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La storia dimenticata: gli altri genocidi
Sullo sterminio dei Popoli, con milioni di vittime, del comunismo totalitario marxista-leninista-stalinista e seguaci
Dal quotidiano ‘L’Opinione’ del 14 luglio 2005 Il ‘democidio comunista’. Che non piace agli storici di Stefano Magni “La peste bubbonica che, dal 1347 al 1353, ha spopolato l’Europa, ha fatto inorridire gli storici e, sicuramente, tutti coloro che ne hanno sentito parlare. Morte. Morte dappertutto. Città e villaggi devastati. Intere famiglie distrutte per generazioni. Almeno 25.000.000 di persone perirono. E bbene, nell’ultimo secolo, abbiamo subito un altro tipo di peste, quattro volte più mortale, ma gli storici si guardano bene dal raccontarla. Inoltre, la maggior parte dei contemporanei non sa nemmeno che sia avvenuta, i media e i politici che non ne sono stati affetti tendono ad ignorarla. Fu la Peste Rossa, una epidemia di democidio”. Così, in termini abbastanza pittoreschi, il politologo statunitense Rudolph J. Rummel, descrive la più grande rimozione storica del XX secolo: il democidio comunista. Una stima minima, basata su fonti vicine ai regimi comunisti, fissa il totale delle vittime dei regimi comunisti a 40 milioni. Le stime più pessimiste parlano di 259 milioni di morti. Quelle più attendibili, di 110 milioni. Ammettiamo anche che abbiano ragione i più ottimisti: come si possono visualizzare 40 milioni di vittime, di persone assassinate a sangue freddo (quindi escludendo i morti nelle guerre dei regimi comunisti e le vittime delle guerre civili) in poco più di 70 anni? Quaranta milioni sono l’equivalente di una Nazione intera completamente sterminata. E stiamo parlando della stima minima e meno probabile. La statistica più attendibile è di 110 milioni di morti: è come se l’Italia e la Francia venissero sterminate fino all’ultimo uomo. Guardando più nel dettaglio questa statistica, lo scenario si fa ancor più impressionante, perché si vedono Nazioni interamente distrutte, città scomparse, popoli decimati nel giro di pochi anni. Non a causa di una pestilenza, di un cataclisma e nemmeno per colpa di una guerra nucleare, ma a causa del programma ideologico, metodicamente applicato, di regimi al potere. Perché, come sosteneva Rummel, i contemporanei non sanno nemmeno che tutto ciò sia avvenuto? Perché, al massimo, sui libri di storia scritti nel periodo anche successivo alla caduta dell’Unione Sovietica, si legge che: “L’offensiva per la collettivizzazione e la lotta contro i kulaki furono condotte con estrema determinazione e assunsero sovente (corsivo del redattore) i connotati del terrore. Stalin e i suoi collaboratori alla fine ebbero partita vinta, ma i costi umani e materiali furono impressionanti. Circa 250.000 famiglie di contadini recalcitranti (corsivo del redattore) vennero deportate nelle regioni della Russia settentrionale e in Siberia o rinchiuse nei campi di lavoro forzato; il risultato di questa politica fu lo sterminio anche fisico dei kulaki, che cessarono di esistere come classe”. Coscienza in disordine? La si rimette a posto poche frasi dopo, leggendo: “…Infine, in molte regioni, i kulaki, anziché conferire i loro animali nelle fattorie collettivizzate, preferirono macellarle in massa; alla fine del 1933 il bestiame si era quindi ridotto della metà e i livelli del 1928 nel settore dell’allevamento furono recuperati solo dopo la II Guerra Mondiale”. Insomma: i kulaki recalcitranti ed egoisti, che mandarono in rovina l’agricoltura sovietica furono puniti con metodi un po’ brutali. Questa è l’impressione che viene conservata dallo studente che, nella metà degli anni ’90 studiava sul manuale “Corso di Storia” di Capra, Chittolini, Della Peruta, edizione 1992. Non può venire neanche in mente all’adulto di oggi che, dal 1928 al 1933, Stalin sterminò una Nazione intera, l’Ucraina, isolandola e privandola di ogni mezzo di sostentamento. Un studente che studiava negli anni ’90 e che adesso, probabilmente, insegna la storia alle nuove generazioni, non si sogna nemmeno che Stalin fece assassinare, a freddo, 11 milioni e mezzo di contadini. Più del doppio di tutte le vittime dell’Olocausto, a cui, pure, i libri di storia dedicano, come minimo, un capitolo a parte. Al massimo, l’ex studente trentenne che ora coesiste tranquillamente con i nostalgici del comunismo, ha studiato che, nel periodo del Grande Terrore, “Per