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#121 | |
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Senior Member
Iscritto dal: May 2006
Messaggi: 19401
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Chiaramente se non ci fossero i pregiudizi e l'ostilità sociale questi problemi che generalmente vengono come detto sono considerati come "minority stress" non esisterebbero e conseguentemente ci sarebbero meno problemi riguardo all'accettazione del proprio orientamento sessuale e quindi meno persone egodistoniche per la propria omosessualità. |
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#122 | |
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Messaggi: n/a
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#123 | |
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Bannato
Iscritto dal: Aug 2006
Città: Paris
Messaggi: 537
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Ma questo non ha nulla di paragonabile con il pedofilo che si cotruisce nella sua testa una fittizia relazione sessuale e affettiva con un bambino o lo zoofilo con la pecora. Non ha senso metterli sullo stesso piano. E' come paragonare chi ha una buona autostima con chi crede di essere Napoleone. |
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#124 |
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Bannato
Iscritto dal: Aug 2001
Città: Berghem Haven
Messaggi: 13528
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Certo, ma volevo dire che questa cosa crea "solo" stress proprio perchè non è come l'ostilità interiorizzata da un bambino piccolo (quella crea danni molto maggiori)!
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#125 |
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Senior Member
Iscritto dal: May 2006
Messaggi: 19401
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Ecco, ho trovato un articolo che riassume tutto quello che è stato detto (ho grassettato le parti principali il resto riguarda piu' che altro gli psicologi/psicoterapeuti):
La “riparazione” che danneggia 10/01/2009 - Vittorio LINGIARDI e Nicola NARDELLI Non solo il buon senso, ma anche un notevole corpus di studi culturali e scientifici considerano l’omosessualità (o meglio, le omosessualità) non una patologia, bensì un’espressione normale della sessualità, dell’affettività e del desiderio. Dell’attrazione per le persone del proprio sesso, molti studiosi (gli psicoanalisti in particolare, e più recentemente i biologi e i genetisti) hanno cercato di indagare le “cause”, ma nessuno è approdato a una risposta definitiva, o quantomeno convincente. Le leggi del desiderio sono imperscrutabili, tanto che persino un ricercatore instancabile come Freud (1905) era portato a ritenere che “anche l'interesse sessuale esclusivo dell'uomo per la donna è un problema che ha bisogno di essere chiarito e niente affatto una cosa ovvia”. Ma proprio quando la comunità scientifica internazionale mette finalmente in soffitta come anticaglie teoriche gravate dal pregiudizio tutte quelle posizioni che vedevano nell’omosessualità una forma di psicopatologia e dunque invocavano, in modo più o meno esplicito, una cura, il complesso rapporto tra professionisti della salute mentale e persone omosessuali si arricchisce di un capitolo alquanto scivoloso. Cosa deve fare lo psicologo quando non sono la società o la medicina o la religione a dire alla persona omosessuale “sei sbagliato”, “sei malato” o “sei moralmente disordinato”, ma è il soggetto stesso ad esserne convinto, al punto da chiedere a uno specialista di aiutarlo a “cambiare”? Su questo argomento si gioca una partita clinica, scientifica e deontologica di enorme importanza. Questa partita ha un nome tecnico: “omosessualità egodistonica”, cioè un disagio marcato e persistente riguardo al proprio orientamento sessuale. Si tratta di una categoria diagnostica depennata circa vent’anni fa dal Manuale Diagnostico e Statistico delle Malattie Mentali (DSM) in ragione del fatto che l’egodistonia rappresenta una componente frequente del percorso evolutivo delle persone gay e lesbiche che