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Old 28-11-2009, 11:33   #1
atinvidia284
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Sono i soldi degli inizi del Cavaliere l'asso nella manica dei fratelli Graviano

L'INCHIESTA - Il peso del ricatto al premier della famiglia di Brancaccio
sembra legato all'inizio della sua storia di imprenditore

Sono i soldi degli inizi del Cavaliere
l'asso nella manica dei fratelli Graviano

Più che un eventuale avviso di garanzia per le stragi del '93, il premier dovrebbe
temere il coinvolgimento da parte delle cosche sulle storie di denaro affari e politica
di ATTILIO BOLZONI e GIUSEPPE D'AVANZO

Quote:
Soldi. Soldi "loro" che non sono rimasti in Sicilia, ma "portati su", lontano da Palermo. "Filippo Graviano mi parlava come se fosse un suo investimento, come se la Fininvest fossero soldi messi da tasca sua". Per Gaspare Spatuzza, da qualche parte, la famiglia di Brancaccio ha "un asso nella manica". Quale può essere questo "jolly" non è più un mistero. Per i mafiosi, che riferiscono quel che sanno ai procuratori di Firenze, è una realtà il ricatto per Berlusconi che Cosa Nostra nasconde sotto la controversa storia delle stragi del 1993. Nell'interrogatorio del 16 marzo 2009, Spatuzza non parla più di morte, di bombe, di assassini, ma del denaro dei Graviano. E ha pochi dubbi che Giuseppe Graviano (che chiama "Madre Natura" o "Mio padre") "si giocherà l'asso" contro chi a Milano è stato il mediatore degli affari di famiglia, Marcello Dell'Utri, e l'utilizzatore di quelle risorse, Silvio Berlusconi.

Il mafioso ricostruisce la storia imprenditoriale della cosca di Brancaccio, con i Corleonesi di Riina e Bagarella e i Trapanesi di Matteo Messina Denaro, il nocciolo duro e irriducibile di Cosa nostra siciliana.
È il 16 marzo 2009, il mafioso di Brancaccio racconta ai pubblici ministeri del "tesoro" dei Graviano. "Cento lire non gliele hanno levate a tutt'oggi. Non gli hanno sequestrato niente e sono ricchissimi".

"Non si fidano di nessuno, hanno costruito in questi vent'anni un patrimonio immenso". Per Gaspare Spatuzza, due più due fa sempre quattro. Dopo il 1989 e fino al 27 gennaio 1994 (li arrestano ai tavoli di "Gigi il cacciatore" di via Procaccini), Filippo e Giuseppe decidono di starsene latitanti a Milano e non a Palermo. Hanno le loro buone ragioni. A Milano possono contare su protezioni eccellenti e insospettabili che li garantiscono meglio delle strade strette di Brancaccio dove non passa inosservato nemmeno uno spillo. E dunque perché? "E' anomalissimo", dice il mafioso, ma la chiave è nel denaro. A Milano non ci sono uomini della famiglia, ma non importa perché ci sono i loro soldi e gli uomini che li custodiscono. I loro nomi forse non sono un mistero. Di più, Gaspare Spatuzza li suggerisce. Interrogatorio del 16 giugno: "Filippo ha nutrito sempre simpatia nei riguardi di Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, (...) Filippo è tutto patito dell'abilità manageriale di Berlusconi. Potrei riempire pagine e pagine di verbale [per raccontare] della simpatia e del... possiamo dire ... dell'amore che lo lega a Berlusconi e Dell'Utri".

"L'asso nella manica" di Giuseppe Graviano, "il jolly" evocato dal mafioso come una minaccia - sostengono fonti vicine all'inchiesta - non è nella fitta rete di contatti, reciproche e ancora misteriose influenze che hanno preceduto le cinque stragi del 1993 - lo conferma anche Spatuzza - , ma nelle connessioni di affari che, "negli ultimi vent'anni", la famiglia di Brancaccio ha coltivato a Milano. E' la rassicurante condizione che rende arrogante anche Filippo, solitamente equilibrato. Dice Gaspare: "[Filippo mi disse]: facceli fare i processi a loro, perché un giorno glieli faremo noi, i processi".