costruire il suo sistema autocratico Stalin adottò metodi di estrema durezza, messi in atto dalla polizia politica, la GPU (subentrata dopo il 1922 alla Ceka), che organizzò i campi di lavoro forzato (divenuti poi famosi come Gulag, sigla russa di “direzione statale dei campi di lavoro”), in cui vennero via via rinchiusi centinaia di migliaia (corsivo del redattore) di oppositori e dissidenti. La compressione del dissenso all’interno del Partito venne attuata anche con le epurazioni periodiche, che nel 1938 ridussero gli iscritti a 1.900.000, poco più della metà di quelli del 1933. (…) Il terrore staliniano, che nelle sue varie fasi coinvolse qualche milione di persone, non diminuì tuttavia il prestigio di Stalin agli occhi della maggioranza della popolazione”. Dietro questo “qualche milione di morti” nelle “varie fasi” del grande terrore, si dovrebbe leggere ben altro: 4.300.000 morti nella metà degli anni Trenta e più di 4 milioni e mezzo di vittime nei soli due anni che precedettero la II Guerra Mondiale. Allora non vennero eliminati solo dissidenti, o membri del Partito non allineati, ma quote intere di popolazione, fissate “scientificamente”, in base a calcoli sul numero di appartenenti alle classi sociali “nemiche” eseguiti dai pianificatori dello sterminio, con la stessa logica con cui venivano fissate le quote produttive nei Piani Quinquennali. Quanto all’ultimo periodo di Stalin, che fu quello più sanguinoso in assoluto, sul Capra/Chittolini/Della Peruta del 1992, si legge al massimo che: “Per rendere assoluto il suo potere, Stalin, preoccupato dalla prospettiva di una guerra con gli Stati Uniti e dominato negli ultimi anni di vita da un timore ossessivo di complotti e tradimenti, impiegò largamente i metodi repressivi”. In quattro righe viene così liquidato quello che fu lo sterminio probabilmente più letale e concentrato (nei tempi e nello spazio geografico), di tutto il XX secolo, assieme al genocidio cambogiano: dal 1945 al 1953, Stalin fece assassinare a freddo 12 milioni e mezzo di persone. Alla faccia dell’impiegare “largamente i metodi repressivi”! La cosa che, però, lascia ancor più sconcertati è il silenzio. Quando il manuale affronta la storia prima e dopo Stalin, sparisce del tutto l’idea che vi sia stato un massacro di proporzioni colossali. Non si accenna minimamente ai 5 milioni e mezzo di vittime della repressione effettuata da Lenin. Dato che fu Lenin e non Stalin a creare il Gulag quale metodo di repressione e lavoro forzato su larga scala e fu Lenin ad applicare per primo i metodi dello sterminio su scala industriale. Tantomeno si accenna alle 6.613.000 (sei milioni e seicento tredici mila!) vittime dell’Unione Sovietica post-staliniana, dal 1953 al 1991. Al massimo si legge che: “La destalinizzazione non fu però spinta a fondo e soprattutto non venne ammessa la libertà di opposizione”. Quanto agli altri stermini comunisti, i 35 milioni di morti, assassinati per mano del regime di Mao Tse-tung, sono quasi completamente dimenticati dal manuale edito nel 1992 (tre anni dopo Tien An-men). Al massimo si trova che la “Rivoluzione Culturale” “…secondo le stime ufficiali cinesi provocò 35.000 vittime, ma secondo le stime occidentali si lasciò dietro alcune centinaia di migliaia di morti”. Mentre i morti furono 7 milioni e mezzo solo in quel periodo. Quanto al resto, si parla solo del genocidio cambogiano, del quale non viene riportata neanche una cifra. Sugli altri crimini regna solo il silenzio. Non una parola sul milione e mezzo di assassinati dal regime della Corea del Nord, sul milione e mezzo di assassinati dal regime del Vietnam, sul milione di assassinati dal regime di Tito in Jugoslavia, sui 725.000 assassinati dal regime di Menghistu in Etiopia, sui 435.000 assassinati dal regime comunista in Romania… (14 luglio 2005 |
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Bannato
Iscritto dal: Aug 2001
Città: Berghem Haven
