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#201 | |||
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Città: Al momento Berlino
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Personalmente ritengo che le masse hanno importanza, ma lo hanno anche personalità. "Cesare conquistò la Gallia... e non aveva con sé neanche un cuoco?" diceva Brecht in una sua poesia. Certo Cesare da solo non avrebbe conquistato niente, ma dubito che senza Cesare avrebbero conquistato la Gallia in quel modo. Il discorso vale anche per Stalin. Certo le condizioni sono state create quando furono annullate le elezioni della costituente che avevano visto vincere i socialdemocratici, che erano ancora radicati piú che altro nelle zone periferiche della Russia (del resto stiamo parlando d'un territorio sterminato), tuttavia fu Stalin ad esautorare tutti gli organismi democratici esistenti, sotto Lenin non c'è stato il dispotismo che c'è stato con Stalin, penso che questo sia comunque significativo e possa essere imputato in buona parte alle due personalità, sennò non si capisce il motivo del cambiamento. Quote:
Comunque vorrei ricordare che vi sono stati governi socialisti eletti democraticamente che non avevano avuto queste derive (si pensi al Cile di Allende, il Guatemala di Guzmán ed altri), ma che furono destituiti con dei colpi di stato guidati dalla CIA sotto l'egida del governo statunitense in favore di sanguinarie dittature. Se le dittature ed regimi che si professano comunisti sono da attribuirsi al comunismo, le dittature ed i regimi che si professavano liberisti sono da attribuirsi al liberismo. Questo non avviene perché si suppone erroneamente che il liberismo sia l'economia "naturale" ed il dispotismo all'interno del liberismo sia dovuto ad altri fattori, mentre non è assolutamente cosí. Ad esempio l'ascesa del fascismo e del nazismo sono da considerarsi dirette conseguenze di una data situazione all'interno di un sistema capitalista. Inoltre ricordo che all'inizio del secolo nei Paesi europei non è che si fosse liberi, anzi, si sparava sugli scioperanti senza tanti problemi. Le conquiste in fatto di libertà sono da considerarsi, come ho detto prima, anche conseguenza del timore di una rivoluzione sul modello sovietico. |
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#202 |
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Bannato
Iscritto dal: Aug 2006
Città: Paris
Messaggi: 537
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no la differenza è che ci sono molti stati che si rifanno agli ideali liberali e sono democratici
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#203 | |||||||||||
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Senior Member
Iscritto dal: Sep 2005
Messaggi: 3759
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La distruzione di risorse agricole (o la mancata produzione, nel caso delle quote) non sono da imputarsi alla "protezione dei contadini", bensì al mantenimento dell'equilibrio di mercato limitando l'offerta. Si tratta quindi di una sorta di "anticorpo" che il sistema produce contro il suo stesso funzionamento. Del resto se non fosse così e si lasciasse campo libero a tutti gli shock si verificherebbero a distanza ravvicinata periodi di espansione, recessione e ristagno come quelle tipiche del primo capitalismo non regolato. La differenza è data dal fatto che queste regolazioni allungano il ciclo, ma non sono in grado di generare una continua espansione: prima o poi arriva la fase di saturazione, stagnazione, recessione (ed è questo ciò che ho sopra definito "spreco sistemico", in quanto dipende dal funzionamento intrinseco del mercato e non ha una ragione tecnico-materiale: non c'è la carestia, per capirci, ma un malfunzionamento del modo di produzione e distribuzione). Quote:
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Tuttavia fra una crisi precapitalista e una crisi capitalista c'è normalmente una differenza notevole: se prima c'era la siccità non è che si potesse farci molto, oggi invece (dopo che abbiamo risolto il problema della scarsità) ci troviamo a vivere crisi da sottoconsumo (cioè i beni ci sono, ma restano invenduti) o crisi borsistiche: non c'è niente di "naturale" in tutto questo, non è la furia degli elementi... sono storture che abbiamo creato noi, è questo che io intendo dire quando dico che l'uomo è schiavo del sistema che ha creato. Poi è ovvio che non c'è un crack dei bond argentini o una crisi del 29 ogni settimana, però eventi di questo tipo possono accadere in ogni momento: fanno parte del funzionamento "normale" dell'attuale sistema. Quote:
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Ma se intendi in termini di "ufficio", cioè ricondurre la complessità ad un sistema controllabile in maniera scientifica, allora dobbiamo dedurre che dalla preistoria delle tribù all'Unione europea c'è stato un aumento del dispotismo: è ovviamente una posizione sbagliata Quote:
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Io non ho particolare avversione né particolare stima del positivismo inteso come dottrina del "tutto va in quella direzione". Le cose possono andare in direzioni diverse, ma ovviamente io auspico che ci sia sempre un miglioramento come c'è stato finora. Poi posso capire che se io dico "Piove: è necessario aprire l'ombrello", gli antipositivisti sfegatati mi accusano di fare la teleologia dell'ombrello Quote:
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#204 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Apr 2002
Città: Al momento Berlino
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ADESSO ci sono tanti stati con un sistema economico capitalista e democratici, nel passato gli stessi Stati con sistema economico capitalista non erano democratici. Sono diventati democratici non a causa del capitalismo (che c'era anche prima), ma per altri motivi. Non a caso nella maggioranza delle dittature hanno comunque un sistema capitalista. La maggioranza delle democrazie hanno un sistema capitalista principalmente perché la maggioranza degli Stati in generale li hanno. Io tuttavia penso che la democrazia possa solo esistere a livello globale: se la popolazione di uno Stato è eletta democraticamente mantiene una dittatura in un altro Stato per sfruttarlo non è democrazia. O meglio, è democrazia all'interno di quello stato, ma poi c'è un rapporto antidemocratico tra gli Stati (un popolo prevale su un altro), quindi non è propriamente democrazia. Questo avveniva già nella lega di Delo, in cui Atene, relativamente democratica al suo interno attuava una politica violentemente imperialistica all'interno della lega. Poi ci sarebbe da discutere sulla democrazia anche nei Paesi occidentali. Democrazia significa governo del popolo, io non sono certo che la legislazione degli Stati occidentali corrisponda alla volontà della gente. Non riesco proprio a immaginare che gli operai che lavorano otto ore al giorno nelle fabbriche siano contenti del fatto che il manager dell'aziena non guadagna il doppio, né il decuplo, né il centuplo, ma quattrocento volte quello che guadagna un operaio (fonte Corriere della Sera riguardo l'accrescersi della forbice economica negli ultimi cinque anni negli U.S.A. - Cinque anni fa il rapporto era 1 a 100)). Ora, poiché i dipendenti sono per forza di cose piú degli amministratori, mi verrebbe da pensare che il popolo non governi effettivamente, ma in realtà possa scegliere tra alternative comunque favorevoli a chi ha il potere economico. Le libertà presenti nel mondo Occidentale sono garantite perché chi ha il potere economico temeva d'essere soverchiato da moti rivoluzionari. A mio parere il presupposto fondamentale perché vi sia una democrazia in senso pieno è eliminare gli accumuli di capitale e del conseguente potere economico. |
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#205 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Sep 2005
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Quoto in pieno tutto il tuo post |
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#206 | |
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Registered User
Iscritto dal: Sep 2002
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Ma un v.s.e.l. non è una condizione sufficente ad avere una vera democrazia. Ma cos'è un v.s.e.l.? Beh è importante capire cosa sia, cosi come è importante capire cosa sia una vera democrazia, qui si sta giocando sulle definizioni. Di sicuro non è un capitalismo sfrenato: secondo me Keyens ci aveva visto veramente giusto. La ricchezza di un sistema si misura in base al numero degli scambi, non al piu grande scambio avvenuto. E' il microflusso di denaro che genera ricchezza. scusate se non sono in grado di generare un pensiero piu articolato ma sono stanchissimo. |
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#207 |
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Senior Member
Iscritto dal: Jan 2002
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personalmente appogio il modello di sviluppo e democrazia proposto da A.Sen.
