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Old 08-03-2010, 12:05   #81
חוה
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Magari è ridicola se guardata con superficialità ( e gli occhi dell'ammoree ) ma almeno in questi casi l'immagine rende meglio di 1000 parole quanto è incazzato adp in questi giorni
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Godo, vedere come è ridotto il PCI non ha prezzo
5774_10_shevat
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Old 08-03-2010, 16:38   #82
zerothehero
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Quote:
Originariamente inviato da luxorl Guarda i messaggi
Ma dai. Non facciamo gli ingenui.
Le immagini sono mille volte più potenti delle parole e i giornalisti di professione lo sanno bene.
Non è un caso questa scelta RIDICOLA di foto di ADP. Il corriere è schierato quanto Il Giornale o Libero... altro che neutrale.
Guarda che non siamo in Corea del nord col Caro Leader.
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We are the flame and darkness fears us !
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Old 08-03-2010, 20:24   #83
rgart
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Città: Bologna...! Xbox360Live!: Sakko83
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appunto siamo in italia con il vecchio leader pieno di soldi e che controlla la più grande azienda di pubblicità....

E stranamente da quando ha proferito parola dicendo di non fare pubblicità ai giornali contro di lui (che bello un uomo delle istituzioni che dice a se stesso di non far pubblicità ai giornali a lui avversi...) anche il pompiere da contro a DP... non a tutta l'opposizione, solo a DP...


e poi le foto di questi giorni sono una cosa scandalosa...
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гла́вный корабе́льный старшина́ - - FacebookOtdelom - Vendo per XboX 360
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Old 09-03-2010, 09:29   #84
zanardi84
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Città: La regione del Triplete
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Per chi dice che la Repubblica è di parte, vorrei ricordare che nella presentazione di tutti i partiti/movimenti hanno puntualmente dimenticato le liste a 5 stelle di Beppe Grillo. Capisco che non ha fatto campagna elettorale sui giornali, nelle radio e in tv e che non ha i pronostici dalla sua, ma è pur sempre un candidato, oltretutto con idee molto interessanti e nuove.
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Trattative felicemente concluse con domienico120, xbax88 ed engiel, ottimi e seri utenti.
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Old 13-03-2010, 20:54   #85
MZpowaa
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Pessimo De Bortoli a Che Tempo Che Fa
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Old 16-03-2010, 08:07   #86
luxorl
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Continuate a leggere questo giornalone

Ride il telefono

di Marco Travaglio

Quote:
C’è un solo genere letterario più avvincente delle intercettazioni: i commenti alle intercettazioni sui giornali berlusconiani e “riformisti” (cioè berlusconiani non appartenenti a Berlusconi). La linea di quelli berlusconiani doc è nota: dipende da chi è l’intercettato. Se è Berlusconi, le intercettazioni non si devono pubblicare, anzi non si devono proprio fare. Se è qualcuno del centrosinistra, si devono fare e pubblicare anche se coperte da segreto. Infatti, ora che c’è di mezzo il padrone, il Geniale chiede addirittura di “intercettare i magistrati” per “scoprire e punire chi passa notizie ai giornali”. E’ lo stesso Geniale che pubblicò testualmente quelle segrete (neppure trascritte) tra Fassino e Consorte prima delle elezioni del 2006, conservate in cassaforte dalla Procura in attesa di inviarle al gip e di lì alla Camera. E’ lo stesso Geniale che pubblicò le foto di un non indagato a proposito di una vicenda privata (Sircana in auto nei pressi di un trans), estranee al fascicolo processuale. Poi Panorama pubblicò le telefonate segrete tra il premier Prodi e alcuni personaggi che ne raccomandavano altri. E noi, convinti che il giornalista debba pubblicare tutte le notizie d’interesse pubblico, segrete o non segrete, di provenienza giudiziaria o diversa, scrivemmo che il Geniale e Panorama avevano fatto benissimo, anche violando il segreto (per Fassino e Prodi) e la privacy (di Sircana), visto che si trattava di personaggi pubblici e, nel terzo caso, di un tentato ricatto. Ma noi scriviamo per i lettori, non per il padrone.

