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Old 18-09-2009, 10:11   #1
Maverick18
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Quel sangue del Sud versato per il Paese

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IL RACCONTO. Nel momento della tragedia non possiamo non chiederci
perché a morire sono sempre, o quasi sempre, soldati del Meridione
Quel sangue del Sud
versato per il Paese

di ROBERTO SAVIANO

Quel sangue del Sud versato per il Paese
Vengo da una terra di reduci e combattenti. E l'ennesima strage di soldati non l'accolgo con la sorpresa di chi, davanti a una notizia particolarmente dolorosa e grave, torna a includere una terra lontana come l'Afghanistan nella propria geografia mentale. Per me quel territorio ha sempre fatto parte della mia geografia, geografia di luoghi dove non c'è pace. Gli italiani partiti per laggiù e quelli che restano in Sicilia, in Calabria o in Campania per me fanno in qualche modo parte di una mappa unica, diversa da quella che abbraccia pure Firenze, Torino o Bolzano.

Dei ventun soldati italiani caduti in Afghanistan la parte maggiore sono meridionali. Meridionali arruolati nelle loro regioni d'origine, o trasferiti altrove o persino figli di meridionali emigrati. A chi in questi anni dal Nord Italia blaterava sul Sud come di un'appendice necrotizzata di cui liberarsi, oggi, nel silenzio che cade sulle città d'origine di questi uomini dilaniati dai Taliban, troverà quella risposta pesantissima che nessuna invocazione del valore nazionale è stato in grado di dargli. Oggi siamo dinanzi all'ennesimo tributo di sangue che le regioni meridionali, le regioni più povere d'Italia, versano all'intero paese.

Indipendentemente da dove abitiamo, indipendente da come la pensiamo sulle missioni e sulla guerra, nel momento della tragedia non possiamo non considerare l'origine di questi soldati, la loro storia, porci la domanda perché a morire sono sempre o quasi sempre soldati del Sud. L'esercito oggi è fatto in gran parte da questi ragazzi, ragazzi giovani, giovanissimi in molti casi. Anche stavolta è così. Non può che essere così. E a sgoccioli, coi loro nomi diramati dal ministro della Difesa ne arriva la conferma ufficiale. Antonio Fortunato, trentacinque anni, tenente, nato a Lagonegro in Basilicata. Roberto Valente, trentasette anni, sergente maggiore, di Napoli. Davide Ricchiuto, ventisei anni, primo caporalmaggiore, nato a Glarus in Svizzera, ma residente a Tiggiano, in provincia di Lecce. Giandomenico Pistonami, ventisei anni, primo caporalmaggiore, nato ad Orvieto, ma residente a Lubriano in provincia di Viterbo. Massimiliano Randino, trentadue anni, caporalmaggiore, di Pagani, provincia di Salerno. Matteo Mureddu, ventisei anni, caporalmaggiore, di Solarussa, un paesino in provincia di Oristano, figlio di un allevatore di pecore. Due giorni fa Roberto Valente stava ancora a casa sua vicino allo stadio San Paolo, a Piedigrotta, a godersi le ultime ore di licenza con sua moglie e il suo bambino, come pure Massimiliano Radino, sposato da cinque anni, non ancora padre.

Erano appena sbarcati a Kabul, appena saliti sulle auto blindate, quei grossi gipponi "Lince" che hanno fama di essere fra i più sicuri e resistenti, però non reggono alla combinazione di chi dispone di tanto danaro per imbottire un'auto di 150 chili di tritolo e di tanti uomini disposti a farsi esplodere. Andando addosso a un convoglio, aprendo un cratere lunare profondo un metro nella strada, sventrando case, macchine, accartocciando biciclette, uccidendo quindici civili afgani, ferendone un numero non ancora precisato di altri, una sessantina almeno, bambini e donne inclusi.

