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Old 09-03-2007, 14:23   #201
blamecanada
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1) ridurre l'analisi in un ambito di responsabilità individuali mi pare troppo riduttivo....
Le responsabilità individuali non sono esclusive, ma importanti. Penso che quando il potere è racchiuso nelle mani di poche persone sia facile che si sviluppino derive autocratiche.

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D'altra parte non erano i marxisti ad affermare che la storia è un evento di massa?
Non è che tutti la pensino allo stesso modo.
Personalmente ritengo che le masse hanno importanza, ma lo hanno anche personalità.
"Cesare conquistò la Gallia... e non aveva con sé neanche un cuoco?" diceva Brecht in una sua poesia. Certo Cesare da solo non avrebbe conquistato niente, ma dubito che senza Cesare avrebbero conquistato la Gallia in quel modo.
Il discorso vale anche per Stalin. Certo le condizioni sono state create quando furono annullate le elezioni della costituente che avevano visto vincere i socialdemocratici, che erano ancora radicati piú che altro nelle zone periferiche della Russia (del resto stiamo parlando d'un territorio sterminato), tuttavia fu Stalin ad esautorare tutti gli organismi democratici esistenti, sotto Lenin non c'è stato il dispotismo che c'è stato con Stalin, penso che questo sia comunque significativo e possa essere imputato in buona parte alle due personalità, sennò non si capisce il motivo del cambiamento.

Quote:
2) il punto è che non c'è solo la Russia e Stalin... Ma ovunque le teorie hanno avuto applicazione pratica c'è stata la deriva autocratica liberticida accompagnata dal culto della personalità del leader. Come Stalin, così Castro, Mao, Kim Jong o Tito
Questo deriva dall'accentramento del potere di cui ho parlato in precedenza. È quasi impossibile che un potere cosí accentrato non degeneri in dispotismo. Del resto la rivoluzione era fatta per avvenire in Paesi sviluppati, non in Cina e Russia.

Comunque vorrei ricordare che vi sono stati governi socialisti eletti democraticamente che non avevano avuto queste derive (si pensi al Cile di Allende, il Guatemala di Guzmán ed altri), ma che furono destituiti con dei colpi di stato guidati dalla CIA sotto l'egida del governo statunitense in favore di sanguinarie dittature. Se le dittature ed regimi che si professano comunisti sono da attribuirsi al comunismo, le dittature ed i regimi che si professavano liberisti sono da attribuirsi al liberismo.
Questo non avviene perché si suppone erroneamente che il liberismo sia l'economia "naturale" ed il dispotismo all'interno del liberismo sia dovuto ad altri fattori, mentre non è assolutamente cosí. Ad esempio l'ascesa del fascismo e del nazismo sono da considerarsi dirette conseguenze di una data situazione all'interno di un sistema capitalista.
Inoltre ricordo che all'inizio del secolo nei Paesi europei non è che si fosse liberi, anzi, si sparava sugli scioperanti senza tanti problemi. Le conquiste in fatto di libertà sono da considerarsi, come ho detto prima, anche conseguenza del timore di una rivoluzione sul modello sovietico.
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Old 09-03-2007, 14:34   #202
Fritz!
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Se le dittature ed regimi che si professano comunisti sono da attribuirsi al comunismo, le dittature ed i regimi che si professavano liberisti sono da attribuirsi al liberismo.
no la differenza è che ci sono molti stati che si rifanno agli ideali liberali e sono democratici
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Old 09-03-2007, 15:26   #203
nomeutente
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Prendi l'agricoltura, esempio classico di sprechi e gestione distruttiv delle risorse... Lo spreco deriva dalla gestione del mercato con finalità sociali come quelle della protezione dei contadini occidentali, delle produzioni locali, dei posti di lavoro...
E così in moltri altri settori... gli sprechi sono spesso il risultato della scelta di proteggere o privilegiare qualcuno...
Vedo che hai colto esattamente il problema, ma imho non lo leggi nella maniera giusta.
La distruzione di risorse agricole (o la mancata produzione, nel caso delle quote) non sono da imputarsi alla "protezione dei contadini", bensì al mantenimento dell'equilibrio di mercato limitando l'offerta.
Si tratta quindi di una sorta di "anticorpo" che il sistema produce contro il suo stesso funzionamento.
Del resto se non fosse così e si lasciasse campo libero a tutti gli shock si verificherebbero a distanza ravvicinata periodi di espansione, recessione e ristagno come quelle tipiche del primo capitalismo non regolato. La differenza è data dal fatto che queste regolazioni allungano il ciclo, ma non sono in grado di generare una continua espansione: prima o poi arriva la fase di saturazione, stagnazione, recessione (ed è questo ciò che ho sopra definito "spreco sistemico", in quanto dipende dal funzionamento intrinseco del mercato e non ha una ragione tecnico-materiale: non c'è la carestia, per capirci, ma un malfunzionamento del modo di produzione e distribuzione).

