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Old 22-08-2004, 23:24   #1
SaMu
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La situazione in Israele

Posto alcuni articoli che ho letto nelle scorse settimane per fare il punto sulla situazione in Israele e Palestina, un argomento che con la guerra in Iraq è passato un po' in secondo piano.

Evidenzio i passi che ho trovato più interessanti: se sembrano interessanti anche a voi, discutiamone.


16/08/2004: "I conti sbagliati del terrorismo: in Israele si vive bene"

di Angelo Pezzana

www.informazionecorretta.com, 16 agosto 2004

Israele è stato classificato dall'Indice dello sviluppo umano delle Nazioni Unite al 22mo posto fra 177 paesi analizzati. Per livello economico-culturale, aspettativa di vita, condizione della donna e altri fattori che qualificano la qualità della società nel suo insieme, Israele è fra gli stati al mondo dove si vive meglio.
E' interessante notare che tutti gli Stati arabi sono invece verso il fondo della lista. L'Egitto al numero 120, la Siria al 106, un po' meglio l'Autorità palestinese che si piazza al 102, trovandosi così ad essere il primo fra gli arabi, malgrado la propaganda continui a presentare i territori palestinesi solo e sempre come delle bidonvilles con le fogne a cielo aperto.
Una volta tanto l'ONU ha ragione. Perché è questa l'impressione che si prova ogni volta che si arriva in Israele. Dipenderà dal fatto che questa gente lo Stato non l'ha trovato in eredità, ma ha contribuito a rifondarlo e costruirlo, sarà pure il fatto che da sempre sono costretti a difenderlo contro chi vorrebbe portarglielo via. Per cui non è esagerato affermare che gli israeliani amano davvero il posto dove vivono. E questo amore, questa gioia la comunicano immediatamente, lo si avverte. La realtà che si trova
davanti chi arriva per conoscere, sapere, vedere con i propri occhi per capire, è sorprendente. Per essere un paese in guerra, Israele sembra tutto l'opposto.
A Gerusalemme, la capitale, non si è mai vista tanta gente in giro per le strade, malgrado sia agosto, con le scuole chiuse come da noi e moltissimi in viaggio per le vacanze. Ristoranti, bar, cinema, per entrare si deve fare la coda. L'incubo degli attentati sembra finito. Israele ha vinto davvero la guerra contro l'Intifada? Avi Dichter, il capo dello Shin Bet (il servizio di sicurezza interna) ha dichiarato che non se la sente ancora di apporre la firma sull'atto di morte, ma lascia capire che ci siamo vicini.
Che il terrorismo suicida sia moribondo lo dicono i numeri. Nel 2002 ci furono 46 stragi, 18 nel 2003, quest'anno, sino ad oggi, 4. E, fatto di notevole rilievo, nessuna dopo l'eliminazione dello sceicco Yassin e di Abdel Aziz Rantisi, la cui morte avrebbe dovuto riempire di sangue le strade israeliane. Sono questi i numeri che meglio di ogni altro ragionamento spiegano l'utilità della barriera difensiva, quel "muro" che certi organismi internazionali, ONU in testa, vorrebbero imporre a Israele di abbattere. Che la fine del terrorismo suicida significhi la vittoria di Israele su chi vorrebbe eliminarla è troppo presto per dirlo. Di tentativi di stragi ce ne sono stati anche quest'anno, 22 solo nel mese di giugno, ma sono stati sventati. 6000 palestinesi coinvolti nel terrorismo sono finiti dietro le sbarre, e con loro centinaia di ''shahid'', i ''martiri'' pronti a farsi saltare in aria. Certo, i missili Kassam che Hamas, la Jihad islamica e il Fatah di Arafat lanciano da Gaza sulle città di confine in Israele ci dicono che la guerra sta assumendo un'altra dimensione. Con la materia prima in galera è difficile far saltare in aria autobus, ristoranti, bar e discoteche. Ma anche i missili Kassam verranno fermati. Arafat & soci non hanno fatto bene i loro calcoli, hanno investito in una guerra senza valutare le capacità e le risorse dell'avversario. Hanno contato troppo sull'aiuto internazionale che hanno ricevuto e che ancora abbondantemente ricevono. Ma non avevano messo in conto che la pazienza del loro stesso popolo non è infinita. L'esplosione di rabbia e rivolta contro la corruzione dell'Autorità palestinese (leggi Arafat) è quotidiana. I palestinesi cominciano a dire chiaro e forte che è meglio essere al numero 22 della lista piuttosto che al 102. Anche se Arafat festeggia il suo compleanno dicendo ''crisi, quale crisi?'', ormai non inganna più nessuno. Nemmeno i suoi. Anche i giornali della sinistra israeliana che gli hanno sempre riservato un trattamento di favore, ora lo paragonano a Maria Antonietta. ''Crisi, quale crisi?'', se non c'è più pane i palestinesi
mangino brioches, sembra suggerire il rais. Dopo la tragedia, il ridicolo.
La guerra per la sopravvivenza ha però molte facce. Le esamineremo nei prossimi articoli.
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Old 22-08-2004, 23:35   #2
Hal2001
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Samuele puoi citarmi tutti gli articoli di questo mondo, ma io rimango sempre del mio parere, che la situazione in quella striscia di terra non sarà mai pacifica, che ci saranno sempre pretesti e motivazioni per i quali si versi sangue su sangue.
Penso altresì, citando sempre parte di quell'articolo in neretto, che un muro piuttosto che limitare i danni, divida due popoli che hanno bisogno soltanto di mischiarsi gradualmente.
__________________
"Le statistiche sono come le donne lascive: se riesci a metterci le mani sopra, puoi farci quello che ti pare" Walt Michaels
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Old 22-08-2004, 23:51   #3
SaMu
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20/08/2004: "Arafat ci ripensa ancora e rifiuta di firmare il piano anticorruzione"