E dilaniando, bruciando vivi, cuocendo nel loro involucro di metallo inutilmente rafforzato i nostri sei paracadutisti, due dei quali appena arrivati. Partiti dalla mia terra, sbarcati, sventrati sulla strada dell'aeroporto di Kabul, all'altezza di una rotonda intitolata alla memoria del comandante Ahmad Shah Massoud, il leone del Panjshir, il grande nemico dell'ultimo esercito che provò ad occupare quell'impervia terra di montagne, sopravvissuto alla guerra sovietica, ma assassinato dai Taliban. Niente può dirla meglio, la strana geografia dei territori di guerra in cui oggi ci siamo svegliati tutti per la deflagrazione di un'autobomba più potente delle altre, ma che giorno dopo giorno, quando non ce ne accorgiamo, continua a disegnare i suoi confini incerti, mobili, slabbrati. Non è solo la scia di sangue che unisce la mia terra a un luogo che dalle mie parti si sente nominare storpiato in Affanìstan, Afgrànistan, Afgà. E' anche altro. Quell'altro che era arrivato prima che dai paesini della Campania partissero i soldati: l'afgano, l'hashish migliore in assoluto che qui passava in lingotti e riempiva i garage ed è stato per anni il vero richiamo che attirava chiunque nelle piazze di spaccio locali. L'hashish e prima ancora l'eroina e oggi di nuovo l'eroina afgana. Quella che permette ai Taliban di abbondare con l'esplosivo da lanciare contro ai nostri soldati coi loro detonatori umani.

E' anche questo che rende simili queste terre, che fa sembrare l'Afganistan una provincia dell'Italia meridionale. Qui come là i signori della guerra sono forti perché sono signori di altro, delle cose, della droga, del mercato che non conosce né confini né conflitti. Delle armi, del potere, delle vite che con quel che ne ricavano, riescono a comprare. L'eroina che gestiscono i Taliban è praticamente il 90% dell'eroina che si consuma nel mondo. I ragazzi che partono spesso da realtà devastate dai cartelli criminali hanno trovato la morte per mano di chi con quei cartelli criminali ci fa affari. L'eroina afgana inonda il mondo e finanzia la guerra dei Taliban. Questa è una delle verità che meno vengono dette in Italia. Le merci partono e arrivano, gli uomini invece partono sempre senza garanzia di tornare. Quegli uomini, quei ragazzi possono essere nati nella Svizzera tedesca o trasferiti in Toscana, ma il loro baricentro rimane al paese di cui sono originari. È a partire da quei paesini che matura la decisione di andarsene, di arruolarsi, di partire volontari. Per sfuggire alla noia delle serate sempre uguali, sempre le stesse facce, sempre lo stesso bar di cui conosci persino la seduta delle sedie usurate. Per avere uno stipendio decente con cui mettere su famiglia, sostenere un mutuo per la casa, pagarsi un matrimonio come si deve, come aveva già organizzato prima di essere dilaniato in un convoglio simile a quello odierno, Vincenzo Cardella, di San Prisco, pugile dilettante alla stessa palestra di Marcianise che ha appena ricevuto il titolo mondiale dei pesi leggeri grazie a Mirko Valentino. Anche lui uno dei ragazzi della mia terra arruolati: nella polizia, non nell'esercito. Arruolarsi, anche, per non dover partire verso il Nord, alla ricerca di un lavoro forse meno stabile, dove sono meno certe le licenze e quindi i ritorni a casa, dove la solitudine è maggiore che fra i compagni, ragazzi dello stesso paese, della stessa regione, della stessa parte d'Italia. E poi anche per il rifiuto di finire nell'altro esercito, quello della camorra e delle altre organizzazioni criminali, quello che si gonfia e si ingrossa dei ragazzi che non vogliono finire lontani.

E sembra strano, ma per questi ragazzi morti oggi come per molti di quelli caduti negli anni precedenti, fare il soldato sembra una decisione dettata al tempo stesso da un buon senso che rasenta la saggezza perché comunque il calcolo fra rischi e benefici sembra vantaggioso, e dalla voglia di misurarsi, di dimostrare il proprio valore e il proprio coraggio. Di dimostrare, loro cresciuti fra la noia e la guerra che passa o può passare davanti al loro bar abituale fra le strade dei loro paesini addormentati, che "un'altra guerra è possibile". Che combattere con una divisa per una guerra lontana può avere molta più dignità che lamentarsi della disoccupazione quasi fosse una sventura naturale e del mondo che non gira come dovrebbe, come di una condizione immutabile.

Sapendo che i molti italiani che li chiameranno invasori e assassini, ma pure gli altri che li chiameranno eroi, non hanno entrambi idea di che cosa significhi davvero fare il mestiere del soldato. E sapendo pure che, se entrambi non ne hanno idea e non avrebbero mai potuto intraprendere la stessa strada, è perché qualcuno gliene ne ha regalate di molto più comode, certo non al rischio di finire sventrati da un'autobomba. Infatti loro, le destinazioni per cui partono, non le chiamano "missione di pace".