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Io la penso diversamente
Tanto piu passa il tempo e la produzione di massa si personalizza, rendendo il mercato un mezzo per la ricerca della libertà individuale...
Il fatto che la produzione non sia più massificata ma personalizzata è un dato su cui si può essere soltanto d'accordo.

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Ma guardandola in ottica storica io credo che il processo vada nel senso contrario a quanto tu affermi....
Se guardiamo il processo storico, non si può non vedere un miglioramento netto delle condizioni di vita, intendiamoci: non sto dicendo che si stava meglio prima e il capitalismo ha iniziato un periodo di decadenza, ci mancherebbe.

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Le masse contadine e feudali erano molto piu schiave del mercato, nel senso che uno shock esterno (come banalmente la siccità) significava la morte. Lo sviluppo dell'epoca industriale ha visto nascere e morire città e siti dall'oggi al domani, movimenti enormi di popolazione che non hanno paragone con una crisi industriale classica dei giorni nostri in occidente....
Come tale per me il fenomeno è opposto a come lo vedi tu.
Ma è ovvio che si stia meglio rispetto al contadino feudale, e di molto anche
Tuttavia fra una crisi precapitalista e una crisi capitalista c'è normalmente una differenza notevole: se prima c'era la siccità non è che si potesse farci molto, oggi invece (dopo che abbiamo risolto il problema della scarsità) ci troviamo a vivere crisi da sottoconsumo (cioè i beni ci sono, ma restano invenduti) o crisi borsistiche: non c'è niente di "naturale" in tutto questo, non è la furia degli elementi... sono storture che abbiamo creato noi, è questo che io intendo dire quando dico che l'uomo è schiavo del sistema che ha creato.
Poi è ovvio che non c'è un crack dei bond argentini o una crisi del 29 ogni settimana, però eventi di questo tipo possono accadere in ogni momento: fanno parte del funzionamento "normale" dell'attuale sistema.

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C'è una burocrazia statale che diventa omnicomprensiva. La stasi in germania aveva un dossier segreto quasi su ogni abitante della ddr. Il direttore di fabbrica doveva dare il proprio consenso perchè due operai si potessero sposare...
Beh, ma è evidente che questo non è minimamente accettabile. Posso capire che un sistema complesso di gestione dell'economia richieda un "di più" di burocrazia rispetto ad un sistema anarchico, però esagerazioni come questa non sono per nulla necessarie al funzionamento di una ipotetica società socialista ed è evidente, visto che non hanno alcuna utilità.

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Secondo me invece il dispotismo è una conseguenza inevitabile del sistema di accentramento del potere...
Se intendi "accentramento" in termini personali, è evidente.
Ma se intendi in termini di "ufficio", cioè ricondurre la complessità ad un sistema controllabile in maniera scientifica, allora dobbiamo dedurre che dalla preistoria delle tribù all'Unione europea c'è stato un aumento del dispotismo: è ovviamente una posizione sbagliata

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In mancanza di competizione cade qualunque spinta ad operare bene
Ma la competizione non è una caratteristica del capitalismo e basta: la competizione come istinto di miglioramento è abbastanza costante in ogni società, sia quelle precapitaliste che quella capitalista e non ha alcuna ragione di scomparire: deve solo trovare il contesto in cui possa avvenire senza essere distruttiva:

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beh ma tu non avevi detto di NON essere un positivista? questa visione che dai mi pare invece molto positivista...
Non ero io
Io non ho particolare avversione né particolare stima del positivismo inteso come dottrina del "tutto va in quella direzione".
Le cose possono andare in direzioni diverse, ma ovviamente io auspico che ci sia sempre un miglioramento come c'è stato finora.
Poi posso capire che se io dico "Piove: è necessario aprire l'ombrello", gli antipositivisti sfegatati mi accusano di fare la teleologia dell'ombrello ma la necessità che io indico è la conseguenza del fatto che piove, non la causa del fatto che un disegno superiore ha fatto piovere affinché l'ombrello potesse essere aperto

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A questo punto non ti crea problema il fatto che il comunismo sia l'organizzazione sociale per eccellenza delle piccole comunità primitive?
No, affatto: è logico che una comunità in cui non possono materialmente esistere differenze di classe (a causa della bassissima produttività del lavoro) non vi siano differenze.

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Io non la vedo così lineare, e tanto per fare un paragone storico, secondo me me l'aristocrazia ateniese commerciale e produttiva era analoga alla borghesia 700esca (con le dovute proporzioni)...
Imho una società schiavista non può essere paragonata al capitalismo, anche se gli stili di vita dei capi sono simili, è molto diversa tutta la struttura sociale.

