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#21 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Jan 2002
Città: Napoli
Messaggi: 1727
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Quote:
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Se buttassimo in un cestino tutto ciò che in Italia non funziona cosa rimarrebbe? Il cestino. |
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#22 |
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Junior Member
Iscritto dal: Apr 2004
Città: Status: ExtraUtente MEMENTO AUDERE SEMPER... I post non si contano... ...si pesano!
Messaggi: 10
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Vale la pena di leggere...
Salve; per citare un poco di documentazione quantomeno seria (se non proprio con la pretesa della scientificità indubbia) consiglio di leggersi questo (per tutti i pro e contro possesso di armi):
[ Da: Merzagora Betsos I., Lezioni di criminologia - Soma, Psiche, Polis, Cedam, Padova, 2001. La tesi più nota, nel correlare possesso di armi da fuoco ed aggressività, è quella di Berkowitz, detta appunto del weapons effect ("effetto armi"). Secondo l'Autore, vi sono oggetti che, in virtù di associazioni ripetute e dunque condizionamenti, possono rivestire un significato di stimolo aggressivo in risposta a frustrazioni. Che le armi siano ripetutamente, anzi abitualmente associate all'aggressività non è argomento su cui meriti insistere, ma è da aggiungere che non tutte le ricerche effettuate in situazioni sperimentali hanno confermato i risultati che in questo senso aveva ottenuto Berkowitz, e che alcuni avrebbero persino notato un effetto inibente l'aggressività della presenza di armi da fuoco, o, quantomeno, hanno evidenziato che pure le armi bianche potevano avere lo stesso effetto. Infine, vi è chi sostiene che l'esito omicida è correlato sia alla disponibilità e idoneità dell'arma, sia alla volontà dell'autore del crimine. Non tutti gli Autori concordano poi sulla relazione positiva fra leggi restrittive sul possesso di armi e diminuzione dei fatti di sangue con esse commessi. Probabilmente vi sono fattori d'altro tipo, chiamiamoli "culturali" per usare un termine onnicomprensivo, che aiutano a spiegare come mai fra la Svizzera, per esempio, dove la normativa in materia non è particolarmente rigorosa, e l'Inghilterra, dove viceversa la legislazione è più severa, non si siano rilevate differenze significative circa l'andamento dei reati violenti. Non regna neppure accordo relativamente alla correlazione fra "corsa alle armi" e paura del crimine: secondo alcuni Autori, infatti, episodi di particolare allarme promuovono un maggiore acquisto di armi, secondo altri la paura non aumenta statisticamente la propensione ad armarsi, e comunque il possesso dell'arma riduce la paura del crimine. Secondo De Fazio et al. il possesso di un'arma da fuoco, pure da parte della vittima, potrebbe rivestire un ruolo "precipitante" negli street crimes, ma anche nel corso di family crimes la presenza dell'arma da fuoco sulla scena può sia determinare o facilitare il passaggio all'atto, sia condurre ad effetti lesivi più gravi, anche mortali, dell'aggressione (De Fazio F., Castelli C., Cipolli C., Galliani I., Luberto S., Luzzago A., Armi da fuoco e criminogenesi, Giuffrè, Milano, 1981). Addirittura, Saltzman et al. riportano che il confronto fra esito letale e lesione, nell'ambito delle aggressioni in famiglia o fra persone in stretta relazione, dimostra che l'uso dell'arma da fuoco fa aumentare di 12 volte il rischio di morte. Altri Autori sottolineano che di oggetti che possono essere usati come armi ve ne sono dovunque, e gli esempi vanno dai macinapepe ai vasi da fiori, ma che talvolta la differenza fra un episodio relativamente innocuo ed un esito letale la fa, appunto, l'arma da fuoco. Anche la maggior parte (circa il 60%) degli omicidi statunitensi degli anni Ottanta -anni in cui i tassi di omicidio in quel paese aumentarono paurosamente- è stata commessa con armi da fuoco, seguite da coltelli o altre armi bianche, e poi mani nude, oggetti contundenti, veleno, annegamento, fuoco, esplosivi. Nell'ambito degli street crimes delle bande, l'ipotesi dell'escalation suggerisce che il possesso dell'arma da fuoco conduce a maggiore probabilità di sparatorie fra bande rivali, il che a sua volta porta a rappresaglie, in una catena progressivamente ingravescente di azioni e reazioni aggressive. Il problema del possesso di armi da fuoco fra i più giovani in USA è, infatti, particolarmente drammatico: addirittura, nel 1990, è stato calcolato che il 20% degli studenti di scuola media superiore possedeva un'arma, percentuale che arrivava al 39% fra i giovani neri e al 41% fra gli ispanici. Per la legge della contiguità fra autore e vittima di omicidio, le vittime preferenziali della violenza giovanile sono i giovani della stessa età ed etnia; il risultato è che nel 1990 un quarto delle morti di adolescenti in USA è per colpo d'arma da fuoco, e la percentuale sale alla metà per i maschi di colore fra i 15 e i 19 anni. Il problema, però, non è solo d'oltreoceano, ed una ricerca svizzera dimostra la correlazione fra il portare armi (qui soprattutto coltelli) ed essere coinvolti in episodi di violenza, anche, anzi soprattutto, quando la motivazione, o la razionalizzazione, è che