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Old 19-03-2009, 12:48   #1
Lorekon
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L'Italia non è un Paese per giovani

http://www.corriere.it/cronache/09_m...4f02aabc.shtml


L'Italia non è un Paese per giovani
Prima dei 40 anni è difficile affermarsi sul lavoro e diventare indipendenti dalla propria famiglia


All'Associazione italiana giovani avvocati si possono iscrivere civilisti e penalisti che hanno fino a 45 anni. Quando di anni ne aveva 44 un certo Anthony Charles Lynton Blair non solo aveva fatto già una discreta carriera di lawyer, ma con il nomignolo di Tony si era anche trasferito al numero 10 di Downing Street come primo ministro della Gran Bretagna. La responsabile dei pionieri, la componente giovane della Croce Rossa italiana, si chiama Fiorella Caminiti e di anni ne ha 47. Alla stessa età, in un Paese che di pionieri se ne intende, Barack Obama si era già lasciato alle spalle la carriera di senatore per entrare alla Casa Bianca. Non è un Paese per giovani l'Italia. Ma un Paese dove anche chi è in gamba e preparato fatica ad affermarsi nel lavoro e a diventare indipendente dalla propria famiglia prima dei 40 anni. Un Paese che vede crescere la triste categoria dei giovani-adulti: uomini e donne che magari hanno già superato il mezzo del cammin di loro vita ma che sul lavoro — come ruolo, stipendio e considerazione — sono fermi ancora alla gavetta. A trasformare in numeri e percentuali quello che ci insegna l'esperienza di tutti i giorni è «Urg! Urge ricambio generazionale» una ricerca curata dal Cnel, Il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro, e dal Forum nazionale dei giovani, che sarà presentata stamattina a Roma.

Certo, l'Italia è sempre stato un Paese a bassa mobilità, dove solo il 3 per cento dei figli degli operai riesce a salire qualche gradino della scala sociale per diventare libero professionista o imprenditore. Ma il guaio vero è che negli ultimi anni le cose sono peggiorate. Il problema viene analizzato da vari punti di vista ma non c'è un solo dato che faccia sorridere. È diventato più difficile trovare il primo lavoro, anche se precario, anche se sottopagato, anche se non era quello che uno sognava da piccolo. Nel 2005, ad un anno dalla laurea, aveva trovato un posto più della metà dei giovani italiani, il 56,9 per cento. Nel 2006 siamo scesi al 53 per cento, nel 2007 al 47 per cento. E con la crisi che non molla è difficile immaginare un'inversione di tendenza. Anche i fortunati che un posto l'hanno trovato faticano sempre di più a fare carriera. Nel 1997 i dirigenti con meno di 35 anni erano il 9,7 per cento del totale, dieci anni dopo siamo scesi al 6,9 per cento. Stessa tendenza per il livello intermedio dei quadri, scesi dal 17,8 al 12,3 per cento. Chi entra in azienda si deve accontentare di rimanere soldato semplice, anche se magari ha le stesse responsabilità e mansioni di chi, assunto 20 anni prima, ha un livello dieci volte superiore. Non è solo un problema di galloni e medaglie sul petto. Ma una questione di soldi che rinvia la possibilità di mettere su famiglia e trasformarsi da eterni figli in genitori.

Può essere logico che un giovane guadagni in media meno di un adulto. È meno logico che questa differenza stia diventando sempre più grande. Nel 2003 il salario medio tra i 24 e i 30 anni era di 20 mila euro lordi, cioè più dell'80 per cento di quello nella fascia d'età tra i 50 e i 60 anni. Nel 2007, come si dice in questi casi, la forbice si è allargata e adesso un giovane ha uno stipendio medio pari al 73,8 per cento di un adulto. Quasi sette punti in meno. Il risultato è che la generazione nata dalla fine degli anni Sessanta all'inizio degli anni Ottanta è quella dei baby losers. Losers cioè perdenti, come spiega il sociologo francese Louis Chauvel. Uomini e donne che hanno studiato più dei loro genitori, teoricamente hanno trovato un lavoro migliore. Ma che in realtà guadagnano meno di loro, devono rinunciare allo stile di vita nel quale erano cresciuti e magari farsi ancora aiutare da mamma e papà. Ecco, in questo, siamo quasi in testa alla classifica. Sei italiani su dieci, nella categoria under 30, fanno affidamento sul portafoglio dei genitori. In Europa solo la Spagna è messa peggio di noi. E vista la situazione non è una sorpresa se i giovani italiani sono tra i più insoddisfatti d'Europa. Tra i 15 e i 29 anni si dichiara contento l'82 per cento mentre quasi tutti i Paesi europei superano il 90 per cento.