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Questo non avviene perché si suppone erroneamente che il liberismo sia l'economia "naturale" ed il dispotismo all'interno del liberismo sia dovuto ad altri fattori, mentre non è assolutamente cosí. Ad esempio l'ascesa del fascismo e del nazismo sono da considerarsi dirette conseguenze di una data situazione all'interno di un sistema capitalista.
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no la differenza è che ci sono molti stati che si rifanno agli ideali liberali e sono democratici
Trotsky, riprendendo Engels, parla di ondate successive di socialismo e fascismo. La democrazia parlamentare è il migliore involucro politico per il capitalismo, salvo nei momenti di crisi economica, politica e sociale, in cui le classi dominanti sono costrette a "rimangiarsi" quegli stessi diritti civili che in origine segnarono la differenza fra la società feudale e quella borghese.
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Old 09-03-2007, 15:26   #204
blamecanada
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no la differenza è che ci sono molti stati che si rifanno agli ideali liberali e sono democratici
Per forza, questi Paesi liberali non appena si formava la possibilità di formare un governo socialista e democratico instauravano sanguinarie dittature...
ADESSO ci sono tanti stati con un sistema economico capitalista e democratici, nel passato gli stessi Stati con sistema economico capitalista non erano democratici. Sono diventati democratici non a causa del capitalismo (che c'era anche prima), ma per altri motivi. Non a caso nella maggioranza delle dittature hanno comunque un sistema capitalista. La maggioranza delle democrazie hanno un sistema capitalista principalmente perché la maggioranza degli Stati in generale li hanno.

Io tuttavia penso che la democrazia possa solo esistere a livello globale: se la popolazione di uno Stato è eletta democraticamente mantiene una dittatura in un altro Stato per sfruttarlo non è democrazia. O meglio, è democrazia all'interno di quello stato, ma poi c'è un rapporto antidemocratico tra gli Stati (un popolo prevale su un altro), quindi non è propriamente democrazia. Questo avveniva già nella lega di Delo, in cui Atene, relativamente democratica al suo interno attuava una politica violentemente imperialistica all'interno della lega.

Poi ci sarebbe da discutere sulla democrazia anche nei Paesi occidentali. Democrazia significa governo del popolo, io non sono certo che la legislazione degli Stati occidentali corrisponda alla volontà della gente. Non riesco proprio a immaginare che gli operai che lavorano otto ore al giorno nelle fabbriche siano contenti del fatto che il manager dell'aziena non guadagna il doppio, né il decuplo, né il centuplo, ma quattrocento volte quello che guadagna un operaio (fonte Corriere della Sera riguardo l'accrescersi della forbice economica negli ultimi cinque anni negli U.S.A. - Cinque anni fa il rapporto era 1 a 100)). Ora, poiché i dipendenti sono per forza di cose piú degli amministratori, mi verrebbe da pensare che il popolo non governi effettivamente, ma in realtà possa scegliere tra alternative comunque favorevoli a chi ha il potere economico. Le libertà presenti nel mondo Occidentale sono garantite perché chi ha il potere economico temeva d'essere soverchiato da moti rivoluzionari.
A mio parere il presupposto fondamentale perché vi sia una democrazia in senso pieno è eliminare gli accumuli di capitale e del conseguente potere economico.
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Old 09-03-2007, 15:30   #205
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Io tuttavia penso che la democrazia possa solo esistere a livello globale: se la popolazione di uno Stato è eletta democraticamente mantiene una dittatura in un altro Stato per sfruttarlo non è democrazia. O meglio, è democrazia all'interno di quello stato, ma poi c'è un rapporto antidemocratico tra gli Stati (un popolo prevale su un altro), quindi non è propriamente democrazia.
Leninisticamente parlando, la democrazia ha un prezzo che viene pagato tramite i sovraprofitti da imperialismo.

Quoto in pieno tutto il tuo post
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Old 09-03-2007, 16:05   #206
fsdfdsddijsdfsdfo
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Per forza, questi Paesi liberali non appena si formava la possibilità di formare un governo socialista e democratico instauravano sanguinarie dittature...
ADESSO ci sono tanti stati con un sistema economico capitalista e democratici, nel passato gli stessi Stati con sistema economico capitalista non erano democratici. Sono diventati democratici non a causa del capitalismo (che c'era anche prima), ma per altri motivi. Non a caso nella maggioranza delle dittature hanno comunque un sistema capitalista. La maggioranza delle democrazie hanno un sistema capitalista principalmente perché la maggioranza degli Stati in generale li hanno.
secondo me invece la politica è solo un riflesso del sistema economico: non può esistere una vera democrazia senza un vero sistema economico libero.

Ma un v.s.e.l. non è una condizione sufficente ad avere una vera democrazia.


Ma cos'è un v.s.e.l.?
Beh è importante capire cosa sia, cosi come è importante capire cosa sia una vera democrazia, qui si sta giocando sulle definizioni.