Nella lettura delle migliaia di pagine di interrogatorio, ora agli atti del processo di appello di Marcello Dell'Utri, pare necessario allora non farsi imprigionare da quel doloroso 1993, ma tenere lo sguardo più lungo verso il passato perché le stragi di quell'anno sono soltanto la fine (provvisoria e sfuggente) di una storia, mentre i mafiosi che hanno saltato il fosso - e i boss che hanno autorizzato la manovra - parlano di un inizio e su quell'epifania sembrano fare affidamento per la resa dei conti con il capo del governo.

Le cose stanno così. Berlusconi non deve temere il suo coinvolgimento - come mandante - nelle stragi non esclusivamente mafiose del 1993. Può mettere fin da ora nel conto che sarà indagato, se già non lo è a Firenze. Molti saranno gli strepiti quando la notizia diventerà ufficiale, ma va ricordato che l'iscrizione al registro degli indagati mette in chiaro la situazione, tutela i diritti della difesa, garantisce all'indagato tempi certi dell'istruttoria (limitati nel tempo). Quando l'incolpazione diventerà pubblica, l'immagine internazionale del premier ne subirà un danno, è vero, ma il Cavaliere ha dimostrato di saper reggere anche alle pressioni più moleste. E comunque quel che deve intimorire e intimorisce oggi il premier non è la personale credibilità presso le cancellerie dell'Occidente, ma fin dove si può spingere e si spingerà l'aggressione della famiglia mafiosa di Brancaccio, determinata a regolare i conti con l'uomo - l'imprenditore, il politico - da cui si è sentita "venduta" e tradita, dopo "le trattative" del 1993 (nascita di Forza Italia), gli impegni del 1994 (primo governo Berlusconi), le attese del 2001 (il Cavaliere torna a Palazzo Chigi dopo la sconfitta del '96), le più recenti parole del premier: "Voglio passare alla storia come il presidente del consiglio che ha distrutto la mafia" (agosto 2009).
Mandate in avanscoperta, non contraddette o isolate dai boss, le "seconde file" della cosca - manovali del delitto e della strage al tritolo - hanno finora tirato dentro il Cavaliere e Marcello Dell'Utri come ispiratori della campagna di bombe, inedita per una mafia che in Continente non ha mai messo piede - nel passato - per uccidere innocenti. Fonti vicine alle inchieste (quattro, Firenze, Caltanissetta, Palermo, Milano) non nascondono però che raccogliere le fonti di prove necessarie per un processo sarà un'impresa ardua dall'esito oggi dubbio e soltanto ipotetico. Non bastano i ricordi di mafiosi che "disertano". Non sono sufficienti le parole che si sono detti tra loro, dentro l'organizzazione. Non possono essere definitive le prudenti parole di dissociazione di Filippo Graviano o il trasversale messaggio di Giuseppe che promette ai magistrati "una mano d'aiuto per trovare la verità". Occorrono, come li definisce la Cassazione, "riscontri intrinseci ed estrinseci", corrispondenze delle parole con fatti accertabili. Detto con chiarezza, sarà molto difficile portare in un'aula di tribunale l'impronta digitale di Silvio Berlusconi nelle stragi del 1993.
Questo affondo della famiglia di Brancaccio sembra - vagliato allo stato delle cose di oggi - soltanto un avvertimento che Cosa Nostra vuole dare alla letale quiete che sta distruggendo il potere dell'organizzazione e, soprattutto, uno scrollone a uno stallo senza futuro, che l'allontana dal recupero di risorse essenziali per ritrovare l'appannato prestigio.
Il denaro, i piccioli, in queste storie di mafia, sono sempre curiosamente trascurati anche se i mafiosi, al di là della retorica dell'onore e della famiglia, altro non hanno in testa. I Graviano, dice Gaspare Spatuzza, non sono un'eccezione. Nel loro caso, addirittura sono più lungimiranti. Nei primi anni novanta, Filippo e Giuseppe preparano l'addio alla Sicilia, "la dismissione del loro patrimonio" nell'isola. Spatuzza (16 giugno 2009): "Nel 1991, vendono, svendono il patrimonio. Cercano i soldi, [vogliono] liquidità e io non so come sono stati impiegati [poi] questi capitali, e per quali acquisizioni. Certo, non sono restati in Sicilia". I Graviano, a Gaspare, non appaiono più interessati "alle attività illecite". "Quando Filippo esce [dal carcere] nell'88 o nel 1989, esce con questa mania, questa grandezza imprenditoriale. I Graviano hanno già, per esempio, le tre Standa di Palermo affidate a un prestanome, in corso Calatafimi a Porta Nuova, in via Duca Della Verdura, in via Hazon a Brancaccio". Filippo - sempre lui - si sforza di far capire anche a uno come Spatuzza, imbianchino, le opportunità e anche i rischi di un impegno nella finanza. Le sue parole svelano che ha già a disposizione uomini, canali, punti di riferimento, competenze. "[Filippo] mi parla di Borsa, di Tizio, di Caio, di investimenti, di titoli. (...). Mi dice: [vedi Gaspare], io so quanto posso guadagnare nel settore dell'edilizia, ma se investo [i miei soldi] in Borsa, nel mercato finanziario, posso perdere e guadagnare, non c'è certezza. Addirittura si dice che a volte, se si benda una scimmia e le si fa toccare un tasto, può riuscire meglio di un esperto. Filippo è attentissimo nel seguire gli scambi, legge ogni giorno il Sole 24ore. Tiene in considerazione la questione Fininvest, d'occhio [il volume degli] investimenti pubblicitari. Mi dice [meraviglie] di una trasmissione come Striscia la notizia. Minimo investimento, massima raccolta [di spot], introiti da paura. "Il programma più redditizio della Fininvest", dice. Abbiamo parlato anche di Telecom, Fiat, Piaggio, Colaninno, Tronchetti Provera, ma la Fininvest era, posso dire, un terreno di sua pertinenza, come [se fosse] un [suo] investimento, come se fossero soldi messi da tasca sua, la Fininvest".

