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La precarietà come freno alla crescita
La crisi del pensiero liberista si manifesta, al momento, come riconoscimento della necessità di un maggior intervento pubblico in economia, quanto più possibile temporaneo, e preferibilmente limitato alla sola regolamentazione dei mercati finanziari. Nulla si dice sulla deregolamentazione del mercato del lavoro, ben poco se ne dibatte, e si stenta a riconoscere che, nella gran parte dei casi, si è trattato di un clamoroso fallimento per gli obiettivi espliciti che si proponeva: così che la ‘flessibilità’ del lavoro resta, anche in regime di crisi, un totem. E’ opportuno premettere che, ad oggi, in Italia, non si dispone di una stima esatta del numero di lavoratori precari: il che, in larga misura, riflette le numerose tipologie contrattuali previste dalla legge 30, alcune delle quali censibili come forme di lavoro autonomo. L’Istat individua 3 milioni e 400 mila posizioni di lavoro precarie, a fronte dei 4 milioni di lavoratori precari censiti dall’Isfol[1].
Gli apologeti della flessibilità prevedevano, già dagli anni ottanta, che la rimozione dei vincoli posti alle imprese dallo Statuto dei lavoratori in ordine alla libertà di assunzione e licenziamento avrebbe accresciuto l’occupazione, e dato impulso a una maggiore mobilità sociale, tale da portare anche alla crescita delle retribuzioni medie. Dal 2003, anno di entrata in vigore della legge 30 (la cosiddetta Legge Biagi), che ha impresso la più significativa accelerazione alla destrutturazione del mercato del lavoro in Italia, il tasso di occupazione in Italia non è aumentato, e nei tempi più recenti è aumentata semmai la disoccupazione, anche al netto della crisi in atto. Può essere sufficiente ricordare che, come certificato dall’Istat, nel 2008, il tasso di disoccupazione è passato al 6,7%, dal 6,1% dell’anno precedente[2]. Per quanto riguarda i salari, nel rapporto OCSE del maggio 2009 si legge che con un salario netto di 21.374 dollari, l’Italia si colloca al ventitreesimo posto della classifica dei 30 Paesi più industrializzati, e che – nel corso dell’ultimo decennio – è il Paese che ha dato maggiore impulso alle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro[3]. Vi sono due ordini di ragioni per le quali le politiche di flessibilità riducono l’occupazione e i salari: 1) La precarietà disincentiva le innovazioni. Ciò accade perché se un’impresa può ottenere profitti mediante l’uso ‘flessibile’ della forza-lavoro, e, dunque, comprimendo i salari e i costi connessi alla tutela dei diritti dei lavoratori, non ha alcuna convenienza a utilizzare risorse per finanziare attività di ricerca e sviluppo. Le quali, peraltro, danno risultati di lungo periodo, difficilmente compatibili con ritmi di competizione – su scala globale – sempre più accelerati. La compressione delle innovazioni riduce il tasso di crescita e, di conseguenza, l’ammontare di prodotto sociale destinabile al lavoro dipendente[4]. 2) La precarietà riduce la propensione al consumo. La somministrazione di contratti a tempo determinato accresce, infatti, l’incertezza dei lavoratori in ordine al reddito futuro. Al fine di mantenere un profilo di consumi nel tempo quanto più possibile inalterato – ovvero al fine di non impoverirsi nel caso di mancato rinnovo del contratto – è ragionevole attendersi un aumento dei risparmi oggi per far fronte all’eventualità di dover consumare domani senza reddito da lavoro. Contestualmente, per l’operare di ciò che viene definito ‘effetto di disciplina’, la minaccia di licenziamento accresce l’intensità del lavoro. Il corollario è duplice: da un lato, le imprese fronteggiano una domanda di beni di consumo in calo; dall’altro, possono produrre quantità maggiori di beni e servizi con un numero inferiore di lavoratori. L’esito inevitabile è il licenziamento o la non assunzione[5]. A ciò si può aggiungere un’ulteriore considerazione. La compressione della domanda, conseguente alla riduzione dei salari e dunque dei consumi derivante dalle politiche di precarizzazione, incentiva le imprese a ridurre gli investimenti produttivi – dal momento che la produzione di merci non troverebbe sbocchi - e a dirottare quote crescenti del proprio capitale monetario in attività finanziarie[6]. Si tratta di un fenomeno noto come “divenire rendita del profitto”, che è alla base dei recenti processi di ‘finanziarizzazione’, e che è accentuato dall’accelerazione dei tempi necessari di produzione e vendita per far fronte alla concorrenza su scala globale. Si calcola, a riguardo, e con riferimento agli Stati Uniti (e l’economia italiana non ne è esente), che l’emissione netta di azioni da parte delle imprese non agricole e non finanziarie è diventata permanentemente negativa nel periodo compreso fra il 1994 e il 2007[7]. Ciò significa che l’acquisizione di profitti mediante la speculazione nei mercati finanziari è stata la strategia prevalente negli ultimi dieci anni, e preferita dalla gran parte delle imprese (soprattutto di grandi dimensioni) rispetto alla produzione “reale”, ovvero nella produzione di beni e servizi. Il processo ha dato luogo progressivamente a effetti di retroazione: la precarizzazione del lavoro, comprimendo la domanda, ha indotto le imprese a usare le proprie risorse in usi improduttivi, ovvero nella finanza ultra-speculativa, che dà rendimenti elevati e in tempi rapidi mediante il solo scambio di moneta contro moneta. Il che ha determinato un’ulteriore