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Old 29-03-2007, 23:45   #881
Maxmel
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Infatti il discorso sui diritti e doveri non riguarda il cittadino italiano in quanto tale, ma la persona in quanto tale.
Qui si sta parlando di unioni civili quindi c'entrano le persone in quanto cittadini di fronte allo stato e in generale i diritti e i doveri sono per il cittadino, nello Stato in democrazia questo in generale.
Qui si sta parlando di idea di società.
La Chiesa non acetta l'idea di vivere in un società dove vengono riconosciute forme di unione a lei non congeniali ideologicamente.
Questo è il punto altrimenti di che si parla?
Il riferimento alla legislazione non è comprensibile altrimenti, nessuno vieta alla chiesa di parlare alle persone.
Sono stanco e non mi sovviene il nome di quel gerarca della chiesa che perlava del valore educativo delle leggi, di formare la società. Questo interessa alla Chiesa la legge non solo la persona. La legalità non solo l'etica. Perchè mediante essa è possibile escludere, formare.
I discorsi che devono essere descrittivi e basta in POLITICA sono quelli che dovrebbe fare la chiesa nel rispetto del pluralismo, questo td ha poca importanza.
__________________
"A pessimist is someone who is waiting for it to rain. But I'm already soaked to the skin." L. Cohen.

Ultima modifica di Maxmel : 30-03-2007 alle 00:00.
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Old 29-03-2007, 23:53   #882
Maxmel
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Che poi, certo si chiede coerenza perciò la minaccia della sanzione e di ritrovarsi nell'incoerenza, di essere giudicati incoerenti, di essere fuori dalla grazia di Dio forse? Da quella del Papa di sicuro. Persona non gradita alla Chiesa.
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Old 30-03-2007, 09:44   #883
LucaTortuga
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Qui si sta parlando di unioni civili quindi c'entrano le persone in quanto cittadini di fronte allo stato e in generale i diritti e i doveri sono per il cittadino, nello Stato in democrazia questo in generale.
Qui si sta parlando di idea di società.
La Chiesa non acetta l'idea di vivere in un società dove vengono riconosciute forme di unione a lei non congeniali ideologicamente.
Questo è il punto altrimenti di che si parla?
Il riferimento alla legislazione non è comprensibile altrimenti, nessuno vieta alla chiesa di parlare alle persone.
Sono stanco e non mi sovviene il nome di quel gerarca della chiesa che perlava del valore educativo delle leggi, di formare la società. Questo interessa alla Chiesa la legge non solo la persona. La legalità non solo l'etica. Perchè mediante essa è possibile escludere, formare.
I discorsi che devono essere descrittivi e basta in POLITICA sono quelli che dovrebbe fare la chiesa nel rispetto del pluralismo, questo td ha poca importanza.
Bravissimo, hai centrato il punto in pieno.
In una società democratica (e laica, anche se dovrebbe essere scontato), legalità ed etica vanno tenute rigorosamente separate.
Esistendo molteplici etiche (paradossalmente potrebbero essere tante quanti i cittadini), la legge non può che essere una mediazione tra le tante, il legislatore avendo il compito (a prescindere da quale sia la propria convinzione) di trovare su ogni tema un minimo comune denominatore che consenta di regolamentare senza discriminare.
Ciò che la chiesa non accetta (non può accettare), con ciò ponendosi fuori dal contesto democratico, è proprio il fatto che ogni etica abbia lo stesso valore di tutte le altre, che nessuna possa vantare un primato morale.
La chiesa, ritenendo i propri valori "superiori" per la loro provenienza divina, insegue un'improbabile equiparazione tra "etica cattolica" e legge dello stato.
E questo, semplicemente, non è accettabile in un paese democratico e pluralista (almeno a parole).
__________________
"Personalmente non ho nulla contro chi crede in un Dio, non importa quale. Sono contrario a chi pretende che il suo Dio sia l’autorità che gli permette di imporre delle restrizioni allo sviluppo e alla gioia dell’umanità" (Alexander S. Neill, «Summerhill», 1960).

Ultima modifica di LucaTortuga : 30-03-2007 alle 09:46.
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Old 30-03-2007, 11:34   #884
Bet
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x Maxmel, in relazione agli ultimi due post

Chiariamoci un attimo, a me interessava fornire le spiegazioni precedentemente richiestemi, e le ho date. Sinceramente non intendo spingermi molto oltre perchè conosco questo tipo di discussioni e il loro carattere infinito e sfinente

Cmq solo un accenno. E' evidente che è stata fornita un'idea di tipo etico (chiamiamola così) che si affianca ad altre idee diverse di tipo etico, ed è assurdo pensare - dovresti saperlo meglio di me - che non vi siano anche implicazioni di tipo politico e in ultima analisi giuridico. Si può discutere quindi sul merito degli argomenti, e sui limiti che devono essere posti alle proposte e quindi sulla modalità della proposta. Peraltro il riferimento al valore educativo della legge, che è un concetto che non mi esalta per i suoi grossi rischi illiberali, non è certo esclusivo di qualche "gerarca" della Chiesa... si potrebbero fare molti nomi tra politici che esplicitamente ed implicitamente vi fanno riferimento, o anche uomini di pensiero che oggi hanno riscosso anche discreti successi. Detto questo i discorsi possono tranquillamente essere prescrittivi, e sai questo cosa vuole dire: semplicemente enunciati che affermano come dovrebbero essere o non essere uno stato di cose... che è precisamente quanto fa chiunque; un enunciato descrittivo, di come cioè sono le cose in questo ambito non alcun senso. I discorsi descrittivi spettano ad altre discipline. L'importante è fissare limiti che consentano un discorso liberale... almeno dal mio punto di vista.

Per quanto riguarda la coerenza, come ti ho detto le parole non sono usate a caso. Temevo si chiedesse qualcosa di diverso e di più rispetto alla coerenza, e invece no. Pertanto non condividere una nota pastorale con cognizione di causa non comporta essere certo fuori dalla grazia di Dio. Vi è una sorta di gerarchia tra i vari documenti, e non condividere una nota pastorale non equivale certo a non condividere il credo niceno-costantinopolitano, il vangelo o un documento conciliare. Quindi l'osservazione non mi sembra molto centrata.

Detto questo, ripeto, il mio unico scopo era fornire ragioni per cui questi di.co mi paiono poco sensati.
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Chi cerca conferme le trova sempre. (Popper)
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Old 30-03-2007, 12:40   #885
LightIntoDarkness
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Posto un articolo molto interessante, di quasi 2 mesi fa che ho letto però solo oggi.

---

Non solo quello religioso o confessionale
Difendiamo il matrimonio specifico bene umano
Francesco D'Agostino
Avvenire - Giovedì 08 Febbraio 2007

Chi dovrebbe aver paura della legalizzazione delle convivenze?
Certamente non i cattolici.
Coloro che credono che l’impegno coniugale vada confermato sacramentalmente e che, in una prospettiva di fede, il matrimonio sia analogabile al vincolo che unisce Cristo alla sua Chiesa, non possono certo sentirsi "tentati" dai Pacs e dalla loro palese, debole caratterizzazione di "piccoli matrimoni" (come una volta ebbe a definirli il cardinale Ruini) o di matrimoni "depotenziati".
Se i cattolici sono in prima linea nella loro battaglia contro i Pacs, ciò non dipende dal desiderio di difendere un bene confessionale, ecclesiale e nemmeno, a ben vedere, spirituale: ciò che si difende dicendo no ai Pacs è uno specifico bene umano, che caratterizza tutte le epoche e tutte le culture e che non a torto è ritenuto, dagli etnologi, alla stregua di una struttura antropologica fondamentale.
Appartiene infatti alle dimensioni più profonde e costitutive dell’essere dell’uomo una peculiarissima identità relazionale e soprattutto generazionale: tutti gli animali si riproducono, ma solo gli esseri umani divengono propriamente padri e madri; tutti gli animali sono generati, ma solo gli esseri umani si percepiscono come figli e figlie.
Il matrimonio, insomma, è un vincolo reciproco e totale tra un uomo e una donna, che acquista un rilievo pubblico per garantire l’ordine delle generazioni.
Ed infatti è nell’ordine delle cose che si possa riconoscere come invalida l’unione coniugale, quando uno degli sposi non sia fisicamente in grado di consumare il matrimonio.
Difendere il matrimonio non significa quindi difendere un’istituzione sociale "inventata" da una certa cultura, o sorta in una "determinata epoca" e destinata perciò a tramontare con la cultura che l’avesse "inventata" e ad essere eventualmente sostituita da altre istituzioni sociali.
Dubitare del matrimonio o sostenere il possibile carattere plurale di questa istituzione significa né più né meno che alterare in chiave indebitamente individualistica la realtà coniugale dell’identità umana.
E reciprocamente difendere il matrimonio significa difendere una delle dimensioni costitutive della persona umana.
Essere persona significa infatti (anche) percepire la vita nello stesso tempo come un dono e come un compito: chi ha avuto la vita in dono ha il dovere di comunicarla, fisicamente nella generazione e spiritualmente nell’amore, nella prossimità e nella solidarietà.
I Pacs attivano nell’immaginario collettivo l’idea che la convivenza affettiva sia essenzialmente autoreferenziale, che cioè i conviventi debbano trovare in una serie di interessi reciproci garantiti dalla legge la ragione ultima della loro unione.
Ora, non c’è alcun dubbio che possano esistere numerosi interessi privati, anche di natura esclusivamente economica, assolutamente leciti e meritevoli di rispetto sul piano privato.
Ma quando la legge, riconoscendo il matrimonio, interviene a regolare pubblicamente le convivenze, dà a queste unioni una valenza al contempo simbolica e sociale assolutamente preziosa: è come se riconoscesse che l’individualità dei singoli sposi può prolungarsi verticalmente in quella dei figli, così come può dilatarsi orizzontalmente in quella dei parenti; contribuisce insomma, e in modo fondamentale, a statuire che l’identità del cittadino non si esaurisce nella sua ristretta e asfittica sfera individuale (peraltro meritevole di una giusta tutela), ma si manifesta nella sua pienezza in una relazionalità compiuta, in cui tutte le dimensioni dell’io, quella fisica, quella spirituale e quella economico-sociale vengono coinvolte.
__________________
...Grazie caro Lolek!
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Old 30-03-2007, 12:53   #886
D.O.S.
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Posto un articolo molto interessante, di quasi 2 mesi fa che ho letto però solo oggi.