E' l'interrogatorio del 29 giugno 2009. Gaspare conclude: "Le [mie] dichiarazioni non possono bruciare l'asso [conservato nella manica] di Giuseppe" perché "il jolly" non ha nulla a che spartire con la Sicilia, con le stragi, con quell'orizzonte mafioso che è il solo paesaggio sotto gli occhi di Spatuzza. Un mese dopo (28 luglio 2009), i pubblici ministeri chiedono a Filippo in modo tranchant dove siano le sue ricchezze. Quello risponde: "Non ne parlo e mi dispiace non poterne parlare".

Ora, per raccapezzarci meglio in questo labirinto, si deve ricordare che i legami tra Marcello Dell'Utri e i paesani di Palermo non sono una novità. Come non sono sconosciuti gli incontri - nella metà degli anni settanta - tra Silvio Berlusconi e la créme de la créme di Cosa Nostra (Stefano Bontate, Mimmo Teresi, Tanino Cinà, Francesco Di Carlo). Né sono inedite le rivelazioni sulla latitanza di Gaetano e Antonino Grado nella tenuta di Villa San Martino ad Arcore, protetta dalla presenza di Vittorio Mangano, capo del mandamento di Porta Nuova (il mafioso, "che poteva chiedere qualsiasi cosa a Dell'Utri", siede alla tavola di Berlusconi anche nelle cene ufficiali, altro che "stalliere"). Nella scena che prepara la confessione di Gaspare Spatuzza, quel che è originale è l'esistenza di "un asso" che, giocato da Giuseppe Graviano, potrebbe compromettere il racconto mitologico dell'avventura imprenditoriale del presidente del consiglio.

Con quali capitali, Berlusconi abbia preso il volo, a metà degli settanta, ancora oggi è mistero glorioso e ben protetto. Molto si è ragionato sulle fidejussioni concessegli da una boutique del credito come la Banca Rasini; sul flusso di denaro che gli consente di tenere a battesimo Edilnord e i primi ambiziosi progetti immobiliari. Probabilmente capitali sottratti al fisco, espatriati, rientrati in condizioni più favorevoli, questo era il mestiere del conte Carlo Rasini. Ma è ancora nell'aria la convinzione che non tutta la Fininvest sia sotto il controllo del capo del governo.