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Nati durante il periodo degli zar e probabilmente fondati da Pietro il Grande, erano usati come campi per i detenuti politici anti zaristi e personaggi scomodi. Dopo la rivoluzione bolscevica avvenne la liberazione di tutti i prigionieri, ma nel 1917 Lenin annunciò che tutti i "nemici di classe", anche in assenza di prove di alcun crimine contro lo stato, non potevano essere fidati e non dovevano essere trattati meglio dei criminali. Dal 1918, vennero ristrutturate le attrezzature di detenzione in campi, quali ampliamento e riassetto dei precedenti campi di lavoro katorga, realizzati in Siberia come parte del sistema penale della Russia imperiale. I due tipi principali erano i Campi speciali Vechecka (особые лагеря ВЧК) e i Campi di lavoro forzato (лагеря принудительных работ). Questi venivano eretti per varie categorie di persone considerate pericolose per lo stato: criminali comuni, prigionieri della Guerra civile russa, funzionari accusati di corruzione, sabotaggio e malversazione, nemici politici vari e dissidenti, nonché ex nobili, imprenditori e grandi proprietari terrieri. |
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#3 |
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Senior Member
Iscritto dal: Dec 2002
Città: AnTuDo ---------- Messaggi Totali: 10196
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su facebook sono iscritto in un gruppo che inneggia all'anticomunismo[ so di deluderti].. in uesti giorni un mio contato mi faceva notare un gruppo che inneggiava al 4° reich, cosi, andando a spulciare fra i suoi amministratori e fra i suoi iscritti.. coso ti trovo??? una decina[ non sono andato oltre visto che il gruppo cionteneva centinaia di iscritti] di nazisti...iscritti nel gruppo"anticomunista".. allora ho ponderato, che in italia, l'anticomunismo, non e' anticomunismo, ma e' l'anello mancante fra il fascimo e il nazismo, a loro non interessa na mazza di essere anticomunisti.. a loro interessa rivalersi.
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“ Fiat iustitia, et pereat mundus”-המעז מנצח -
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#4 |
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Senior Member
Iscritto dal: Jul 2008
Messaggi: 1021
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Ma quale silenzio se lo sanno tutti.
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#5 |
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Iscritto dal: Aug 2002
Città: Mantua me genuit
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Da Wikipedia (e risparmio il Perù, tanto per dire)
"Dopo la caduta di Tenochtitlan, Hernán Cortés si impossessò del governo del paese proclamandosi Comandante Generale e iniziando la conquista di un vasto impero coloniale conosciuto con il nome di Nuova Spagna. Il territorio, oltre al Messico arrivò a coprire gran parte del sud degli odierni Stati Uniti, (tra cui California, Arizona, Nuovo Messico e Texas). Vennero fondate alcune delle principali città messicane, quali Città del Messico (sulle rovine di Tenochtitlan), Guadalajara, Puebla e Monterrey,Querétaro. Dal 1535 l'amministrazione della Nuova Spagna venne affidata ad un viceré. Il primo fu Antonio de Mendoza nominato da Carlo V. Durante questo periodo, la madrepatria spagnola si arricchì grazie alle attività minerarie (oro e argento) e all'agricoltura (coltivazione di canna da zucchero e caffè). Porte di accesso al commercio del paese furono Veracruz (sul Golfo del Messico) e Acapulco (sull’Oceano Pacifico). Sul piano umano la popolazione indigena si ridusse dell’80% a causa delle epidemie e dei massacri. Si stima che prima dell'arrivo degli europei il Messico centrale possedesse 25 milioni di abitanti. Di questi ne erano rimasti poco più di un milione nel 1650 circa. I tre secoli di dominazione spagnola (1525 – 1821) hanno coinciso con l'istituzione del Messico come nazione latina, ispanica, cattolica e meticcia, così come la conosciamo oggi. L'architettura, la gastronomia, le festività, e la struttura della famiglia sono ancora in gran parte influenzate da questi tre secoli di dominazione spagnola. Nonostante la diffusa distruzione derivante dalla colonizzazione del Messico, una forma d'arte coloniale si sviluppò dal XVI secolo." Quindi? Cosa vuol dire il tuo 3D? Non per dar ragione allo stanilismo, nè per dire che gli argomenti che posti siano fasulli, ma solo per dire come il tuo post sia (perlomeno da me) interpretabile come "funzionale" ad una cera ideologia e nullapiù. Tentativo triste. Le ideologie, tutte, possono avere una loro logica: ciò che le rende "criminali" è la loro attuazione fatta da uomini che perseguono il potere. Così l'ideologia, e non gli uomini che la applicano, viene criminalizzata. Da una persona con la tua intelligenza il tuo tentativo è davvero patetico ma OK, ci sta. Ci credi, evidentemente, quindi non aggiungo altro.