Di sicuro non è un capitalismo sfrenato: secondo me Keyens ci aveva visto veramente giusto.

La ricchezza di un sistema si misura in base al numero degli scambi, non al piu grande scambio avvenuto. E' il microflusso di denaro che genera ricchezza.


scusate se non sono in grado di generare un pensiero piu articolato ma sono stanchissimo.
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Old 09-03-2007, 17:37   #207
Maxmel
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personalmente appogio il modello di sviluppo e democrazia proposto da A.Sen.
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Old 09-03-2007, 17:45   #208
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personalmente appogio il modello di sviluppo e democrazia proposto da A.Sen.
Visto che lo appoggi, spiegalo e spiega perché lo appoggi, così la discussione diventa ancora più interessante
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Old 09-03-2007, 18:30   #209
Maxmel
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Visto che lo appoggi, spiegalo e spiega perché lo appoggi, così la discussione diventa ancora più interessante

Amartya Sen nacque nel 1933 a Santiniketan (in Bengala): divenne docente presso l’università di Calcutta, presso il Trinity College di Cambridge, poi a Nuova Deli, alla London School of Economics, a Oxford e, successivamente, all’università di Harvard. Nel 1998, pur mantenendo la sua carica di docente ad Harvard, ha fatto ritorno come rettore al Trinity College. Presidente della Economic Society, della International Economic Association, della Indian Economic Association, a Sen è stato conferito il Premio Nobel per l’economia nel 1998. Egli è autore di numerosissime opere, delle quali meritano sicuramente di essere ricordate Collective Choice and Social Welfare (1971), On Economic Inequality (1973), Commodities and Capabilities (1985), Etica ed Economia (1987), Inequality Reexamined (1992), Lo sviluppo è libertà (1999), Globalizzazione e libertà (2002).