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Non solo quello religioso o confessionale
Difendiamo il matrimonio specifico bene umano
Francesco D'Agostino
Avvenire - Giovedì 08 Febbraio 2007

Chi dovrebbe aver paura della legalizzazione delle convivenze?
Certamente non i cattolici.
Coloro che credono che l’impegno coniugale vada confermato sacramentalmente e che, in una prospettiva di fede, il matrimonio sia analogabile al vincolo che unisce Cristo alla sua Chiesa, non possono certo sentirsi "tentati" dai Pacs e dalla loro palese, debole caratterizzazione di "piccoli matrimoni" (come una volta ebbe a definirli il cardinale Ruini) o di matrimoni "depotenziati".
Se i cattolici sono in prima linea nella loro battaglia contro i Pacs, ciò non dipende dal desiderio di difendere un bene confessionale, ecclesiale e nemmeno, a ben vedere, spirituale: ciò che si difende dicendo no ai Pacs è uno specifico bene umano, che caratterizza tutte le epoche e tutte le culture e che non a torto è ritenuto, dagli etnologi, alla stregua di una struttura antropologica fondamentale.
Appartiene infatti alle dimensioni più profonde e costitutive dell’essere dell’uomo una peculiarissima identità relazionale e soprattutto generazionale: tutti gli animali si riproducono, ma solo gli esseri umani divengono propriamente padri e madri; tutti gli animali sono generati, ma solo gli esseri umani si percepiscono come figli e figlie.
Il matrimonio, insomma, è un vincolo reciproco e totale tra un uomo e una donna, che acquista un rilievo pubblico per garantire l’ordine delle generazioni.
Ed infatti è nell’ordine delle cose che si possa riconoscere come invalida l’unione coniugale, quando uno degli sposi non sia fisicamente in grado di consumare il matrimonio.
Difendere il matrimonio non significa quindi difendere un’istituzione sociale "inventata" da una certa cultura, o sorta in una "determinata epoca" e destinata perciò a tramontare con la cultura che l’avesse "inventata" e ad essere eventualmente sostituita da altre istituzioni sociali.
Dubitare del matrimonio o sostenere il possibile carattere plurale di questa istituzione significa né più né meno che alterare in chiave indebitamente individualistica la realtà coniugale dell’identità umana.
E reciprocamente difendere il matrimonio significa difendere una delle dimensioni costitutive della persona umana.
Essere persona significa infatti (anche) percepire la vita nello stesso tempo come un dono e come un compito: chi ha avuto la vita in dono ha il dovere di comunicarla, fisicamente nella generazione e spiritualmente nell’amore, nella prossimità e nella solidarietà.
I Pacs attivano nell’immaginario collettivo l’idea che la convivenza affettiva sia essenzialmente autoreferenziale, che cioè i conviventi debbano trovare in una serie di interessi reciproci garantiti dalla legge la ragione ultima della loro unione.
Ora, non c’è alcun dubbio che possano esistere numerosi interessi privati, anche di natura esclusivamente economica, assolutamente leciti e meritevoli di rispetto sul piano privato.
Ma quando la legge, riconoscendo il matrimonio, interviene a regolare pubblicamente le convivenze, dà a queste unioni una valenza al contempo simbolica e sociale assolutamente preziosa: è come se riconoscesse che l’individualità dei singoli sposi può prolungarsi verticalmente in quella dei figli, così come può dilatarsi orizzontalmente in quella dei parenti; contribuisce insomma, e in modo fondamentale, a statuire che l’identità del cittadino non si esaurisce nella sua ristretta e asfittica sfera individuale (peraltro meritevole di una giusta tutela), ma si manifesta nella sua pienezza in una relazionalità compiuta, in cui tutte le dimensioni dell’io, quella fisica, quella spirituale e quella economico-sociale vengono coinvolte.
non aggiunge nulla di nuovo a ciò che sostiene la Chiesa : il matrimonio naturale è quello cattolico fra un uomo e una donna ...

cmq è antropologicamente sbagliato tutto qui .
la parte dove dice che solo gli esseri umani divengono padri e madri è biologicamente inesatta : anche le scimmie ed i primati assolvono al compito di genitori ( e parecchi altri animali )
insomma la solita storia : l'uomo al centro dell'universo creato da Dio e salvato da Gesù .....
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Old 30-03-2007, 12:56   #887
LightIntoDarkness
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non aggiunge nulla di nuovo a ciò che sostiene la Chiesa : il matrimonio naturale è quello cattolico fra un uomo e una donna ...

cmq è antropologicamente sbagliato tutto qui .
la parte dove dice che solo gli esseri umani divengono padri e madri è biologicamente inesatta : anche le scimmie ed i primati assolvono al compito di genitori ( e parecchi altri animali )
insomma la solita storia : l'uomo al centro dell'universo creato da Dio e salvato da Gesù .....
Mi spiace che un articolo IMHO così profondo, sul quale magari discutere e "litigare" venga liquidato così, con questa superficialità e questo modo di fare sbrigativo, molto probabilmente per la sua provenienza.
Peccato!
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Old 30-03-2007, 13:05   #888
giannola
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Mi spiace che un articolo IMHO così profondo, sul quale magari discutere e "litigare" venga liquidato così, con questa superficialità e questo modo di fare sbrigativo, molto probabilmente per la sua provenienza.
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meglio che litigare
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Utente gran figlio di Jobs ed in via di ubuntizzazione
Lippi, perchè non hai convocato loro ?
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Old 30-03-2007, 13:08   #889
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meglio che litigare
Dici ??
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Old 30-03-2007, 13:10   #890
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Mi spiace che un articolo IMHO così profondo, sul quale magari discutere e "litigare" venga liquidato così, con questa superficialità e questo modo di fare sbrigativo, molto probabilmente per la sua provenienza.
Peccato!
non più profondo di un articolo scritto da un mullah islamico dove si giustifica la necessità di portare il velo per le donne .
non vedo la necessità di mettersi a fare catechismo qui ; articoli del genere si possono solo accettare incondizionatamente con le mani giunte in preghiera o scartare superficialmente .
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Old 30-03-2007, 13:13   #891
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...in ogni caso, se la metti sull'antropologia, ci sarebbe da discutere di questo

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INTERVISTA Parla l'archeologo Emmanuel Anati: «Fin dalle incisioni più antiche uomo e donna sono ritratti insieme, in un vincolo sacro»
Il matrimonio? Viene dalle caverne
Di Lucia Bellaspiga
Avvenire 15 Marzo 2007