Poi ci sono i giornali berlusconiani del secondo tipo: quelli terzisti e “riformisti”. Sono tutti lì a spaccare il capello in quattro pur di non parlare dei fatti che disturbano le loro opinioni, anzi le smentiscono. Si domandano dov’è il reato, come se minacciare il presidente dell’Agcom e il dg della Rai perché trovino un pretesto per chiudere Annozero fosse cosa lecita (l’ha spiegato ieri il procuratore Capristo, rispondendo alla richiesta-boomerang del geniale Ghedini, quali sono i reati: vedi agli articoli 317 e 338 del Codice penale). S’interrogano pensosi sulla competenza di Trani, come se la questione si ponesse durante le indagini e non alla fine. Chiedono – per le penne di Macaluso jr. e di Cerchiobattista – di “attendere una sentenza definitiva” per giudicare ciò che è già sotto gli occhi di tutti. Ecco: se vedono un tipo uscire da una banca in mascherina e calzamaglia col sacco pieno, questi aspettano la Cassazione per gridare al ladro. Intendiamoci: la costernazione dei “liberali” del Pompiere della Sera dinanzi alle intercettazioni raccontate dal Fatto è comprensibile. Da anni si affannano a spiegare che: il miglior alleato del Banana è Di Pietro; chi racconta i processi al Banana fa il suo gioco; ogni puntata di Annozero gli regala migliaia di voti; e, naturalmente, la tv non sposta voti. A furia di ripeterlo, sono riusciti a convincerne i leader del Pd e di mezza sinistra, che infatti detestano Di Pietro e Santoro, non parlano dei processi al Banana e il conflitto d’interessi non solo non l’hanno mai risolto, ma manco lo nominano più. Poi purtroppo, a sbugiardarli, provvedono le intercettazioni: dal crac Hdc al caso Saccà allo scandalo Scodinzolini-Agcom, immortalano regolarmente il Banana tutto preso a cancellare Di Pietro dalle tv (Mentana fu cacciato per averlo invitato a Matrix e Costanzo ha rivelato che il Banana lo chiamava solo quando aveva l’ex pm nel suo Show), a fucilare Annozero (come già Sciuscià), a bloccare i programmi che parlano dei suoi processi e cioè a dimostrare che la tv i voti li sposta eccome. In fatti la tv è e rimane sua. Mai una volta che lo si senta dire: “Di Pietro e Santoro mi fanno guadagnare voti, dunque li voglio in onda 24 ore su 24 a parlare dei miei processi”. Ecco: Di Pietro e Santoro sono i suoi migliori alleati (diversamente da Casini e D’Alema, vere spine nel fianco), ma il Banana non lo sa: non se n’è mai accorto. Qualcuno, per favore, lo informi. Oppure avverta i pompieri della sera che è ora di cambiare musica.
IFQ di oggi
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Old 24-03-2010, 08:36   #87
luxorl
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L’amorale della favola

di Marco Travaglio

Quote:
Fra qualche anno – ha detto Piercamillo Davigo in un recente incontro a Milano – gli storici tenteranno vanamente di comprendere la nostra epoca. Alla fine penseranno a una malattia, a un’epidemia”.

Poi sfoglieranno le collezioni del Pompiere della Sera e capiranno molte cose, così come gli studiosi del consenso mussoliniano non possono prescindere dal ruolo avuto nel Ventennio dal quotidiano di via Solferino.

Ieri il Pompiere ospitava un editoriale di Piero Ostellino dal titolo ghiotto e promettente: “Una democrazia un po’ malata”. Finalmente!, avrà esclamato qualche temerario prima di addentrarsi nella prosa ostellinica: finalmente una denuncia forte e vibrante sugli ennesimi colpi assestati alla democrazia italiana dal ducetto brianzolo con gli ennesimi insulti alla magistratura, con i giuramenti fascistoidi di piazza San Giovanni, con i decreti per cambiare le regole elettorali in piena campagna elettorale, con le minacce e gli ostracismi alla libera stampa, con le nuove leggi incostituzionali annunciate per il dopo-voto.

Invece nulla di tutto questo. Per il cosiddetto liberale Ostellino, “il male oscuro della nostra democrazia è una ‘malattia dell’anima’ degli italiani”. La corruzione che ci costa 70 miliardi di euro l’anno? L’evasione fiscale che ce ne costa 150? Il debito pubblico, risalito con questo governo ai livelli paurosi del compianto (soprattutto da lui) Bottino Craxi, che ci costa 70 miliardi annui di interessi passivi? Macché: le intercettazioni della magistratura e la difesa che ne ha fatto Di Pietro, reo di aver ricordato un’ovvietà, e cioè che “chi non ha nulla da nascondere, non le deve temere”. Ecco: Ostellino trova “inquietante che lo dica un parlamentare della Repubblica nata dalla resistenza antifascista”, perché “è la stessa sindrome di cui sono morte le democrazie, in Italia, in Spagna, in Germania, nel Ventesimo secolo: si violano le libertà individuali per il bene comune si finisce con uccidere (sic, ndr) la democrazia”. Non sapevamo che Mussolini, Franco e Hitler fossero saliti al potere a causa delle intercettazioni, ma se lo dice Ostellino dev’essere senz’altro vero.

Lui ne è talmente convinto da non argomentare minimamente l’assioma, tant’è che passa subito a paragonare l’Italia di oggi alla “Germania comunista” dove “i cittadini erano preoccupati, e indignati, dell’intrusione delle intercettazioni telefoniche nella loro vita privata da parte della polizia politica (la Stasi)”.

Ma l’Italia è molto peggio, perché qui “gran parte degli intellettuali, dei media, della classe politica, dei cittadini comuni è entusiasta dell’idea di sapere che cosa pensano e dicono al telefono ‘gli altri’”, infischiandosene della “violazione della vita privata, nonché dei suoi diritti, anche dell’inquisito, per non parlare di chi” non lo è, “in nome di una non meglio precisata Etica pubblica” (concetto a lui del tutto ignoto). Dove si annidino queste orde d’intellettuali, giornalisti e politici innamorati delle intercettazioni lo sa solo lui.

A fine delirio, mentre già risuonano le sirene dell’ambulanza, Ostellino cita una raccomandazione di Popper: “E’ arrogante tentare di portare il paradiso sulla terra”. Inutile domandare al nostro vice-Popper che diavolo c’entrino il paradiso in terra, la Stasi, il comunismo, il fascismo, il nazismo, il franchismo con le intercettazioni regolarmente previste dal Codice di procedura vigente dal 1989 e legittimamente ordinate dai giudici per scoprire tangenti, mafie, truffe, abusi di potere. Cioè reati.