Se dal mondo del lavoro in generale passiamo a quello delle professioni — come avvocato, commercialista o giornalista — il quadro diventa ancora più buio. Qui più che scegliere il corso di laurea bisognerebbe scegliersi i genitori con relativo studio ben avviato. In buona parte dei casi il mestiere si trasmette per via ereditaria. Non c'è solo il caso limite dei notai, dove più di 800 su 5 mila, circa uno su cinque, ha come collega almeno un genitore. Quasi la metà dei figli degli architetti, il 43,9 per cento, si laurea in architettura, ad esempio. E sempre intorno al 40 per cento restiamo per gli avvocati, per i farmacisti, per gli ingegneri e per i medici. Anche questo, sottolinea la ricerca, finisce per essere un ostacolo al ricambio generazionale. In dieci anni il numero dei professionisti di tutte le categorie con meno di 35 anni è sceso dal 30 al 22 per cento. I medici con meno di 35 anni si sono quasi dimezzati. Negli stessi dieci anni è calato anche il numero dei giovani avvocati: quelli che si sono iscritti all'ordine prima di aver girato la boa dei 30 anni sono scesi dal 43,7 al 40,4 per cento. E pure nella categoria dei docenti universitari l'età media continua a salire senza sosta: gli under 35 erano l'8,4 per cento del totale nel 1997 e sono scesi al 7,4 per cento dieci anni dopo. «La beffa — dice Cristian Carrara, portavoce del Forum nazionale dei giovani — è che negli ultimi dieci anni di ricambio generazionale si è parlato tanto. Eppure la situazione è peggiorata da ogni punto di vista».

Gli ostacoli ci sono, certo, ma c'è anche il rischio che diventino un alibi. Insomma, se i vecchi resistono, siamo proprio sicuri che i giovani non abbiano colpe? «Il problema c'è — ammette Carrara — perché pure i giovani che vivono sulla propria pelle questo problema faticano a trasformare l'amarezza personale in un impegno collettivo». Sempre alla politica si finisce: «Uno può anche pensare che la politica fa schifo e che sono tutti corrotti. Ma poi è la politica che decide sugli ammortizzatori sociali, tanto per fare un esempio. E, se non si partecipa, non c'è da sorprendersi se per pagare le pensioni dei genitori si penalizzano i figli». In questo la politica è uno specchio fedelissimo dell'Italia.

I parlamentari al di sotto dei 35 anni sono il 5,6 per cento del totale. Archiviata la fiammata del dopo Mani pulite, quando sull'onda delle facce nuove eravamo arrivati al 12,4 per cento, siamo tornati ai livelli della prima Repubblica. Il risultato è che la fascia d'età tra i 50 e i 60 è sovrarappresentata, cioè pesa in Parlamento più di quanto pesa nella società. Mentre quella dei giovani è sotto rappresentata, cioè pesa meno in Parlamento che nella società. E le prospettive sono fosche se ad invecchiare è anche quello che dovrebbe essere il vivaio della politica. Nei consigli comunali gli eletti con meno di 35 anni erano il 28 per cento nel 1997 e sono diventati il 19,2 per cento nel 2007. Stessa tendenza nelle Province e nelle Regioni dove pure il calo è meno marcato. Un sistema chiuso, insomma, come quello delle aziende. I consigli d'amministrazione dei grandi gruppi sono spesso una compagnia di giro: l'83 per cento dei cda ha almeno un componente in comune con un altro, il 44 per cento ne ha due, il 25 per cento tre. E anche tra gli imprenditori i giovani sono sempre di meno: gli under 35 erano il 22 per cento nel 1997, dieci anni dopo erano scesi al 15 per cento. Insomma, avvocato, imprenditore o impiegato semplice, chi in Italia si affaccia al mondo del lavoro si deve preparare ad una lunga gavetta. Oppure studiare bene un paio di lingue straniere e tenere il passaporto pronto.

