamente battere aree gigantesche come quelle loro affidate, con 3-400 mila abitanti. E non importa neppure se i risultati daranno o meno ragione a Petraeus visto che, come dice un proverbio di qui, «puoi affittare un afghano, ma non lo puoi comprare». Il cambio concettuale resta notevole. La retorica degli italiani soldati di pace si sta erodendo. La polemica è nota, al centro c'è la domanda: «Sono operazioni di guerra o di pace?». «Il rapporto di dieci a 90 tra spese civili e spese militari» (si legge nell'ultimo documento presentato al Parlamento in febbraio da «Link 2007», un gruppo di Ong italiane) è assurdo. Tra i ranghi affiorano più consapevolezza e più orgoglio per il mestiere del soldato. «Con le basi avanzate — spiega Risi — il rischio di prendersi una schioppettata probabilmente aumenta nel breve periodo. Però siamo gli unici che possono andare in certi posti a produrre "sicurezza", con le armi, con gli aiuti umanitari o in qualsiasi altro modo. E' il nostro lavoro».

Andrea Nicastro


Corriere.it
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