Ma la parola “reato” non è contemplata dal vocabolario ostellinico: l’idea che le intercettazioni vengano disposte perché si commettono molti delitti è esclusa a priori. Né lo sfiora quella davvero bizzarra che la libera stampa debba dare le notizie, come fa spesso inopinatamente anche il Corriere nelle pagine interne. Poi però in prima pagina stigmatizza il brutto vizio di informare. Nei giorni scorsi Ostellino ha rivelato che un giorno imprecisato un politico imprecisato “chiese la mia testa”. Fortunatamente, dopo vane ricerche, non fu trovata.
IFQ di oggi


Che giornalone questo Corriere eh??
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Old 06-06-2010, 10:52   #88
luxorl
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Il pompiere incendiario

di Marco Travaglio

Quote:
Ieri il Corriere ha improvvisamente abbandonato il suo secolare aplomb pompieresco per inaugurare un genere giornalistico inedito: quello delle domande aggressive ai politici. Anzi, per il momento, a un solo politico: Di Pietro.

Il titolo di prima pagina – “Silenzi e ambiguità dell’on. Di Pietro” – parla da sé. E nessuno più di noi può salutare con giubilo la svolta. A patto, si capisce, che non duri un solo giorno e per un solo politico. Abbiamo come l’impressione che altri politici meriterebbero almeno un titolo sui loro “silenzi e ambiguità” e siamo certi che il Corriere non si lascerà sfuggire l’occasione.

Per ora ci contentiamo di apprendere che Di Pietro “non risponde, non del tutto almeno, o parla d’altro, o tace” su una serie di “misteri” che il Corriere riassume in una carrellata fotografica: “Laurea a tempo di record”, “L’asse Lucibello-D’Adamo”, “Il dossier su Pazienza”, “La foto con Contrada”, “Il caso Napoli e il figlio”.

Domande legittime, se non fosse che Di Pietro ha già risposto (bene o male) a tutte e da anni. Ma il Corriere non se n’è accorto.

1) Laurea. Di Pietro ha prodotto tutti i documenti, comprese le testimonianze dei professori che lo esaminarono, ma B. due anni fa tornò a insinuare che l’avessero laureato i servizi segreti: Di Pietro l’ha querelato, ma la giunta della Camera l’ha dichiarato insindacabile. Perché il Corriere non lancia una campagna contro questo scandaloso abuso dell’immunità volto a impedire che un giudice stabilisca chi mente?

2) D’Adamo e Lucibello. Sul tema si è tenuto per tre anni un processo a Brescia dove Di Pietro ha sostenuto decine di ore di interrogatori e prodotto tonnellate di carte: perché il Corriere non se le va a leggere, prima di dire che non risponde?

3) Il dossier su Pazienza. Secondo il Corriere, i “silenzi” dipietreschi sul dossier che Di Pietro nel 1984 compilò su Pazienza, fan sospettare “legami coi servizi italiani e Usa”. Ma era proprio Pazienza ad avere legami coi servizi italiani e Usa: Di Pietro, in ferie alle Seychelles, apprese che il ricercato Pazienza soggiornava laggiù protetto da autorità italiane, fece qualche accertamento e al ritorno stilò una relazione al suo procuratore, che ne informò i pm competenti. Solo un malato di mente può chiedere a un pm di discolparsi per aver segnalato il rifugio di un ricercato e i nomi dei favoreggiatori: sarebbe stato scandaloso il contrario.

4) Contrada. Basta andare sul blog di Di Pietro per trovare il suo racconto, confermato dai commensali di quella cena organizzata nel ’92 dai Carabinieri di Roma, dove s’imbucò pur Contrada PRIMA che fosse arrestato: con tutti quelli che (anche sul Corriere) han difeso Contrada DOPO l’arresto e la condanna per mafia, si chiede conto a Di Pietro per averlo incrociato PRIMA.

5) Il caso Napoli e il figlio. I rapporti col funzionario inquisito Mautone erano talmente affettuosi che il ministro Di Pietro l’aveva trasferito (come fece con Balducci). Il figlio Cristiano, per aver raccomandato un elettricista, si dimise dall’Idv. Anche su quel caso, come sugli altri, Google contiene vagonate di spiegazioni di Di Pietro. Il quale ha pure risposto sulle presunte case vaticane (mai trattate da lui) citate da Zampolini. E sugli altri immobili di sua proprietà.

Il Corriere cita le accuse degli “ex” Veltri e Di Domenico, ma non dice che per quelle accuse Veltri ha perso la causa in tribunale e Di Domenico ne ha perse 19.

Del resto, l’estate scorsa, Pigi Battista montò un tormentone contro De Magistris che, eletto a giugno a Bruxelles, a luglio non s’era ancora dimesso da giudice; lo fece a settembre con una dura lettera a Napolitano, ma il Corriere non ha mai dato la notizia (son trascorsi solo 9 mesi, c’è tempo).