interiorizzano il pregiudizio antiomosessuale, assorbendolo dal contesto sociale e familiare. Oggi, nel DSM, la parola omosessualità non compare più, e rimane un riferimento al disagio nei confronti del proprio orientamento come sintomo del cosiddetto Disturbo Sessuale NAS (Non Altrimenti Specificato), con un sottile, ma importante, spostamento del focus diagnostico dall’omosessualità in sé al disagio psicologico che il soggetto (omo o etero che sia) prova quando si sente in conflitto con il proprio orientamento. A parte queste sottigliezze nosografiche, l’esistenza di persone egodistoniche rispetto alla propria omosessualità è innegabile. Ed essendo impossibile pensare allo sviluppo della sessualità umana al di fuori di una dimensione sociale, è più che probabile che sia l’ostilità (reale o immaginata) del contesto (o più semplicemente le norme sociali e culturali che regolano tale contesto) a far sì che una persona omosessuale possa diventare egodistonica, al punto da cercare di “convertirsi” all’eterosessualità. Un altro nome per definire questo fenomeno è “omofobia interiorizzata”: un conflitto tra la propria disposizione sessuale e la propria immagine di sé, caratterizzato da imbarazzo, vergogna, depressione e talvolta ideazione suicidaria. Un conflitto che, in un modo o nell’altro, cerca una soluzione: alcuni, spesso grazie a un contesto affettivo, o terapeutico, favorevole, elaborano la propria omofobia interiorizzata, accettano la propria identità gay/lesbica e ritrovano così fiducia e stima in se stessi; altri cercheranno di “guarire”, reputando l’omosessualità una malattia o un grave handicap sociale, e potranno chiedere aiuto a uno psichiatra o a uno psicologo. La prima cosa che lo psicologo deve fare è cercare di capire perché la persona, spesso giovane, che si rivolge a lui con questo problema vive “in disaccordo” con se stessa. Per la paura di deludere i genitori? Perché si sente “sbagliata” o “senza un posto”? Perché il peso di sentirsi “difforme” la fa sentire “deforme”? Perché ha una rappresentazione negativa, sul piano affettivo e cognitivo, di come sarà il suo futuro di gay o di lesbica? È un ragazzo che pensa che se sei omosessuale sei anche un debole e un perdente? Una ragazza che “vuole avere una vita normale”? Oltre a questo tipo di motivazioni, riconducibili alla convinzione di un’incompatibilità tra la realizzazione di sé come persona omosessuale e al tempo stesso come individuo mediamente felice, l’esperienza clinica mostra spesso come certe persistenti dimensioni conflittuali dell’identità sessuale appartengano al quadro più generale di una personalità particolarmente fragile o disturbata, con rappresentazioni di sé confuse o dissociate. Di difficile collocazione sono quelle situazioni in cui l’avversione verso il proprio orientamento sessuale si innesta su una dimensione valoriale di matrice religiosa. In questi casi, infatti, viene prima il precetto o il vissuto? Se prendiamo in considerazione le posizioni della Chiesa, che considera l’inclinazione omosessuale “oggettivamente disordinata” e le unioni affettive tra persone omosessuali indegne di riconoscimento sociale, è facile capire come una persona omosessuale e cattolica possa entrare in conflitto poiché il modo in cui sente è stigmatizzato proprio da quella Chiesa in cui crede. Una posizione di maggior accoglienza da parte della Chiesa nei confronti delle persone omosessuali e credenti sicuramente attenuerebbe la ferita della loro egodistonia e la croce di quel minority stress (lo stress legato all’appartenere a una minoranza) che segna la vita di molte persone omosessuali. Se poi alla negazione di una cittadinanza morale si aggiunge anche la mancanza di riconoscimento giuridico (e inevitabilmente simbolico) della propria affettività, è assai difficile che una rappresentazione si consolidi nella mente come legittima e valida. Un effetto collaterale positivo dell’approvazione di una legge sul riconoscimento delle unioni civili sarebbe invece un progressivo prosciugamento della palude, psicologica e sociale, in cui prolifera l’omofobia. Non