Molte testimonianze di "personaggi o consulenti che hanno lavorato come interni al gruppo", rilasciate a Paolo Madron (autore, nel 1994, di una documentata biografia molto friendly, Le gesta del Cavaliere, Sperling&Kupfer), riferiscono che "sono [di Berlusconi] non meno dell'80 per cento delle azioni delle [22] holding [che controllano Fininvest]. Sull'altro 20 per cento, per la gioia di chi cerca, ci si può ancora sbizzarrire". Sembra di poter dire che il peso del ricatto della famiglia di Brancaccio contro Berlusconi può esercitarsi proprio tra le nebbie di quel venti per cento. In un contesto che tutti dovrebbe indurre all'inquietudine. Cosa Nostra minaccia in un regolamento di conti il presidente del consiglio. Ne conosce qualche segreto. Ha con lui delle cointeressenze antiche e inconfessabili. Le agita per condizionarne le scelte, ottenerne utili legislativi, regole carcerarie più favorevoli, minore pressione poliziesca e soprattutto la disponibilità di ricchezze che (lascia intuire) le sono state trafugate. In questo conflitto - da un lato, una banda di assassini; dall'altro un capo di governo liberamente eletto dal popolo, nonostante le sue opacità - non c'è dubbio con chi bisogna stare. E tuttavia, per sottrarsi a quel ricatto rovinoso, anche Berlusconi è chiamato a fare finalmente luce sull'inizio della sua storia d'imprenditore.

Il Cavaliere dice che si è fatto da sé correndo in salita senza capitali alle spalle. Sostiene di essere il proprietario unico delle holding che controllano Mediaset (ma quante sono, una buona volta, ventidue o trentotto?). E allora l'altro venti per cento di Mediaset di chi è? Davvero, come raccontano ora gli uomini di Brancaccio, è della mafia? È stata la Cosa Nostra siciliana allora a finanziarlo nei suoi primi, incerti passi di imprenditore? Già glielo avrebbero voluto chiedere i pubblici ministeri di Palermo che pure qualche indizio in mano ce l'avevano.

Quel dubbio non può essere trascurabile per un uomo orgoglioso di avercela fatta senza un gran nome, senza ricchezze familiari, un outsider nell'Italia ingessata delle consorterie e prepotente delle lobbies.

Berlusconi, in occasione del processo di primo grado contro Marcello Dell'Utri, avrebbe potuto liberarsi di quel sospetto con poche parole. Avrebbe potuto dire il suo segreto; raccontare le fatiche che ha affrontato; ricordare le curve che ha dovuto superare, anche le minacce che gli sono piovute sul capo. Poche parole con lingua secca e chiara. E lui, invece, niente. Non dice niente. L'uomo che parla ossessivamente di se stesso, compulsivamente delle sue imprese, tace e dimentica di dirci l'essenziale. Quando i giudici lo interrogano a Palazzo Chigi (è il 26 novembre 2002, guida il governo), "si avvale della facoltà di non rispondere". Glielo consente la legge (è stato indagato in quell'inchiesta), ma quale legge non scritta lo obbliga a tollerare sulle spalle quell'ombra così sgradevole e anche dolorosa, un'ombra che ipoteca irrimediabilmente la sua rispettabilità nel mondo - nel mondo perché noi, in Italia, siamo più distratti? Qual è il rospo che deve sputare? Che c'è di peggio di essere accusato di aver tenuto il filo - o, peggio, di essere stato finanziariamente sostenuto - da un potere criminale che in Sicilia ha fatto più morti che la guerra civile nell'Irlanda del Nord? Che c'è di peggio dell'accusa di essere un paramafioso, il riciclatore di denaro che puzza di paura e di morte? Un'evasione fiscale? Un trucco di bilancio? Chi può mai crederlo nell'Italia che ammira le canaglie. Per quella ragione, gli italiani lo avrebbero apprezzato di più, non di meno. Avrebbero detto: ma guarda quel bauscia, è furbissimo, ha truccato i conti, gabbato lo Stato e vedi un po' dove è arrivato e con quale ricchezza!