Non proseguiamo per non distogliere il Pompiere dalla sua svolta incendiaria. Attendiamo con ansia un dossier dal titolo “Silenzi e ambiguità dell’on. Berlusconi”, per esempio sulle origini dei soldi, sui rapporti con noti mafiosi e così via. Ma siamo certi che il Corriere sta preparando un supplemento a dispense, rilegabile in comodi volumi, tipo Treccani.
IFQ di oggi

E' c'è ancora qualcuno che legge questo giornalone?
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Old 06-06-2010, 11:55   #89
Crazy rider89
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ogni giorno sempre peggio...mi chiedo se riusciremo a risalire la china
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Old 06-06-2010, 12:22   #90
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se voi (e anche travaglio) leggeste bene l'articolo sul corriere capireste che non accusa di pietro di aver/non aver fatto le cose che si accusa, per altro dove in tribunale è sempre stato prosciolto, ma gli si accusa di aver spiegato spesso al di fuori degli uffici giudiziari in modo non chiaro, replicando poco e male alle accuse e questo lascia spazio a ombre che possono essere sfruttate da altri per screditarlo oppure possono essere interpretate male dal pubblico.

Imparate a leggere.
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Old 06-06-2010, 12:25   #91
SuperMario=ITA=
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Messaggi: 1614
Per avere il quadro completo (visto che molti di voi han letto solo IFQ e non l'articolo integrale del corriere):

http://www.corriere.it/politica/10_g...l?fr=correlati


Quote:
I silenzi e le ambiguità
dell’onorevole Di Pietro
Dalla laurea agli immobili: le voci (a volte senza risposta) sul leader Idv

IL CASO

I silenzi e le ambiguità
dell’onorevole Di Pietro

Dalla laurea agli immobili: le voci (a volte senza risposta) sul leader Idv

Non è vero che la stampa sia sempre cattiva con lui. Lo scorso 17 maggio Antonio Di Pietro era uscito dalla procura di Firenze dirigendosi con piglio sicuro verso piazza della Repubblica, dove troneggiava e fumava un finto reattore nucleare di cartapesta, propedeutico alla raccolta di firme dell’Italia dei valori per un referendum sul tema. Tra applausi, cori e foto ricordo con i suoi sostenitori, l’ex pubblico ministero si era definito un «teste d’accusa».

Di Pietro disse che aveva spontaneamente scelto di mettere a disposizione degli ex colleghi la sua esperienza di investigatore. I magistrati che seguono l’inchiesta sugli appalti per le Grandi Opere l’avevano convocato come persona informata sui fatti, invece, con tanto di apposito decreto di notifica. C’è differenza.

Quel giorno il dettaglio era diventato una nota a margine, le cose che contano in fondo sono altre. Un peccato veniale. Giocare con le parole, dire e non dire, abbellire la realtà, è tutto lecito. Solo che spesso Antonio Di Pietro trasforma le sue piccole furbizie in metodo. Non risponde, non del tutto almeno, oppure parla d’altro, evocando complotti e mandanti occulti. Altre volte, semplicemente, tace. E non si accorge che così facendo fa il gioco dei suoi detrattori, una legione sempre più numerosa. Vecchia storia, questa delle sparate che si mischiano a silenzi e a repliche invece puntuali. Ancora attuale, però. L’approccio mediatico rimane invariato nel corso del tempo, e non accenna a migliorare, dando così un indubbio contributo alla genesi di leggende metropolitane che riguardano anche su dettagli non proprio fondamentali nella complessa biografia dell’onorevole. Ad anni alterni torna fuori, tra dubbi e ironie, il suo personale tour de force per laurearsi in Legge alla Statale di Milano. La tesi venne discussa nel 1978, il giovane Di Pietro ci arrivò sostenendo 22 esami in 32 mesi, compresi «mattoni» quali diritto privato, pubblico, amministrativo. L’istituto di presidenza della facoltà confermò a suo tempo che tutto era in regola. Ma le illazioni, falsità di vario genere, sono proseguite, nel silenzio del diretto interessato, al quale basterebbe poco per mettere a cuccia i detrattori.

Di Pietro, è un dovere ricordarlo, ha sempre vinto in tribunale, su questioni ben più importanti dei propri titoli di studio. «Non luogo a procedere», quindi prosciolto prima di un eventuale processo da accuse anche infamanti come quella di concussione, generata dall’inchiesta- monstre del Gico di Firenze. Quella brutta storia poggiava su un tema ricorrente della sua vita, il contrasto tra l’azione pubblica, del magistrato prima e del politico poi, con una condotta privata spesso pasticciata, non priva di ambiguità e zone d’ombra. A metterlo su quella graticola furono le sue relazioni con l’avvocato Giuseppe Lucibello e l’amico costruttore Antonio D’Adamo i quali a loro volta intrattenevano— questa era l’ipotesi di accusa—affari con il finanziere Pacini Battaglia. La rilevanza penale dell’intreccio era pari a zero, ma le personalità pubbliche non si giudicano solo dal proprio casellario giudiziale. Proprio per questo, l’alone di mistero che grava su alcuni punti della biografia dell’ex magistrato nuoce non solo a lui,ma anche alle sue opere. «Vogliono infangare Mani Pulite» ripete ogni qual volta vengono pubblicati articoli che riesumano i suoi molto presunti legami con i servizi segreti italiani e americani. Può essere. Ma certi silenzi, come quello sulla surreale vacanza alle Seychelles durante la quale l’allora neo magistrato scrisse un dossier di 172 pagine su Francesco Pazienza che poi finì nelle mani dei servizi segreti italiani, non aiutano. E neppure certe dimenticanze sui viaggi americani, ultimo in ordine di tempo quello fatto in compagnia dell’ex amico Mario Di Domenico. Dopo la recente pubblicazione di una sua foto che lo ritraeva con il dirigente del Sisde Bruno Contrada, il Corriere lo invitò a un confronto sul tema. Risposta non pervenuta. Sono dettagli, omissioni probabilmente ininfluenti. Ma portano ramoscelli da ardere a chi sostiene l’inverosimile tesi che Mani Pulite sia stata guidata a tavolino dall’intelligence Usa. Creano un danno ad una pagina importante della storia italiana, comunque la si giudichi, della quale Di Pietro è giustamente orgoglioso.