Lorenzo Salvia
19 marzo 2009

io non commento
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"Le masse sono abbagliate più facilmente da una grande bugia che da una piccola". (Adolf Hitler)
"Se sei bello ti tirano le pietre, se sei brutto ti tirano le pietre. se sei al duomo ti tirano il duomo". (cit. un mio amico )
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Old 19-03-2009, 12:50   #2
SweetHawk
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Tristemente vero. Mi scontro quotidianamente con questa AMARISSIMA realtà.
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Old 19-03-2009, 13:00   #3
nekromantik
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La riga in rosso è proprio quello che ho fatto io.
Appena ne ho la possibilità scappo per alcuni mesi a lavorare all'estero, sperando che la cosa in qualche modo diventi definitiva.
Tornare in Italia mi provoca solo tristezza (eccezione fatta per i miei affetti).
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Old 19-03-2009, 13:13   #4
killercode
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non è una novità, sopratutto nel settore tecnico scientifico la gente che si è fatta il cxxo, per ottenere soddisfazioni se ne deve andare
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Old 19-03-2009, 13:31   #5
Fedozzo
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Invece di andarcene, vigliaccamente, dovremmo lavorare soprattutto noi giovani per invertire questa tendenza.
E' il nostro paese e spetta a noi svecchiarlo e migliorarlo.
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Old 19-03-2009, 13:34   #6
matmat
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Invece di andarcene, vigliaccamente, dovremmo lavorare soprattutto noi giovani per invertire questa tendenza.
E' il nostro paese e spetta a noi svecchiarlo e migliorarlo.
l'unica cosa che possiamo fare è una bella rivoluzione nel vero senso del termine...
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Old 19-03-2009, 13:41   #7
yorkeiser
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Invece di andarcene, vigliaccamente, dovremmo lavorare soprattutto noi giovani per invertire questa tendenza.
E' il nostro paese e spetta a noi svecchiarlo e migliorarlo.
Quoto. Scappando non si risolve nulla.
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Old 19-03-2009, 13:49   #8
Pot
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Quoto. Scappando non si risolve nulla.
L'italia e' un bellissimo paese per le vacanze, non per lavorare. e' un semplice dato di fatto, cambiare questo e' come rendere non lo la siberia un posto piacevole per una sciata invernale.

Io prima di andare via ho fatto presente al mio ex capo alcune cose, la risposta e' stata: ma si con il tempo poi vedi che..blabla.... Se io ho responsabilita' e mansioni adesso non vedo perche' non debba vedere i soldi per quelle mansioni subito. Dopo questo dirscorso ha ricevuto la mia lettera di dimissioni.
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Old 19-03-2009, 13:50   #9
yggdrasil
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credete che sia più semplice cambiare il paese, con fatica e sofferenza, oppure scappare via?
beh la domanda è retorica e indovinate un po' che cosa conviene scegliere se si ragiona egoisticamente?
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Old 19-03-2009, 13:56   #10
yorkeiser
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L'italia e' un bellissimo paese per le vacanze, non per lavorare. e' un semplice dato di fatto, cambiare questo e' come rendere non lo la siberia un posto piacevole per una sciata invernale.

Io prima di andare via ho fatto presente al mio ex capo alcune cose, la risposta e' stata: ma si con il tempo poi vedi che..blabla.... Se io ho responsabilita' e mansioni adesso non vedo perche' non debba vedere i soldi per quelle mansioni subito. Dopo questo dirscorso ha ricevuto la mia lettera di dimissioni.
Sono contento per te se hai risolto la tua situazione personale, ma ugualmente non hai apportato nulla di concreto alla situazione del paese. Se si facesse tutti come te, sarebbe come dichiarare la morte del paese (e bada bene che non mi permetto di criticare la tua scelta specifica, sulla quale avranno influito molti fattori di certo).
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Old 19-03-2009, 13:58   #11
Torav
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Originariamente inviato da yggdrasil Guarda i messaggi
credete che sia più semplice cambiare il paese, con fatica e sofferenza, oppure scappare via?
beh la domanda è retorica e indovinate un po' che cosa conviene scegliere se si ragiona egoisticamente?
cosa fai attualmente per cambiare il tuo paese? dicci come si fa e se sei convincente invece che andarmente a prendere 2000EUR all'estero resto qua a prendermene 900 con l'assegno di ricerca fino a 35 anni.
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Old 19-03-2009, 13:59   #12
trallallero
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Originariamente inviato da yggdrasil Guarda i messaggi
credete che sia più semplice cambiare il paese, con fatica e sofferenza, oppure scappare via?
beh la domanda è retorica e indovinate un po' che cosa conviene scegliere se si ragiona egoisticamente?
Non solo egoisticamente, se hai una famiglia da mantenere scappi anche per continuare a mantenerla.
Cosa puoi fare per cambiare le cose descritte nell'articolo ?