compressione della produzione e, dunque, dell’occupazione e dei salari. Letta in quest’ottica, la precarizzazione è stata - ed è - causa e, al tempo stesso, effetto della finanziarizzazione. Essa ha contribuito al venir meno di quel “patto implicito” sul quale, secondo Keynes, poteva reggersi la riproduzione capitalistica: consentire ai capitalisti di appropriarsi della “parte migliore della torta”, ma solo a condizione di farne investimenti produttivi per farla diventare più grande[8]. [1] Con la precisazione – non irrilevante - che la precarietà riguarda prevalentemente le donne, che già costituiscono il segmento dell’offerta di lavoro meno presente nel mercato del lavoro italiano. [2] Va considerato che nel periodo che intercorre fra il c.d. pacchetto Treu e il 2006 si è registrato, in Italia, un aumento dell’occupazione, imputato in ambito neoliberista, proprio alle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro. Tuttavia, come mostrato in particolare da Antonella Stirati, la crescita dell’occupazione si è avuta nei settori nei quali sono meno diffusi i contratti atipici, così che la crescita dell’occupazione nel periodo considerato deve essere attribuita ad altre variabili. Si veda A.Stirati, La flessibilità del mercato del lavoro e il mito del conflitto tra generazioni, in P.Leon e R.Realfonzo (a cura di), L’economia della precarietà. Roma: Manifestolibri 2008, pp.181-191.� [3] Le premesse ideologiche di queste politiche sono state efficacemente individuate da Angelo Salento, su questa rivista. Per un’analisi degli aspetti economico-giuridici delle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro si rinvia all’intervento di Luigi Cavallaio del 9 dicembre 2008 su questa rivista. [4] Si rinvia, su questi aspetti, a G. Forges Davanzati and A. Pacella, Minimum wage, credit rationing and unemployment in a monetary economy, “European Journal of Economic and Social System”, 2009, vol.XXII, n.1. Per un inquadramento più generale del problema, sotto il profilo teorico ed empirico, si veda anche P.Leon e R.Realfonzo (a cura di), L’economia della precarietà, Roma: Manifestolibri, 2008. [5] Per una trattazione analitica di questa tesi, si veda G. Forges Davanzati and R. Realfonzo, Labour market deregulation and unemployment in a monetary economy, in R. Arena and N. Salvadori (eds.), Money, credit and the role of the State, Aldershot: Ashgate, 2004, pp.65-74. [6] In tal senso, risulta non recepibile la tesi secondo la quale la ‘finanziarizzazione’ dipenderebbe da una modifica delle preferenze degli operatori finanziari, che avrebbero assunto maggiore propensione al rischio. Sul tema, v. A.Graziani, La teoria monetaria della produzione, Arezzo: Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, 1994, pp.155-156.� [7] Si veda K.H. Roth, Crisi globale, proletarizzazione globale, contro-prospettive. Prime ipotesi di ricerca, in A. Fumagalli e S.Mezzadra (a cura di), Crisi dell’economia globale, Verona: Ombrecorte 2009, pp.175-208. [8] Si può incidentalmente osservare che ciò che può sembrare, in prima battuta, un luogo comune - i precari non possono permettersi di fare figli - è, a ben vedere, assolutamente vero. L’Eurispes registra che la scelta della maternità è strettamente legata alle condizioni economico-sociali delle donne e, in particolare, alla precarietà lavorativa. Circa i due terzi degli intervistati si dichiara impossibilitato a progettare un ampliamento del proprio nucleo familiare, imputando questa scelta alla ‘flessibilità’ del proprio contratto di lavoro. L’Istat certifica che, al 2008, l’Italia è tra i paesi al mondo col più basso indice di natalità, con una media di 1,30 figli per donna, il che innanzitutto non consente il cosiddetto “ricambio delle generazioni”, e il tasso di natalità degli italiani è in costante calo da almeno un decennio. Si può indurre che gran parte del fenomeno – che ovviamente attiene anche a modificazioni di ordine sociale e culturale – è imputabile alla straordinaria diffusione di contratti a termine, e ha un risvolto di lungo termine (etico ed economico) che è totalmente trascurato, se non altro perché la riduzione del tasso di natalità - al netto delle immigrazioni - implica una futura riduzione dell’offerta di lavoro e del PIL potenziale futuro. Fonte: Economia e Politica Sia chiaro: io rimango marxista, ma se almeno tra i liberali si diffondessero posizioni keynesiane sarei piú contento, visto che credo comportino oggettivi vantaggi per tutti, rispetto alle attuali politiche neoliberiste che avvantaggiano i soliti noti. Ultima modifica di blamecanada : 19-08-2009 alle 23:39. |
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Bannato
Iscritto dal: Aug 2001
Città: Berghem Haven
Messaggi: 13528
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E siccome questo vale per tutti allora questo mondo è il migliore dei mondi possibili Questo in 2 righe è il liberismo
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Senior Member
Iscritto dal: Apr 2002
Città: Al momento Berlino
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Anche facendo un discorso prettamente utilitarista. |
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Senior Member
Iscritto dal: Dec 2006
Città: Trapani (TP)
Messaggi: 3098
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Perché darwin, l'evoluzione, il miglioramento... il più forte DEVE poter brillare anche a scapito dei più deboli... che sono lì per essere usati e sfruttati in quanto inferiori.