Possibile che i suoi ultimi impicci siano il frutto dei rancori di vecchi amici. Ma è lui a sceglierseli, i compagni di viaggio. E con molti di essi, da Elio Veltri a Di Domenico, finisce quasi sempre male, all’insegna della reciproca incomprensione. Nel primo caso si tratta di una querelle sui rimborsi elettorali delle Europee, che secondo Veltri sarebbero stati gestiti in modo privato. Nell’altro, l’accusa di un uso «non associativo» dei soldi del partito apre la strada a illazioni sulla passione immobiliare di Di Pietro, con proprietà che vanno da Curno alla Bulgaria. In questo campo l’attività è frenetica. Tra il 2002 e il 2008 l’ex pm ha speso 4 milioni di euro nella compravendita di nove case, tutte passate sotto l’ombrello della An.To.Cri. La sigla è l’acronimo di Anna, Toto e Cristiano, i suoi tre figli. Si tratta della società di famiglia, dalla quale Di Pietro, nella veste di presidente dell’Idv, ha preso in affitto alcuni immobili per conto del partito. Nulla di compromettente, lo ha stabilito una inchiesta della procura di Roma, che ha archiviato ogni denuncia. Ma anche qui, alcuni comportamenti, come l’acquisto di case tramite prestanome, o di immobili «proibiti» per legge ai parlamentari in carica, lasciano il fianco scoperto alle critiche di chi afferma che il paladino della questione morale dovrebbe agire con meno disinvoltura nei suoi interessi privati.

Paolo Flores D’Arcais sostiene da tempo che un certo modo di fare «democristiano» si sia impossessato del fondatore dell’Idv. Nel settembre 2009 Micromega, giornale diretto dal filosofo romano, pubblicò una inchiesta sul partito dell’ex magistrato. «C’è del marcio in Danimarca» era il titolo, e quel che seguiva era anche peggio. Il capostipite degli impresentabili, ovvero quel Sergio De Gregorio scelto da Di Pietro come capolista in Campania per le politiche del 2006, il voltafaccia con annesso passaggio al centrodestra fu velocissimo, veniva appena nominato. Acqua passata. Piuttosto, in 40 pagine di testo veniva fatta una radiografia completa sulla vena «inciucista e politicante» che permeava l’Idv, facendo nomi e cognomi dei riciclati presi a bordo. Dai transfughi dell’Udeur a quelli di Forza Italia, passando per il capo della Campania Nello Formisano, «che insieme all’ex dc potentino Felice Belisario ha riempito il partito delle mani pulite di faccendieri e arrivisti, in larga misura di provenienza democristiana». Una mazzata, che fece scalpore ma generò un dibattito che lo stesso Flores giudica «sterile e improduttivo ». E la promessa di chiarire tutto— dice in una intervista a La Stampa—si è rivelata una promessa da marinaio. Ci sono argomenti, pubblici e privati, che vengono lasciati cadere quando invece il primo a trarre beneficio da una maggiore chiarezza sarebbe proprio Di Pietro. Tanto più che quando si spiega, l’ex magistrato lo fa bene. All’inizio di quel 2009 per lui infausto, il suo nome spuntò nell’inchiesta napoletana su Global Service, il mega appalto dei servizi pubblici. Tra gli altri, era stato arrestato Mario Mautone, provveditore alle Opere Pubbliche della Campania che Di Pietro aveva chiamato a lavorare al ministero delle Infrastrutture da lui diretto. Numerose intercettazioni allegate agli atti dimostravano come il suo primogenito Cristiano, consigliere provinciale a Campobasso per l'Italia dei Valori, tentasse tramite Mautone di sistemare gli amici, e sembravano anche dare conto delle preoccupazioni del padre per tenerlo fuori dall’indagine, della quale risultava essere al corrente.

Di Pietro prese carta e penna, e scrisse un memoriale dettagliato, che diede ai magistrati e alle stampe. Le voci e i sussurri sul suo conto si zittirono immediatamente. In quell’occasione mostrò la sua faccia migliore, argomentando e spiegando. Rimasero solo le accuse di familismo spinto, e l’unico caduto sul campo fu Cristiano, costretto a dimettersi dal partito. Oggi è passato poco più di un anno, ma sembra un secolo. Secondo Di Pietro la pubblicazione dei verbali dell’architetto Zampolini va letta come «parte di una strategia eversiva» nei suoi confronti, decisa da «mandanti e beneficiari occulti». Colpa delle lobby, di una informazione schierata contro di lui. All’appello dell’invettiva mancano i giudici comunisti, ma con qualche allenamento possiamo arrivarci.

