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Old 24-11-2006, 12:53   #1
dupa
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Amnesia da 5 per mille

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Cancellato o dimenticato? Quando il 29 settembre il Consiglio dei ministri ha dato l’ok alla prima finanziaria del governo Prodi, nelle 267 pagine del documento, non c’era neppure una riga per il 5 per mille. Che cos’era successo? Nelle fasi preparatorie nessuno aveva sollevato dubbi sull’opportunità di questo provvedimento che Giulio Tremonti aveva inserito nella Finanziaria dello scorso anno. Quindi si dava per scontata la riconferma, sull’onda dell’indubbio consenso che aveva riscosso sia nel mondo dell’associazionismo sia, soprattutto, tra i contribuenti. Il 5 per mille era una forma vera di sussidiarietà fiscale: lo Stato lascia libero il cittadino di destinare una piccola quota delle proprie imposte a una realtà sociale che il contribuente giudica meritevole. Basta mettere il codice fiscale dell’ente e la propria firma; in caso contrario quella quota delle imposte viene incassata dallo Stato. Insomma, un meccanismo semplice, che certo aveva bisogno di qualche aggiustamento. Ma un meccanismo straordinariamente efficace, che ha portato 30mila onlus a iscriversi nell’apposito registro presso l’agenzia delle entrate, e poi a farsi conoscere presso i cittadini, imparando a comunicare, facendo più trasparenza sulla propria mission e sui propri bilanci. I risultati dicono a chiare lettere che l’operazione è riuscita al di là delle più rosee previsioni: secondo alcune proiezioni, la percentuale dei contribuenti che ha messo la sua firma sul 5 per mille si aggirerebbe sul 60% (il Caf della Cisl ha addirittura comunicato uno strabiliante 78% per cento tra i contribuenti che si sono presentati ai suoi sportelli). Per avere un raffronto, le firme di adesione all’8 per mille (quello destinato alla Chiesa cattolica e alle altre confessioni riconosciute dallo Stato) sono sul 40%.

Investimento “stellare”
Sui conti pubblici il 5 per mille pesa tra i 250 e i 300 milioni di euro: un costo che viene abbondantemente recuperato dai servizi che le 30mila associazioni (alle quali si aggiungono anche le università e i Comuni, pure potenziali destinatari del 5 per mille) rendono in tutti i campi del sociale e della cultura. Insomma, più che una voce di spesa, un investimento destinato a rientrare con interessi “stellari”. Basti pensare al contributo che il non profit ha nel campo della ricerca sanitaria: l’Airc garantisce il 50% della ricerca oncologica in Italia. E senza oneri per lo Stato… Anche la vecchia maggioranza, cui va il merito del provvedimento (e di quello ancor più importante sulla deducibilità delle donazioni) non s’è resa conto dell’impatto virtuoso che queste scelte di sussidiarietà fiscale hanno avuto, tant’è vero che in tutti i dibattiti elettorali Berlusconi non ha mai giocato questa carta, che pur sarebbe stata di grande efficacia.
Ma per tornare all’attualità, perché i tecnici del governo Prodi hanno cancellato il 5 per mille? All’interno dell’attuale maggioranza tante voci, e anche molto autorevoli, avevano condiviso il provvedimento Tremonti. Tra gli altri Enrico Letta, Ermete Realacci e Pieluigi Bersani, che appena il caso è esploso si sono affrettati a garantire che il 5 per mille verrà reinserito in Finanziaria.

Sussidiarietà sotto attacco
Cosa può esser successo? Stefano Zamagni, docente di Economia all’Università di Bologna, uno dei maggiori conoscitori del non profit italiano e padre della legge 266 sul volontariato (peraltro varata dal Prodi 1…), dà un’interpretazione culturale a questa “amnesia”. Spiega: «Non so se sia stata una dimenticanza o meno, ma la ragione ultima è che chi ha steso la Finanziaria non ritiene il non profit prioritario e soprattutto non accetta che questi soggetti abbiano un’indipendenza economica: secondo loro è meglio che i soldi passino attraverso una mediazione politica o “filantropica”. Il principio sussidiario che sta sotto il 5 per mille non è stato digerito…». Quindi è l’idea stessa di sussidiarietà a essere sotto attacco, secondo Zamagni. Che lancia una domanda provocatoria: «Vi siete chiesti come mai nel 2001 abbiamo cambiato la Costituzione, abbiamo inserito nel capitolo V la sussidiarietà e oggi, cinque anni dopo, abbiamo meno sussidiarietà di prima?». E quale può essere la strada per impedire questa china? Zamagni ha chiara la ricetta: «Per avere l’indipendenza bisogna che il Codice civile riconosca la figura giuridica dell’impresa civile non profit. Per questo mi sto battendo nella commissione parlamentare e devo dire, con mia grande soddisfazione, che trovo sempre più consensi».
http://www.clonline.org/articoli/ita...106_Sussid.htm
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Old 24-11-2006, 16:11   #2
bjt2
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