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Originariamente inviato da Fedozzo
Invece di andarcene, vigliaccamente, dovremmo lavorare soprattutto noi giovani per invertire questa tendenza.
E' il nostro paese e spetta a noi svecchiarlo e migliorarlo.
auguri
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Old 19-03-2009, 14:00   #13
yggdrasil
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Originariamente inviato da Torav Guarda i messaggi
cosa fai attualmente per cambiare il tuo paese? dicci come si fa e se sei convincente invece che andarmente a prendere 2000EUR all'estero resto qua a prendermene 900 con l'assegno di ricerca fino a 35 anni.
ma mica ho detto che si sbaglia ad emigrare anzi, stavo difendendo chi, per incapacità, perchè non vuole o perchè ha perso le speranze di cambiare il paese preferisce scappare.
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Old 19-03-2009, 14:01   #14
trallallero
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Originariamente inviato da Torav Guarda i messaggi
cosa fai attualmente per cambiare il tuo paese? dicci come si fa e se sei convincente invece che andarmente a prendere 2000EUR all'estero resto qua a prendermene 900 con l'assegno di ricerca fino a 35 anni.
Appunto, chiedo anche io: cosa può fare uno per cambiare il paese ?
si sta parlando di problemi che vanno avanti da decenni se non di più ...
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Old 19-03-2009, 14:06   #15
Torav
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ma mica ho detto che si sbaglia ad emigrare anzi, stavo difendendo chi, per incapacità, perchè non vuole o perchè ha perso le speranze di cambiare il paese preferisce scappare.
spesso non si tratta ne' di incapacita' ne' di perdere le speranze. Si tratta (nel mio caso per esempio) di voler vedere valorizzato quello per cui si e' studiato tanto, di voglia di fare qualcosa di utile nel proprio campo, cosa che qui viene impedita sistematicamente.
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Old 19-03-2009, 14:17   #16
lvcano86
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In un Paese in cui l'età media dei politici è dei 60 anni e in cui non si fa alcun genere di investimento sui giovani sottoforma di un istruzione di qualità, incentivi alle giovani famiglie etc non si potrà che assistere ad un progressiva decadenza della nostra società, e pensare ke abbiamo anke il 'partito degli anziani' dovremmo far eun partito dei giovani. Io porto rispetto x le persone anziane ma non si può fare governare un paese grande, complesso come l'Italia a dei 'vecchi', poichè non sono capaci di comprendere la dinamicità del Mondo e del Paese stesso, i problemi, i nuovi fenomeni sociali. Senza giovani non si va da nessuna parte, però i giovani possono andare altrove...e infatti i migliori universitari per esempio se ne vanno all'estero, e così anke imprenditori vanno altrove a cercare fortuna...
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Old 19-03-2009, 14:19   #17
Ziosilvio
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L'Italia non è un Paese per giovani
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Old 19-03-2009, 15:46   #18
Scalor
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L'Italia non è un Paese per giovani
Prima dei 40 anni è difficile affermarsi sul lavoro e diventare indipendenti dalla propria famiglia


All'Associazione italiana giovani avvocati si possono iscrivere civilisti e penalisti che hanno fino a 45 anni. Quando di anni ne aveva 44 un certo Anthony Charles Lynton Blair non solo aveva fatto già una discreta carriera di lawyer, ma con il nomignolo di Tony si era anche trasferito al numero 10 di Downing Street come primo ministro della Gran Bretagna. La responsabile dei pionieri, la componente giovane della Croce Rossa italiana, si chiama Fiorella Caminiti e di anni ne ha 47. Alla stessa età, in un Paese che di pionieri se ne intende, Barack Obama si era già lasciato alle spalle la carriera di senatore per entrare alla Casa Bianca. Non è un Paese per giovani l'Italia. Ma un Paese dove anche chi è in gamba e preparato fatica ad affermarsi nel lavoro e a diventare indipendente dalla propria famiglia prima dei 40 anni. Un Paese che vede crescere la triste categoria dei giovani-adulti: uomini e donne che magari hanno già superato il mezzo del cammin di loro vita ma che sul lavoro — come ruolo, stipendio e considerazione — sono fermi ancora alla gavetta. A trasformare in numeri e percentuali quello che ci insegna l'esperienza di tutti i giorni è «Urg! Urge ricambio generazionale» una ricerca curata dal Cnel, Il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro, e dal Forum nazionale dei giovani, che sarà presentata stamattina a Roma.