«Esistono miriadi di esempi, dall’arte rupestre agli Etruschi. Pochissimi i popoliche non si fondarono sul matrimonio» «Antropologicamente,maschio e femmina ebbero bisogno di isolarsi con i loro figli anche per esigenze di sopravvivenza».
Mancavano tremila anni alla nascita di Cristo il giorno in cui, accucciato sulla roccia, un antico Camuno con la punta dello scalpello incideva la scena che ancora oggi ci appare lampante, come appena fatta: un uomo e una donna in coppia, e accanto i loro due bambini, un maschio e una femmina. In una parola: una famiglia.
L'arte preistorica, si sa, ricorre molto spesso al simbolismo: «E infatti simbolica è la linea che unisce i piedi di marito e moglie, come un giogo.
Non scordiamo che è questo il significato di "con-iugi": uniti dal giogo, legati stabilmente». Emmanuel Anati, il noto archeologo esperto dell'arte rupestre di tutto il mondo, fondatore in Val Camonica del Centro camuno di Studi preistorici, e Umberto Sansoni, vicedirettore del Centro, oppongono i fatti a chi oggi vorrebbe "posticipare" la coppia unita in matrimonio e la sua estensione, la famiglia, come fosse un'«invenzione» post-cristiana.
Professor Anati, lasciamo allora che a rispondere sia l'archelogia.
«Non c'è civiltà antica che non abbia avuto la sua concezione ben netta di unione matrimoniale e di nucleo familiare. Gli esempi sarebbero migliaia. A dire il vero basterebbe leggere il Vecchio Testamento, dove la solidità dell'istituzione familiare è chiarissima. Ma possiamo andare anche molto più indietro, grazie all'archeologia, per capire che ben prima del cristianesimo il matrimonio come unione stabile e sancita era una realtà consolidata. Cosa che d'altra parte si desume senza dubbio anche studiando gli usi dei popoli attualmente fermi al Paleolitico».
Uomini del Duemila che nulla sanno della nostra mentalità e vivono di tradizioni proprie. Un esempio?
«In Australia ci sono molte pitture su corteccia d'albero o su roccia interessanti: rappresentano gli spiriti ancestrali e li raffigurano sempre in coppia, uno maschile e uno femminile. Per questi aborigeni animisti, che vivono al livello paleolitico, tutte le realtà della vita terrena hanno nel mondo soprannaturale - quasi un mondo "delle idee" - un'immagine riflessa superiore. Anche le realtà sociali dei viventi come la famiglia hanno una loro matrice divina nella creazione dell'universo. Sono sposi gli uomini e le donne perché sono sposi già gli spiriti ancestrali».
Una sacralità del rito, dunque, non solo un'unione sancita.
Ma quanto indietro possiamo risalire per incontrare un "contratto" matrimoniale?
«La scoperta è rivoluzionaria e di recente interpretazione: in Dordogna, in Francia sud-occidentale, c'è un complesso di diciannove blocchi di pietra incisi, risalenti a trentamila anni fa. I simboli femminili sono ognuno associato ad animali totemici che indicano l'appartenenza del maschio cui unirsi. Si tratta secondo le ultime interpretazioni del più antico regolamento familiare, vero e proprio contratto di unione stabile. Nessuna invenzione modernista, come vede... Ma potremmo citare miriadi di altri esempi, dall'arte rupestre della Siberia agli Inuit eschimesi del nord canadese, passando per gli Etruschi o tutte le popolazioni di origine indoeuropea... Sarebbe più facile contare semmai quali sono le popolazioni che non hanno avuto alla loro base, come fondamento assoluto e insostituibile, il matrimonio e la famiglia. Pensiamo al bellissimo e famosissimo "sarcofago degli sposi" etrusco, dove il defunto è legato per l'eternità alla moglie, in un'unione che trascende anche la vita. O alle lapidi funerarie romane anche anteriori a Cristo, in cui sono enumerati costantemente il pater familias, la consorte e tutti i figli: una famiglia granitica e inscindibile anche dopo la morte».
Lei da molti anni conduce spedizioni archeologiche nel Sinai.
Ci sono testimonianze anche lì?
«Ad Har Karkom abbiamo ritrovato le tracce di gruppi di abitazioni appartenenti a epoche diverse, nel deserto: fino al Paleolitico medio (duecentomila-cinquantamila anni fa) i villaggi hanno ancora la struttura del clan, ma col Paleolitico superiore, quarantamila anni fa, tutto cambia, le case sono disposte in circolo e ogn una è piccola, suddivisa in modo chiaramente adatto ad accogliere un solo nucleo: è nata la famiglia».
Per quali esigenze, dal punto di vista della paletnologia, un uomo e una donna sentirono il bisogno di "isolarsi" assieme ai loro figli, pur rimanendo nel gruppo?
«Per un senso di sopravvivenza: la donna doveva essere protetta e aveva bisogno che il suo uomo, stabilmente, in rapporto fiduciario, procurasse il cibo mentre era gravida e allattava. Il passaggio successivo è la gratificazione, il senso d'appartenenza, lo star bene insieme senza sentire il bisogno di altre relazioni».
Se l'unione coniugale e la famiglia si perdono nella notte dei tempi, c'è qualcosa che invece è davvero solo dei nostri tempi?
«Non esiste in nessuna epoca e in nessuna civiltà passata il concetto di "matrimonio civile": i più diversi rituali per unirsi, dalla preistoria ad oggi, erano sempre stati religiosi. Sarebbe stato inconcepibile il contrario. Il matrimonio è nato come sacralizzazione dell'unione tra due persone. Rigorosamente di sesso diverso».
Ma altre forme esistevano?
«Potevano esistere, a seconda delle epoche, ma non erano mai considerate famiglia, né erano regolamentate da alcuna formula».
Se dovesse indicare l'immagine più "attuale" venuta dal passato?
«Una coppia che cammina tenendosi per mano, dipinta sulle rocce dell'Akakus libico, del VI millennio. Ma la più sorprendente viene dalla Svezia ed è di fine II millennio avanti Cristo. La coppia è ripresa mentre si bacia nel congiungimento, e il dio Thor regge un'ascia sopra le loro teste: nella ritualità vichinga l'ascia di Thor benedice l'unione. Matrimonio e consumazione sono rappresentati contemporaneamente, fusi nella sacralità dell'atto».
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Old 30-03-2007, 13:19   #892
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non più profondo di un articolo scritto da un mullah islamico dove si giustifica la necessità di portare il velo per le donne .
non vedo la necessità di mettersi a fare catechismo qui ; articoli del genere si possono solo accettare incondizionatamente con le mani giunte in preghiera o scartare superficialmente .
Mi fai paura.

Tutti quelli che hanno letto l'articolo qui commentato da D.O.S., sono d'accordo sia sulla sua valutazione (al di là dell'essere d'accordo o meno con le idee esposte), sia sul paragone fatto che con il tono della risposta?
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Old 30-03-2007, 13:38   #893
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Mi fai paura.

Tutti quelli che hanno letto l'articolo qui commentato da D.O.S., sono d'accordo sia sulla sua valutazione (al di là dell'essere d'accordo o meno con le idee esposte), sia sul paragone fatto che con il tono della risposta?
non è possibile sostenere un confronto dialettico con chi fa religione per il semplice motivo che tutte le religioni hanno ragione .
i cattolici hanno ragione a sostenere che i gay sono dei peccatori e che il matrimonio è solo fra uomo e donna ( in chiesa ) , i mussulmani hanno ragione a ritenere che le donne debbano mettere il velo , gli induisti hanno ragione a sostenere che le anime si reincarnano e che quindi mangiare carne di un altro animale è un male .

non posso mettermi a discutere su quell'articolo perchè si basa su un ragionamento puramente teologico .

cmq grazie di aver postato l'articolo di antropologia , appena lo ho analizzato per bene ti rispondo
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Old 30-03-2007, 14:46   #894
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<cut>non posso mettermi a discutere su quell'articolo perchè si basa su un ragionamento puramente teologico .
A me non pare così.. mi dici dove vedi il ragionamento teologico?
Quote:
cmq grazie di aver postato l'articolo di antropologia , appena lo ho analizzato per bene ti rispondo
di niente , buona lettura
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Old 30-03-2007, 14:53   #895
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non più profondo di un articolo scritto da un mullah islamico dove si giustifica la necessità di portare il velo per le donne .
non vedo la necessità di mettersi a fare catechismo qui ; articoli del genere si possono solo accettare incondizionatamente con le mani giunte in preghiera o scartare superficialmente .
Quoto.
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Old 30-03-2007, 15:24   #896
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Tutti quelli che hanno letto l'articolo qui commentato da D.O.S., sono d'accordo sia sulla sua valutazione (al di là dell'essere d'accordo o meno con le idee esposte), sia sul paragone fatto che con il tono della risposta?
Parlo per me, ovviamente, non per tutti.
Sì, sono pienamente d'accordo con D.O.S. (che mi ha evitato di scrivere un post identico al suo).

Quanto all'articolo "antropologico"...su quelle stesse basi di ragionamento possiamo tornare ad adorare il dio sole e a regolare i rapporti umani tramite simpatiche clavate sulla testa del vicino.
Ma già, purtroppo non ci sono più i bei valori di una volta..
__________________
"Personalmente non ho nulla contro chi crede in un Dio, non importa quale. Sono contrario a chi pretende che il suo Dio sia l’autorità che gli permette di imporre delle restrizioni allo sviluppo e alla gioia dell’umanità" (Alexander S. Neill, «Summerhill», 1960).
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Old 30-03-2007, 16:57   #897
D.O.S.
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premetto che non sono antropologo e quanto scrivo è frutto di una semplice ricerca su internet , quindi ci possono essere anche degli errori ma siamo qui per discutere no ?