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Dio dice: "Prendi ciò che vuoi e pagane il prezzo"Attento a ciò che desideri: potresti ottenerlo. |
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Senior Member
Iscritto dal: Jul 2001
Messaggi: 2776
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Non stiamo parlando del medioevo, il fatto che gli indigeni non fossero stati sterminati si vede ancora oggi vedendo i nativi del centroamerica ( e comunque all'epoca c'erano altre popolazioni indigene alleate con Cortez).
Il comunismo è stata una cosa ben diversa e il volerlo occultare nonostante le dimensioni macroscopiche dei suoi orrori, dovrebbe davvero destare scandalo. Il fatto è che ancora non si sono fatti i conti col passato e una parte di quella esecrabile dottrina è rimasta ben salda nelle teste di milioni di occidentali, che quegli orrori non gli hanno patiti. Certe grossolane semplificazioni, i blocchi mentali su certi temi, derivano tutte dal marxismo, almeno come è stato sottilmente inculcato qui. |
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Iscritto dal: Aug 2002
Città: Mantua me genuit
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Davvero, non so proprio cos'altro dire Non c'è nulla che mi spaventa di più di uno che pensa di avere sempre ragione. Tu sei uno di quelli. Azzalùt!
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Senior Member
Iscritto dal: Aug 2004
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....ma infatti.
A meno di non vivere sotto una campana di vetro.
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Attenzione: il messaggio potrebbe essere ironico... "L’uso della libertà minaccia da tutte le parti i poteri tradizionali, le autorità costituite...Il popolo è minorenne. La città è malata. Ad altri spetta il compito di curare e di educare. A noi il dovere di reprimere. La repressione è il nostro vaccino! Repressione è civiltà!” |
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#9 | |
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Senior Member
Iscritto dal: May 2006
Città: Wursteland
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@shambler1: la causa non è il comunismo ma l'essere umano e la sua brama di potere.
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#10 |
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Iscritto dal: Aug 2002
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" Nativi americani nel Mesoamerica [modifica]
Fin dal 1400 a.C. in Messico e nella parte settentrionale dell'America centrale fiorirono civiltà di notevole importanza: sulla costa orientale del Messico gli Olmechi eressero templi e imponenti palazzi fino a cadere in declino intorno al 400 a.C. In seguito il Messico centrale fu dominato per circa duecento anni dalla civiltà di Teotihuacán e nel sud-ovest e nello Yucatán fiorì l'impero Maya. Nell'XI secolo il Messico era controllato dai Toltechi, ai quali fecero seguito gli Aztechi e poi gli spagnoli. Le popolazioni che risiedevano nel Mesoamerica (Messico, Guatemala, El Salvador e la parte occidentale dell'Honduras e del Nicaragua), con la loro produzione agricola, alimentavano i grandi mercati cittadini. Erano inoltre dotate di strutture sociali complesse e svilupparono un'arte e una cultura raffinate, però distrutte quasi interamente dalla conquista spagnola. Le civiltà mesoamericane ebbero una scrittura geroglifica, libri di carta di corteccia, carte geografiche, la matematica posizionale e il concetto dello zero, gli osservatori astronomici, un calendario di grande precisione e la previsione delle eclissi, complessi centri civico-cerimoniali e società stratificate con sovrani assoluti. Tutti questi popoli furono assoggettati dagli spagnoli e fatti diventare contadini a loro servizio. Nativi americani nel Sudamerica [modifica] Area settentrionale e Caraibi [modifica] Quest'area geografica comprende ambienti molto diversificati: giungle, savane, zone aride e la parte settentrionale delle Ande. Sin dall'epoca arcaica la popolazione che vi risiede viveva organizzata in piccole comunità. Tra i popoli indigeni della Colombia, i Chibcha erano famosi per l'oreficeria, mentre altri gruppi, come i Mosquito del Nicaragua, i Cuna