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"A pessimist is someone who is waiting for it to rain. But I'm already soaked to the skin." L. Cohen. |
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#208 |
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Senior Member
Iscritto dal: Sep 2005
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#209 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Jan 2002
Città: Pelican Bay
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Amartya Sen nacque nel 1933 a Santiniketan (in Bengala): divenne docente presso l’università di Calcutta, presso il Trinity College di Cambridge, poi a Nuova Deli, alla London School of Economics, a Oxford e, successivamente, all’università di Harvard. Nel 1998, pur mantenendo la sua carica di docente ad Harvard, ha fatto ritorno come rettore al Trinity College. Presidente della Economic Society, della International Economic Association, della Indian Economic Association, a Sen è stato conferito il Premio Nobel per l’economia nel 1998. Egli è autore di numerosissime opere, delle quali meritano sicuramente di essere ricordate Collective Choice and Social Welfare (1971), On Economic Inequality (1973), Commodities and Capabilities (1985), Etica ed Economia (1987), Inequality Reexamined (1992), Lo sviluppo è libertà (1999), Globalizzazione e libertà (2002). Ciò che Amartya Sen si propone di porre al centro della propria riflessione è la discussione sulla disuguaglianza, letta però in una “nuova direzione” che si contrapponga a quelle tradizionali e prevalenti. L’idea di disuguaglianza (inequality) deve secondo Sen confrontarsi con due diversi ostacoli: a) la sostanziale eterogeneità degli esseri umani; b) la molteplicità dei punti focali a cui la disuguaglianza può essere oggetto di valutazione. Al di là della “potente retorica dell’uguaglianza”, che trova il suo apice nella nota asserzione per cui “tutti gli uomini nascono uguali”, Sen è convinto che gli individui siano del tutto diversi gli uni dagli altri e che dunque il pur ambizioso progetto egualitario debba muoversi “in presenza di una robusta dose di preesistente disuguaglianza da contrastare”. Sen è d’altro canto convinto che la misurazione della disuguaglianza dipenda dalla variabile focale (felicità, reddito, ricchezza, ecc) attraverso cui si fanno i confronti: la misurazione della disuguaglianza dipende cioè dai parametri assunti per definirla. La prima conseguenza di ciò sta nel fatto che, se tutte le persone fossero identiche, l’eguaglianza in una sfera (ad esempio nelle opportunità o nel reddito) tenderebbe ad essere coerente con eguaglianze di altre sfere (ad esempio, l’abilità di funzionare). Ma poiché le persone non sono affatto identiche, ma anzi vige un’assoluta “diversità umana”, ne segue che l’eguaglianza in una sfera tende a coesistere con disuguaglianze in altre sfere: così, ad esempio, redditi uguali possono coesistere con una forte disuguaglianza nell’abilità di fare ciò che si ritiene importante (un sano e un malato, pur avendo lo stesso reddito, non possono fare le stesse cose), ecc. La seconda conseguenza fondamentale scaturente dal fatto che la misurazione della disuguaglianza dipende cioè dai parametri assunti per definirla sta nel fatto che la disputa non si innesta tanto fra egualitari e anti-egualitari, giacché tutte le più importanti teorie etiche degli assetti sociali sono comunque favorevoli alla “eguaglianza di qualche cosa” (e infatti nelle loro scelte politiche tendenzialmente egualizzano una qualche dimensione della vita umana). Una prova di ciò sta nel fatto che anche le teorie considerate tradizionalmente come “anti-egualitarie” finiscono poi per essere egualitarie nei termini di qualche altro “punto focale”. Così l’iper-liberale Nozick rigetta tout court l’eguaglianza di reddito e di benessere, ma di fatto difende strenuamente l’eguaglianza di libertà (tutti gli individui sono parimenti liberi). Ciò vuol dire – rileva Sen – che per poter parlare di eguaglianza occorre preventivamente porsi il duplice quesito: a) why equality? (“perché eguaglianza?”); b) equality of what? (“eguaglianza di che cosa?”). Non si può infatti pretendere di difendere l’eguaglianza (o di criticarla) senza sapere quale sia il suo oggetto, ossia quali siano le caratteristiche da rendere uguali (redditi, ricchezze, opportunità, libertà, diritti, ecc). Interrogarsi sull’uguaglianza significa dunque innanzitutto interrogarsi su quali siano gli aspetti della vita umana che debbono essere resi eguali. La storia della filosofia ci offre una molteplicità di esempi diversi di soluzioni: Rawls descrive l’eguaglianza come un paniere di beni primari di cui tutti gli individui dovrebbero disporre; Dworkin come eguaglianza di risorse; gli utilitaristi come