Forse non lo sanno sino in fondo che nelle caserme dell'Afghanistan possono trovare la stessa noia o la stessa morte che a casa. Ma scelgono di arruolarsi nell'esercito che porta la bandiera di uno Stato, in una forza che non dispone della vita e della morte grazie al denaro dei signori della guerra e della droga. Per questo, mi augurerei che anche chi odia la guerra e ritiene ipocrita la sua ridefinizione in "missione di pace", possa fermarsi un attimo a ricordare questi ragazzi. A provare non solo dolore per degli uomini strappati alla vita in modo atroce, ma commemorarli come sarebbe piaciuto a loro. A onorarli come soldati e come uomini morti per il loro lavoro. Quando è arrivata la notizia dell'attentato, un amico pugliese mi ha chiamato immediatamente e mi ha detto: "Tutti i ragazzi morti sono nostri". Sono nostri è come per dire sono delle nostre zone. Come per Nassiriya, come per il Libano ora anche per Kabul. E che siano nostri lo dimostriamo non nella retorica delle condoglianze ma raccontando cosa significa nascere in certe terre, cosa significa partire per una missione militare, e che le loro morti non portino una sorta di pietra tombale sulla voglia di cambiare le cose. Come se sui loro cadaveri possa celebrarsi una presunta pacificazione nazionale nata dal cordoglio. No, al contrario, dobbiamo continuare a porre e porci domande, a capire perché si parte per la guerra, perché il paese decide di subire sempre tutto come se fosse indifferente a ogni dolore, assuefatto ad ogni tragedia.

Queste morti ci chiedono perché tutto in Italia è sempre valutato con cinismo, sospetto, indifferenza, e persino decine e decine di morti non svegliano nessun tipo di reazione, ma solo ancora una volta apatia, sofferenza passiva, tristezza inattiva, il solito "è sempre andata così". Questi uomini del Sud, questi soldati caduti urlano alle coscienze, se ancora ne abbiamo, che le cose in questo paese non vanno bene, dicono che non va più bene che ci si accorga del Sud e di cosa vive una parte del paese solo quando paga un alto tributo di sangue come hanno fatto oggi questi sei soldati. Perché a Sud si è in guerra. Sempre.
http://www.repubblica.it/2009/09/sez...i-del-sud.html
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Old 18-09-2009, 10:24   #2
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Penso perchè o per vocazione, o per necessità, sono in maggioranza nell'esercito.
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Old 18-09-2009, 11:07   #3
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ma non diciamo cazzate!

da sempre al sud per mancanza di imprenditoria s'è dovuto puntare più su impieghi nell'ambito dell'amministrazione pubblica, fra cui esercito e FdO in primis.

è ovvia statistica a quel punto che se ci scappa il morto fra un militare, così come adun impiegato di poste o insegnante questo sia più facilmente del sud....



ma per favore vhà.

Ultima modifica di Fil9998 : 18-09-2009 alle 11:12.
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Old 18-09-2009, 11:12   #4
ConteZero
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Sono patrioti che hanno versato il sangue per la PATRIA, col tricolore in una mano e la statuetta dell'Italia turrita (che fa tanto figo) nell'altra.
Non osate dire che erano andati nell'esercito (ed in Afghanistan) per lavorare... non è possibile.
Devono essere EROI, quindi del comune soldo non deve fottergliene nulla.
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Old 18-09-2009, 11:28   #5
lowenz
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Bellissimo articolo, stupendo nella sua semplice e disarmante oggettività.
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E che siano nostri lo dimostriamo non nella retorica delle condoglianze ma raccontando cosa significa nascere in certe terre, cosa significa partire per una missione militare, e che le loro morti non portino una sorta di pietra tombale sulla voglia di cambiare le cose.
Riposo ai caduti e che la serenità possa tornare alle loro famiglie nel prossimo futuro.

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Old 18-09-2009, 11:32   #6
Teox82
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da sempre al sud per mancanza di imprenditoria s'è dovuto puntare più su impieghi nell'ambito dell'amministrazione pubblica, fra cui esercito e FdO in primis.