D'altronde anche per questo scellerato fascino, gli italiani lo votano e gli regalano la loro fiducia. E dunque che c'è di indicibile nei finanziamenti oscuri, senza padre e domicilio, che gli consentono di affatturarsi i primi affari?

E' giunto il tempo, per Berlusconi, di fare i conti con il suo passato. Non in un'aula di giustizia, ma en plein air dinanzi all'opinione pubblica. Prima che sia Cosa Nostra a intrappolarlo e, con lui, il legittimo governo del Paese.
http://www.repubblica.it/2009/10/sez...i-conti-1.html
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Old 28-11-2009, 12:03   #2
The Pein
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E anche l'ultimo baluardo di difesa(se mai ci fosse stata eh) di Berlusconi è caduto...
A quando l'ha resa Nazionale?
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Old 28-11-2009, 12:10   #3
ConteZero
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E anche l'ultimo baluardo di difesa(se mai ci fosse stata eh) di Berlusconi è caduto...
A quando l'ha resa Nazionale?
Lui non s'arrende.
Egli è come Garibaldi (quello con la camicia rossa del sangue ed i pantaloni marroni del...), nel caso peggiore sale sul suo panfilo e và a "liberare" l'America del sud dalla minaccia comunista (magari cominciando da un paese in cui non c'è l'estradizione).
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Old 28-11-2009, 13:48   #4
nrk985
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Berlusconi si è già auto-assolto ieri e oggi nei telegiornali.
Per i nostri tg il caso è già chiuso.
Quando si sapranno altre informazioni interessanti l'italiano medio non verrà di certo a conoscenza di nulla... anzi, no, sentirà Berlusconi che sbraita contro i giudici comunisti e basta...
__________________
Se un dittatore non mette il cappellone, non spara per aria, non vedete il passo dell'oca fuori dalla finestra, non vi razionalizza il pane... allora non lo prendete sul serio, è sempre un buffone, c'è sempre da ridere.
- Corrado Guzzanti
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Old 28-11-2009, 14:09   #5
Anodaram
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Berlusconi si è già auto-assolto ieri e oggi nei telegiornali.
Per i nostri tg il caso è già chiuso.
Quando si sapranno altre informazioni interessanti l'italiano medio non verrà di certo a conoscenza di nulla... anzi, no, sentirà Berlusconi che sbraita contro i giudici comunisti e basta...
si infatti, oggi il tg2 ha dato questa notizia:

"notizia appena giunta,smentite le accuse contro berlusconi riguardo associazione mafiosa e stragi del '93.....etc...."