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...in ogni caso, se la metti sull'antropologia, ci sarebbe da discutere di questo
INTERVISTA Parla l'archeologo Emmanuel Anati: «Fin dalle incisioni più antiche uomo e donna sono ritratti insieme, in un vincolo sacro».
cominciamo dal titolo : come sanno che il vincolo è sacro ? Immagino si tratti di una interpretazione

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Il matrimonio? Viene dalle caverne
Di Lucia Bellaspiga
Avvenire 15 Marzo 2007

«Esistono miriadi di esempi, dall’arte rupestre agli Etruschi. Pochissimi i popoli che non si fondarono sul matrimonio» «Antropologicamente,maschio e femmina ebbero bisogno di isolarsi con i loro figli anche per esigenze di sopravvivenza».
Mancavano tremila anni alla nascita di Cristo il giorno in cui, accucciato sulla roccia, un antico Camuno con la punta dello scalpello incideva la scena che ancora oggi ci appare lampante, come appena fatta: un uomo e una donna in coppia, e accanto i loro due bambini, un maschio e una femmina. In una parola: una famiglia. .
questa è di nuovo una interpretazione della scena fatta da un archeologo cattolico ,

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.
L'arte preistorica, si sa, ricorre molto spesso al simbolismo: «E infatti simbolica è la linea che unisce i piedi di marito e moglie, come un giogo.
ti faccio un controesempio : fra 3000 anni dopo varie guerre nucleari degli archeologi ritrovano una pala raffigurante S. Francesco e S. Chiara in preghiera uno vicino all'altra con l'aureola in testa ; l'archeologo conclude che si tratta della rappresentazione di un legame familiare fra uomo e donna............
insomma ... chi ci dice che quel simbolo non indicasse un legame di altro tipo ? fratello/sorella , schiava/padrone , perché proprio marito – moglie ?????

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Non scordiamo che è questo il significato di "con-iugi": uniti dal giogo, legati stabilmente».
coniuge nel significato latino , qui stiamo parlando di una persona che è vissuta 3000 anni prima di Cristo nella Camuno preistorica ( Camuno in provincia di Brescia ? ) .... mi spieghi come è possibile applicare lo stesso significato ? Forse la lingua latina ha avuto origine lì ????
un'altra cosa... da dove si deduce che nella preistoria i legami fossero stabili ? A me sembra l'interpretazione di un affresco preistorico fatta con la mentalità di un cristiano moderno.

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Emmanuel Anati, il noto archeologo esperto dell'arte rupestre di tutto il mondo, fondatore in Val Camonica del Centro camuno di Studi preistorici, e Umberto Sansoni, vicedirettore del Centro, oppongono i fatti a chi oggi vorrebbe "posticipare" la coppia unita in matrimonio e la sua estensione, la famiglia, come fosse un'«invenzione» post-cristiana.
Professor Anati, lasciamo allora che a rispondere sia l'archelogia.
«Non c'è civiltà antica che non abbia avuto la sua concezione ben netta di unione matrimoniale e di nucleo familiare
la famiglia nella società umana è diversissima come pure l'evoluzione che la famiglia ha avuto nel tempo .Ci sono state famiglie composte da molti uomini e molte donne , ci sono famiglie composte da un solo uomo e più donne .
Ci sono state anche famiglie composte da 2 uomini : nelle civiltà precolombiane era usanza accettata .

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. Gli esempi sarebbero migliaia. A dire il vero basterebbe leggere il Vecchio Testamento, dove la solidità dell'istituzione familiare è chiarissima.
Volentieri .... vuoi che leggiamo di re Salomone e delle sue innumerevoli mogli ???

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Ma possiamo andare anche molto più indietro, grazie all'archeologia, per capire che ben prima del cristianesimo il matrimonio come unione stabile e sancita era una realtà consolidata. Cosa che d'altra parte si desume senza dubbio anche studiando gli usi dei popoli attualmente fermi al Paleolitico».
Uomini del Duemila che nulla sanno della nostra mentalità e vivono di tradizioni proprie. Un esempio?
«In Australia ci sono molte pitture su corteccia d'albero o su roccia interessanti: rappresentano gli spiriti ancestrali e li raffigurano sempre in coppia, uno maschile e uno femminile. Per questi aborigeni animisti, che vivono al livello paleolitico, tutte le realtà della vita terrena hanno nel mondo soprannaturale - quasi un mondo "delle idee" - un'immagine riflessa superiore. Anche le realtà sociali dei viventi come la famiglia hanno una loro matrice divina nella creazione dell'universo. Sono sposi gli uomini e le donne perché sono sposi già gli spiriti ancestrali».
Una sacralità del rito, dunque, non solo un'unione sancita.
allora .... gli aborigeni Australiani erano una società nomade di tipo matriarcale : i rapporti famigliari erano stabili solo dentro il villaggio : quando gli uomini si spostavano potevano giacere ed accoppiarsi con donne di altri villaggi che si concedevano a loro ( hai presente l'esquimese che ti offre sua moglie quando sei ospite a casa sua ? ....ecco la stessa cosa ) . Direi che si tratta di un tipo di famiglia un pelino diversa da quella cattolica.....
per ultimo , la descrizione fatta della mitologia aborigena è una interpretazione molto strana e personale del DREAMTIME ( TEMPO DEL SOGNO ) che rimando qui per chi volesse approfondire : http://it.wikipedia.org/wiki/Dreamtime
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Ma quanto indietro possiamo risalire per incontrare un "contratto" matrimoniale?
«La scoperta è rivoluzionaria e di recente interpretazione: in Dordogna, in Francia sud-occidentale, c'è un complesso di diciannove blocchi di pietra incisi, risalenti a trentamila anni fa. I simboli femminili sono ognuno associato ad animali totemici che indicano l'appartenenza del maschio cui unirsi. Si tratta secondo le ultime interpretazioni del più antico regolamento familiare, vero e proprio contratto di unione stabile. Nessuna invenzione modernista, come vede... Ma potremmo citare miriadi di altri esempi, dall'arte rupestre della Siberia agli Inuit eschimesi del nord canadese, passando per gli Etruschi o tutte le popolazioni di origine indoeuropea... Sarebbe più facile contare semmai quali sono le popolazioni che non hanno avuto alla loro base, come fondamento assoluto e insostituibile, il matrimonio e la famiglia. Pensiamo al bellissimo e famosissimo "sarcofago degli sposi" etrusco, dove il defunto è legato per l'eternità alla moglie, in un'unione che trascende anche la vita.
consiglio di leggere il mio post successivo tratto da un libro di Engels che spiega molto bene come si è evoluta la famiglia dalla preistoria .... lo sò è un comunista e a molti qui non piacerà ma tralasciando le parti che riguardano l'ideologia comunista può esser molto interessante
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O alle lapidi funerarie romane anche anteriori a Cristo, in cui sono enumerati costantemente il pater familias, la consorte e tutti i figli: una famiglia granitica e inscindibile anche dopo la morte».
la famiglia romana era anni luce distante da quella intesa dai cattolici : i Romani vivevano con i loro schiavi e avevano rapporti sessuali con loro : sia con gli uomini che con le donne .(compresi i rapporti omosessuali)
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Lei da molti anni conduce spedizioni archeologiche nel Sinai.
Ci sono testimonianze anche lì?
«Ad Har Karkom abbiamo ritrovato le tracce di gruppi di abitazioni appartenenti a epoche diverse, nel deserto: fino al Paleolitico medio (duecentomila-cinquantamila anni fa) i villaggi hanno ancora la struttura del clan, ma col Paleolitico superiore, quarantamila anni fa, tutto cambia, le case sono disposte in circolo e ogn una è piccola, suddivisa in modo chiaramente adatto ad accogliere un solo nucleo: è nata la famiglia».
Per quali esigenze, dal punto di vista della paletnologia, un uomo e una donna sentirono il bisogno di "isolarsi" assieme ai loro figli, pur rimanendo nel gruppo?
«Per un senso di sopravvivenza: la donna doveva essere protetta e aveva bisogno che il suo uomo, stabilmente, in rapporto fiduciario, procurasse il cibo mentre era gravida e allattava. Il passaggio successivo è la gratificazione, il senso d'appartenenza, lo star bene insieme senza sentire il bisogno di altre relazioni».
Se l'unione coniugale e la famiglia si perdono nella notte dei tempi, c'è qualcosa che invece è davvero solo dei nostri tempi?
«Non esiste in nessuna epoca e in nessuna civiltà passata il concetto di "matrimonio civile": i più diversi rituali per unirsi, dalla preistoria ad oggi, erano sempre stati religiosi. Sarebbe stato inconcepibile il contrario. Il matrimonio è nato come sacralizzazione dell'unione tra due persone. Rigorosamente di sesso diverso».
questo è sbagliato leggi qui riguardo ai matrimoni omosessuali nelle civiltà precolombiane http://it.wikipedia.org/wiki/Matrimonio_omosessuale
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Ma altre forme esistevano?
«Potevano esistere, a seconda delle epoche, ma non erano mai considerate famiglia, né erano regolamentate da alcuna formula».
Se dovesse indicare l'immagine più "attuale" venuta dal passato?
«Una coppia che cammina tenendosi per mano, dipinta sulle rocce dell'Akakus libico, del VI millennio. Ma la più sorprendente viene dalla Svezia ed è di fine II millennio avanti Cristo. La coppia è ripresa mentre si bacia nel congiungimento, e il dio Thor regge un'ascia sopra le loro teste: nella ritualità vichinga l'ascia di Thor benedice l'unione. Matrimonio e consumazione sono rappresentati contemporaneamente, fusi nella sacralità dell'atto».
gli svedesi erano poligami come tutti i popoli normanni :
http://cronologia.leonardo.it/umanita/slavi/cap109a.htm

Ultima modifica di D.O.S. : 31-03-2007 alle 16:09.
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Old 30-03-2007, 16:58   #898
D.O.S.
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posto qui un testo tratto da un libro di Engels - L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato

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II. - La famiglia

Morgan, che ha trascorso gran parte della sua vita tra gli Irochesi, che risiedono ancora oggi nello Stato di New York, e che fu adottato in una delle loro tribù (quella dei Seneca), trovò in vigore tra essi un sistema di parentela che era in contraddizione con i loro reali rapporti familiari. Presso di loro dominava quel matrimonio monogamico facilmente dissolubile da ambo le parti, che Morgan chiama famiglia di coppia (1). La discendenza di una tale coppia era, quindi, nota a tutti e da tutti riconosciuta, né potevano sorgere dubbi sulle persone a cui dovevano applicarsi le denominazioni di padre, madre, figlio, figlia, fratello, sorella. Ma l'uso reale di queste espressioni contraddice a ciò.