è evidente come l’omofobia, compreso il fenomeno in crescita del bullismo omofobico, si alimenti anche del mancato riconoscimento di un pieno diritto di cittadinanza alle persone omosessuali? Non vengono forse legittimati pensieri come: «Se la Chiesa considera queste persone indegne di formare una famiglia, e se lo Stato ne tollera la convivenza, purché senza celebrazioni e senza diritti e tutele, allora vorrà dire che in fondo, davanti a Dio e agli uomini, questi omosessuali non sono proprio cittadini come gli altri…»? Tornando al nostro psicologo (non importa se credente o non credente, cattolico o valdese, ebreo o buddista), riteniamo che di fronte al disagio, più o meno sintomatico, del cliente/paziente, abbia una sola strada da percorrere: “interrogare” il significato personale e collettivo del disagio, analizzare la domanda esplorando cosa sottende il desiderio di diventare “eterosessuale”: quali paure, quali certezze infrante e aspettative deluse. Saper fare, in definitiva, contemporaneamente due cose: accogliere e ostacolare – cioè quello che, diceva Racamier, ogni oggetto buono deve fare. Accogliere i dubbi, le paure, la sofferenza. Ostacolare la distruttività e le soluzioni inautentiche, se necessario interrogando (non per questo stigmatizzando) quelle credenze a loro volta “egodistoniche” rispetto al percorso di realizzazione personale e alla capacità di curarsi di sé. Uno stile di intervento che si chiama “confrontazione” ed è comunemente praticato in psicoterapia. In un documento dell’American Psychiatric Association leggiamo che “l’allinearsi del terapeuta ai pregiudizi sociali contro l’omosessualità può rinforzare l’odio e il disprezzo di sé già provati dal paziente. Molti pazienti che si sono sottoposti a una terapia riparativa riferiscono di avere sentito dire dai loro terapeuti che gli omosessuali sono persone infelici e sole, e che non potranno mai essere accettate o contente. La possibilità che una persona gay o lesbica possa essere felice e vivere relazioni interpersonali soddisfacenti non viene presentata, né vengono presi in considerazione approcci alternativi per affrontare gli effetti della stigmatizzazione sociale”. Dubbi, e poco documentati sul piano scientifico, sono i successi della “conversione”. Che sia attuata, come i (fortunatamente pochi) seguaci dello psicologo Joseph Nicolosi propongono, con metodi “psicologici”, oppure, come è stato fatto in passato, con la proiezione di immagini-stimolo accompagnate da scosse elettriche o direttamente con l’elettroshock. Anche in questo caso basterebbe rivolgersi, più che a grandi teorie, a un’onesta conoscenza della clinica: “l’impresa di trasformare un omosessuale in un eterosessuale non offre prospettive di successo molto migliori dell’impresa opposta” (Freud, 1920). Eppure c’è chi, ancora oggi, propone questa fantomatica “riparazione”. E se non la “riparazione”, quantomeno un ascolto particolarmente rivolto alle possibilità di riconversione, indirizzando consapevolmente la terapia verso una repressione tout court dell’omosessualità, rinforzando le attività dissociative del paziente e producendo in definitiva un danno anziché un beneficio. Come testimonia Daniel Gonzales, un “sopravvissuto” alle terapie riparative, l’imposizione dell’aut aut fede/sessualità può portare a risultati indesiderati: “Crescendo come molti gay in un contesto religioso, innumerevoli volte ho pregato il signore di farmi diventare eterosessuale. E non lo ha mai fatto. Dopo aver provato con la fede e senza risultati positivi ho cominciato con una terapia che fino a quel momento non avevo mai provato. […] Come si conclude la terapia ex gay? […] Più di due anni e mezzo di repressione. […] Tutto di tasca mia: migliaia di dollari. Ma la cosa più tragica è stata la perdita della fede (cit. in Lingiardi, 2007, pp. 70-71). Non stupisce che vi siano persone spaventate o preoccupate dalla propria omosessualità, che non si accettano e sognano una vita eterosessuale; ma colpisce che vi siano medici e psicologi che, a questo disagio, aggiungono la propria preferenza (più o meno