Ciò che Amartya Sen si propone di porre al centro della propria riflessione è la discussione sulla disuguaglianza, letta però in una “nuova direzione” che si contrapponga a quelle tradizionali e prevalenti. L’idea di disuguaglianza (inequality) deve secondo Sen confrontarsi con due diversi ostacoli: a) la sostanziale eterogeneità degli esseri umani; b) la molteplicità dei punti focali a cui la disuguaglianza può essere oggetto di valutazione. Al di là della “potente retorica dell’uguaglianza”, che trova il suo apice nella nota asserzione per cui “tutti gli uomini nascono uguali”, Sen è convinto che gli individui siano del tutto diversi gli uni dagli altri e che dunque il pur ambizioso progetto egualitario debba muoversi “in presenza di una robusta dose di preesistente disuguaglianza da contrastare”. Sen è d’altro canto convinto che la misurazione della disuguaglianza dipenda dalla variabile focale (felicità, reddito, ricchezza, ecc) attraverso cui si fanno i confronti: la misurazione della disuguaglianza dipende cioè dai parametri assunti per definirla. La prima conseguenza di ciò sta nel fatto che, se tutte le persone fossero identiche, l’eguaglianza in una sfera (ad esempio nelle opportunità o nel reddito) tenderebbe ad essere coerente con eguaglianze di altre sfere (ad esempio, l’abilità di funzionare). Ma poiché le persone non sono affatto identiche, ma anzi vige un’assoluta “diversità umana”, ne segue che l’eguaglianza in una sfera tende a coesistere con disuguaglianze in altre sfere: così, ad esempio, redditi uguali possono coesistere con una forte disuguaglianza nell’abilità di fare ciò che si ritiene importante (un sano e un malato, pur avendo lo stesso reddito, non possono fare le stesse cose), ecc. La seconda conseguenza fondamentale scaturente dal fatto che la misurazione della disuguaglianza dipende cioè dai parametri assunti per definirla sta nel fatto che la disputa non si innesta tanto fra egualitari e anti-egualitari, giacché tutte le più importanti teorie etiche degli assetti sociali sono comunque favorevoli alla “eguaglianza di qualche cosa” (e infatti nelle loro scelte politiche tendenzialmente egualizzano una qualche dimensione della vita umana). Una prova di ciò sta nel fatto che anche le teorie considerate tradizionalmente come “anti-egualitarie” finiscono poi per essere egualitarie nei termini di qualche altro “punto focale”. Così l’iper-liberale Nozick rigetta tout court l’eguaglianza di reddito e di benessere, ma di fatto difende strenuamente l’eguaglianza di libertà (tutti gli individui sono parimenti liberi). Ciò vuol dire – rileva Sen – che per poter parlare di eguaglianza occorre preventivamente porsi il duplice quesito: a) why equality? (“perché eguaglianza?”); b) equality of what? (“eguaglianza di che cosa?”). Non si può infatti pretendere di difendere l’eguaglianza (o di criticarla) senza sapere quale sia il suo oggetto, ossia quali siano le caratteristiche da rendere uguali (redditi, ricchezze, opportunità, libertà, diritti, ecc). Interrogarsi sull’uguaglianza significa dunque innanzitutto interrogarsi su quali siano gli aspetti della vita umana che debbono essere resi eguali. La storia della filosofia ci offre una molteplicità di esempi diversi di soluzioni: Rawls descrive l’eguaglianza come un paniere di beni primari di cui tutti gli individui dovrebbero disporre; Dworkin come eguaglianza di risorse; gli utilitaristi come eguale considerazione delle preferenze o delle utilità di tutti gli individui. Quale, tra queste, è la soluzione migliore? Sen collega il valore eguaglianza al valore libertà: quest’ultima è da lui connessa ai concetti di “funzionamenti” e “capacità”. Non è un caso che, in origine, Sen voleva che l’opera La diseguaglianza fosse intitolata Eguaglianza e libertà. Con l’espressione funzionamenti (functioning) Sen intende “stati di essere e di fare” dotati di buone ragioni per essere scelti e tali da qualificare lo star bene. Esempi di funzionamenti sono ad esempio l’essere adeguatamente nutriti, l’essere in buona salute, lo sfuggire alla morte prematura, l’essere felici, l’avere rispetto di sé, ecc. Con l’espressione capacità (capabilities) Sen intende invece la possibilità di acquisire funzionamenti di rilievo, ossia la libertà di scegliere fra una serie di vite possibili: “nella misura in cui i funzionamenti costituiscono lo star bene, le capacità rappresentano la libertà individuale di acquisire lo star bene”. Per questa ragione, Sen sottopone a critica tutte quelle teorie che fanno della libertà un qualcosa di meramente strumentale, privo di valore intrinseco: gli stessi Dworkin e Rawls hanno soffermato la loro attenzione più sui mezzi e le risorse che portano alla libertà che non sull’estensione della libertà in se stessa. I “beni primari” di cui dice Rawls e le “risorse” di cui scrive Dworkin sono agli occhi di Sen degli indicatori assai imprecisi e vaghi di ciò che si è realmente liberi di fare e di essere. Ancora più vago e impreciso è il “reddito”, poiché una persona malata e bisognosa di cure è sicuramente in una condizione peggiore di una persona sana avente il suo stesso reddito. La conclusione a cui Sen perviene passando dalla critica delle altrui posizioni è che il grado di eguaglianza di una determinata società storica dipende dal suo grado di idoneità a garantire a tutte le persone una serie di capabilities di acquisire fondamentali funzionamenti, ossia un’adeguata qualità della vita o well-being generale (cioè non ristretto entri parametri strumentali o economici). Fedele a questa impostazione, Sen è giunto, nei suoi scritti successivi, a tratteggiare una teoria dello sviluppo umano in termini di libertà (development as freedom). E, nel fare ciò, si è direttamente riallacciato alla tradizione greca, inaugurata da Aristotele, dell’eudaimonìa: l’espressione greca eudaimonìa non corrisponde affatto alla sua usuale traduzione inglese in happiness (felicità), ma ha piuttosto a che vedere col termine fulfillment, che vuol dire realizzazione completa di sè e che può essere resa con la bella immagine di una “vita fiorente” (flourishing life), ossia di una vita che fiorisce in tutte le sue potenzialità. L’eudaimonìa quale la intende Sen si contrappone direttamente al vecchio ideale della Welfare economics, che bada soltanto al benessere materiale: ma si oppone anche alla formulazione monistica che dell’eudaimonìa ha dato lo stesso Aristotele. Secondo Sen, infatti, l’eudaimonìa deve portare ad uno sviluppo pluralistico, per cui “esiste una pluralità di fini e di obiettivi che gli uomini possono perseguire”. L’errore commesso da Aristotele sta nell’aver individuato una “lista” di funzionamenti universalmente valida, trascurando di fatto l’individuo. Secondo Sen, invece, essendo tanti i fini e gli obiettivi che ciascun individuo può legittimamente perseguire, anche le capabilities sono una pluralità.

http://www.filosofico.net/amartyasen.htm


Amartya Sen
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Premio Nobel
Nobel per la economia
1998

Amartya K. Sen (Santiniketan, 1933), economista indiano, Premio Nobel per l'economia nel 1998, Lamont University Professor presso la Harvard University.