di Panama, gli Arawak e i Caribi dei Caraibi, avevano come attività principali la caccia e la pesca. Area amazzonica [modifica] Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce popoli indigeni del Brasile. Indigeni Kayapo in Brasile. La regione amazzonica con tutta probabilità non fu abitata prima del 3000 a.C. Qui le popolazioni indigene, che lavoravano il cotone e si dipingevano il corpo, mantengono anche oggi molti dei costumi tradizionali anche se il loro habitat è seriamente minacciato dallo sfruttamento intensivo delle miniere e del legname. Nell'area vivono numerosi gruppi, tra cui i Makiritare, i Tupinambá e quelli che parlano le lingue degli Arawak e dei Caribi. In queste zone spesso forti piogge dilavavano le sostanze nutrienti del suolo e queste società agricole erano costrette a spostare continuamente le coltivazioni, trasferendo spesso interi villaggi. La coltivazione taglia-e-brucia di vari tuberi, cereali e palme forniva un'alimentazione abbondante, ma povera di proteine, le cui principali fonti erano invece il pesce e le tartarughe con le loro uova, integrate dall'esiguo prodotto di una caccia difficile a vari mammiferi di grande e piccola taglia. I villaggi erano in genere piccoli (100-1000 abitanti) e la densità bassa (c.a. 2 ab./Km²): questi centri erano spesso la più vasta unità di aggregazione politica. La forma più diffusa di affiliazione sociale era il patrilignaggio, sebbene esistessero clan in alcuni dei centri più grandi. Nelle società più piccole la leadership era esercitata da un anziano, mentre nelle comunità più numerose gli sciamani acquisivano a volte il potere attraverso l'intimidazione. In alcune delle società dell'alta Amazzonia esistevano anche strutture di classe. Gli sciamani guidavano le cerimonie della pubertà, del raccolto e della morte, tutte assai elaborate in quest'area culturale. Molti individui diventavano sciamani grazie all'impiego di potenti droghe allucinogene. Ande centrali e meridionali [modifica] Donna quechua, lungo una strada di Cajamarca (Perù) La parte centrale e meridionale delle Ande, quella cioè che attraversa la parte occidentale dell'America del Sud, con le sue strette valli comprese tra i monti e il Pacifico, ha ospitato grandi civiltà indigene. I popoli che abitavano i villaggi delle valli costiere del Perù centrale, edificarono dopo il 2000 a.C. grandi templi di pietra e mattoni. Dopo il crollo di queste civiltà (Huari, Tiahuanaco e Chimú), tutto il moderno Perù fu conquistato dagli Inca, che estesero il loro dominio anche negli attuali stati di Ecuador, Bolivia, Cile e Argentina. Nel XVI secolo, l'Impero Inca, ormai indebolito da lotte interne, fu facilmente conquistato dagli spagnoli (chiamati conquistadores). Allo stato attuale sopravvivono numerose popolazioni di lingua quechua (l'idioma parlato dagli Inca), relativamente integrate nella cultura ispano-americana. Oltre ai quechua, più limitatamente ad alcune zone geografiche ristrette, sono presenti altre popolazioni che mantengono ancora lingue e tradizioni di origine precolombiana. Tra le maggiormente presenti, ricordiamo gli aymara che abitano una parte della regione andina compresa tra Perù e Bolivia. Regione meridionale [modifica] In questa zona, che comprende l'Uruguay, l'Argentina e il Cile, vivono popolazioni contadine, come i Mapuche che tuttora abitano in villaggi e coltivano mais, patate e cereali. In seguito alle invasioni spagnole questi gruppi iniziarono ad allevare anche bestiame e cavalli. Più a Sud, nelle pampa, era impossibile praticare l'agricoltura, perciò le popolazioni vivevano di caccia o di pesca; nei pressi dello stretto di Magellano, invece, le popolazioni vivevano principalmente pescando foche e leoni marini. Questi gruppi avevano la più bassa densità di popolazione di qualsiasi altra cultura sudamericana e conoscevano solo una semplice organizzazione per bande. Tutti presentavano una scarsa produttività di alimenti e una tecnologia elementare. La religione conosceva i riti di passaggio, lo sciamanesimo e la credenza negli spiriti. Faide e incursioni erano rare: la sopravvivenza di queste società dipendeva dalla loro capacità di sfuggire ai più potenti e bellicosi vicini. Dalla conquista ad oggi [modifica] Quanti fossero i nativi prima della colonizzazione europea delle Americhe è difficile da stabilire: le cifre dell'entità dello sterminio sono ancora al centro di un ampio dibattito storiografico. Secondo le ultime ricostruzioni si tratterebbe del 90% della popolazione indigena morta in meno di un secolo. Secondo quanto afferma lo studioso David Carrasco: «Gli storici sono stati in grado di stimare con una certa plausibilità che nel 1500 circa 80 milioni di abitanti occupavano il Nuovo Mondo. Nel 1550 solo 10 milioni di indigeni sopravvivevano. In Messico vi erano circa 25 milioni di persone nel 1500. Nel 1600 solo un milione di indigeni mesoamericani erano ancora vivi»[3] Le cause di una tragedia di così ampie dimensioni sono molteplici: gli stermini perpetrati dai conquistadores, le guerre intestine sovente aizzate da questi ultimi per rendere più facile la conquista con la politica del divide et impera, le nuove malattie, i lavori forzati in stato di semi-schiavitù e non ultimo il senso di smarrimento e di perdita di senso dovuto all'annientamento della loro fede e delle loro tradizioni che portarono talvolta a suicidi di massa. La colonizzazione del Nord e del Sud America presenta delle differenze: i conquistadores spagnoli erano prevalentemente degli avventurieri o degli sbandati che non avevano trovato fortuna in patria. Alcuni praticarono lo stupro sistematico ma i più si unirono con donne indigene di rango superiore e diedero origine alla numerosa popolazione di meticci (mestizos) del Centro e Sud america. Al contrario, gli inglesi arrivavano nel Nuovo Mondo già organizzati in nuclei familiari e questo non favorì l'integrazione della popolazione. Una tattica comune a tutti gli invasori fu la denigrazione dell'avversario: i nativi furono descritti come esseri bestiali, dediti alle più turpi attività, seguaci del demonio e privi di qualsiasi elemento culturale. Queste idee trovarono terreno fertile negli uomini dell'epoca e furono un motore formidabile di motivazione per i conquistadores e le potenze coloniali. Specialmente i sacrifici umani provocavano un profondo disgusto che giustificava ai loro occhi lo sterminio di quelle civiltà. D'altra parte si sottovalutavano le peculiarità culturali e materiali delle civiltà e dei popoli incontrati. Alcuni studiosi ritengono che ci furono numerosi tentativi di occultamento, quasi fino a giorni nostri, di gran parte dei documenti prodotti dai nativi e in alcuni casi persino delle rovine archeologiche. Fu proprio questo, ad esempio, il destino del resoconto del cronista indigeno quechua Guamán Poma de Ayala. Nella sua Primer nueva corónica y buen gobierno, lettera di protesta indirizzata al re Filippo III di Spagna, ripercorre la storia del suo popolo e si lamenta per il destino attuale. Guamán Poma si ritiene testimone oculare dell'ultimo pachacuti, la distruzione che avviene alla fine di ogni ciclo cosmico secondo la mitologia quechua. Il cronista descrive lo stato di caos e le atrocità subite dal suo popolo e sollecita il re ad intervenire per ristabilire una situazione di buen gobierno. Per centinaia di anni di questo straordinario libro non si è saputo nulla, finché l'opera non è stata ritrovata in un archivio a Copenaghen nel XX secolo[4]. Sorte analoga dovette affrontare il cosiddetto Codice Fiorentino, cioè l’ultima redazione, l'unica bilingue (spagnolo e nahuatl) della Historia universal de las cosas de Nueva España, scritta da fra Bernardino de Sahagún. Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Codice fiorentino. Edward Sheriff Curtis, uno dei maggiori fotografi statunitensi e storiografo per immagini della cultura dei nativi americani, durante una spedizione La tattica dell'occultamento e della sistematica umiliazione si è rivelata relativamente semplice con le culture del Nord America perché si presentavano essenzialmente come popolazioni con tradizioni orali e con modi di vita che prevedevano spostamenti pendolari[5] in seguito ai movimenti delle mandrie da cacciare. Nei tempi moderni invece, le civiltà mesoamericane o andine, sono state esaltate per il glorioso passato mentre vi è stata una svalutazione del presente, per la quale i discendenti di queste civiltà avrebbero subito