esplicitata) per una “soluzione eterosessuale”. Preferenza non necessariamente omofoba, talvolta semplicemente “eterofila”. Come più volte ribadito dalle associazioni dei professionisti della salute mentale americani, per esempio l’American Psychiatric Association (APA, 2000): “è un principio generale che un terapeuta non dovrebbe determinare né in modo coercitivo né esercitando una sottile influenza l’obiettivo di un trattamento. Le modalità psicoterapeutiche di conversione o «riparazione» dell’omosessualità sono basate su teorie dello sviluppo la cui validità scientifica è discutibile. Inoltre, i resoconti aneddotici di «cura» sono controbilanciati da dichiarazioni aneddotiche che denunciano un danno psicologico. Negli ultimi quarant’anni, i terapeuti «riparativi» non hanno prodotto alcuna rigorosa ricerca scientifica che sostanzi le loro dichiarazioni di cura. Fino a che non vi sarà accesso a tali ricerche, l’APA raccomanda ai suoi professionisti di astenersi eticamente dal tentativo di modificare l’orientamento sessuale di un individuo, avendo in mente l’adagio medico primum non nocere”. Le cosiddette “terapie riparative” (termine che implica che qualcosa sia rotto) si fondano su falsi presupposti circa lo sviluppo infantile, strettamente legati allo stigma antiomosessuale. Questi psicologi della riparazione ritengono infatti che la vita di una persona omosessuale sia stata segnata da un trauma o da una genitorialità inadeguata, da cui deriverebbe una carenza di mascolinità nell’uomo gay e di femminilità nella donna lesbica. Ecco un primo abbaglio: la lente eteronormativa confonde i percorsi dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere. E così le terapie riparative mirano a “rimettere le cose al loro posto”, incentivando stereotipati atteggiamenti maschili nei gay e femminili nelle lesbiche. I fautori delle terapie riparative vantano una percentuale di successo che dichiarano intorno al 30% dei soggetti trattati. Quello che viene omesso è la natura di tale successo: una reale conversione dell’orientamento o una repressione del comportamento omosessuale, ottenuta rinforzando difese disadattive come la negazione e la dissociazione? Una terapia non si può basare sul rinforzo del senso di colpa o del timore della disapprovazione sociale: piuttosto dovrebbere tendere ad alleviarli. Ma prima di esaminare questo “equivoco” è utile accennare all’eredità psicoanalitica su cui si appoggiano le terapie riparative (per una trattazione più completa si veda: Lingiardi & Luci, 2006; Rigliano, 2006). Tra gli anni ’60 e ’80 alcuni psicoanalisti elaborano teorie che più tardi avrebbero costituito la base (pseudo)scientifica delle attuali terapie riparative. Quella che pemette a Nicolosi (2004) di affermare: «Io non penso che l’omosessualità sia normale. La popolazione omosessuale è circa il 2%, 1.5-2%. Perciò statisticamente non è “normale” nel senso che non è molto diffusa. Oltre a questo, non è nemmeno normale in termini di natural design. Quando parliamo di legge naturale... quando guardiamo alla funzione del corpo umano, l’omosessualità non è normale. È un sintomo di qualche disordine. La normalità è ciò che adempie a una funzione in conformità al proprio design; questo è il concetto di legge naturale, e in questo senso l’omosessualità non può essere normale, perché l’anatomia di due uomini, i corpi di due uomini, o due donne, non sono compatibili». Stephen Mitchell (1981) ci aiuta a comprendere la tecnica fallace dei maestri di Nicolosi (Bieber, Ovesey, Socarides, Hatterer), assertori dell’intrinseca patologia dell’omosessualità: l’“approccio direttivo-suggestivo”. Una tecnica che scinde e dissocia i desideri omosessuali invece di analizzarli e integrarli, e che si fonda su due assunti indimostrati: l’omosessualità come patologia e i benefici derivati dalla sua “guarigione”. Con questo approccio il terapeuta sfrutta e gratifica il transfert agendo «il ruolo del genitore direttivo che sa tutto e può tutto […] al fine di ottenere una “pseudoeterosessualità” […] che ha pochissimo a che vedere con l’espressione