Partendo da un esame critico dell'economia del benessere, che ha portato fra l'altro alla definizione di un indice di povertà largamente usato in letteratura (1977), negli ultimi due decenni Sen ha sviluppato un approccio radicalmente nuovo alla teoria dell'eguaglianza e delle libertà. In particolare, Sen ha proposto le due nuove nozioni di capacitazioni e funzionamenti come misure più adeguate della libertà e della qualità della vita degli individui. In estrema sintesi, Sen propone di studiare la povertà, la qualità della vita e l'eguaglianza non solo attraverso i tradizionali indicatori della disponibilità di beni materiali (ricchezza, reddito o spesa per consumi) ma soprattutto analizzando la possibilità di vivere esperienze o situazioni cui l'individuo attribuisce un valore positivo. Non solo, quindi, la possibilità di nutrirsi e avere una casa adeguata, ma anche essere rispettati dai propri simili, partecipare alla vita della comunità ecc. Secondo Sen, i funzionamenti sono, in sostanza, le esperienze effettive che l'individuo ha deciso liberamente di vivere, ciò che ha scelto di fare o essere. Le capacitazioni sono invece le alternative di scelta, ossia l'insieme dei funzionamenti che un individuo può scegliere. L'approccio di Sen ha convinto molti studiosi a considerare i tradizionali indicatori monetari del benessere (indici di povertà e diseguaglianza basati sul reddito o sulla spesa per consumi) come misure incomplete e parziali della qualità della vita di un individuo. Rimangono tuttavia numerose difficoltà irrisolte per quanto riguarda l'osservazione e la misura empirica dei funzionamenti e delle capacitazioni.

Sen utilizza il concetto di attribuzioni per indicare l'insieme dei panieri alternativi di merci su cui una persona può avere il comando in una società, usando l'insieme dei diritti e delle opportunità. Tale concetto può essere usato per spiegare le morti causate dalle carestie: le modeste attribuzioni di una parte della popolazione espone queste persone ai rischi della carestia benché il paese a cui appartengono possieda risorse alimentari sufficienti a sfamarli.

Il concetto di capacitazione indica l'abilità di fare cose. Dall'espansione delle capacitazioni dipende per Sen lo sviluppo economico. Le attribuzioni sostanziano le capacitazioni.

L'uso di queste categorie ha spiegato perché l'India è stata capace di combattere le carestie meglio della Cina, che a sua volta si è dimostrata più abile nel combattere la povertà e la fame endemica. In India le opposizioni e la stampa hanno indotto i governi a intervenire per affrontare le carestie, che hanno provocato molti più morti in un paese privo di una opposizione e di una stampa libera qual è la Cina, dove politiche sbagliate non sono state corrette in conseguenza di critiche insistenti.

Il merito di Sen è di aver usato nuove categorie, capaci di superare i limiti delle analisi economiche tradizionali.

Grazie agli studi di Sen si viene infatti a delineare un nuovo concetto di sviluppo che si differenzia da quello di crescita. Lo sviluppo economico non coincide più con un aumento del reddito ma con un aumento della qualità della vita. Ed è proprio l'attenzione posta sulla qualità, più che sulla quantità, a caratterizzare gli studi di questo economista.


http://it.wikipedia.org/wiki/Amartya_Sen



I punti di forza del modello secondo me:

1) la critica della rettorica dell'uguaglianza come affermazione astratta e priva di contenuto reale.
2) la sonseguente analisi della disuguaglianza che è il dato base di partenza dell'analisi.
3)La critica del concetto di libertà negativa che peraltro viene dimostrato essere intrinsecamente contradditoria nel momento in cui afferma la sua validità per un aspetto della società e lo nega per altri, viene opposto il concetto positivo di possibilità positive di compiere scelte ritenute significative dagli individui
4) Da quest'ultimo punto se ne deduce una misurazione dell'indice di sviluppo delle società che non può essere basato sulla mera produzione di beni materiali. Una società è tanto più sviluppata quanto più riesce a garantire non solo che certi beni siano accessibili a quante pià persone possibile ma consente semplificando la realizzazione personale secondo una pluralità di fini.
5) La questione correlata, e a mio avviso, centrale della critica economica al libero mercato e alla distribuzione delle risorse inteso come efficienza e liberismo che porta alla concentrazione della richezza nelle mani di pochi individui. Viene mostrato con l'applicazione del paradosso di Arrow all'economia.
__________________
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Amartya

[....]

alla concentrazione della richezza nelle mani di pochi individui. Viene mostrato con l'applicazione del paradosso di Arrow all'economia.
qualcosa di tuo e non copiaincollato?


in particolare mi verrebbe da chiederti se alla fine tu preferisci sacrificare l'uguaglianza o la libertà...


e nel caso in cui preferisci la libertà... in base a cosa si giustificano le diesgualgianze? in base al merito dei padri?
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Old 09-03-2007, 18:49   #211
Maxmel
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qualcosa di tuo e non copiaincollato?


in particolare mi verrebbe da chiederti se alla fine tu preferisci sacrificare l'uguaglianza o la libertà...