Marco Imarisio

Risposta di di pietro

http://www.corriere.it/politica/10_g...4f02aabe.shtml

Quote:
la lettera - «Per vedere riaffermata la realtà dei fatti non mi è rimasto che ricorrere alla giustizia»
«Dalla laurea agli appartamenti In queste carte la mia verità»
Di Pietro: mai fatto uso privato dei soldi del partito

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I silenzi e le ambiguità dell’onorevole Di Pietro di Marco Imarisio (5 giugno 2010)

la lettera - «Per vedere riaffermata la realtà dei fatti non mi è rimasto che ricorrere alla giustizia»

«Dalla laurea agli appartamenti In queste carte la mia verità»

Di Pietro: mai fatto uso privato dei soldi del partito

Caro Direttore, il Corriere della Sera di ieri, con un articolo in prima pagina a firma Marco Imarisio, ha adombrato il sospetto di miei «silenzi ed ambiguità» riguardo la mia storia personale. Vorrei rispondere ai rilievi mossi, documentando punto per punto. Mi scuso, innanzitutto e preliminarmente, per la pignoleria e per la montagna di carte processuali a cui faccio riferimento e che le invio.

Ma — mi creda — ad un persona come me — invisa a molti e con pochi strumenti di informazione a disposizione — non rimaneva e non rimane altra scelta che ricorrere alla Giustizia per vedere riaffermata, nero su bianco, la verità rispetto alle mille menzogne che sono state scritte sul mio conto in tutti questi anni. E veniamo al merito dell’articolo:

1. Non sono stato affatto convocato dai magistrati di Firenze con «tanto di apposito decreto di notifica».

2. Non è affatto vero che io mi sia laureato in modo anomalo. Mi sono iscritto all’Università di Milano nell’anno 1974 e mi sono laureato nel 1978, rispettando appieno il piano di studio all’epoca previsto da quell’Università per la laurea in legge. Sono certo che anche Lei e il dottor Imarisio avete rispettato il piano di studio e vi siete laureati senza andare fuori corso. E’ semmai anomalo il comportamento di quegli studenti che sforano il piano di studio e vanno «fuori corso», non di chi lo rispetta e si laurea nei tempi previsti. Lo stesso giornalista, peraltro, riferisce che «l’istituto di presidenza della facoltà confermò a suo tempo che tutto era in regola». Il mio certificato di laurea e il mio libretto degli esami sono già stati pubblicati una miriade di volte e, comunque, invio anche a lei un’ulteriore copia. Le invio anche copia della causa per danni da me notificata al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, per aver sostenuto nella trasmissione "Porta a Porta" del 10 aprile 2008 che la mia laurea fosse falsa. Causa, ad oggi, ferma alla Camera dei Deputati, a seguito della sua ric h i e s t a d i insindacabilità ex art. 68 Cost.

3. Le accuse del Gico di Firenze circa miei presunti favori ricevuti da Pacini Battaglia, da Antonio D’Adamo e da Giancarlo Gorrini sono state tutte smontate dai giudici di Brescia che, dopo due accurate e meticolose inchieste, hanno sentenziato che «i fatti non sussistono ». Al riguardo, Le invio copia della sentenza numero 3940/96 del 18 febbraio 1999 (riguardante la vicenda D’Adamo-Pacini) e della sentenza n.ro 189/96 del 29 marzo 1996 (riguardante la vicenda Gorrini);

4. Non è vero che io abbia mai avuto a che fare con i Servizi segreti, né italiani, né stranieri. Sul punto si sono espressi, già diverse volte, i magistrati (ai quali mi sono rivolto per tutelare la mia onorabilità) che hanno riconosciuto che io non ho mai avuto alcun rapporto con strutture di tal tipo. Allego al riguardo, e in via esemplificativa, la sentenza del 17 marzo 1997 del Tribunale di Milano con cui è stato condannato in primo grado l’allora senatore Erminio Boso per aver sostenuto una panzana del genere. Allego anche la richiesta di rinvio a giudizio della Procura della Repubblica di Torino n.ro 5981/98 del 26 ottobre 1999 che ha rinviato a giudizio Bettino Craxi sempre per aver falsamente sostenuto che io fossi un agente dei Servizi segreti (il processo poi non si è svolto perché Craxi nel frattempo è deceduto). Se si ha l’onestà intellettuale di valutare le cose in buona fede, (come sono certo farà Il Corriere della Sera) tali sospetti non possono essere alimentati strumentalizzando la mia relazione all’Autorità giudiziaria circa la presenza del latitante Francesco Pazienza alle Seychelles, né la mia partecipazione alla cena natalizia del 1992, svoltasi presso il Reparto dei Carabinieri di Roma, su invito del Comandante col. Vitaliano, cena a cui partecipò anche il questore Bruno Contrada, allora dirigente del Sisde. Comunque, e proprio al fine di non essere accusato di reticenza, le allego l’atto di citazione (con annessi 18 documenti allegati) che ho proposto nei confronti di Mario Di Domenico per le false dichiarazioni dallo stesso rilasciate circa l’asserito mio coinvolgimento nella vicenda Contrada e di cui proprio "Il Corriere della Sera", tempo addietro, ha dato notizia con grande risalto (atto di citazione che, come potrà constatare, non ha riguardato né "Il Corriere della Sera", né il giornalista Cavallaro, proprio perché ho ritenuto e ritengo legittimo e doveroso il vostro mestiere). Allego anche l’atto di citazione che ho proposto nei confronti di Francesco Pazienza ed altri, in relazione alle elucubrazioni montate in ordine alla mia segnalazione all’Autorità giudiziaria sulla sua permanenza da latitante nello stesso posto in cui io e la mia futura moglie ci trovavamo in vacanza. Anche in questo caso, sarebbe stato anomalo il mio silenzio su quanto avevo visto e sentito circa il rifugio di Pazienza e non la pronta relazione al mio Capo Ufficio, una volta rientrato in Italia. Peraltro faccio presente che la legge impone a tutti i pubblici ufficiali di segnalare all’Autorità giudiziaria fatti e circostanze penalmente rilevanti ed io ero all’epoca magistrato!