eguale considerazione delle preferenze o delle utilità di tutti gli individui. Quale, tra queste, è la soluzione migliore? Sen collega il valore eguaglianza al valore libertà: quest’ultima è da lui connessa ai concetti di “funzionamenti” e “capacità”. Non è un caso che, in origine, Sen voleva che l’opera La diseguaglianza fosse intitolata Eguaglianza e libertà. Con l’espressione funzionamenti (functioning) Sen intende “stati di essere e di fare” dotati di buone ragioni per essere scelti e tali da qualificare lo star bene. Esempi di funzionamenti sono ad esempio l’essere adeguatamente nutriti, l’essere in buona salute, lo sfuggire alla morte prematura, l’essere felici, l’avere rispetto di sé, ecc. Con l’espressione capacità (capabilities) Sen intende invece la possibilità di acquisire funzionamenti di rilievo, ossia la libertà di scegliere fra una serie di vite possibili: “nella misura in cui i funzionamenti costituiscono lo star bene, le capacità rappresentano la libertà individuale di acquisire lo star bene”. Per questa ragione, Sen sottopone a critica tutte quelle teorie che fanno della libertà un qualcosa di meramente strumentale, privo di valore intrinseco: gli stessi Dworkin e Rawls hanno soffermato la loro attenzione più sui mezzi e le risorse che portano alla libertà che non sull’estensione della libertà in se stessa. I “beni primari” di cui dice Rawls e le “risorse” di cui scrive Dworkin sono agli occhi di Sen degli indicatori assai imprecisi e vaghi di ciò che si è realmente liberi di fare e di essere. Ancora più vago e impreciso è il “reddito”, poiché una persona malata e bisognosa di cure è sicuramente in una condizione peggiore di una persona sana avente il suo stesso reddito. La conclusione a cui Sen perviene passando dalla critica delle altrui posizioni è che il grado di eguaglianza di una determinata società storica dipende dal suo grado di idoneità a garantire a tutte le persone una serie di capabilities di acquisire fondamentali funzionamenti, ossia un’adeguata qualità della vita o well-being generale (cioè non ristretto entri parametri strumentali o economici). Fedele a questa impostazione, Sen è giunto, nei suoi scritti successivi, a tratteggiare una teoria dello sviluppo umano in termini di libertà (development as freedom). E, nel fare ciò, si è direttamente riallacciato alla tradizione greca, inaugurata da Aristotele, dell’eudaimonìa: l’espressione greca eudaimonìa non corrisponde affatto alla sua usuale traduzione inglese in happiness (felicità), ma ha piuttosto a che vedere col termine fulfillment, che vuol dire realizzazione completa di sè e che può essere resa con la bella immagine di una “vita fiorente” (flourishing life), ossia di una vita che fiorisce in tutte le sue potenzialità. L’eudaimonìa quale la intende Sen si contrappone direttamente al vecchio ideale della Welfare economics, che bada soltanto al benessere materiale: ma si oppone anche alla formulazione monistica che dell’eudaimonìa ha dato lo stesso Aristotele. Secondo Sen, infatti, l’eudaimonìa deve portare ad uno sviluppo pluralistico, per cui “esiste una pluralità di fini e di obiettivi che gli uomini possono perseguire”. L’errore commesso da Aristotele sta nell’aver individuato una “lista” di funzionamenti universalmente valida, trascurando di fatto l’individuo. Secondo Sen, invece, essendo tanti i fini e gli obiettivi che ciascun individuo può legittimamente perseguire, anche le capabilities sono una pluralità. http://www.filosofico.net/amartyasen.htm Amartya Sen Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Vai a: Navigazione, cerca Da fare La pagina di discussione contiene dei suggerimenti per migliorare la voce: Amartya Sen Premio Nobel Nobel per la economia 1998 Amartya K. Sen (Santiniketan, 1933), economista indiano, Premio Nobel per l'economia nel 1998, Lamont University Professor presso la Harvard University. Partendo da un esame critico dell'economia del benessere, che ha portato fra l'altro alla definizione di un indice di povertà largamente usato in letteratura (1977), negli ultimi due decenni Sen ha sviluppato un approccio radicalmente nuovo alla teoria dell'eguaglianza e delle libertà. In particolare, Sen ha proposto le due nuove nozioni di capacitazioni e funzionamenti come misure più adeguate della libertà e della qualità della vita degli individui. In estrema sintesi, Sen propone di studiare la povertà, la qualità della vita e l'eguaglianza non solo attraverso i tradizionali indicatori della disponibilità di beni materiali (ricchezza, reddito o spesa per consumi) ma soprattutto analizzando la possibilità di vivere esperienze o situazioni cui l'individuo attribuisce un valore positivo. Non solo, quindi, la possibilità di nutrirsi e avere una casa adeguata, ma anche essere rispettati