l'arma è detenuta per difesa. Aderendo alla tesi del weapon effect, Killias e Rabasa concludono la ricerca effermando: "Portare con sé un'arma può, dunque, non tanto essere una forma di auto-protezione in un mondo di violenza, quanto piuttosto una strategia per assicurarsi un vantaggio in vista di possibili futuri scontri" (Killias M., Rabasa J., Weapons and Athletic Constitution as Factors Linked to Violence Among Male Juveniles, British Journal of Criminology, 1997, pg. 446 sgg). De Fazio sottolinea soprattutto le motivazioni al possesso dell'arma legate a tratti di personalità che già predispongono ad un uso "incongruo" della stessa, tratti personologici che poi, con processo circolare, vengono rafforzati dall'arma stessa: "l'aspirazione al possesso dell'arma può essere espressione di diverse situazioni emozionali scompensate, che agiscono con funzione di motivazione sulla base di sentimenti di insicurezza, frustrazione, angoscia, depressione, desiderio di potenza, ecc. Tali meccanismi, predisponenti di per sé all'attuazione di comportamenti aggressivi, verrebbero potenziati dal possesso dell'arma, che agirebbe da rinforzo delle elaborazioni anticipatorie dell'atto etero-aggressivo, mascherato con l'alibi della difesa personale" (De Fazio, cit.). Le possibilità di abuso dell'arma da fuoco sono identificate con maggiore probabilità nelle personalità auto ed etero-distruttive, negli immaturi, negli etilisti ed assuntori di stupefacenti, nei malati di mente. Ciò, ovviamente, suggerirebbe un'approfondita indagine anche psicologica e motivazionale per coloro i quali richiedono il porto d'armi. Si può anche notare una differenza fra tipo particolare di omicidio ed arma usata: nei crimini commessi nell'ambito delinquenziale l'arma da fuoco prevarrebbe su altri tipi di arma, come dimostra una ricerca milanese su 339 vittime di omicidio (1987-1992), in cui la lesività da arma da fuoco a proiettile unico si è rivelata essere la prima modalità negli omicidi maturati nell'ambiente della malavita organizzata. Pur essendo rappresentata in tutte le categorie di omicidio considerate, con esclusione solo del matricidio, tale modalità è stata utilizzata in percentuali ben diverse a seconda delle tipologie di omicidio, in particolare in più dell'80% negli omicidi attuati nel contesto della delinquenza organizzata, e, tanto per fare un solo confronto, nel 37,2% in ambito di omicidio in famiglia o fra stretti conoscenti (Merzagora I., Zoja R., Gigli F., Vittime di omicidio, Giuffrè, Milano, 1995). Più analiticamente, la distribuzione per lesività degli uxoricidi vede al primo posto la lesività da arma da fuoco con 6 casi, uno dei quali a proiettili multipli; 5 casi di lesività da punta e taglio ed un caso per le lesività da strangolamento, da fendente, da ustioni e mediante lesività combinata. Gli omicidi perpetrati per motivi di gelosia sono stati portati a termine mediante arma da fuoco in 3 casi, mediante strumento da punta e taglio e strumento contundente in 2 casi e mediante fendente in un caso. I figlicidi vedono 3 casi di lesività da arma da fuoco e 2 casi di lesività da arma bianca. In 2 casi le vittime di omicidio connesso con la prostituzione furono passive di strangolamento; i restanti casi di tale gruppo sono rappresentati da lesività contusiva, da punta e taglio e da arma da fuoco. I matricidi sono stati attuati in 2 casi mediante punta e taglio ed in un caso mediante fendente. Relativamente alla situazione dell'intero Paese dal 1897 al 1966, Marotta e Buscemi rilevano la correlazione tra l'aumento dei morti per omicidio con armi da fuoco e lo sviluppo della produzione su scala industriale di tali armi, e l'ulteriore incremento delle percentuali di omicidi con armi da fuoco concomitante alla produzione e diffusione delle armi automatiche, nel 1937. Avvertono peraltro che: "All'aumento della produzione su scala industriale delle armi da fuoco -va sottolineato- non fa riscontro un corrispondente aumento dei morti per omicidio in assoluto. Il che significa, in altre parole, che l'istinto omicida in generale, e quindi la criminalità da esso generata, non subisce variazioni rispetto allo sviluppo tecnologico di tipo quantitativo, ma solo qualitativo" In ogni caso, la percentuale di vittime di arma da fuoco cresce costantemente in Italia dal 23,3% del periodo 1897-1900; calano quasi specularmente le vittime di strumenti da punta e taglio, che erano il 29,3% negli anni 1897-1900 (il "sorpasso" delle armi da fuoco, e il loro attestarsi come modalità lesiva più frequente è del periodo 1911-15). Comunque, armi da fuoco, armi da punta e taglio, corpi contundenti sono le modalità lesive più rappresentate in Italia nell'ultimo secolo (Marotta G., Buscemi S., Le serie storiche dei reati di omicidio e dei morti per omicidio secondo il mezzo o il modo, in: Somogy S., Perricone Somogy R.A., Marotta G., Buscemi S., Analisi storica delle caratteristiche demografiche, sanitarie e socio-economiche del fenomeno degli omicidi in Italia dal 1866 al 1979, Centro Italiano di Biostatistica, Roma, 1986, pg. 55 sgg.). ] E' un poco lungo, ma ne vale la pena. buona lettura
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Vivi come se tu dovessi morire domani, pensa come se tu non dovessi morire mai. |
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