L'Irochese non chiama col nome di figlio e figlia soltanto i propri figli, ma anche quelli dei suoi fratelli, ed essi lo chiamano padre. I figli delle sorelle invece egli li chiama suoi nipoti, ed essi lo chiamano zio. Viceversa, la donna irochese chiama suoi figli e figlie, oltre che i propri figli, anche i figli e le figlie delle sue sorelle, e questi la chiamano madre. I figli dei suoi fratelli, però, essa li chiama nipoti, ed essi la chiamano loro zia. Del pari i figli di fratelli si chiamano tra loro fratelli e sorelle, così i figli di sorelle. I figli di una donna e quelli di suo fratello si chiamano invece tra loro cugini e cugine. E questi non sono solo vuoti nomi, ma concezioni effettivamente valide, di vicinanza e di lontananza, di eguaglianza e di diseguaglianza della consanguineità; e queste concezioni servono di base ad un sistema di parentela completamente elaborato, che è in grado di esprimere parecchie centinaia di differenti rapporti di parentela di un singolo individuo. E c'è di più. Questo sistema non è soltanto in pieno vigore presso tutti gli Indiani d'America (finora non si è trovata nessuna eccezione), ma vige anche, quasi invariato, presso gli abitanti originari dell'India, nelle tribù dravidiche del Deccan e presso le tribú Gaura dell'Indostan.

Le espressioni di parentela dei Tamili dell'India meridionale e degli Irochesi Seneca dello Stato di New York concordano, ancora oggi, per più di duecento differenti rapporti di parentela. Ed anche fra queste tribù dell'India, come fra tutte le tribù degli Indiani d'America, i rapporti di parentela derivanti dalla forma di famiglia in vigore, sono in contrasto col sistema di parentela.

Come spiegare ora questo fatto? Data la funzione decisiva che svolge la parentela presso tutti i popoli selvaggi e barbari nell'ordinamento della società, non si può accantonare con giri di frasi il significato di questo sistema così esteso. Un sistema universalmente in vigore in America, esistente, del pari, in Asia, presso popoli di razze del tutto differenti e del quale si trovano numerose forme più o meno modificate dappertutto, in Africa e in Australia, un tale sistema deve essere storicamente spiegato e non eliminato con vuote chiacchiere come, per esempio, ha cercato di fare McLennan.

Le denominazioni di padre, figlio, fratello e sorella non sono semplici titoli onorifici, ma comportano reciproci doveri assolutamente precisi e molto seri, il cui insieme costituisce una parte essenziale della costituzione sociale di questi popoli. E se ne è trovata la spiegazione. Nelle isole Sandwich (Hawai) sussisteva ancora, nella prima metà di questo secolo, una forma di famiglia che forniva padri, madri, fratelli, sorelle, figli e figlie, zii e zie, nipoti dei due sessi, precisamente quali esige l'antico sistema di parentela degli Indiani d'America. Ma, cosa strana, il sistema di parentela in vigore nelle Hawai non si accordava a sua volta con la forma di famiglia ivi effettivamente esistente. Ossia, là, proprio tutti i figli di fratelli e sorelle, senza eccezione, sono fratelli e sorelle e passano per figli comuni non solo della loro madre e delle sorelle di questa o del loro padre e dei fratelli di questo, ma anche di tutti i fratelli e sorelle dei loro genitori senza distinzione. Se dunque, il sistema di parentela americano presuppone una forma più primitiva della famiglia, non più esistente in America, ma che invece troviamo ancora effettivamente nelle Hawai, d'altra parte, il sistema di parentela hawaiano ci rimanda ad una forma di famiglia ancora più primitiva di cui non possiamo, è vero, più segnalare l'esistenza in nessun luogo, ma che deve essere esistita, perché, in caso contrario, non avrebbe potuto sorgere il corrispondente sistema di parentela.

La famiglia — dice Morgan — è l'elemento attivo, essa non è mai stazionaria, ma procede da una forma inferiore ad una superiore, nella misura in cui la società si sviluppa da uno stadio inferiore ad uno superiore... Invece, i sistemi di parentela sono passivi e solo a lunghi intervalli registrano i progressi che la famiglia ha fatto nel corso del tempo e subiscono un mutamento radicale solo allorché la famiglia si è radicalmente cambiata.

«E — aggiunge Marx — lo stesso vale per i sistemi politici, giuridici, religiosi, filosofici, in generale». Mentre per la famiglia la vita continua, il sistema di parentela si ossifica, e mentre questo continua a sussistere in forza dell'abitudine, la famiglia lo supera progredendo. Ma, con la stessa sicurezza con cui Cuvier (2) dalle ossa d'uno scheletro d'animale, trovato presso Parigi, ha potuto trarre la conclusione che esse appartenevano ad un marsupiale e che in quel posto, una volta, avevano vissuto dei marsupiali ora estinti, con la stessa sicurezza noi possiamo trarre, da un sistema di parentela tramandato dalla storia, la conclusione che è esistita la forma di famiglia ad esso corrispondente, e ora estinta.

I sistemi di parentela e le forme di famiglia che abbiamo menzionato si differenziano da quelli ora dominanti per il fatto che ogni bambino ha più padri e madri. Nel sistema di parentela americano, a cui corrisponde la famiglia hawaiana, fratello e sorella non possono essere padre e madre di uno stesso bambino; il sistema di parentela hawaiano però, presuppone una famiglia in cui ciò invece era la regola. Noi ci troviamo così trasportati in una serie di forme di famiglia che sono direttamente in contraddizione con quelle comunemente accettate finora come le sole vigenti. L'idea tradizionale conosce solo la monogamia, ed accanto a questa la poligamia di un solo uomo, e se mai anche la poliandria di una sola donna, e passa così sotto silenzio, come si conviene al filisteo moraleggiante, che la prassi, in maniera tacita, ma disinvolta, non tiene conto dei limiti imposti dalla società ufficiale.

Lo studio della storia delle origini invece ci presenta condizioni in cui gli uomini vivono in poligamia e contemporaneamente le loro donne vivono in poliandria, e i figli comuni sono perciò considerati anche come cosa comune a tutti loro. Condizioni, queste, che hanno a loro volta attraversato esse stesse tutta una serie di mutamenti, fino alla loro dissoluzione nella monogamia. Questi mutamenti sono di tal genere che la cerchia abbracciata dal vincolo matrimoniale comune, all'origine assai larga, si restringe sempre più sinché alla fine lascia sussistere solo la coppia singola che oggi predomina.

Costruendo in questa maniera retrospettivamente la storia della famiglia, Morgan arriva, d'accordo con la maggioranza dei suoi colleghi, a uno stadio primitivo in cui dominava un commercio sessuale illimitato all'interno d'una tribù, cosicché ogni donna apparteneva indistintamente ad ogni uomo, e viceversa (3). Di un tale stato primitivo si parlava già fin dal secolo scorso, ma solo con frasi generiche. Bachofen per primo, ed è questo uno dei suoi grandi meriti, se ne occupò seriamente cercando tracce di questo stato di cose nelle tradizioni storiche e religiose. Sappiamo oggi che queste tracce da lui trovate non riconducono affatto ad uno stadio della società in cui vigeva la promiscuità nel commercio sessuale, ma ad una forma molto posteriore: il matrimonio di gruppo.

Quello stadio primitivo della società, nel caso che sia veramente esistito, appartiene a un'epoca così lontana che noi difficilmente possiamo aspettarci di trovare tra i fossili sociali — i selvaggi ancora esistenti — dirette testimonianze della sua passata esistenza. Il merito di Bachofen consiste appunto nell'aver posto questa questione in primo piano nella sua indagine (4).

È diventato recentemente di moda negare questo stadio iniziale della vita sessuale dell'uomo. Si vuole risparmiare all'umanità questa «vergogna». E precisamente ci si richiama, oltre che alla mancanza di ogni prova diretta, principalmente all'esempio del rimanente mondo animale. Da esso Letourneau (5) (Evolution du mariage et de la famille, 1888) ha raccolto numerosi fatti secondo i quali, anche qui, un commercio sessuale assolutamente promiscuo può appartenere soltanto a uno stadio alquanto basso. Ma da tutti questi fatti posso concludere solo che essi non provano assolutamente nulla per l'uomo e per le sue condizioni di vita nell'età delle origini.