dai propri simili, partecipare alla vita della comunità ecc. Secondo Sen, i funzionamenti sono, in sostanza, le esperienze effettive che l'individuo ha deciso liberamente di vivere, ciò che ha scelto di fare o essere. Le capacitazioni sono invece le alternative di scelta, ossia l'insieme dei funzionamenti che un individuo può scegliere. L'approccio di Sen ha convinto molti studiosi a considerare i tradizionali indicatori monetari del benessere (indici di povertà e diseguaglianza basati sul reddito o sulla spesa per consumi) come misure incomplete e parziali della qualità della vita di un individuo. Rimangono tuttavia numerose difficoltà irrisolte per quanto riguarda l'osservazione e la misura empirica dei funzionamenti e delle capacitazioni. Sen utilizza il concetto di attribuzioni per indicare l'insieme dei panieri alternativi di merci su cui una persona può avere il comando in una società, usando l'insieme dei diritti e delle opportunità. Tale concetto può essere usato per spiegare le morti causate dalle carestie: le modeste attribuzioni di una parte della popolazione espone queste persone ai rischi della carestia benché il paese a cui appartengono possieda risorse alimentari sufficienti a sfamarli. Il concetto di capacitazione indica l'abilità di fare cose. Dall'espansione delle capacitazioni dipende per Sen lo sviluppo economico. Le attribuzioni sostanziano le capacitazioni. L'uso di queste categorie ha spiegato perché l'India è stata capace di combattere le carestie meglio della Cina, che a sua volta si è dimostrata più abile nel combattere la povertà e la fame endemica. In India le opposizioni e la stampa hanno indotto i governi a intervenire per affrontare le carestie, che hanno provocato molti più morti in un paese privo di una opposizione e di una stampa libera qual è la Cina, dove politiche sbagliate non sono state corrette in conseguenza di critiche insistenti. Il merito di Sen è di aver usato nuove categorie, capaci di superare i limiti delle analisi economiche tradizionali. Grazie agli studi di Sen si viene infatti a delineare un nuovo concetto di sviluppo che si differenzia da quello di crescita. Lo sviluppo economico non coincide più con un aumento del reddito ma con un aumento della qualità della vita. Ed è proprio l'attenzione posta sulla qualità, più che sulla quantità, a caratterizzare gli studi di questo economista. http://it.wikipedia.org/wiki/Amartya_Sen I punti di forza del modello secondo me: 1) la critica della rettorica dell'uguaglianza come affermazione astratta e priva di contenuto reale. 2) la sonseguente analisi della disuguaglianza che è il dato base di partenza dell'analisi. 3)La critica del concetto di libertà negativa che peraltro viene dimostrato essere intrinsecamente contradditoria nel momento in cui afferma la sua validità per un aspetto della società e lo nega per altri, viene opposto il concetto positivo di possibilità positive di compiere scelte ritenute significative dagli individui 4) Da quest'ultimo punto se ne deduce una misurazione dell'indice di sviluppo delle società che non può essere basato sulla mera produzione di beni materiali. Una società è tanto più sviluppata quanto più riesce a garantire non solo che certi beni siano accessibili a quante pià persone possibile ma consente semplificando la realizzazione personale secondo una pluralità di fini. 5) La questione correlata, e a mio avviso, centrale della critica economica al libero mercato e alla distribuzione delle risorse inteso come efficienza e liberismo che porta alla concentrazione della richezza nelle mani di pochi individui. Viene mostrato con l'applicazione del paradosso di Arrow all'economia.
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#210 | |
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Registered User
Iscritto dal: Sep 2002
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in particolare mi verrebbe da chiederti se alla fine tu preferisci sacrificare l'uguaglianza o la libertà... e nel caso in cui preferisci la libertà... in base a cosa si giustificano le diesgualgianze? in base al merito dei padri? |
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#211 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Jan 2002
Città: Pelican Bay
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Quale parte di "punti di forza SECONDO ME" non hai capito? La diseguaglianza è il dato di partenza non si giustifica, quello che si cerca di fare e trovare un raccordo tra libertà e ugaaglianza appunto. Mi sembra che il concetto di possibilita di realizzazione personale intesa non in senso meramente economico ma in senso ampio di possibilità di faree a partire da una distribuzione più equa del lato materiale sia un buon compromesso. Perlomeno è quello che IO ritengo migliore.