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Old 18-09-2009, 11:33   #7
recoil
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l'ho letto velocemente
lui stesso dice

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fare il soldato sembra una decisione dettata al tempo stesso da un buon senso che rasenta la saggezza perché comunque il calcolo fra rischi e benefici sembra vantaggioso
mi pare evidente che i soldati (ma anche i carabinieri e poliziotti) vengono per buona parte da regioni in cui è più difficile per un giovane inserirsi nel mondo del lavoro.
anche all'estero presumo funzioni così, lo stesso Moore nel suo film mostrava come negli USA vengano arruolati giovani dalle città più "sfigate" dove il tasso di disoccupazione arriva a livelli davvero preoccupanti

è insomma una domanda retorica
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Old 18-09-2009, 11:36   #8
castexx
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Old 18-09-2009, 12:09   #9
introspective
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Old 18-09-2009, 12:14   #10
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Potresti argomentare? Ti assicuro che qui in Sardegna, quando si è ipotizzato di sciogliere la Brigata Sassari c'è stato un putiferio, e certo non perché siamo dei grandi patrioti...
Da che mondo è mondo, la scelta di entrare nelle forze armate o in quelle dell'ordine è "favorita" da un mercato del lavoro difficile. La vita militare è scomoda e pericolosa, quindi è perfettametne ragionevole che non sia, mediamente, la prima scelta. Questo non significa che tantissimi soldati sono animati da sentimenti quali l'amor di patria e simili, ma distinguiamo bene le cose.
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Old 18-09-2009, 12:28   #11
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ma non diciamo cazzate!

da sempre al sud per mancanza di imprenditoria s'è dovuto puntare più su impieghi nell'ambito dell'amministrazione pubblica, fra cui esercito e FdO in primis.

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hai letto l'articolo? non si nega che lo si faccia per lavoro, ma cio' non toglie che il mestiere del soldato o del carabiniere o poliziotto e' un mestiere a volte "diverso". Non pensare stupidamente che chi lo fa non pensi ai pericoli che puo' comportare. Lo si fa solo per lavorare? Si? Allora e' una conferma del fatto che il meridionale ha tanta volgia di lavorare e non si ferma davanti a nulla.

Mi ha provocato disgusto il discorso di Bossi in merito al ritorno a casa dei "ragazzi", ma se per lui -stando alle ultime farneticanti sciocchezze sulla secessione- molti di questi ragazzi non dovrebbero neanche essere suoi compratioti. Si puo' discutere sul ruolo delle forze armate in Afghanistan, ma mi sembra che la vera ragione delle esternazioni del ministro della Repubblica Italiana Bossi siano quelle di evitare di stringersi attorno ad uno dei simboli dell'unita' nazionale.
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Old 18-09-2009, 12:32   #12
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Probabilmente non sono eroi, ma sono morti in nome dell'Italia e devono essere rispettati. Hanno fatto il soldato anche per guadagnare? probabilmente anche e non c'e' nulla di strano (basti pensare all'etimologia del nome), a me fanno piu' paura le ronde che mi sembrano meno impermeabili ad esaltati.
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Old 18-09-2009, 12:38   #13
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Old 18-09-2009, 12:40   #14
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Probabilmente non sono eroi, ma sono morti in nome dell'Italia e devono essere rispettati. Hanno fatto il soldato anche per guadagnare? probabilmente anche e non c'e' nulla di strano (basti pensare all'etimologia del nome), a me fanno piu' paura le ronde che mi sembrano meno impermeabili ad esaltati.
Poco ma sicuro.

Bravo per l'etimologia, uno se n'è ricordato
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Old 18-09-2009, 12:42   #15
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non si nega che lo si faccia per lavoro, ma cio' non toglie che il mestiere del soldato o del carabiniere o poliziotto e' un mestiere a volte "diverso". Non pensare stupidamente che chi lo fa non pensi ai pericoli che puo' comportare. Lo si fa solo per lavorare? Si? Allora e' una conferma del fatto che il meridionale ha tanta volgia di lavorare e non si ferma davanti a nulla.