e nel caso in cui preferisci la libertà... in base a cosa si giustificano le diesgualgianze? in base al merito dei padri?
leggi tutto il post e magari leggilo bene.
Quale parte di "punti di forza SECONDO ME" non hai capito?
La diseguaglianza è il dato di partenza non si giustifica, quello che si cerca di fare e trovare un raccordo tra libertà e ugaaglianza appunto.
Mi sembra che il concetto di possibilita di realizzazione personale intesa non in senso meramente economico ma in senso ampio di possibilità di
faree a partire da una distribuzione più equa del lato materiale sia un buon compromesso. Perlomeno è quello che IO ritengo migliore.
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Old 09-03-2007, 18:52   #212
fsdfdsddijsdfsdfo
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leggi tutto il post e magari leggilo bene.
Quale parte di "punti di forza SECONDO ME" non hai capito?
La diseguaglianza è il dato di partenza non si giustifica, quello che si cerca di fare e trovare un raccordo tra libertà e ugaaglianza appunto.
Mi sembra che il concetto di possibilita di realizzazione personale intesa non in senso meramente economico ma in senso ampio di possibilità di
faree a partire da una distribuzione più equa del lato materiale sia un buon compromesso. Perlomeno è quello che IO ritengo migliore.
no no no fermo non volevo essere offensivo


la mia domanda è: Dato che l'autore parla della necessita di scegliere un sistema che spinga per l'uguaglianza o la libertà, mi chiedo quale delle due tu scelga.

E in base a quale principio tu giustifichi che uomini diversi debbano avere chance diverse.
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Old 09-03-2007, 19:05   #213
Maxmel
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la mia domanda è: Dato che l'autore parla della necessita di scegliere un sistema che spinga per l'uguaglianza o la libertà, mi chiedo quale delle due tu scelga.
Dove?
Allora il cortocircuito uguaglianza o libertà affligge il pensiero politico sin dall'incontro ottocentesco di liberalismo e democrazia con varie posizioni e composizioni più o meno autorevoli, nel primo link ce n'è qualcuna.
L'autore, ovviamente propone la sua che lungi dall'essere esclusiva dell'una rispetto all'altra è una coposizione nei termini:

La conclusione a cui Sen perviene passando dalla critica delle altrui posizioni è che il grado di eguaglianza di una determinata società storica dipende dal suo grado di idoneità a garantire a tutte le persone una serie di capabilities di acquisire fondamentali funzionamenti,[uguaglianza] ossia un’adeguata qualità della vita o well-being generale (cioè non ristretto entri parametri strumentali o economici). Fedele a questa impostazione, Sen è giunto, nei suoi scritti successivi, a tratteggiare una teoria dello sviluppo umano in termini di libertà (development as freedom). E, nel fare ciò, si è direttamente riallacciato alla tradizione greca, inaugurata da Aristotele, dell’eudaimonìa: l’espressione greca eudaimonìa non corrisponde affatto alla sua usuale traduzione inglese in happiness (felicità), ma ha piuttosto a che vedere col termine fulfillment, che vuol dire realizzazione completa di sè [libertà]e che può essere resa con la bella immagine di una “vita fiorente” (flourishing life), ossia di una vita che fiorisce in tutte le sue potenzialità. L’eudaimonìa quale la intende Sen si contrappone direttamente al vecchio ideale della Welfare economics, che bada soltanto al benessere materiale: ma si oppone anche alla formulazione monistica che dell’eudaimonìa ha dato lo stesso Aristotele. Secondo Sen, infatti, l’eudaimonìa deve portare ad uno sviluppo pluralistico, per cui “esiste una pluralità di fini e di obiettivi che gli uomini possono perseguire”. L’errore commesso da Aristotele sta nell’aver individuato una “lista” di funzionamenti universalmente valida, trascurando di fatto l’individuo. Secondo Sen, invece, essendo tanti i fini e gli obiettivi che ciascun individuo può legittimamente


grasetto mio.
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Old 09-03-2007, 19:19   #214
fsdfdsddijsdfsdfo
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Dove?
Allora il cortocircuito uguaglianza o libertà affligge il pensiero politico sin dall'incontro ottocentesco di liberalismo e democrazia con varie posizioni e composizioni più o meno autorevoli, nel primo link ce n'è qualcuna.
L'autore, ovviamente propone la sua che lungi dall'essere esclusiva dell'una rispetto all'altra è una coposizione nei termini:
io rinterpreterei i grassetti alla luce di questo paragrafo

Quote:

[...]