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Registered User
Iscritto dal: Sep 2002
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la mia domanda è: Dato che l'autore parla della necessita di scegliere un sistema che spinga per l'uguaglianza o la libertà, mi chiedo quale delle due tu scelga. E in base a quale principio tu giustifichi che uomini diversi debbano avere chance diverse. |
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#213 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Jan 2002
Città: Pelican Bay
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Allora il cortocircuito uguaglianza o libertà affligge il pensiero politico sin dall'incontro ottocentesco di liberalismo e democrazia con varie posizioni e composizioni più o meno autorevoli, nel primo link ce n'è qualcuna. L'autore, ovviamente propone la sua che lungi dall'essere esclusiva dell'una rispetto all'altra è una coposizione nei termini: La conclusione a cui Sen perviene passando dalla critica delle altrui posizioni è che il grado di eguaglianza di una determinata società storica dipende dal suo grado di idoneità a garantire a tutte le persone una serie di capabilities di acquisire fondamentali funzionamenti,[uguaglianza] ossia un’adeguata qualità della vita o well-being generale (cioè non ristretto entri parametri strumentali o economici). Fedele a questa impostazione, Sen è giunto, nei suoi scritti successivi, a tratteggiare una teoria dello sviluppo umano in termini di libertà (development as freedom). E, nel fare ciò, si è direttamente riallacciato alla tradizione greca, inaugurata da Aristotele, dell’eudaimonìa: l’espressione greca eudaimonìa non corrisponde affatto alla sua usuale traduzione inglese in happiness (felicità), ma ha piuttosto a che vedere col termine fulfillment, che vuol dire realizzazione completa di sè [libertà]e che può essere resa con la bella immagine di una “vita fiorente” (flourishing life), ossia di una vita che fiorisce in tutte le sue potenzialità. L’eudaimonìa quale la intende Sen si contrappone direttamente al vecchio ideale della Welfare economics, che bada soltanto al benessere materiale: ma si oppone anche alla formulazione monistica che dell’eudaimonìa ha dato lo stesso Aristotele. Secondo Sen, infatti, l’eudaimonìa deve portare ad uno sviluppo pluralistico, per cui “esiste una pluralità di fini e di obiettivi che gli uomini possono perseguire”. L’errore commesso da Aristotele sta nell’aver individuato una “lista” di funzionamenti universalmente valida, trascurando di fatto l’individuo. Secondo Sen, invece, essendo tanti i fini e gli obiettivi che ciascun individuo può legittimamente grasetto mio.
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#214 | ||
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#215 |
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Iscritto dal: Jan 2002
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Si,li si parla di Robert Nozick che è appunto sostenitore di un concetto di libertà strettamente negativo per cui l'uguaglianza è meramente relegata all'effermazione che tutti devo essere ugualmente liberi. E' facile capire come intesa cosi e peraltro legata ad un concetto di libertà che è semplicemente negativo ovvero intesa come libertà da qualsiasi vincolo all'azione p aoncora come "libertà da" l'affermazione sull'uguaglianza perda di significato compiuto. Cita Nozick solo per dire che persino le teorie più estreme predicano una qualche forma di uguaglianza. Appunto perciò si chiede che cosi sia l'uguaglianza e perchè l'uguaglianza e quale uguaglianza.... La sintesi è quanto sopra. N.b mica il mio post si ritiene esaustivo sufficiente o che ha valore meramente indicativo.
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"A pessimist is someone who is waiting for it to rain. But I'm already soaked to the skin." L. Cohen. Ultima modifica di Maxmel : 09-03-2007 alle 19:49. |
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#216 |
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Iscritto dal: Apr 2000
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Mah, parlare di errore di Aristotele è discutibile... collocato nel suo periodo storico è abbastanza normale che abbia esposto dei tratti a carattere universalistico, cmq ha esposto una teoria che è continuamente ripresa nel terzo millennio. Tanto più che quell'affermazione (non so se è tua o meno) è contestabile perchè ha sempre riconosciuto una pluralità di funzionamenti e di fini. Semmai è criticabile che altre persone nel terzo millennio ripropongano una lista di funzionamenti universali, come ha fatto Martha Nussbaum col suo capabilities approach.
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http://www.cipoo.net Musica corale di pubblico dominio - spartiti-MID-MP3 Chi cerca conferme le trova sempre. (Popper) |
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#217 | |
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La libertà di iniziativa economica provoca accumuli di capitale, e conseguentemente dei potentati economici che hanno potere sugli organismi politici, e quindi tolgono la libertà di governo al popolo. Partendo dal presupposto che la libertà assoluta non esiste, tanto meno nella società, la libertà economica è una libertà inutile: quando si hanno soldi a sufficienza non c'è bisogno di altro denaro (il denaro è un mezzo, non il fine). Il sistema capitalista crea un viscerale impulso a desiderare cose inutili, e a fare qualsiasi cosa per ottenerle. |
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#218 | |
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Un sistema economico veramente libero non è un sistema economico libero, ma un sistema economico libero in cui esistono dei meccanismi esterni e funzionanti che permettono il microflusso del capitale. |
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#219 | |
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#220 | |
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