spontanea di impulsi o desideri sgorganti dall’interno del paziente, e che ha invece tutta l’aria di essere un’interiorizzazione, fatta col naso tappato, dei valori e degli obiettivi del terapeuta, dunque un riflesso di ciò che Winnicott ha chiamato il falso Sé che si sviluppa su una base di condiscendenza» (p. 234). Nei racconti di chi si è (o, minorenne, è stato) sottoposto a terapie riparative, ricorrono contenuti di fallimento e di perdita. In quelli di chi ha intrapreso terapie che gli hanno consentito di identificare ed elaborare i propri conflitti, integrando gli affetti dissociati, troviamo, insieme a una maggiore consapevolezza di sé, la capacità di piacersi e di essere più contenti della propria vita. Nelle parole di Adriano, un paziente di 37 anni: «Ora comprendo tante cose del mio passato. Mi accadeva di raccontare a mia moglie che avevo lavoro extra da sbrigare, e andavo alla ricerca di uomini. Era qualcosa di irresistibile, incontrollabile. Non lo volevo, eppure lo facevo. Poi tornavo a casa e dovevo inventarmi una scusa per il mio ritardo, venivo invaso dai sensi di colpa e dall’ansia. Ero sempre vigile per la paura di essere “scoperto”, spesso con i colleghi facevo battute contro i gay e cercavo in tutti i modi di mostrarmi eterosessuale, facendo apprezzamenti sulle donne. Aver capito di essere gay e non avere più una vita parallela mi ha salvato: ora mi sento tutto intero» (cit. in Lingiardi & Nardelli, pp. 15-16). In fin dei conti, benché esistano alcune terapie dette “affermative”, contrapposte a quelle “riparative”, non è necessario “inventare” un tipo particolare di terapia per le persone omosessuali. È sufficiente un “ascolto rispettoso”, come avrebbe detto la psicoanalista Luciana Nissim (2001). Con almeno un orecchio, quello del terapeuta, pulito dai pregiudizi. BOX: GLI EFFETTI DELLE TERAPIE RIPARATIVE Shidlo e Schroeder (2002) hanno condotto una ricerca, pubblicata su Professional Psychology, su un campione di 202 soggetti allo scopo di valutare il funzionamento e gli effetti delle terapie riparative. Lo studio prende anche in esame le motivazioni che hanno condotto alla scelta di intraprendere una terapia riparativa: temi religiosi (senso di colpa e dannazione) e sociali (ansia anticipatoria per lo stigma antiomosessuale o per il rifiuto del gruppo di appartenenza); il desiderio di far parte di una comunità caratterizzata da un missione comune; il desiderio di salvaguardare il proprio matrimonio; un’imposizione esterna (per es. da parte della famiglia); la ricerca di aiuto per problemi psicologici quali ansia e depressione. Del campione studiato, il 74% si sottopone alla terapia su consiglio dell’operatore a cui si è rivolto. Gli autori denominano HBM (Homosexual Behavior Management, gestione del comportamento omosessuale) l’armamentario cognitivo appreso nel corso della terapia riparativa per far fronte ai desideri omoerotici e per incrementare comportamenti e desideri tipici dell’eterosessualità. Ne fanno parte, peresempio: la tecnica della covert sensitization, con cui si insegna al paziente di immaginare qualcosa di dissuasivo al fine di contrastare desideri omosessuali indesiderati (per esempio l’idea di contrarre l’HIV); oppure l’uso di sexual surrogate del sesso opposto (una pratica da espletare per telefono o fisicamente); la lettura della Bibbia e la preghiera. Rispetto alla percezione degli esiti della terapia, la ricerca identifica due gruppi di pazienti: quelli che considerano fallita la terapia (87%) e quelli che la ritengono riuscita (13%) (Figura 1). Del gruppo di “successo”, il 9% riferisce che i benefici sono stati ottenuti grazie all’uso dalle tecniche HBM, optando per il celibato oppure ingaggiando una continua lotta contro i propri desideri omoerotici; il 4% riferisce invece di aver ricevuto un aiuto nel cambiamento verso l’eterosessualità, percependosi come eterosessuale e negando di provare disagio con residui impulsi e desideri omoerotici (queste stesse persone ricoprono una posizione di tutoraggio nei gruppi ex-gay). Del gruppo “fallimentare”, il 10% è classificato come caratterizzato da un “recupero resiliente dell’identità gay” (cioè soggetti che non riportano danni a lungo termine, ma si sentono in certo qual modo “fortificati” dal fatto che, nonostante abbiano tentato la conversione, sono rimasti omosessuali). Il restante 77% accusa invece effetti collaterali negativi derivati dalla frustrazione di non essere riusciti nella conversione: depressione, ansia, dissociazione, abuso di sostanze, comportamenti compulsivi e autolesivi, inclusi ideazione o tentativi suicidari. http://www.retelenford.it/articolo/l...-che-danneggia |