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A casa ho almeno sette PC, in firma non ci stanno
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Bannato
Iscritto dal: Aug 2001
Città: Berghem Haven
Messaggi: 13528
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Altro che fede (qualcuno potrebbe dire che poi è la stessa cosa Del resto gli esseri umani sono solo umani, è inutile pretendere che non siano così |
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Senior Member
Iscritto dal: Apr 2002
Città: Al momento Berlino
Messaggi: 571
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Io sono un sostenitore dell'utilizzo del paradigma darwiniano per l'analisi di piú disparati fenomeni sociali, ma per il darwinismo i migliori sono i piú adatti all'ambiente, non c'è alcuna indicazione su quale sia l'ambiente “giusto”, che è ciò di cui si occupa la politica. Per questo l'utilizzo di Darwin con intenti teleologico-normativi, è una strumentalizzazione infondata. Quote:
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#7 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Dec 2006
Città: Trapani (TP)
Messaggi: 3098
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Apparentemente questa gente tende ad applicare Darwin ovunque tranne che nei contesti in cui andrebbe realmente applicato.
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A casa ho almeno sette PC, in firma non ci stanno
Ultima modifica di ConteZero : 20-08-2009 alle 00:23. |
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#8 |
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Bannato
Iscritto dal: Aug 2001
Città: Berghem Haven
Messaggi: 13528
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Ma non è un letargo, è proprio l'uomo che è fatto così, non si può farci nulla se non rimuovere incrostazioni tradizionaliste che hanno messo le radici in ciò che ho detto sopra.....dal ferro puoi togliere la ruggine, non puoi trasformarlo in alluminio
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#9 |
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Senior Member
Iscritto dal: Apr 2002
Città: Al momento Berlino
Messaggi: 571
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Intendo semplicemente dire, che non ci vuole un genio per capire che i ricchi sono un numero piú o meno costante, e non si può diventare tutti tali (ovviamente parlo di ricchezza relativa).
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#10 |
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Senior Member
Iscritto dal: Jun 2004
Messaggi: 1381
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Il vero problema del precariato (intendo quello economico e non quello sociale) è che squalifica il lavoro e ne diminuisce il valore aggiunto. Questo ci ha messo in diretta concorrenza con stati uniti e cina (ovverosia prodotti a basso costo e a basso valore aggiunto) mentre avremo potuto fare prodotti per benestanti alla faccia loro e banchettare assieme al vincitore invece di trovarci sul campo di battaglia con la solita fionda e le solite scarpe di cartone. Per rendere l'idea di quello che intendo dire basta pensare all'assistenza informatica: poichè nessuno percepisce la differenza fra un tecnico serio e un bimbominchia che formatta, il tecnico serio viene trattato come un bimbominchia che formatta, e la figura dell'informatico ne viene fuori squalificata
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#11 | |
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Iscritto dal: Oct 2008
Messaggi: 326
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In altre parole penso che il precariato sia un successo per i liberali a patto però di utilizzare i precari per svolgere delle attività dove è richiesto un basso livello di specializzazione e per periodi di tempo brevi dovuti alle fasi del mercato, in questo modo il precariato consente di ridurre i costi e di snellire le procedure di accensione e termine del contratto di lavoro. Io non sono un marxista ma neppure un liberale.
Ultima modifica di first register : 20-08-2009 alle 01:23. |
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#12 |
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Iscritto dal: Jul 2006
Città: ischia
Messaggi: 73
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La trasposizione dell'idee darwiniane in un contesto di biologia sociale e di chiave per reintrepretare i sistemi macroenomici alla luce del paradigma evoluzionistico ha determinato l'insorgere nei primi anni del novecento di grandissime mistificazioni ed imposture intellettuali che si trasfigurano anche nel 21 secolo in termini oramai mitologici.