Gli accoppiamenti di più lunga durata tra i vertebrati si spiegano sufficientemente con cause fisiologiche, per esempio negli uccelli, con il bisogno di aiuto da parte della femmina durante il periodo della cova; gli esempi di fedele monogamia che esistono tra gli uccelli non provano nulla per gli uomini poiché questi non derivano certo da uccelli. E se una rigorosa monogamia è il culmine d'ogni virtù, la palma spetta alla tenia che in ciascuna delle sue proglottidi o segmenti del corpo, che vanno da cinquanta a duecento, possiede un completo apparato sessuale maschile e femminile e passa tutta la vita ad accoppiarsi con se stessa in ciascuno di questi segmenti. Ma se ci limitiamo ai mammiferi, troviamo tra loro tutte le forme di vita sessuale: promiscuità, tracce di matrimoni di gruppo, poligamia, monogamia. Manca solo la poliandria, a cui poteva arrivare solamente l'uomo.

I nostri stessi prossimi parenti, i quadrumani, ci offrono ogni possibile differenziazione nel raggruppamento di maschi e di femmine; e se noi restringiamo ancora di più i limiti e consideriamo solo le quattro scimmie antropomorfe, Letourneau sa dirci soltanto che queste ora sono monogame ora poligame, mentre Saussure (6), citato da Giraud-Teulon, sostiene che sono monogame. Anche le affermazioni più recenti fatte da Westermarck (7) (History of Human Marriage, London, 1891) in favore della monogamia delle scimmie antropomorfe, non sono per nulla probanti. In breve, le notizie che abbiamo sono tali che l'onesto Letourneau fa le seguenti ammissioni: «Del resto non esiste nei mammiferi assolutamente nessun rigoroso rapporto tra il grado dello sviluppo intellettuale e la forma del commercio sessuale». Ed Espinas (8) (Des sociétés animales, 1877) aggiunge:

L'orda è il più alto gruppo sociale che possiamo osservare tra le bestie. Essa è, a quel che sembra, composta di famiglie, ma già fin dall'inizio, famiglia e orda sono in contrasto: esse si sviluppano in rapporto inverso.

Come mostra ciò che abbiamo detto, sulle famiglie e altri gruppi sociali delle scimmie antropomorfe, di veramente preciso non conosciamo pressoché nulla. Le notizie sono indiretta contraddizione l'una con l'altra. Né c'è da meravigliarsene. Se piene di contraddizioni e bisognose di analisi critica e di vaglio sono le notizie che possediamo sulle tribù umane allo stato selvaggio, di gran lunga più arduo è l'osservare società di scimmie che non sia l'osservare società umane. Fino a prova contraria, dunque, dobbiamo respingere ogni conclusione tratta da tali informazioni, assolutamente malfide.

Invece, la frase di Espinas, da noi citata, ci offre un miglior punto d'appoggio. Orda e famiglia, negli animali superiori, non si completano reciprocamente, ma sono in contrasto. Espinas espone assai felicemente come la gelosia dei maschi, in periodo di calore, renda rilassati o temporaneamente sciolga i vincoli in ogni orda.

Dove la famiglia è molto compatta, solo in rari casi eccezionali si formano orde. Invece, dove libero commercio sessuale o poligamia dominano, l'orda si forma in modo quasi spontaneo... Perché un'orda possa formarsi, i legami familiari devono essersi rilassati e l'individuo deve essere ridivenuto libero. Perciò tanto di rado troviamo tra gli uccelli orde organizzate... Tra i mammiferi invece troviamo, in certo qual modo, società organizzate, precisamente perché qui l'individuo non si dissolve nella famiglia... Il sentimento comune dell'orda in sul nascere non deve quindi aver avuto peggior nemico del sentimento comune della famiglia. Non esitiamo ad esprimerci nel senso che se si è sviluppata una forma sociale più alta della famiglia, ciò può essere accaduto solo per il fatto che essa ha assimilato in sé famiglie che avevano subito un radicale cambiamento; il che non esclude che queste famiglie abbiano trovato, più tardi, precisamente perciò la possibilità di ricostruirsi in condizioni infinitamente più favorevoli (Espinas, op. cit., citato in Giraud-Teulon, Origines du mariage et de la famille, 1884, pp. 518-520).

E evidente dunque che le società animali hanno un certo valore per trarre conclusioni retrospettive sulle società umane, ma un valore solo negativo. I vertebrati superiori conoscono, per quel che ne sappiamo, solo due forme di famiglia: poligamia e coppie separate; in entrambe è ammesso un maschio adulto, solo un marito. La gelosia del maschio, insieme legame e limite della famiglia, mette la famiglia animale in antagonismo con l'orda. L'orda, la forma superiore di associazione, diventa qui impossibile, e là si rilassa o, durante il periodo di calore, si dissolve e, nel migliore dei casi, il suo sviluppo progressivo viene ostacolato dalla gelosia dei maschi. Solo questo basta a dimostrare che la famiglia animale e la società umana primitiva sono cose tra loro incompatibili e che, nello sforzo di sollevarsi dalla ferinità, gli uomini primitivi, o non conobbero la famiglia, o al massimo ne conobbero una che non esiste nel mondo animale.

Un animale inerme come era l'uomo che si andava formando, poteva tirare avanti in piccolo numero anche in quell'isolamento, la cui superiore forma sociale è la coppia separata, quale Westermarck, sulla scorta di resoconti di cacciatori, attribuiva al gorilla e allo scimpanzé.

Per uno sviluppo che esca dalla animalità, per il compimento del più grande progresso che la natura presenta, ci voleva un ulteriore elemento: la sostituzione della scarsa capacità di difesa dell'individuo mediante la forza unita e la cooperazione dell'orda. Il passaggio dalle condizioni in cui vivono oggi le scimmie antropomorfe allo stato umano sarebbe veramente inspiegabile; queste scimmie danno assai più l'impressione di essere rami collaterali smarriti che vanno incontro a graduale estinzione e che, in ogni modo, sono in declino. Questo solo basta a respingere ogni conclusione che porta ad un parallelismo tra le loro forme di famiglie e quelle degli uomini primitivi. La tolleranza reciproca dei maschi adulti, la mancanza di gelosia fu però la prima condizione per la formazione di tali gruppi alquanto vasti e duraturi entro i quali soltanto poté compiersi il passaggio dall'animale all'uomo. E in effetti, qual è la forma di famiglia che noi troviamo come la più antica e primitiva di cui possiamo provare inconfutabilmente l'esistenza storica e che ancora oggi possiamo studiare qua e là? Il matrimonio a gruppi, la forma nella quale interi gruppi di uomini e interi gruppi di donne si possiedono reciprocamente e che lascia poco spazio per la gelosia.

Inoltre, troviamo, in uno stadio di sviluppo più tardo, la forma eccezionale della poliandria, che tanto più fa a pugni con tutti i sentimenti di gelosia ed è perciò sconosciuta agli animali. Ma, poiché le forme a noi note di matrimoni di gruppo sono accompagnate da condizioni così particolarmente complicate da rimandare, necessariamente, a forme anteriori più semplici del commercio sessuale e perciò in ultima istanza ad un periodo di commercio promiscuo corrispondente al passaggio dalla animalità all'umanità, i riferimenti ai matrimoni animali ci riportano precisamente al punto da cui dovevamo allontanarci una volta per tutte.

Che cosa vuol dire, infatti, commercio sessuale promiscuo? Vuol dire che le limitazioni proibitive in vigore oggi o in un'epoca anteriore non erano allora in vigore. Le limitazioni della gelosia le abbiamo già viste cadere. Se un fatto rimane ben fermo è che la gelosia è un sentimento sviluppatosi relativamente tardi. Lo stesso vale per l'idea di incesto. Non soltanto originariamente fratello e sorella erano marito e moglie, ma anche il commercio sessuale tra genitori e figli, ancor oggi, è ammesso tra molti popoli. Bancroft (The native Races of the Pacific States of North America, 1875, vol. I) (9) testimonia ciò a proposito dei Caviati dello stretto di Behring, dei Kadiaki della zona dell'Alasca, dei Tinnehs dell'interno dell'America del Nord britannica; Letourneau raccoglie resoconti sugli stessi fatti a proposito degli Indiani Chippeway, dei Cucu del Cile, dei Caraibi, dei Karen dell'India posteriore (10), per tacere dei racconti degli antichi Greci e Romani sui Parti, i Persiani, gli Sciti, gli Unni ecc.