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#126 | |
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Bannato
Iscritto dal: Aug 2001
Città: Berghem Haven
Messaggi: 13528
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Ma prendere i "convertitori" ed usarli per qualcosa di più utile, no eh? |
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#127 |
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Senior Member
Iscritto dal: Feb 2003
Città: Roma
Messaggi: 739
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boh, probabilmente, in alcuni casi, l'omosessualità potrebbe essere anche frutto di un disturbo psicologico. in tal caso la qualità della vita ne risente e per tanto deve essere trattata come un qualsiasi disturbo simile (trapie, sedute, farmaci).
però, fondamentalmente, se è una situazione serena e non comporta problematiche di tipo sociale (tipo stupratore che lascia in terra 50 euri, tanto x fare un esempio idiota) non vedo dove sia il problema. e, probabilmete, la stragrande maggioranza dei casi è questa. indicare un omosessuale come un malato lo trovo alquanto offensivo sia nei confronti degli omosessuali stessi che nei confronti delle persone "normali", in quanto lede, in generale, la libertà di essere. tutto questo, purtroppo, deriva dalla cultura omofoba che ci viene inculcata da sempre. se uno pensa allo stereotipo, anche alquanto grottesco, dell'omosessuale nn vedrà altro che un uomo effemminato, moralmente deprecabile, pronto ad accoppiarsi con qualsuasi maschio gli capita sotto tiro: una sorta di maniaco sessualmente deviato. le persone si chiudono nella loro idiozia e faticano a comprendere chi è "diverso" da loro. l'uomo comune non riesce a vedere una altra persona x quello che è: una persona che lavora, ride, soffre, si innamora, va la cinema. finchè non si riesce a esorcizzare la paura e a sostituirla con la tolleranza e l'apertura mentale vivremo male noi e vivranno male gli altri. ma purtroppo la tolleranza è solo una delle tante parole che si trova sul vocabolario visto che, nonostante le chiacchiere sterili dei nostri pastori, laici e religiosi, il fine ultimo è la ghettizzazione delle minoranze e l'annientamento delle diversità. io nn reggo più nessuno: preti, politici, benpensanti, leader vari... il loro fine ultimo è mantenere il popolo in uno stato di ansia permanente, spostando gli obbiettivi verso futili traguardi (paradiso, macchinone o 50" LCD è la stessa cosa) in maniera da mantenere caldo la loro trono.
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AMD Phenom II X6 1055T @ 4GHz (285x14) - Dissi Corsair A70 - Asus M4N98TD EVO - 4x4092MB Corsair XMS3 @760Mhz - 2x Palit GeForce® GTX460 Sonic 1024@800/2000MHz - Zalman ZM-RS6F - HP w2207 - Ali LC Power Arkangel 850W - Cooler Master Haf 992 - più la solita mondezza che si trova in un pc ^^ |
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#128 | |
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Moderatore
Iscritto dal: Feb 2003
Città: Anagni/Firenze
Messaggi: 9133
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C'è l'eterosessuale e c'è l'omosessuale. Il discorso che se lo fossimo tutti ci saremmo estinti, va da sé che come dato di fatto, non è così e di contro, siamo uomini e abbiamo la ragione, con i se e con i ma non si va avanti e non ha senso ragionarci sopra (altrimenti tutto sarebbe possibile e impossibile allo stesso tempo). Pensare che l'omosessualità sia un disturbo, una malattia da curare è una involuzione sociale tremenda.