cioè sembre che qualcuno (uno s'immiagina l'autorità giudiziaria) abbia dichiarato falso quanto dichiarato dai pentiti.....beh continuando ad ascoltare si capisce che quelle smentite sono di BERLUSCONI.Lui si autoassolve senza bisogno di processo,e le sue dichiarazioni sono presentate come LA VERITA' dai tg......
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Old 28-11-2009, 14:51   #6
Sheera
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Balle!
L'impero Fininvest è stato fondato coi soldi di due finanziarie svizzero-tedesco-israeliane dal lunghissimo nome tedesco. Se cercate in rete le trovate. Lasciate perdere la carta igienica di De Benedetti.
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Old 28-11-2009, 15:14   #7
ConteZero
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L'impero Fininvest è stato fondato coi soldi di due finanziarie svizzero-tedesco-israeliane dal lunghissimo nome tedesco. Se cercate in rete le trovate. Lasciate perdere la carta igienica di De Benedetti.
Fosse così semplice ci sarebbe da capire perché S.B.non ha mai voluto rivelarlo pubblicamente.
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Old 28-11-2009, 15:38   #8
Sheera
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Fosse così semplice ci sarebbe da capire perché S.B.non ha mai voluto rivelarlo pubblicamente.
La notizia di queste due società è pubblica, anche se non molto reclamizzata. Sono state loro a cooptare S.B., non il contrario. Già esistevano legami di questi personaggi con la Banca dell'ebreo Rasini, banca con un solo sportello che faceva contrabbando e riciclaggio con la Svizzera.
In una di queste società, mi pare di ricordare che avessero sede alle solite Cayman, c'era il finanziere svizzero Tito Tettamanti.
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Old 28-11-2009, 16:14   #9
newreg
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L'impero Fininvest è stato fondato coi soldi di due finanziarie svizzero-tedesco-israeliane dal lunghissimo nome tedesco. Se cercate in rete le trovate. Lasciate perdere la carta igienica di De Benedetti.
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Fosse così semplice ci sarebbe da capire perché S.B.non ha mai voluto rivelarlo pubblicamente.
La Aktiengesellschaft fur Immobilienanlagen in Residenzzentren Ag" di Lugano che mise i 50.000 franchi svizzeri del capitale, ma poco dopo Berlusconi sborsò più di 3 miliardi (di allora) per comprare il tereno deve sorgerà Milano 2.
Qual è la vera origine di tutto questo denaro e di quello che servì per portare avanti il cantiere? ... Quali garanzie diede il 32enne Berlusconi che non aveva nulla alle spalle ?
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Ultima modifica di newreg : 28-11-2009 alle 16:17.
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Old 28-11-2009, 17:27   #10
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Lasciate perdere la carta igienica di De Benedetti.
Zi badrone.
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Old 28-11-2009, 19:00   #11
Sheera
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La Aktiengesellschaft fur Immobilienanlagen in Residenzzentren Ag" di Lugano che mise i 50.000 franchi svizzeri del capitale, ma poco dopo Berlusconi sborsò più di 3 miliardi (di allora) per comprare il tereno deve sorgerà Milano 2.
Qual è la vera origine di tutto questo denaro e di quello che servì per portare avanti il cantiere? ... Quali garanzie diede il 32enne Berlusconi che non aveva nulla alle spalle ?
Intanto non c'è solo quella finanziaria, ma ce n'era un'altra.
La vera origine di tutto è la banca dell'ebreo Rasini, banca con un solo sportello, che era la banca dei traffici dei milanesi con la Svizzera. Legame con la Svizzera quindi preesistente. Il padre di Silvio, Luigi Berlusconi, dipendente della banca, era l'uomo di fiducia di questi traffici. Gli stessi finanzieri svizzeri che avevano già legami con la banca Rasini cooptarono il figlio, che fu per loro una specie di prestanome. Tra questi c'era Tito Tettamanti, tuttora finanziere importante.
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Old 28-11-2009, 19:13   #12
ConteZero
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Intanto non c'è solo quella finanziaria, ma ce n'era un'altra.
La vera origine di tutto è la banca dell'ebreo Rasini, banca con un solo sportello, che era la banca dei traffici dei milanesi con la Svizzera. Legame con la Svizzera quindi preesistente. Il padre di Silvio, Luigi Berlusconi, dipendente della banca, era l'uomo di fiducia di questi traffici. Gli stessi finanzieri svizzeri che avevano già legami con la banca Rasini cooptarono il figlio, che fu per loro una specie di prestanome. Tra questi c'era Tito Tettamanti, tuttora finanziere importante.
Ma banca dei traffici con la Svizzera DI CHI lo sai ?
Buscetta (pentito storico) dice che la Rasini era la banca usata da cosa nostra per esportare all'estero i capitali da "ripulire".
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Old 28-11-2009, 19:19   #13
Sheera
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Ma banca dei traffici con la Svizzera DI CHI lo sai ?
Buscetta (pentito storico) dice che la Rasini era la banca usata da cosa nostra per esportare all'estero i capitali da "ripulire".
Ma lascia perdere sti pentiti che sono solo delatori imbeccati dai giudici! (Sistema usato anche nell'antica Grecia, invece che "pentiti" si chiamavano "sica"). Figuriamoci.
Suppongo che lo facessero industriali e banchieri, i nomi non li so, ma in genere sono quelli che contano, i "più uguali" degli altri, i soldi in Svizzera li mandavano tutti quelli che potevano.
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Old 28-11-2009, 19:27   #14
ConteZero
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Ma lascia perdere sti pentiti che sono solo delatori imbeccati dai giudici! (Sistema usato anche nell'antica Grecia, invece che "pentiti" si chiamavano "sica"). Figuriamoci.
Suppongo che lo facessero industriali e banchieri, i nomi non li so, ma in genere sono quelli che contano, i "più uguali" degli altri, i soldi in Svizzera li mandavano tutti quelli che potevano.
Buscetta è stato il primo grande pentito, e parliamo del 1984.
Ad imbeccarlo dovrebbero essere stati, secondo te, Falcone e Borsellino ?