Così l’iper-liberale Nozick rigetta tout court l’eguaglianza di reddito e di benessere, ma di fatto difende strenuamente l’eguaglianza di libertà (tutti gli individui sono parimenti liberi). Ciò vuol dire – rileva Sen – che per poter parlare di eguaglianza occorre preventivamente porsi il duplice quesito: a) why equality? (“perché eguaglianza?”); b) equality of what? (“eguaglianza di che cosa?”). Non si può infatti pretendere di difendere l’eguaglianza (o di criticarla) senza sapere quale sia il suo oggetto, ossia quali siano le caratteristiche da rendere uguali (redditi, ricchezze, opportunità, libertà, diritti, ecc). Interrogarsi sull’uguaglianza significa dunque innanzitutto interrogarsi su quali siano gli aspetti della vita umana che debbono essere resi eguali

[...]
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Old 09-03-2007, 19:42   #215
Maxmel
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io rinterpreterei i grassetti alla luce di questo paragrafo

Si,li si parla di Robert Nozick che è appunto sostenitore di un concetto di libertà strettamente negativo per cui l'uguaglianza è meramente relegata all'effermazione che tutti devo essere ugualmente liberi. E' facile capire come intesa cosi e peraltro legata ad un concetto di libertà che è semplicemente negativo ovvero intesa come libertà da qualsiasi vincolo all'azione p aoncora come "libertà da" l'affermazione sull'uguaglianza perda di significato compiuto.
Cita Nozick solo per dire che persino le teorie più estreme predicano una qualche forma di uguaglianza. Appunto perciò si chiede che cosi sia l'uguaglianza e perchè l'uguaglianza e quale uguaglianza....
La sintesi è quanto sopra.

N.b mica il mio post si ritiene esaustivo sufficiente o che ha valore meramente indicativo.
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Ultima modifica di Maxmel : 09-03-2007 alle 19:49.
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Old 09-03-2007, 20:45   #216
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Dove?
... L’errore commesso da Aristotele sta nell’aver individuato una “lista” di funzionamenti universalmente valida, trascurando di fatto l’individuo. Secondo Sen, invece, essendo tanti i fini e gli obiettivi che ciascun individuo può legittimamente
Mah, parlare di errore di Aristotele è discutibile... collocato nel suo periodo storico è abbastanza normale che abbia esposto dei tratti a carattere universalistico, cmq ha esposto una teoria che è continuamente ripresa nel terzo millennio. Tanto più che quell'affermazione (non so se è tua o meno) è contestabile perchè ha sempre riconosciuto una pluralità di funzionamenti e di fini. Semmai è criticabile che altre persone nel terzo millennio ripropongano una lista di funzionamenti universali, come ha fatto Martha Nussbaum col suo capabilities approach.
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Old 09-03-2007, 20:57   #217
blamecanada
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secondo me invece la politica è solo un riflesso del sistema economico: non può esistere una vera democrazia senza un vero sistema economico libero.
Questo è un sofisma.
La libertà di iniziativa economica provoca accumuli di capitale, e conseguentemente dei potentati economici che hanno potere sugli organismi politici, e quindi tolgono la libertà di governo al popolo.
Partendo dal presupposto che la libertà assoluta non esiste, tanto meno nella società, la libertà economica è una libertà inutile: quando si hanno soldi a sufficienza non c'è bisogno di altro denaro (il denaro è un mezzo, non il fine).
Il sistema capitalista crea un viscerale impulso a desiderare cose inutili, e a fare qualsiasi cosa per ottenerle.
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Trattative concHIuse: 1, 2, 3, 3, 4
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Old 09-03-2007, 21:23   #218
fsdfdsddijsdfsdfo
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Questo è un sofisma.
La libertà di iniziativa economica provoca accumuli di capitale, e conseguentemente dei potentati economici che hanno potere sugli organismi politici, e quindi tolgono la libertà di governo al popolo.
Partendo dal presupposto che la libertà assoluta non esiste, tanto meno nella società, la libertà economica è una libertà inutile: quando si hanno soldi a sufficienza non c'è bisogno di altro denaro (il denaro è un mezzo, non il fine).
Il sistema capitalista crea un viscerale impulso a desiderare cose inutili, e a fare qualsiasi cosa per ottenerle.
infatti come detto ho giocato sulle definizioni.


Un sistema economico veramente libero non è un sistema economico libero, ma un sistema economico libero in cui esistono dei meccanismi esterni e funzionanti che permettono il microflusso del capitale.
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Old 09-03-2007, 21:42   #219
Maxmel
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Mah, parlare di errore di Aristotele è discutibile... collocato nel suo periodo storico è abbastanza normale che abbia esposto dei tratti a carattere universalistico, cmq ha esposto una teoria che è continuamente ripresa nel terzo millennio. Tanto più che quell'affermazione (non so se è tua o meno) è contestabile perchè ha sempre riconosciuto una pluralità di funzionamenti e di fini. Semmai è criticabile che altre persone nel terzo millennio ripropongano una lista di funzionamenti universali, come ha fatto Martha Nussbaum col suo capabilities approach.
no, non è mia e cmq errore effettivamente non è il termine adeguato va inteso in senso lato. In ogni caso Aristotele in "Etica Nicomachea" indentificava una gerarchia di fini universalmente valida.
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Old 09-03-2007, 22:15   #220
zerothehero
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Ma lui no...non perdonerebbe.. ...il mondo è pieno di deviazionisti di destra e di sabotatori da purgare.
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