Prima che l'incesto fosse inventato (ed esso è veramente un'invenzione e per giunta preziosissima), il commercio sessuale tra genitori e figli non poteva suscitare scandalo maggiore delle unioni tra persone appartenenti a generazioni differenti, e ciò accade anche oggi persino nei paesi più filistei senza suscitare grande orrore. Perfino «zitelle» attempate che hanno passato la sessantina sposano talvolta, se hanno abbastanza denaro, giovanotti trentenni. Ma, se togliamo dalle forme familiari più primitive che conosciamo le idee di incesto collegate ad esse, idee che sono totalmente diverse dalle nostre, e che di frequente sono in diretta contraddizione con esse, giungiamo ad una forma di commercio sessuale che si può chiamare solo privo di norme. Privo di norme, in quanto che le limitazioni imposte più tardi dal costume non esistevano ancora. Ma da ciò non conseguono affatto necessariamente, nella prassi quotidiana, confusione e disordine. Non sono affatto esclusi temporanei accoppiamenti singoli; i quali infatti nei matrimoni di gruppo formano la maggior parte dei casi. E se il più recente sostenitore della inesistenza d'un tale stato di cose primitivo, Westermarck, indica col nome di matrimonio ogni stato di cose in cui il maschio e la femmina rimangono appaiati fino alla nascita della prole, c'è da dire che questa specie di matrimonio poteva benissimo incontrarsi nello stato di commercio sessuale promiscuo, senza contraddizione con la promiscuità, cioè con l'assenza di limitazioni poste al commercio sessuale dalla consuetudine.

Westermarck prende certamente le mosse dall'opinione che «assenza di norme implica la compressione delle tendenze individuali» così che «la prostituzione è la forma più autentica di essa». Mi sembra invece che ogni intelligenza delle condizioni primitive rimanga impossibile finché si guardano attraverso le lenti del bordello. Torneremo ancora su questo punto, parlando del matrimonio di gruppo.
Secondo Morgan, da questo stato primitivo di commercio promiscuo, verosimilmente si sviluppò assai presto:

1. La famiglia consanguinea, primo stadio della famiglia. Qui i gruppi matrimoniali sono separati per generazioni. Tutti i nonni e le nonne nell'ambito della famiglia sono, tutti insieme tra loro, marito e moglie e così i loro figli, cioè i padri e le madri, come anche i figli di costoro formeranno alla loro volta una terza cerchia di coniugi comuni e i figli di costoro, pronipoti dei primi, ne formeranno una quarta. In questa forma familiare quindi, solo ascendenti e discendenti, padri e figli, sono esclusi dai diritti, così come dai doveri (diremmo noi), del matrimonio tra loro. Fratelli e sorelle, cugini e cugine di primo, secondo e più largo grado, sono tutti, tra loro, fratelli e sorelle e, appunto perciò, tutti marito e moglie l'uno dell'altra. Il rapporto tra fratello e sorella include, in questo stadio, il vicendevole commercio sessuale (11). La forma tipica di una tale famiglia consisterebbe nella discendenza di una coppia, i cui discendenti di ogni singolo grado sono, a loro volta, fratelli e sorelle tra loro e per questo appunto marito e moglie.

La famiglia consanguinea è scomparsa e nemmeno i popoli più rozzi di cui parla la storia suggeriscono alcun esempio dimostrabile di un tale fenomeno. Ma che questa famiglia deve essere esistita ci costringe a pensarlo il sistema di parentela hawaiano ancor oggi in vigore in tutta la Polinesia e che esprime un grado di consanguineità quale può sorgere solo in questa forma di famiglia; e ci costringe a pensarlo anche tutto l'ulteriore sviluppo della famiglia che presuppone quella forma come necessario stadio anteriore.

2. La famiglia punalua. Se il primo progresso dell'organizzazione consistette nella esclusione di genitori e figli dal reciproco commercio sessuale, il secondo consistette nell'esclusione di sorelle e fratelli. Questo progresso, essendo gli interessati più vicini tra loro negli anni, fu infinitamente più importante, ma anche più difficile del primo. Si compì a poco a poco, cominciando verosimilmente con l'esclusione dal commercio sessuale di fratelli e sorelle carnali (cioè per parte di madre), esclusione che si ebbe, dapprima, in singoli casi, che divenne a poco a poco regolare (nelle Hawai in questo secolo si trovavano ancora delle eccezioni) e terminò con la proibizione del matrimonio anche tra fratelli e sorelle di ramo collaterale, cioè, secondo la terminologia, fra figli, nipoti e pronipoti di fratelli e sorelle; secondo Morgan, un tale progresso «forma una eccellente illustrazione del come opera il principio della selezione naturale».

Indubbiamente le tribù in cui l'unione tra consanguinei fu limitata da questo progresso, dovettero svilupparsi in maniera più rapida e perfetta di quelle in cui il matrimonio tra fratelli e sorelle rimase regola e precetto. E quanto fortemente fosse sentito l'effetto di questo progresso, lo dimostra l'istituzione della gens, istituzione sorta direttamente da esso, e che si spinse molto al di là del fine che si prefiggeva. La gens forma la base dell'ordinamento sociale della maggior parte, se non di tutti i popoli barbari della terra e da essa, nella Grecia e a Roma, entriamo direttamente nella civiltà.

Ogni famiglia primitiva doveva scindersi, al più tardi dopo un paio di generazioni. La primitiva amministrazione collettiva comunistica, che dominò senza eccezioni fino al cuore della barbarie media, determinava una estensione massima della comunità familiare, mutevole secondo le condizioni, ma abbastanza precisa in ogni località. Appena nacque l'idea della sconvenienza del commercio sessuale tra figli della stessa madre, essa dovette far sentire la sua influenza in tali scissioni di antiche comunità domestiche e nella fondazione di nuove comunità domestiche (che però non coincidevano necessariamente con il gruppo familiare).

Una o più serie di sorelle costituirono il nucleo delle une, i loro fratelli carnali costituirono il nucleo delle altre. Più o meno così venne fuori dalla famiglia consanguinea la forma che Morgan ha chiamato famiglia punalua. Secondo il costume hawaiano, un numero di sorelle carnali o più lontane (cioè cugine di primo, secondo o più lontano grado) erano le mogli comuni dei loro comuni mariti dai quali però erano esclusi i propri fratelli. Questi mariti non si chiamavano più fratelli, anche perché essi non ne sentivano più la necessità, ma punalua, cioè compagno intimo, per così dire associé. Ugualmente, una serie di fratelli carnali o più lontani avevano in matrimonio comune un numero di donne non loro sorelle, che si chiamavano tra loro punalua. Questa è la fisionomia classica di una formazione familiare che permise più tardi una serie di variazioni e il cui essenziale tratto caratteristico era la reciproca comunanza di uomini e donne nell'interno di una determinata cerchia familiare, da cui però erano esclusi i fratelli delle donne, dapprima i carnali, poi anche i collaterali, così come, d'altro canto, erano anche escluse le sorelle degli uomini.

Questa forma di famiglia ci offre ora con la più grande precisione i gradi di parentela come sono espressi nel sistema americano. I figli delle sorelle di mia madre, sono ancor sempre figli di mia madre e così i figli dei fratelli di mio padre sono figli di mio padre e sono tutti miei fratelli e sorelle, ma i figli dei fratelli di mia madre sono nipoti di mia madre, i figli delle sorelle di mio padre sono nipoti di mio padre e sono tutti miei cugini e cugine. Mentre infatti i mariti delle sorelle di mia madre sono pur sempre mariti di mia madre e del pari le mogli dei fratelli di mio padre sono, di diritto se non sempre di fatto, mogli di mio padre, la proscrizione sociale del commercio sessuale tra fratelli e sorelle ha diviso in due classi i figli di fratelli e di sorelle, considerati fin qui indistintamente come fratelli e sorelle. Gli uni rimangono tra loro, come prima, fratelli e sorelle più lontani; gli altri, cioè, in un caso i figli del fratello, nell'altro quelli della sorella, non possono rimanere più a lungo fratelli e sorelle; non possono più avere genitori in comune, né padre, né madre, né entrambi e perciò, per la prima volta, diventa necessaria la classe dei nipoti, maschi e femmine, dei cugini e delle cugine, la quale, nel precedente ordinamento familiare, non avrebbe avuto senso.

Il sistema americano di parentela che appare un puro controsenso per ogni forma familiare fondata, in qualunque maniera, sul matrimonio monogamico, è chiarito razionalmente fin nei minimi particolari ed è motivato in maniera naturale dal sistema punalua. Esattamente fin dove si è diffuso questo sistema di parentela, esattamente fin là, per lo meno, deve essere esistita anche la famiglia punalua od una forma analoga (12).