La settima domanda tratta da La Padania:

Quote:
Settimo quesito: e' universalmente noto che lei, signor Berlusconi, come imprenditore e' "nato col mattone" per poi approdare alla televisione. Proprio sull'edificazione del network tivu' e' incentrato questo punto. Lei, signor Berlusconi, certamente ricorda che sul finire del 1979 diede incarico ad Adriano Galliani di girare l'Italia ad acquistare frequenze tivu'. Lo scopo - del tutto evidente - fu quello di costituire una rete di emittenti sotto il suo controllo, signor Berlusconi, in modo da poter trasmettere programmi, ma soprattutto pubblicita', che cosi' sarebbe stata "nazionale" e non piu' locale. La differenza dal punto di vista dei fatturati pubblicitari, ovviamente, era enorme. Fu un piano perfetto.

Se non che, Adriano Galliani invece di buttarsi a capofitto nell'acquisto di emittenti al Nord, inizio' dal Sud e precisamente dalla Sicilia, dove entro' in societa' con i fratelli Inzaranto di Misilmeri (frazione di Palermo) nella loro Retesicilia Srl, che dal 13 novembre 1980 vedra' nel proprio consiglio di amministrazione Galliani in persona a fianco di Antonio Inzaranto. Ora lei, signor Berlusconi, da imprenditore avveduto qual e', non puo' non avere preso informazioni all'epoca sui suoi nuovi soci palermitani, personaggi molto noti da quelle parti per ben altre questioni, oltre la tivu'. Infatti Giuseppe Inzaranto, fratello di Antonio nonche' suo partner, e' marito della nipote prediletta di Tommaso Buscetta.

No, sia chiaro, non mi riferisco al "pentito Buscetta" del 1984, ma al super boss che nel '79 e' ancora braccio destro di Pippo Calo' e amico intimo di Stefano Bontate, il capo dei capi della mafia siciliana. Quindi, signor Berlusconi, perche' entro' in affari - tramite Adriano Galliani - con gente di questa risma? C'e' da notare, oltre tutto, che i fratelli Inzaranto sono di Misilmeri. Le dice niente, signor Berlusconi, questo nome? Guardi che glielo sto chiedendo con grande serieta'. Infatti proprio di Misilmeri sono originari i soci siciliani della nobile famiglia Rasini che assieme alla famiglia Azzaretto - nativa di Misilmeri, appunto - fondo' nel 1955 la banca di Piazza Mercanti, la Banca Rasini. Giuseppe Azzaretto e suo figlio, Dario Azzaretto, sono persone delle quali lei, signor Berlusconi, con ogni probabilita' sentiva parlare addirittura in casa da suo padre. Gli Azzaretto erano - con i Rasini - i diretti superiori di suo padre Luigi, signor Berlusconi. Gli Azzaretto di Misilmeri davano ordini a suo padre, signor Berlusconi, che per molti anni fu loro procuratore, il primo procuratore della Banca Rasini. Certo non le vengo a chiedere con quali capitali - e di chi - Giuseppe Azzaretto riusci' ad affiancarsi nel 1955 ai potenti Rasini di Milano, tenuto conto che Misilmeri e' tutt'oggi una tragica periferia della peggiore Palermo, pero' che a lei Misilmeri possa risultare del tutto sconosciuta, mi appare inverosimile.
Quindi i Rasini di Misilmeri (PA) e gli Azzaretto (sempre di Misilmeri) erano i capi del papà di Silvio e lui non lo sapeva ?