una sorta di imbarbarimento. Questa concezione è stata talmente sostenuta che gli indigeni stessi si sono convinti della sua autenticità[6]. Parallelamente alla diffusione di questi stereotipi negativi sugli indigeni americani, se è assistito alla fioritura di una visione edulcorata della realtà per cui gli indigeni rappresenterebbero l'incarnazione del mito del buon selvaggio di Jean-Jacques Rousseau[7]. Ovviamente anche questa è una distorsione della realtà che si basa su una visione dualistica incentrata sulla dicotomia bene/male. Nel corso degli anni sono fioriti tutta una serie di luoghi comuni sui nativi americani molto spesso veicolati anche da mezzi di comunicazione di massa come i fumetti, il cinema, la TV, la pubblicità. «L'indiano immaginario è diventato una delle icone della società dei consumi. Il risultato è stata la riduzione delle culture native a una serie di slogan e di atteggiamenti semplicistici e paternalisti; molte delle immagini degli Indiani della pubblicità hanno un'intenzione positiva perché rivelano qualità come il coraggio, la prestanza fisica e la naturale virtù, qualità che, si crede, gli indiani abbiano posseduto prima del contatto coi bianchi. La pubblicità rinforza l'opinione che gli indiani migliori erano quelli di una volta; come simbolo consumista l'indiano è ammirato per valori che i consumatori associano con la società preindustriale.»[8] I nativi americani non sono da considerarsi fossili sociali nel senso che non hanno fissato uno stadio di sviluppo della loro cultura in senso identitario. Gli indigeni salvaguardano sì i loro modi di vita, ma operando su di esse modifiche continue, resistendo proprio grazie alla capacità di mutamento. In tutto il continente americano ci sono ancora circa 43 milioni di persone (3 milioni nell'America del Nord e più di 40 in quella del Sud) che conducono stili di vita che discendono da quelli in uso nell'età precolombiana, anche se pur in parte adattati e modificati. L'atteggiamento attuale nei confronti dei nativi è bivalente: da una parte quello del silenzio, da quell'altra si cerca di porsi nel senso dell'integrazione. Quest'ultimo comportamento viene da molte parti incoraggiato in quanto considerato utile per far uscire gli indigeni dal loro sottosviluppo. Tuttavia alcuni sollevano obiezioni sul come viene intesa l'integrazione e lo sviluppo e sul fatto che vengono imposte categorie europee o, comunque, occidentali. Chi sostiene queste obiezioni afferma che lo sviluppo sia identificato solo con quello tecnologico occidentale, senza tener conto che una politica assimilazionistica, basata magari sulla formalità tutta esteriore del politicamente corretto, potrebbe causare uno svuotamento della loro cultura e della loro identità[9]. «Non esiste un mitico mondo indigeno unitario, sottratto al divenire storico, ma esistono delle culture indigene che salvaguardano alcuni loro tratti essenziali attraverso una lunga lotta di resistenza. Questa resistenza non avviene in una situazione di chiusura totale verso l'esterno, anche se in essa gioca un ruolo rilevante la simulazione, intesa come accettazione apparente o epidermica dei valori dei dominatori. Si stabilisce, di fatto, un'interazione reciproca tra le diverse culture, che trasforma in profondità la loro struttura. Il termine mestizaje, pur con la sua genericità, definisce questo impasto ori*ginale, in continua evoluzione.»[10] La frattura tra questi due mondi, colonizzati e i colonizzatori, non è comunque stata ancora ricomposta completamente: il passato continua ad influenzare, spesso in modo tragico, il presente. La presa di coscienza della propria storia e la rivendicazione sistematica dei propri diritti è iniziata solamente nel XIX secolo. Spesso gli indigeni, per non far scomparire le loro culture, utilizzano una strategia basata sulla resistenza al dominio imposto. È una tattica sotterranea, spesso silenziosa, che raramente sfocia in azioni dimostrative ma non per questo meno decisa e risoluta." A scuola avete studiato queste cose? Per tacere del Messico e del Perù. No, dico, non trovate una cosa in comune? L'uomo è cattivo: l'ideologia è solo una scusa. Tout court
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Iscritto dal: Oct 2008