Il paradigma epistemologico darwiniano ed evoluzionista moderno prevede non la sopravvivenza del più forte ma del fenotipo più adatto per un determinato ecosistema, fenotipo che è il prodotto di una o più mutazioni genetiche causali. L'affermazione del fenotipo più adatto si afferma staticamente nell'arco di migliaia di generazioni e non un problema che tange più di tanto il singolo individuo oppure la singola generazione. Ovviamente nell'arco di una generazione in un gruppo sociale un individuo malato oppure portatore di una mutazione causale gravemente sfavorevole ha prospettive pessime in termini di sopravvivenza ma nell'arco di una generazione non possiamo parlare certo di evoluzione darwiniana ma piuttosto di ecosistema, interazioni sociali, di tassi di mortalità e di tutto le proprietà attinenti a caratterizzare sia in termini sociali che individuali una generazione di una determinata specie. |
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#13 |
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Bannato
Iscritto dal: Jun 2009
Messaggi: 90
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A parte che il precariato secondo me è pessimo pure come produttività. I lavoratori sono scoraggiati e la produttività ne risente. Per non parlare della qualità.
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#14 |
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Senior Member
Iscritto dal: Jun 2001
Messaggi: 496
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Il problema del precariato è, secondo me, il fatto che in Italia è solo uno stratagemma per abbattere il costo del lavoro.
Il precarariato inteso come "flessibilità" non sarebbe poi così male (e lo dico da precario) soprattutto per quanto riguarda personale qualificato e specializzato (chiaramente non dovrebbe riguardare il 100% della forza lavoro, ma max un 30%). Inoltre il lavoratore precario deve essere indennizzato per questa sua peculiarità tramite retribuzioni più elevate e ammortizzatori sociali più efficaci (che gli consentano ad esempio di percepire un'indennità (tipo il 70% dell'ultimo stipendio) per 2-3 mesi anche in assenza di lavoro). Inoltre il contratto precario dovrebbe essere cmq almeno di un anno. Ad esempio, di fronte all'offerta di un contratto a tempo ind a 1000€ al mese o uno di un anno a 2000€ al mese voi cosa scegliereste ? Il problema è che in Italia ti fanno un contratto precario con il quale vai a prendere pure meno di quello che lavora a tempo IND spesso pure senza contributi SERI (vedi co.co.pro.) proprio perchè il contratto precario viene visto dall'imprenditore come "abbattimento del costo del lavoro" e non come "flessibilità", anche se ci vogliono far credere che in realtà lo fanno per quello. LA FLESSIBILITA' IO TE LA DO MA TU LA PAGHI !!!
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Ora pioveva putrìo; tutto era putrìo, ovunque guardasse. |
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#15 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Sep 2008
Messaggi: 376
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La cosa divertente è che si diceva che in origine la legge Biagi contenesse tutto questo. Ammortizzatori migliori e stipendi più elevati. Mi ricordo che all'epoca scoppiò un bel casino a riguardo. Ovviamente, ciò che non conviene a Confindustria... |
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#16 | |
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Bannato
Iscritto dal: Aug 2001
Città: Berghem Haven
Messaggi: 13528
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Quella fatta in modo tale che se presentassi come "gudurioso" un cocktail a base di plutonio e mercurio qualcuno direbbe "Massì dai, proviamolo che poi fa trand?" |
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#17 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Mar 2003
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#18 |
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Senior Member
Iscritto dal: May 2002
Città: Pavia.. a volte Milano o Como...talora Buccinasco! Firenze fino al 15/7
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non a caso il declino del paese è iniziato con la legge Treu e la legge Biagi che l'ha seguita.
la disoccupazione è crollata, sono nati i COCOCO da 500 € al mese e i consumi OVVIAMENTE sono andati a farsi benedire.
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"Le masse sono abbagliate più facilmente da una grande bugia che da una piccola". (Adolf Hitler) "Se sei bello ti tirano le pietre, se sei brutto ti tirano le pietre. se sei al duomo ti tirano il duomo". (cit. un mio amico )
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#19 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Sep 2008
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#20 | |
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Senior Member
Iscritto dal: May 2002
Città: Pavia.. a volte Milano o Como...talora Buccinasco! Firenze fino al 15/7
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vogliamo confrontare la scandinavia con il Messico o l'america Latina, dove delle elìte (bianche di solito) possiedono tutto?
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"Le masse sono abbagliate più facilmente da una grande bugia che da una piccola". (Adolf Hitler) "Se sei bello ti tirano le pietre, se sei brutto ti tirano le pietre. se sei al duomo ti tirano il duomo". (cit. un mio amico )
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