Crisi nell'Autorità palestinese

di Alessandra Coppola

Corriere della Sera, 20 agosto 2004

L'uomo più coraggioso dell'ultima sessione del Parlamento palestinese si chiama Abdel Jawwad Saleh. Alla riapertura, mercoledì mattina, del Consiglio legislativo, aveva avuto l'ardire di interrompere davanti a deputati, diplomatici e giornalisti il discorso di Arafat e di gridargli: «Tu proteggi i corrotti». Coraggioso e lungimirante anche, Saleh, che al termine della riunione aveva detto al Corriere: «Gli abbiamo sottoposto un programma specifico di riforme e non vi ha fatto nessun cenno. Non le ha applicate finora e non le applicherà. Le sue sono solo parole, teoria, fumo. Niente di pratico».
E così è stato: in una burrascosa seduta notturna, conclusa alle prime ore di ieri, il presidente Yasser Arafat non ha firmato neanche uno dei progetti che gli ha sottoposto la Commissione parlamentare sulle riforme. Tra i cambiamenti promessi e non mantenuti, il più importante riguardava il controllo delle forze di polizia che avrebbe dovuto passare dalla presidenza al premier e al ministro degli Interni (come indica anche la Costituzione). Ancora una volta, nulla di fatto. La discussione è stata rinviata a martedì prossimo: gli uomini fedeli al rais - come il presidente della Commissione Abbas Zaki - sono riusciti a prendere tempo.
Ma intanto la vicenda rischia di aprire una nuova crisi nell'Autorità nazionale palestinese, dopo le dimissioni annunciate e ritirate dal premier Abu Ala a metà luglio. Il Consiglio legislativo ha minacciato di auto-sospendersi finché non saranno approvate le riforme o finché almeno il rais non metterà nero su bianco la sua intenzione di attuarle. La mozione appoggiata da 13 deputati ieri è stata respinta. Ma è il segno che il malessere cresce e che Arafat non potrà andare avanti a lungo con gli annunci a cui non fanno seguito i fatti.
Il discorso di mercoledì aveva stupito la stampa per l'inedito «mea culpa». «Dopo dieci anni (dall'istituzione dell’Autorità palestinese, ndr) - aveva detto Arafat - dobbiamo fare una valutazione del nostro operato. Distinguere gli errori dalle posizioni corrette. Nessuno è immune dagli errori. E noi ne abbiamo commessi, non abbiamo fatto il nostro dovere. Confermiamo il nostro coraggio ammettendolo...».
«Ottimo discorso, adesso aspettiamo i fatti. Si vedrà nella riunione della notte», aveva commentato a margine la parlamentare Hanan Ashrawi. Un cauto ottimismo per nulla condiviso dall'ala contestataria dell'Assemblea. «Abbiamo sentito le stesse parole per anni - ci ha detto il deputato Muawya Al Masri -. Stesse promesse, stessi slogan, niente di nuovo. Quel discorso non valeva nulla». Nei fatti Arafat resta arroccato nella sua Mukata, saldo sui due pilastri che gli garantiscono il potere: il controllo dei servizi di sicurezza e la gestione della cassa.
Le contestazioni in Parlamento si saldano alle critiche dei giovani dirigenti, insofferenti nei confronti della vecchia struttura. Uno dei principali esponenti del «nuovo», però, Mohammed Dahlan, potrebbe rinunciare al suo ruolo di leader della protesta in cambio di un posto nel governo. Le trattative sono in corso. «A me ha detto che non accetterà», dice Ashrawi. Si vedrà nei prossimi giorni.
Il suo «sì» per Arafat sarebbe una vittoria: il rais l'avrebbe un'altra volta spuntata sui «ribelli» senza cambiare nulla e continuando a proteggere i corrotti. Per sua stessa ammissione. Così ha risposto mercoledì al coraggioso Saleh: «Li proteggo nonostante te. Mi rifiuto di condannarli a morte. Sei tu che stai sempre dormendo...».
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Old 22-08-2004, 23:59   #4
SaMu
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Samuele puoi citarmi tutti gli articoli di questo mondo, ma io rimango sempre del mio parere, che la situazione in quella striscia di terra non sarà mai pacifica, che ci saranno sempre pretesti e motivazioni per i quali si versi sangue su sangue.
Penso altresì, citando sempre parte di quell'articolo in neretto, che un muro piuttosto che limitare i danni, divida due popoli che hanno bisogno soltanto di mischiarsi gradualmente.
L'obiettivo primario degli articolisti non è di farti cambiare parere (se non altro perchè è la prima volta che discuto con te: piacere!), al limite presentare informazioni.. che sono passate in secondo piano ma che pure sono importanti: la situazione in Israle si evolve anche se noi siamo in vacanza, anche se i media sono occupati con le olimpiadi e l'Iraq!

