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Old 04-01-2006, 20:56   #1
maxsona
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Francia: l’industria bellica

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L’industria francese di armamenti è un settore solido. La Francia conta, infatti, ben sei compagnie che operano nell’ambito della difesa e che sono presenti nella lista delle 100 aziende più remunerative livello globale del settore. L’industria bellica tira, il governo francese lo sa e, certamente, non si farà sfuggire nessuna occasione per favorire le propria produzione di armi.

Enrica Bucciarelli

Equilibri.net (04 gennaio 2006)

Il sostegno politico del governo francese all’industria bellica

Nel mondo, ogni anno la spesa militare ammonta a circa 800 miliardi di dollari nella quale vengono inclusi voci quali acquisto d’armamento, infrastrutture e spese che riguardano i militari (ex. Stipendi); in particolare, il giro d’affari in termini d’esportazioni di armi si aggira intorno ai 21 miliardi. La copertura dell’84% dell’intera domanda di questo mercato è assicurata solamente da cinque paesi fra cui, al terzo posto, figura la Francia, dopo Stati Uniti e Regno Unito e seguita da Germania e Russia. L’esportazione bellica francese riguarda soprattutto gli “armamenti convenzionali pesanti” ovvero tutte quelle armi che non sono facilmente trasportabili da una o da un gruppo di persone, a trazione animale o con veicoli leggeri. Nonostante ciò, ragguardevoli restano anche le esportazioni di “armi leggere” le quali fanno sì che circa il 15% del totale globale sia coperto dalla Francia.

Come è facilmente comprensibile, il peso dell’industria bellica nel budget francese riveste un ruolo molto importante. Per questa ragione, la classe politica d’oltre-alpe ha sempre cercato di favorire le proprie produzioni intervenendo anche in ambito internazionale. La Francia ha sempre visto ad est l’apertura di nuovi mercati per la sua industria bellica, dapprima con l’interessamento verso i paesi nati dall’implosione delle superpotenza sovietica e da ultimo nei confronti dell’India e della Repubblica Popolare Cinese. Per ciò che riguarda l’India, risale alla metà dello scorso novembre l’annuncio della Delegation Generale pour l’Armament (DGA) della decisione del Governo Indiano di fornire alle proprie forze armate 6 sottomarini Scorpène, costruiti con licenza nel paese asiatico ma con costante collegamento con i fornitori francesi. A latere è stato firmato fra i due ministeri della Difesa un accordo tecnico che fissa le basi della cooperazione bilaterale associata a quest’operazione.

Situazione più complessa è quella che riguarda la Cina. Questo stato è vittima di un embargo che riguarda la vendita di armamenti disposto in seguito alla protesta studentesca e ai fatti accaduti in Piazza Tien An Men nel 1989. Nella scorsa primavera, i governi europei, capeggiati da Francia, Germania e Italia, hanno sostenuto che i motivi per i quali è venuto ad esistere tale embargo sono venuti a cadere. In particolare il ministro francese della difesa Michèle Alliot-Marie, incontrando i vertici della Casa Bianca a Washington l’ha definito come “una barriera psicologica nelle relazioni fra Unione Europea e Cina”. Nonostante le pressioni dei governi UE e quelle da parte cinese, in aprile il parlamento europeo si è espresso a larga maggioranza a favore della necessità di mantenere l’embargo invitando il Consiglio a non rimuoverlo. La partita, però, non si è del tutto conclusa; il 21 novembre il consiglio dei Ministri UE ha approvato il nuovo codice di condotta per l’esportazioni di armi ritenuto da più parti come un passo “preliminare” per la eliminazione del restringimento della vendita di armi alla Cina.
Per la Francia, però, sembrerebbe solamente l’ufficializzazione di ciò che già mette in pratica. I sostenitori di “Control Arms”, campagna di Amnesty International, infatti, denunciano che la Francia esporta equipaggiamenti verso paesi oggetto di embargo sulle armi fra cui Sudan, Myanmar e Repubblica Popolare Cinese verso la quale lo stato europeo ha trasferito alcune armi. Control Arms denuncia che “Il governo francese ha anche autorizzato l’azienda francese Thales Angeniux a sottoscrivere accordi di licenza di produzione con la North Night Vision Technology Co.Lt.d di Pechino, per produrre dispositivi di visione notturna, chiamati LUCIE, che possono essere assemblati con specifiche caratteristiche completamente militari.” La Francia in definitiva, ha dato un’interpretazione meno restrittiva al divieto a dispetto di ciò che hanno fatto altri paesi europei e prevedibilmente, il governo francese continuerà a fare pressioni affinché gli ostacoli alla vendita di armi alla Cina venga revocato, in quanto il paese più popoloso dell'Asia non è solo lo stato le cui produzioni non sono a norma con gli standard di sicurezza europei, ma è il paese che, secondo le stime di “The Ecomonist”, ha messo in budget 15 miliardi di dollari per la voce “acquisizioni”, una vera miniera d’oro per la Francia e non solo.