5. Non è vero che io abbia fatto un uso privato dei soldi del partito. Su questa questione, sono già intervenuti ben tre provvedimenti del giudice penale che ha archiviato tutte e tre le volte altrettanti esposti del denunciante Di Domenico per assoluta infondatezza dell’accusa. Allego al riguardo il decreto di archiviazione n.ro 4620/07 - GIP Imperiali di Roma del 14 marzo 2008, il decreto di archiviazione n.ro 15233/09 - GIP Silvestri di Roma del 26 maggio 2009 ed il decreto di archiviazione n.ro 860/09 - GIP Marzagalli di Busto Arsizio del 12 ottobre 2009.

6. Non è vero che io abbia mai fatto—con riferimento alle proprietà immobiliari di mia proprietà— una commistione tra patrimonio mio personale e patrimonio del partito Italia dei Valori. Allego, al riguardo, la sentenza del Tribunale di Monza n.ro 760/10 del 2 marzo 2010 che condanna il quotidiano Il Giornale, il direttore dell’epoca Mario Giordano e il giornalista Chiocci a risarcirmi, con 60.000 euro, il danno per le falsità e le diffamazioni pubblicate il giorno 4 agosto 2008 con un dossier intitolato: "Di Pietro ha investito 4 milioni di euro in case, ecco il suo patrimonio".

7. Non è vero che io abbia fatto un "uso non associativo" dei soldi del partito, come pure da taluni sostenuto. Allego, al riguardo, la memoria esplicativa (con annessi 65 documenti allegati) che ho consegnato alla Procura della Repubblica di Milano (PM dottor Fusco). Dalla disamina dei documenti in questione si evince in modo evidente — sempre se si ragiona in buona fede — che i soldi del partito sono sempre finiti nelle casse del partito.

8. Non è vero che io abbia acquistato case tramite "prestanome", nel senso dispregiativo del termine, o che abbia acquistato "immobili proibiti per legge ai parlamentari in carica", come pure si afferma nell’articolo (credo in buona fede a seguito di una martellante campagna denigratoria, svolta da altre testate giornalistiche). Allego, al riguardo, l’atto di citazione promosso nei confronti del quotidiano "Il Giornale" che, per primo, ha sostenuto tale falsità, con annessi 18 documenti allegati, dai quali si evince in maniera incontrovertibile che non è affatto vero che io abbia acquistato un immobile "proibito per legge", né che io abbia intestato ad altri l’immobile acquistato.

Spero, caro Direttore, che la documentazione inviata e le spiegazioni fornite possano essere sufficienti per rivedere «i dubbi e le ambiguità» che "Il Corriere della Sera" ha nei miei confronti. Nel caso dovessero permanere ulteriori perplessità, non si faccia scrupolo, me li chieda o me li faccia chiedere.
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Old 06-06-2010, 12:25   #92
SuperMario=ITA=
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risposta del giornalista a di pietro:

http://www.corriere.it/politica/10_g...4f02aabe.shtml

Quote:
Caso Di Pietro, la risposta del giornalista

Caso Di Pietro, la risposta del giornalista

Ringraziamo l’onorevole Di Pietro, per la risposta sollecita e cortese e per la copiosa documentazione giudiziaria allegata a sostegno delle sue tesi. Tuttavia, la biografia di un uomo politico come lui non si basa solo sulla verità giudiziaria. E’ proprio questo lo spirito e l’intenzione dell’articolo al quale si riferisce l’onorevole: ci sono comportamenti sui quali sarebbe meglio spiegarsi in modo definitivo. Con parole chiare, non con stralci di sentenze.