Il primo articolo riguarda il muro, e ad 1 anno dalla costruzione si possono e si devono fare le prime rilevazioni degli effetti che ha avuto: da 46 a 23 a 4 attentati, mentre era lecito attendersi (visto gli attacchi a Yassin e Rantisi) un aumento, non una diminuzione esponenziale: impossibile pensare che il muro non abbia un ruolo.

Non dimentichiamo inoltre che "niente attentati" vuol dire "niente ritorsioni", quindi con la fine degli attacchi suicidi sono finite anche le demolizioni, l'occupazione di quartieri delle città palestinesi e gli attacchi ai leader terroristi: sempre nell'articolo, cita l'incremento dei commerci e dei permessi di lavoro attraverso la frontiera: pare che quel che ritieni opportuno ("mischiarsi gradualmente") sia reso possibile proprio dalla sicurezza antiterroristica garantita dal muro, mentre era ostacolato dalla libertà terroristica in assenza del muro.. sembra paradossale, ma non lo è, e se prima era solo teoria, dopo mesi di applicazione ora ci sono anche dei numeri a dirlo.. cosa ne pensi?
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Old 23-08-2004, 01:32   #5
jumpermax
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Samuele puoi citarmi tutti gli articoli di questo mondo, ma io rimango sempre del mio parere, che la situazione in quella striscia di terra non sarà mai pacifica, che ci saranno sempre pretesti e motivazioni per i quali si versi sangue su sangue.
Penso altresì, citando sempre parte di quell'articolo in neretto, che un muro piuttosto che limitare i danni, divida due popoli che hanno bisogno soltanto di mischiarsi gradualmente.
Io direi che hanno bisogno di non ammazzarsi a vicenda. E onestamente mettere a contatto due popoli in piena guerra civile non mi sembra una cosa sensata... fra 30 anni forse quando gli attentati e le demolizioni saranno argomento per libri di storia allora magari si potrà parlare di mescolamento...
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