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Regole Sezione Linux - [Ubuntu] HWupgrade Clan - Installare Ubuntu 13.10 64bit su Asus N56JR |
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#129 |
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Bannato
Iscritto dal: Aug 2006
Città: Paris
Messaggi: 537
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http://lampidipensiero.wordpress.com...nino-cantelmi/
casualmente il fautore dell psichiatria cattolica la pensa diversamente da Lingiardi..... Con il solito " eh ma mica si puo tirare sempre in ballo l'omofobia" |
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#130 | ||
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Senior Member
Iscritto dal: May 2006
Messaggi: 19401
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"strutturali" precedenti rispetto alla fase adolescenziale)...del resto la maggior parte degli omosessuali non ha problemi di egodistonia (anche se chiaramente vive e si trova ad affrontare i problemi legati ai pregiudizi, alla stigmatizzazione, al non riconoscimento legale ecc...) In sostanza per quanto riguarda gli psicologi le direttive sarebbero quelle di curare l'egodistonia e non l'omosessualità come invece si propongono i fautori della terapia riparativa
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#131 | |
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Senior Member
Iscritto dal: May 2006
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#132 | |
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Bannato
Iscritto dal: Aug 2006
Città: Paris
Messaggi: 537
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tipo Credo che uno dei motivi per cui l’omosessualità tout court (e ancor più un suo riconoscimento sociale) crea avversione, paura, diffidenza, derivi dalla preoccupazione per un disordine psicologico che diventa poi sociale. Una sorta di disagio all’idea che vi sia qualcosa di «femminile» in un uomo e di «maschile» in una donna. Da qui anche il bisogno di darsi una rassicurazione riguardo alla propria «mascolinità» o «femminilità». Un fondamento psicologico dell’omofobia, infatti, consiste in una polarizzazione difensiva dei ruoli di genere, che porta a temere/disprezzare i fantasmi di passività e dipendenza nell’uomo e di attività e autosufficienza nella donna. Si tratta di una difesa abbastanza primitiva, ancorata a un’idea ingenua e concreta dell’anatomia e della scena dell’accoppiamento – ma efficace nel lasciare le cose «al loro posto». Una donna che ama un’altra donna stravolge la regola patriarcale per cui è il rapporto con il pene che la penetra e la feconda a offrirle la possibilità di essere «completa». È una donna che tradisce la sua missione di madre e di moglie. Un uomo che ama un altro uomo evoca il fantasma della passività, si «femminilizza» e rinuncia alla sua «vocazione» patriarcale. In questo senso possiamo dire che le persone omosessuali implicitamente contribuiscono a decostruire gli stereotipi di genere. Il che però non significa che, come le persone eterosessuali, esse non possano esprimere in mille modi diversi i ruoli di genere e ciò che comunemente si intende per “maschile” e “femminile”. Rimane il fatto che una donna senza un uomo al suo fianco è facilmente ridicolizzata: è una suora, una zitella o una lesbica. E ridicolo o inutile è l’uomo che non si porta a letto una donna (un imbranato, un impotente o un finocchio). In entrambi i casi si tratta di uno spreco, una stranezza, una sovversione improduttiva. Il legame tra maschilismo e omofobia è evidente. http://bioetiche.blogspot.com/2008/0...giardi-su.html Sul come razzoli Cantelmi, questa era la polemica evocata anche nei video http://www.chiaralalli.com/2008/11/c...che.html#links Al di là che Cantelmi abbia smentito di fare o imporre terapie riparative, ma sostiene che lui si limita a rispettare il sistema valoriale del paziente Tutti i sofismi sul rispetto e il dialogo coi valori cattolici per poi arrivare alla morbosità di distinguere se uno é attivo o passivo é un po' surreale. |
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#133 | |
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Bannato
Iscritto dal: Aug 2001
Città: Berghem Haven