A tal proposito: l’onorevole è stato convocato dai magistrati di Firenze, quindi non si era «presentato spontaneamente». Non abbiamo mai detto che si sia laureato in modo «anomalo», ma che i suoi silenzi su alcuni aspetti di questa vicenda hanno lasciato spazio a «illazioni e falsità». Sull’inchiesta di Brescia abbiamo scritto chiaramente del non luogo a procedere deciso dai giudici. A lasciare perplessi furono alcune sue frequentazioni e comportamenti, mai del tutto spiegati. Non abbiamo scritto che l’onorevole Di Pietro abbia avuto a che fare con i Servizi. Su questo tema il leader dell’Italia dei Valori ha dato più versioni, non tutte univoche. Sono documentabili anche le interviste nelle quali viene negata l’esistenza di viaggi americani che poi si sono rivelati veri. Non abbiamo scritto che Di Pietro abbia fatto uso privato dei soldi del partito. Ci siamo limitati a riportare il fatto (non smentito) di avere affittato al partito case di sua proprietà. Sul presunto «uso non associativo» c’è ancora una inchiesta aperta a Roma, ma comunque, anche qui, non abbiamo sostenuto tale tesi. È vero, «prestanome» può essere dispregiativo. Ma l’acquisto tramite altra persona di un immobile inibito ai parlamentari e finito nella disponibilità dell’onorevole rientra tra quei comportamenti che avrebbero bisogno di essere spiegati meglio, non solo con le carte giudiziarie.
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Old 06-06-2010, 21:32   #93
luxorl
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"Prima ti isolano, poi ti uccidono". Questo è il pensiero che ho avuto quando ho letto il libello: "I silenzi e le ambiguità dell'onorevole Di Pietro" sul Corriere della Sera a firma di Marco Imarisio. Un lungo articolo richiamato in prima pagina, corredato da foto, basato su insinuazioni infamanti e, allo stesso tempo, puerili. La laurea a tempo di record, l'asse Lucibello - D'Adamo, la foto con Contrada degna del Bagaglino. Insomma escrementi di scrittura, merda mediatica per screditare Antonio Di Pietro. Nulla di strano se l'articolo fosse comparso su Libero o Il Giornale: difendono gli interessi del loro proprietario, Silvio Berlusconi. E lo fanno alla luce del sole, quindi sono sostanzialmente innocui. Per il Corriere della Sera il discorso è totalmente diverso. E' il quotidiano più diffuso in Italia, in apparenza moderato, e esercita una forte influenza sull'opinione pubblica. Il fatto che il Corriere sia stato l'organo ufficioso della P2 ai bei tempi di Gelli e di Tassan Din è ormai dimenticato. L'articolo è accompagnato da un occhiello inquietante: "Il caso", ma di casi non ne riporta neppure uno. Il portavoce Imarisio lancia il sasso e ritira la mano in modo così grottesco da dubitare della sua salute mentale: "Ad anni alterni torna fuori, tra dubbi e ironie, il suo personale tour de force per laurearsi in Legge alla Statale di Milano... L'Istituto di presidenza della facoltà confermò che tutto era in regola. Ma le illazioni, falsità di vario genere, sono proseguite, nel silenzio del diretto interessato...". Il "diretto interessato" ha mostrato la sua laurea in un video e querelato Berlusconi che l'aveva messa in dubbio. Che altro doveva fare? Telefonare a Imarisio? Il quale non molla: "Dopo la sua recente pubblicazione con il dirigente del Sisde Bruno Contrada (in una caserma dei carabinieri e ben prima che Contrada fosse arrestato, ndr) il Corriere lo invitò a un confronto sul tema". Antonio Di Pietro ha risposto sulla stampa e sul suo blog, anche se, a mio avviso, era sufficiente una pernacchia. Di quale confronto sul tema si parla se non c'è nessun tema? La chiusa sulle dichiarazioni di Minzolini è da applausi piduistici: "Secondo Di Pietro la pubblicazione dei verbali dell'architetto Zampolini va letta come "parte di una strategia eversiva" nei suoi confronti, decisa da "mandanti e beneficiari occulti", Colpa delle lobby, colpa di una informazione schierata contro di lui". Di Pietro ha repinto in modo circostanziato le accuse e querelato. Che altro doveva fare? Telegrafare al Corriere per metterlo al corrente?
Il sottotitolo è, infine, puro prodotto allucinogeno: "Sospetti e accuse inseguono da tempo (da quello di Previti, ndr) l'ex pm. Lui in tribunale ha sempre vinto, ma su alcune questioni non ha ancora fatto chiarezza". Ma se in tribunale ha sempre vinto, che altro doveva chiarire?
Imarisio comunque non c'entra e neppure l'addetto alla portineria del Corriere, l'ex giornalista Ferruccio De Bortoli. La linea del Corriere la decide il consiglio di amministrazione, per l'appunto le lobby. Ecco un breve e incompleto elenco (*) dei consiglieri RCS: Philip Elkann, presente anche nel consiglio Fiat, Diego Della Valle, presente nei consigli di Assicurazioni Generali, Tod's e CIA, Jonella Ligresti, presente nei consigli di Mediobanca, Italmobiliare, Milano Assicurazioni, Fondiaria e Premafin finanziaria, Enrico Salza, presente nel consiglio di Intesa San Paolo, Bernardino Libonati, presente nei consigli di Telecom Italia, Telecom Italia Media e Pirelli, Renato Pagliaro, presente nei consigli di Pirelli, Mediobanca e Telecom Italia. La barzelletta che la linea editoriale del Corriere è decisa dal direttore e dal comitato di redazione è, per l'appunto, una barzelletta. Quando vedrò un articolo del Corriere come quello su Di Pietro su Della Valle, Ligresti o Philip Elkann, forse mi ricrederò. Antonio Di Pietro non deve rimanere isolato. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.
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