Al solo leggere la pagina di wikipedia sulla banca rasini tremano i polsi : http://it.wikipedia.org/wiki/Banca_Rasini
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Ultima modifica di ConteZero : 28-11-2009 alle 19:42.
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Old 28-11-2009, 19:49   #15
first register
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quante probabilità ci sono che berlusconi non abbia nessun rapporto con i mafiosi ?


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Old 28-11-2009, 20:05   #16
Sheera
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Buscetta è stato il primo grande pentito, e parliamo del 1984.
Ad imbeccarlo dovrebbero essere stati, secondo te, Falcone e Borsellino ?

La settima domanda tratta da La Padania:



Quindi i Rasini di Misilmeri (PA) e gli Azzaretto (sempre di Misilmeri) erano i capi del papà di Silvio e lui non lo sapeva ?

Al solo leggere la pagina di wikipedia sulla banca rasini tremano i polsi : http://it.wikipedia.org/wiki/Banca_Rasini
Lascia perdere Wikipedia che non è una fonte, può scriverci chiunque.
I Rasini non sono di Misilmeri, manco La Padania è una fonte. Fonte sono solamente i testi scritti dagli storici, con tanto di documentazioni e bibliografia.
Rasini è un cognome lombardo.

I "pentiti" sono personaggi che sono in prigione o comunque pregiudicati, totalmente nelle mani dei giudici. No so chi imbeccasse Buscetta, ma ha detto quello che gi hanno ordinato di dire, come tutti questi. E come ti ho spiegato è un sistema di fare lotta politica che risale all'antica Grecia.
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Old 28-11-2009, 20:13   #17
elect
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Balle!
L'impero Fininvest è stato fondato coi soldi di due finanziarie svizzero-tedesco-israeliane dal lunghissimo nome tedesco. Se cercate in rete le trovate. Lasciate perdere la carta igienica di De Benedetti.

Stavo per risponderti seriamente quando ho capito che dovevi essere ironico.
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Old 28-11-2009, 20:17   #18
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Lascia perdere Wikipedia che non è una fonte, può scriverci chiunque.
I Rasini non sono di Misilmeri, manco La Padania è una fonte. Fonte sono solamente i testi scritti dagli storici, con tanto di documentazioni e bibliografia.
Rasini è un cognome lombardo.

I "pentiti" sono personaggi che sono in prigione o comunque pregiudicati, totalmente nelle mani dei giudici. No so chi imbeccasse Buscetta, ma ha detto quello che gi hanno ordinato di dire, come tutti questi. E come ti ho spiegato è un sistema di fare lotta politica che risale all'antica Grecia.
L'inchiesta "san Valentino" del 1984 dimostrò che tra i correntisti della Banca c'erano molti boss mafiosi siciliani ...
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Old 28-11-2009, 20:43   #19
Sheera
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L'inchiesta "san Valentino" del 1984 dimostrò che tra i correntisti della Banca c'erano molti boss mafiosi siciliani ...
Nell'84 possibile, ma la banca Rasini non è dell'84.
Poi bisogna tenere conto che i boss sono prestanome delle maggiori industrie italiane, come da risultanze processuali. Quelli che hanno accesso alle banche dati del Ministero di Grazia e Giustizia possono andare a controllare: documenti, non articoli di giornale.
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Old 28-11-2009, 20:47   #20
claudioborghi
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L'inchiesta "san Valentino" del 1984 dimostrò che tra i correntisti della Banca c'erano molti boss mafiosi siciliani ...
Come al solito si confonde il "prima" e il "dopo". La banca Rasini era una cosa, poi dopo che Rasini la cedette ad altri soggetti divento' un'altra.

Comunque se Berlusconi era "referente della mafia" agli inizi della sua avventura imprenditoriale allora bisogna buttare nel cesso tutto il processo dell'Utri dove tutto si basa su un presunto incontro del 1975 dove per si dice che per la prima volta B. Incontra dei mafiosi per chiedere di essere "protetto" dalle minacce contro i figli.
In ogni caso il castello delle illazioni non sta in piedi.

Comunque la Fininvest ha gia' annunciato querela per l'articolo in topic.
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