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Old 23-08-2004, 21:34   #1
Paracleto
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Un errore imperdonabile ha segnato il destino di Moqtada, mullah bandito

Si è inimicato i leader religiosi e la popolazione di Najaf. Crescono ruolo e influenza del grande ayatollah Sistani



Roma. “Lasceremo a Moqtada Sadr soltanto l’onore e la libertà personale”, aveva detto Iyyad Allawi ad aprile, a nome del Consiglio nazionale iracheno, dopo che era fallito l’appello all’insurrezione generale sciita e al jihad che il mullah bandito aveva appena lanciato. Allawi, diventato premier, è stato di parola e già questo fa di lui un leader arabo di tipo nuovo: nella ridda di notizie e bollettini contraddittori che giungono dalla città sacra degli sciiti s’intravede infatti nettamente un bilancio politico tutto negativo per Moqtada (cui restano appunto poco più che la libertà personale, e un “onore” pesantemente intaccato da una sconfitta stupida perché cercata) e un bilancio politico positivo per il governo Allawi. Mentre il grande ayatollah, al Sistani, si conferma leader religioso incontrastato nel paese e riferimento politico saggio e indispensabile alla stabilità del nuovo Iraq. I suoi uomini, ieri, hanno ricevuto indicazione di prendere possesso della moschea di Ali a Najaf, una volta abbandonata dai miliziani di Sadr; per un portavoce dell’ayatollah, le chiavi del mausoleo sono già state consegnate.
Ripercorrendo le tappe di questa vicenda, che nel suo dramma fatto di vite umane perse ha spesso avuto anche tratti da pochade o da suk, si comprende bene il suo epilogo. Il 6 aprile, a seguito di una provocazione a freddo del Consiglio nazionale iracheno e di Paul Bremer, Moqtada riceve due colpi decisivi al suo prestigio di leader: un magistrato iracheno emette contro di lui e il suo vice (arrestato) un mandato di cattura per l’assassinio, nell’aprile 2003 a Najaf, dell’ayatollah al Khoei, un moderato, appena tornato dall’esilio inglese (era amico di Tony Blair); Bremer ordina la chiusura del suo giornale, al Hawza. Lo scopo delle due iniziative è quello di far venire allo scoperto l’unico leader iracheno con un certo seguito di massa (a Sadr City e nei settori più marginali della società sciita) che rifiuta di partecipare al processo democratico. Moqtada risponde non seguendo logiche politiche irachene, ma per quel che è: una pedina in un pesante gioco di destabilizzazione portato avanti dai settori più oltranzisti di Teheran. Di concerto con l’ambasciatore iraniano a Baghdad (un ex generale dei pasdaran subito espulso dall’Iraq), reagisce così all’attacco con un “eccesso di difesa”. Per giorni manda i suoi uomini al massacro in tutto il sud sciita, in nome di una “guerra santa” cui chiama tutte le masse popolari, ma viene subito e pesantemente sconfessato dal grande ayatollah Ali al Sistani che delegittima, alla radio, ogni suo appello al jihad; soltanto dall’Iran gli fanno eco Hashemi Rafsanjani e Ali Khamenei, guida della rivoluzione.

La prima volta delle truppe di Baghdad
Subiti rovesci disastrosi sia a Sadr City sia a Najaf, Kufa, Bassora e Nassiriyah (dove tenta sortite terroristiche contro il contingente italiano, tutte respinte con gravi perdite per la milizia del Mahdi), Moqtada si arrocca nella mosche di Kufa e nella vicina Najaf. Qui continua a emettere proclami, a ricevere armi e militanti dall’Iran, minaccia personalmente l’ayatollah al Sistani, s’infiltra nei pressi e poi dentro il mausoleo d’Ali con i suoi presidi armati, compie insomma il suo più grande errore. Invece di giocare la carta della rivolta politica e morale contro i partiti sciiti (Sciri di al Hakim, Dawa di Ibrahim al Jafari, Iraqi National Congress di Ahmed Chalabi e Iraqi National Accord di Allawi) che collaborano con gli Stati Uniti, invece di combattere sul terreno dell’intransigenza contro l’ayatollah al Sistani che, sostanzialmente, collabora – sia pure criticamente – con gli occupanti, si butta in una battaglia soltanto militare. Così facendo si mette contro tutti gli abitanti di Najaf, “bottegai” in testa, e tutti i grandi ayatollah della Marjia, che ben sanno che è lui il mandante dei molti tentativi di assassinio che subiscono. A inizio agosto, dopo mesi di arroccamento, Moqtada tenta una nuova sortita, inasprendo gli scontri militari con un assalto notturno di decine di suoi armati contro una stazione di polizia. Il risultato è la saldatura definitiva del cerchio politico che da lì in poi lo stringerà. Gli Stati Uniti, infatti, trovano sempre più alleati nella loro determinazione a eliminare l’intollerabile e blasfemo suo ricatto costituito dall’occupazione militare del mausoleo d’Ali; al Sistani dà il suo beneplacito all’assedio iraco-americano a Moqtada (e se ne va a Londra, molto opportunamente, a farsi operare), tutti gli ayatollah iracheni lo appoggiano (protestano soltanto i più “rivoluzionari”) e il governo Allawi tiene sulla linea dell’intransigenza politica, ma anche militare, perché truppe irachene combattono, per la prima volta, a fianco degli americani.
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