Mi ha provocato disgusto il discorso di Bossi in merito al ritorno a casa dei "ragazzi", ma se per lui -stando alle ultime farneticanti sciocchezze sulla secessione- molti di questi ragazzi non dovrebbero neanche essere suoi compratioti. Si puo' discutere sul ruolo delle forze armate in Afghanistan, ma mi sembra che la vera ragione delle esternazioni del ministro della Repubblica Italiana Bossi siano quelle di evitare di stringersi attorno ad uno dei simboli dell'unita' nazionale.
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Old 18-09-2009, 12:42   #16
MadJackal
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Probabilmente non sono eroi, ma sono morti in nome dell'Italia e devono essere rispettati. Hanno fatto il soldato anche per guadagnare? probabilmente anche e non c'e' nulla di strano (basti pensare all'etimologia del nome), a me fanno piu' paura le ronde che mi sembrano meno impermeabili ad esaltati.
Ma infatti non credo che conte volesse dire che non sono morti per la patria.
Ma che volesse dire che è inutile urlare agli eroi: sono morti in servizio, mentre facevano il loro lavoro, non è un atto "eroico".
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Old 18-09-2009, 12:48   #17
Fil9998
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scusate, ma allora il problema è diverso:

se fai il militare PER LAVORO cioè per la paga ottimamente retribuita, specie per chi viene dal sud italia dove gli stipendi medi son bassi...
sai i rischi e li accetti

lo fai per lavoro ... PER SOLDI, poi se ci muori NON VENIRMI A RACCONTARE LA BALLA DEL PATRIOTTISMO PERCHE' L'HAI FATTO PER SOLDI !!!



e ci sarebbe da chiedersi che patriottismo italiaco sia esser spersi nel deserto centroasiatico
ma questa è una analisi politica che ora c'entra meno.

se lo fai per puro patriottismo, allora non abbiamo bisogno di dargli così tanti soldi, possiamo benissimo dargli i 1.100 al mese di un quasiasi lavoro comune, thò facciamo specializzato e trasferta = 2.000 al mese.

ne mancano tanti al conteggio da 2.000 al mese!!!

verametne mi fa incazzare sta gente che mischia moralità e alti ideali DOPO e prima come tutti i comuni mortali pensa -imho giustamente- alla pagnotta.

mi ripeto:

in italia muoiono tre TRE lavoratori OGNI giorno sul lavoro PER LAVORI PER I QUALI NON E' PREVISTO DI MORIRCI !!!
il fatto che questi sei LAVORATORI del ministero sian morti in trasferta all'estero per un lavoro che prevedeva il poterci morire CHE SPECIALITA' HA ??
se non lo stipendio più alto che percepivano ??

Ultima modifica di Fil9998 : 18-09-2009 alle 12:51.
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Old 18-09-2009, 12:52   #18
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sono morti in servizio, mentre facevano il loro lavoro, non è un atto "eroico".
esattamente quello che intendo io.
un vigile del fuoco rischia spesso allo stesso modo e per uno stipendio di un quarto !!
un carabiniere di pattuglia in certi bei posticini di carico-scarico "merci" in italia sa che di notte potrebbe speronarlo un SUV a fari spenti e beccarsi una sventagliata finchè fa il pattuglione di notte sul lungomare sulla uno di merda di servizio ... questo perchè magistrati e politici e spesso popolazione locali in 50 anni han avuto poca "voglia" di debellare certi interessi....
e questo
... per metà del soldato in trasferta in afganistan che ha chiesto di andarci e che ha sicuramente più mezzi per difendersi (oltrechè se gli scappa il grilletto non finisce automaticamente rovinato come se gli scappasse in patria ... )


ma cerchiamo di dare alle cose le giuste coordinate!

Ultima modifica di Fil9998 : 18-09-2009 alle 12:58.
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Old 18-09-2009, 12:54   #19
ConteZero
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Se lo fai per patriottismo non vai in Afghanistan, ti fai assegnare ad una postazione "di confine" e passi la vita sperando che non invadano la PATRIA.
Vorrei capire dov'è il confine italo-afgano.
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Old 18-09-2009, 13:00   #20
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Potresti argomentare? Ti assicuro che qui in Sardegna, quando si è ipotizzato di sciogliere la Brigata Sassari c'è stato un putiferio, e certo non perché siamo dei grandi patrioti...
Da che mondo è mondo, la scelta di entrare nelle forze armate o in quelle dell'ordine è "favorita" da un mercato del lavoro difficile. La vita militare è scomoda e pericolosa, quindi è perfettametne ragionevole che non sia, mediamente, la prima scelta. Questo non significa che tantissimi soldati sono animati da sentimenti quali l'amor di patria e simili, ma distinguiamo bene le cose.
infatti il doh era per la risposta che ha dato non per l'articolo
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