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![]() Siamo al livello dell'ABC, eh.... Ma proprio da età dei LEGO. Ultima modifica di lowenz : 28-07-2009 alle 13:26. |
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#134 | ||
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Senior Member
Iscritto dal: May 2006
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#135 | ||
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Bannato
Iscritto dal: Aug 2006
Città: Paris
Messaggi: 537
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Per altri é ideologia progressista che nega la natura di uomo e donna ecc. E se si ribatte dicendo Un fondamento psicologico dell’omofobia, infatti, consiste in una polarizzazione difensiva dei ruoli di genere, che porta a temere/disprezzare i fantasmi di passività e dipendenza nell’uomo e di attività e autosufficienza nella donna. Si tratta di una difesa abbastanza primitiva, ancorata a un’idea ingenua e concreta dell’anatomia Scatta il sentimento d'offesa del "eh no non puoi darmi dell'omofobo. Mica ho detto che brucerei i gay. Ho un grande rispetto per gli omosessuali ma credo che l'omo ha da esser omo e la donna ha da esser donna". O se la volete espressa in modo piu ampolloso http://www.aippc.net/modules.php?nam...article&sid=72 comunque, tanto per aggiungere altro ABC, sempre di Lingiardi Finché l’omosessuale chiede di essere compatito è abbastanza “tollerato”; ma quando chiede e rivendica i suoi diritti la reazione cambia: è quasi considerata una pretesa tracotante, come se l’omosessuale fosse una persona che merita meno attenzione e meno rispetto dei cosiddetti “normali”. L’espressione “cittadinanza morale”, da lei usata, sembra possa funzionare anche come risposta a quanti hanno un atteggiamento di questo tipo. Sia come atteggiamento psicologico alimentato dalla cultura sia come attitudine patologica, l’omofobia è nel DNA delle nostre tradizioni sociali, religiose e politiche. Non lo rivelano solo gli anatemi continui, ma anche le cautele, gli imbarazzi e talora anche quell’atteggiamento di “tolleranza” di cui lei parla. Nelle Lettere luterane Pasolini dice: «Io sono come un negro in una società razzista che ha voluto gratificarsi di uno spirito tollerante. Sono cioè un “tollerato”». Di nuovo, qui, il valore di una legge. Senza riconoscimento sociale, senza cittadinanza morale, è più difficile che una rappresentazione si consolidi nella mente come legittima e convalidata. Viceversa, nel suo costituirsi come «possibile» e «legittima», questa stabilizzazione toglierebbe alla realtà discriminata il suo contenuto «minaccioso» e implicitamente disincentiverebbe le azioni violente e persecutorie (bullismo, omofobia sociale). Inoltre ridurrebbe l’effetto dell’assimilazione della negatività sociale, cioè l’omofobia interiorizzata, causa della difficoltà ad accettarsi, dell’autodisprezzo, e di comportamenti inconsciamente autodistruttivi in una persona omosessuale. Sono argomenti molto semplici, alla base di qualunque percorso di integrazione delle differenze individuali, culturali, sociali. Ultima modifica di Fritz! : 28-07-2009 alle 15:22. |
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#136 |
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Bannato
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Ma al di là dell'aspetto poco professionale, é davvero esilerante il fatto che, gratta gratta le grandi prese di posizione di principio religioso, e ti ritrovi con la solita atavica curiosità morbosa culocentrica. Al livello di film di vanzina e battute sulle saponetta.
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#137 |
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Bannato
Iscritto dal: Aug 2001
Città: Berghem Haven
Messaggi: 13528
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Per quanto riguarda questo concetto pesa molto più la percezione (da parte di inesperti) del disturbo di identità di genere che l'omosessualità, ovvero il confondere l'omosessuale maschio con l'effemminato (e parallelamente per la lesbica, ma molto meno).
Nessuno darebbe del "frocio" ad Achille perchè andava con Patroclo, perchè Achille evoca l'idea di uno che ti tira una mazzata e crepi
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