Certo, l'Italia è sempre stato un Paese a bassa mobilità, dove solo il 3 per cento dei figli degli operai riesce a salire qualche gradino della scala sociale per diventare libero professionista o imprenditore. Ma il guaio vero è che negli ultimi anni le cose sono peggiorate. Il problema viene analizzato da vari punti di vista ma non c'è un solo dato che faccia sorridere. È diventato più difficile trovare il primo lavoro, anche se precario, anche se sottopagato, anche se non era quello che uno sognava da piccolo. Nel 2005, ad un anno dalla laurea, aveva trovato un posto più della metà dei giovani italiani, il 56,9 per cento. Nel 2006 siamo scesi al 53 per cento, nel 2007 al 47 per cento. E con la crisi che non molla è difficile immaginare un'inversione di tendenza. Anche i fortunati che un posto l'hanno trovato faticano sempre di più a fare carriera. Nel 1997 i dirigenti con meno di 35 anni erano il 9,7 per cento del totale, dieci anni dopo siamo scesi al 6,9 per cento. Stessa tendenza per il livello intermedio dei quadri, scesi dal 17,8 al 12,3 per cento. Chi entra in azienda si deve accontentare di rimanere soldato semplice, anche se magari ha le stesse responsabilità e mansioni di chi, assunto 20 anni prima, ha un livello dieci volte superiore. Non è solo un problema di galloni e medaglie sul petto. Ma una questione di soldi che rinvia la possibilità di mettere su famiglia e trasformarsi da eterni figli in genitori.

Può essere logico che un giovane guadagni in media meno di un adulto. È meno logico che questa differenza stia diventando sempre più grande. Nel 2003 il salario medio tra i 24 e i 30 anni era di 20 mila euro lordi, cioè più dell'80 per cento di quello nella fascia d'età tra i 50 e i 60 anni. Nel 2007, come si dice in questi casi, la forbice si è allargata e adesso un giovane ha uno stipendio medio pari al 73,8 per cento di un adulto. Quasi sette punti in meno. Il risultato è che la generazione nata dalla fine degli anni Sessanta all'inizio degli anni Ottanta è quella dei baby losers. Losers cioè perdenti, come spiega il sociologo francese Louis Chauvel. Uomini e donne che hanno studiato più dei loro genitori, teoricamente hanno trovato un lavoro migliore. Ma che in realtà guadagnano meno di loro, devono rinunciare allo stile di vita nel quale erano cresciuti e magari farsi ancora aiutare da mamma e papà. Ecco, in questo, siamo quasi in testa alla classifica. Sei italiani su dieci, nella categoria under 30, fanno affidamento sul portafoglio dei genitori. In Europa solo la Spagna è messa peggio di noi. E vista la situazione non è una sorpresa se i giovani italiani sono tra i più insoddisfatti d'Europa. Tra i 15 e i 29 anni si dichiara contento l'82 per cento mentre quasi tutti i Paesi europei superano il 90 per cento.

Se dal mondo del lavoro in generale passiamo a quello delle professioni — come avvocato, commercialista o giornalista — il quadro diventa ancora più buio. Qui più che scegliere il corso di laurea bisognerebbe scegliersi i genitori con relativo studio ben avviato. In buona parte dei casi il mestiere si trasmette per via ereditaria. Non c'è solo il caso limite dei notai, dove più di 800 su 5 mila, circa uno su cinque, ha come collega almeno un genitore. Quasi la metà dei figli degli architetti, il 43,9 per cento, si laurea in architettura, ad esempio. E sempre intorno al 40 per cento restiamo per gli avvocati, per i farmacisti, per gli ingegneri e per i medici. Anche questo, sottolinea la ricerca, finisce per essere un ostacolo al ricambio generazionale. In dieci anni il numero dei professionisti di tutte le categorie con meno di 35 anni è sceso dal 30 al 22 per cento. I medici con meno di 35 anni si sono quasi dimezzati. Negli stessi dieci anni è calato anche il numero dei giovani avvocati: quelli che si sono iscritti all'ordine prima di aver girato la boa dei 30 anni sono scesi dal 43,7 al 40,4 per cento. E pure nella categoria dei docenti universitari l'età media continua a salire senza sosta: gli under 35 erano l'8,4 per cento del totale nel 1997 e sono scesi al 7,4 per cento dieci anni dopo. «La beffa — dice Cristian Carrara, portavoce del Forum nazionale dei giovani — è che negli ultimi dieci anni di ricambio generazionale si è parlato tanto. Eppure la situazione è peggiorata da ogni punto di vista».