Thales e Giat Industries: due esempi di “partecipazione statale”

Come si è già accennato, ben sei compagnie del settore della difesa francesi sono fra le 100 più produttive del mondo. A capeggiare questo piccolo plotone vi è Thales, la quale occupa il nono posto nel ranking mondiale e che, nel 2004, ha avuto profitti per circa 14 miliardi di dollari di cui il 68% proveniente dal settore della difesa. Thales, e lo sciame di aziende da lei controllate, si occupa della fabbricazione e della vendita di sistemi elettronici destinati al settore navale, aeronautico, e della difesa. Per questo motivo, Thales, insieme ad altre 240 industrie fra cui aziende del calibro di EADS e Dassault Aviation, fa parte del GIFAS (“Groupement des Industries Françaises Aéronautiques et Spatiales”), federazione che raggruppa aziende specializzate proprio nello sviluppo e nella commercializzazione di materiale aeronautico e spaziale. Nonostante l’importanza che riveste il compartimento aeronautico (sia civile che militare) nell’azienda, le ultime buone notizie arrivano dal settore navale. In novembre, l’OCCAR (Organismo Congiunto di Cooperazione in materia di Armamenti) ha notificato ad Armaris (una delle numerose aziende controllate da Thales; nello specifico Armaris è una società comune di DCN e Thales), un contratto, per un ammontare di 3,5 miliardi di euro, finalizzato allo sviluppo e alla realizzazione delle fregate europee di nuova generazione (FREMM).
Inoltre, il 15 dicembre, dopo un anno e mezzo di negoziati, il governo ha annunciato che Thales, per mezzo di Armaris avrà la possibilità di controllare per un massimo del 25% (che potrà arrivare fino al 35% nel giro di tre anni) il capitale della DCN (Direction des Constructions Navales). A controllare la maggioranza del capitale resterà, comunque, lo stato. L’accordo prevede che Thales deleghi alla DCN le attività di “Thales Naval France”, quelle della stessa Armaris e delle altre aziende comuni a DCN e a Thales. Questo accordo, che sarà perfezionato entro l’estate del prossimo anno, è stato fortemente voluto dal Ministro della Difesa che ha visto in esso un duplice strumento: un mezzo per ridurre l’eccessiva frammentazione dell’industria militare navale francese e un nuovo passo per fare della DCN una punta di diamante del settore della difesa navale, in particolar modo in ambito europeo. Nel quadro di questo accordo, Thales disporrà di due seggi nel consiglio d’amministrazione dell’impresa pubblica e allo stesso tempo di un diritto di controllo strategico. Non avrà, però, il controllo sull’attività commerciale di DCN né sulla costituzione di un comitato esecutivo. Lo stato, inoltre, avrà la facoltà di riacquistare la parte controllata da Thales nel caso in cui quest’ultima venga acquisita da un’altra società.
Nonostante queste clausole, l’accordo DCN-Thales resta, secondo diversi esperti finanziari, un eccellente affare, rendendo, così, la fine del 2005 un periodo molto vantaggioso per Thales.
Anno di passaggio, invece, per “Giat Industries”, società detenuta quasi totalmente dallo stato, e che in Francia fa la parte del leone per ciò che riguarda la specializzazione terrestre dell’industria bellica. Un fatturato di circa 805 milioni di dollari, proveniente interamente dal settore militare in quanto si tratta di una compagnia interamente votata alla costruzione di blindati e munizioni di medio e grosso calibro, le permette di situarsi al 59esimo del ranking sopra menzionato. Tale risultato sembra avvalorare gli sforzi effettuati dall’azienda per la sua ristrutturazione e previsti dal piano “Projet Giat 2006” formulato fra il 2002 e il 2003 quando “Giat industries” ha vissuto un momento non proprio felice. Si tratta di un piano di riorganizzazione industriale, economica e finanziaria che vorrebbe garantire “la perennità dell’impresa” da raggiungere tramite una rinnovata competitività sul mercato e la partecipazione dell’industria al progetto di difesa europea.

Conclusioni

Nel rapporto annuale 2004-2005, Philippe Camus, presidente del GIFAS, dopo aver sottolineato i progressi che sono stati registrati dalle aziende che formano la stessa federazione (dal 2002 si è avuto un aumento del 40% delle commissioni), individua le minacce più pericolose per le compagnie francesi: la parità fra euro e dollaro e la difficoltà di mantenere e soprattutto rafforzare in Europa il ruolo acquisito dalle industrie francese che operano nel settore della difesa.
Come si è voluto sottolineare, tali aziende, nonostante qualche marginale eccezione, godono di buona salute. Ciò è dovuto, anche, al costante apporto che il governo d’oltre-alpe fornisce alle proprie imprese, sia al livello interno (come nel caso di Giat Industries ove lo stato francese è allo stesso tempo il principale azionista e il più importante cliente), sia negoziando a livello internazionale accordi che favoriscano gli armamenti “Made in France”.
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