Messaggi: 326
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Quote:
Fosse per me si dovrebbe estendere il divieto di ricostituzione del partito fascista a qualsiasi partito estremista, razzista, xenofobo o legato a regimi totalitari del passato. In questo modo lo scenario politico italiano sarebbe costituito da riformisti di cdx e riformisti di csx... l'unica cosa di cui l'italia ha veramente bisogno sono le riforme. Quote:
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#12 |
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Junior Member
Iscritto dal: Mar 2008
Messaggi: 19
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Al liceo (dieci anni fa, maledizione
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In cerca di una firma |
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#13 |
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Iscritto dal: Feb 2008
Città: dire paesino sarebbe essere generosi :asd:
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Sampdoria o Lazio,ditemi voi chi ha bruciato di piu,la sconfitta diretta o la sconfitta morale? |
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#14 |
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Member
Iscritto dal: Feb 2007
Città: Romagna ma col cuore in Toscana, e spero nel prossimo futuro in Spagna
Messaggi: 362
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Io la seconda guerra mondiale l'ho fatta a scuola, e di certo non è stato nascosto a nessuno degli orrori dei regimi comunisti (Anzi, la nostra prof di storia in accordo con la prof di Filosofia, con la quale stavamo studiando Anna Arent, ci ha fatto una serie di lezioni in particolare sulle varie forme di regime dittatoriale, dal nazismo al comunismo di stalin fino alla Cina e a Cuba)
Dovrò informare la loggia di ciò
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Chiesa Valdese - Remember, my child: Without innocence the cross is only iron, - Grazie Daniele di regalarmi ogni giorno il tuo amore! - Per l'Alternativa - Chi ci pensa nel miele, annega - La Filosofia è come la Russia, piena di paludi e spesso invasa dai tedeschi. (Roger Nimier) |
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#15 | ||
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Dio dice: "Prendi ciò che vuoi e pagane il prezzo"Attento a ciò che desideri: potresti ottenerlo. |
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#16 | |
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#17 |
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Probabilmente è cambiato, allora, o forse anche prima era così ma non per tutti
![]() Io parlo di un liceo scientifico, maturità '89.
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#18 |
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Senior Member
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#19 |
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Senior Member
Iscritto dal: May 2006
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No no, se non ricordo male era '89 d.C.
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#20 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Aug 2004
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Ma a questo punto, visto che il gioco del thread è sempre, palesemente, quello dei rossi vs neri nostrano, si dovrebbe anche mettere in quardia dall'accostare quei tipi di regimi alla "teoria comunista" in se e al comunismo che si è poi sviluppato in italia.....e, francamente, lungi da me sia prendere le parti del comunismo che stare ad approfondire questo tipo di discorso storico, perchè chi ha voglia di sapere sa, chi invece non ha voglia continuerà all'infinito a fare la gara a chi ce l'ha più lungo.
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Attenzione: il messaggio potrebbe essere ironico... "L’uso della libertà minaccia da tutte le parti i poteri tradizionali, le autorità costituite...Il popolo è minorenne. La città è malata. Ad altri spetta il compito di curare e di educare. A noi il dovere di reprimere. La repressione è il nostro vaccino! Repressione è civiltà!” Ultima modifica di svarionman : 10-01-2010 alle 22:18. |
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