Gli ostacoli ci sono, certo, ma c'è anche il rischio che diventino un alibi. Insomma, se i vecchi resistono, siamo proprio sicuri che i giovani non abbiano colpe? «Il problema c'è — ammette Carrara — perché pure i giovani che vivono sulla propria pelle questo problema faticano a trasformare l'amarezza personale in un impegno collettivo». Sempre alla politica si finisce: «Uno può anche pensare che la politica fa schifo e che sono tutti corrotti. Ma poi è la politica che decide sugli ammortizzatori sociali, tanto per fare un esempio. E, se non si partecipa, non c'è da sorprendersi se per pagare le pensioni dei genitori si penalizzano i figli». In questo la politica è uno specchio fedelissimo dell'Italia.

I parlamentari al di sotto dei 35 anni sono il 5,6 per cento del totale. Archiviata la fiammata del dopo Mani pulite, quando sull'onda delle facce nuove eravamo arrivati al 12,4 per cento, siamo tornati ai livelli della prima Repubblica. Il risultato è che la fascia d'età tra i 50 e i 60 è sovrarappresentata, cioè pesa in Parlamento più di quanto pesa nella società. Mentre quella dei giovani è sotto rappresentata, cioè pesa meno in Parlamento che nella società. E le prospettive sono fosche se ad invecchiare è anche quello che dovrebbe essere il vivaio della politica. Nei consigli comunali gli eletti con meno di 35 anni erano il 28 per cento nel 1997 e sono diventati il 19,2 per cento nel 2007. Stessa tendenza nelle Province e nelle Regioni dove pure il calo è meno marcato. Un sistema chiuso, insomma, come quello delle aziende. I consigli d'amministrazione dei grandi gruppi sono spesso una compagnia di giro: l'83 per cento dei cda ha almeno un componente in comune con un altro, il 44 per cento ne ha due, il 25 per cento tre. E anche tra gli imprenditori i giovani sono sempre di meno: gli under 35 erano il 22 per cento nel 1997, dieci anni dopo erano scesi al 15 per cento. Insomma, avvocato, imprenditore o impiegato semplice, chi in Italia si affaccia al mondo del lavoro si deve preparare ad una lunga gavetta. Oppure studiare bene un paio di lingue straniere e tenere il passaporto pronto.

Lorenzo Salvia
19 marzo 2009

io non commento
NO, non è logico che un giovane guadagni meno di un adulto, se fanno lo stesso lavoro è giusti che prenda la stesa cifra. prenderà meno se fa l'apprendistato o in prova. se no è sfruttamento !

e poi lo si sa tutti, l' italia è ed è sempre stato un paese di gerontocrazia, ci si arrocca sulla poltrona e li si rimane fino... alla morte ! casta, amico dell'amico , lobby, massoneria, professioni a numero chiuso chiesa infiltrata, ecc ecc conta poco studiare, o meglio solo 1 su 1000 riesce a conquistare posti decenti e ben retribuiti, e solo dopo anni di faticaccia, ma quando c'è di mezzo il solito amico dell'amico, il posto assicurato lo trova in poco tempo e a conti fatti è solo lui che ci guadagna. ed è così in tutti i settori, pure nel privato.
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Old 19-03-2009, 16:20   #19
killercode
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Invece di andarcene, vigliaccamente, dovremmo lavorare soprattutto noi giovani per invertire questa tendenza.
E' il nostro paese e spetta a noi svecchiarlo e migliorarlo.
Siamo in una democrazia, se la maggior parte degli italiani non vuole i giovani bisogna adeguarsi, tornerò quando sarò vecchio per morire
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Old 19-03-2009, 16:23   #20
Pot
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Forse non ci siamo capiti.. in "Scuola e lavoro" c'e' un 3d in cui la gente considera NORMALE che per entrare a fare l'ufficiale in guardia di finanzia si debba essere raccomandati...
Sono ragazzi che lo pensano, ok? Sono cresciuti cosi' e continueranno ad alimentare quello SCHIFO che e' l'italia adesso.
Questi pensano che sia normale il fatto di dover avere un assegno di ricerca fino a 35 anni. Sono quelli che si scandalizzano se qualcuno viene licenziato perche' sta tutto il giorno con le mani in mano.

Il problema e' che l'italia non e' un pease per giovani... e' un paese per paraculo (passatemi il termine) e personalmente ho fatto su armi e bagagli per cercare fortuna altrove.
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