Questa forma familiare, di cui nelle Hawai è stata dimostrata l'effettiva esistenza, con ogni probabilità ci sarebbe stata tramandata da tutta la Polinesia se i pii missionari, come un tempo i monaci spagnuoli in America, in tali relazioni anticristiane fossero stati capaci di vedere qualche cosa di più del semplice «abbominio» (13). Quando Cesare a proposito dei Britanni, che si trovavano allora nello stadio medio della barbarie, narra che «avevano, ogni dieci o dodici, le loro mogli in comune e precisamente, nel più dei casi, fratelli con fratelli, genitori con figli» (14), questo fatto si spiega nel modo migliore come matrimonio di gruppo. Le madri barbare non hanno dieci o dodici figli di età sufficiente per poter avere mogli in comune, ma il sistema di parentela americano, che corrisponde alla famiglia punalua, dà molti fratelli, poiché tutti i cugini, di primo o diverso grado, di un uomo, sono suoi fratelli. Il termine «genitori e figli» può esser nato da un fraintendimento di Cesare, ma che padre e figlio e madre e figlia potessero trovarsi nello stesso gruppo matrimoniale non è assolutamente escluso in questo sistema, mentre invece rimane impossibile la presenza di padre e figlia, di madre e figlio. Così, questa od altra analoga forma di matrimonio di gruppo fornisce la più ovvia spiegazione dei resoconti di Erodoto (15) e di altri antichi scrittori sulla comunanza di donne presso popoli selvaggi e barbari. Il che vale anche per ciò che Watson e Kaye, in The People of India (16), raccontano dei Tikur dell'Audh (a nord del Gange): «essi vivono insieme (cioè dal punto di vista sessuale) in maniera quasi indifferenziata, in grandi comunità, e se due persone sono considerate unite dal vincolo matrimoniale, questo legame tuttavia è solo nominale».

Direttamente dalla famiglia punalua sembra essere venuta fuori, nella stragrande maggioranza dei casi, l'istituzione della gens. In verità ce ne offre un punto di partenza anche il sistema di classi australiano. Gli australiani hanno gentes ma non ancora la famiglia punalua; bensí una forma più rozza del matrimonio di gruppo.

In tutte le forme di famiglia di gruppo è incerto chi sia il padre di un bambino, è certo però chi ne è la madre. Anche se costei chiama tutti i bambini di tutta la famiglia suoi figli, e ha verso di loro doveri di madre, essa tuttavia riconosce sempre i suoi propri figli carnali dagli altri. È quindi chiaro che, fino a quando sussiste il matrimonio di gruppo, solo la discendenza per parte di madre può essere indicata, e quindi solo la linea femminile è riconosciuta.

Questo è in effetti il caso di tutti i popoli appartenenti allo stadio selvaggio e allo stadio inferiore della barbarie. E il secondo grande merito di Bachofen sta appunto nell'aver fatto, per primo, questa scoperta. Egli indica questo riconoscimento esclusivo dell'ordine di discendenza per parte di madre e i rapporti di eredità che col tempo ne derivano, col nome di diritto matriarcale. Questa espressione, che mantengo per amor di brevità, è inesatta poiché in questo stadio della società non si può ancora parlare di diritto nel senso giuridico della parola.

Se prendiamo ora dalla famiglia punalua uno dei due gruppi modello e precisamente quello di una serie di sorelle carnali e di sorelle più lontane (cioè che discendono in primo, secondo o meno stretto grado da sorelle carnali) insieme ai loro figli e ai loro fratelli carnali o più lontani per parte di madre (che secondo il nostro presupposto non sono loro mariti) avremo esattamente la cerchia delle persone che più tardi appaiono come membri d'una gens nella forma primitiva di questa istituzione.

Tutti questi hanno una capostipite comune: per il fatto di discendere da essa, le discendenti di sesso femminile sono, di generazione in generazione, sorelle. I mariti di queste sorelle non possono però più essere i loro fratelli; quindi non possono discendere da questa capostipite, e quindi non rientrano nel gruppo consanguineo, in quella che sarà più tardi la gens. I loro figli, però, rientrano in questo gruppo, essendo la discendenza per parte di madre la sola decisiva, poiché è la sola certa. Dal momento in cui la proscrizione del commercio sessuale tra tutti i fratelli e sorelle e anche tra parenti collaterali più lontani per parte di madre è ormai cosa stabilita, anche il gruppo summenzionato si è trasformato in una gens, si è costituito cioè come una stabile cerchia di consanguinei di linea femminile che non possono sposarsi tra loro, e che, d'ora in poi, andrà sempre più consolidandosi attraverso altre comuni istituzioni di natura sociale e religiosa, differenziandosi dalle altre gentes della stessa tribù.

Più avanti parleremo in particolare di questo argomento. Ma, se noi troviamo non soltanto necessario, ma anche naturale che la gens si sviluppi dalla famiglia punalua, ci è facile ammettere l'esistenza in passato di questa forma familiare come quasi sicura per tutti i popoli presso cui si possono comprovare istituzioni gentilizie, cioè press'a poco tutti i popoli barbari e civili (17).

Quando Morgan scrisse il suo libro, la nostra conoscenza del matrimonio di gruppo era ancora molto limitata. Qualcosa si sapeva sui matrimoni di gruppo degli australiani organizzati in classi, e inoltre Morgan già dal 1871 aveva pubblicato (18) le notizie a lui pervenute sulla famiglia punalua delle Hawai. La famiglia punalua forniva, da una parte, la spiegazione completa del sistema di parentela vigente tra gli Indiani d'America; sistema che era stato il punto di partenza di tutte le sue indagini; essa formava d'altra parte il saldo punto di partenza per la derivazione della gens matriarcale, e rappresentava, infine, un ben più alto grado di sviluppo rispetto alle classi australiane. Era perciò comprensibile che Morgan concepisse la famiglia punalua come il grado di sviluppo necessariamente antecedente al matrimonio di coppia e le attribuisse una diffusione generale nelle epoche precedenti. Dopo di allora abbiamo conosciuto una serie di altre forme di matrimoni di gruppo e sappiamo adesso che Morgan, in questo caso, si spinse troppo in là. Ma egli ebbe tuttavia la fortuna di imbattersi con la sua famiglia punalua nella forma più alta, classica, del matrimonio di gruppo; e in quella forma grazie alla quale si chiarisce nel più semplice dei modi il passaggio ad una forma superiore.

L'arricchimento più sostanziale delle nostre cognizioni sul matrimonio di gruppo lo dobbiamo al missionario inglese Lorimer Fison (19), che per anni studiò questa forma familiare nella sua sede classica, l'Australia. Lo stadio di sviluppo più basso lo trovò tra i negri australiani del monte Gambier, nell'Australia meridionale. Qui l'intera tribú è divisa in grandi classi: Kroki e Kumiti. Il commercio sessuale nell'interno di ciascuna di queste classi è severamente proibito; invece, ogni uomo di una classe è per nascita il consorte di ogni donna dell'altra classe, e costei è la sua consorte per nascita. Non gli individui, ma i gruppi interi sono sposati tra loro, classe con classe. E' da notar bene che qui non vien fatta in nessun luogo riserva di sorta per differenza di età o per speciali consanguineità, se si eccettua l'unica riserva condizionata dalla scissione della tribù in due classi esogame.

Un Kroki ha per legittima consorte ogni donna kumita; ma, poiché la propria figlia, in quanto nata da una Kumita, secondo il diritto matriarcale è del pari una Kumita, per nascita essa è perciò la moglie di ogni Kroki, e quindi anche del proprio padre. Per lo meno l'organizzazione in classi, così come ci si presenta, non frappone a ciò impedimenti di sorta. Dunque, o questa organizzazione è sorta in un tempo in cui, nonostante ogni oscuro impulso a limitare l'unione tra consanguinei, nel commercio sessuale tra genitori e figli ancora non si trovava nulla di così particolarmente orribile, ed allora il sistema di classi sarebbe direttamente sorto da uno stato in cui vige la promiscuità; o invece il commercio tra genitori e figli era già vietato rigorosamente dal costume quando sorsero le classi, ed allora lo stato di cose di quel tempo rimanda alla famiglia consanguinea e rappresenta il primo passo fuori di essa. L'ultima ipotesi è la più verosimile. Di esempi di rapporto coniugale tra genitori e figli, per quanto io ne sappia, in Australia non se ne trova traccia, ed. anche la forma successiva dell'esogamia, la gens matriarcale, presuppone di regola, tacitamente, il divieto di questo rapporto come cosa già esistente al tempo della sua fondazione.

Il sistema delle due classi lo si trova, oltre che sul monte Gambier nell'Australia meridionale, anche più ad oriente, sulle rive del fiume Darling, a nord-est, nel Queensland: esso è dunque largamente diffuso. Esso esclude soltanto le nozze tra fratelli e sorelle, tra figli di un fratello e tra figli di una sorella per parte di madre poiché costoro appartengono alla medesima classe; i figli di una sorella invece, e i figli di un fratello, possono sposarsi tra loro.

Un ulteriore passo avanti per impedire le unioni tra consanguinei lo troviamo tra i Kamilaroi delle rive del fiume Darling nella Nuova Galles del Sud, dove le due classi originarie si sono divise in quattro e ognuna di queste quattro classi in blocco è del pari sposata ad un'altra determinata classe. Le due prime classi sono, per natura, spose tra loro; a seconda che la madre apparteneva alla prima o alla seconda, i figli toccano alla terza o alla quarta; figli appartenenti a queste due classi parimenti sposate tra loro, rientrano a loro volta nella prima o nella seconda classe. Cosicché, sempre una generazione appartiene alla prima e alla seconda classe, la seguente alla terza e alla quarta e la susseguente di nuovo alla prima e alla seconda classe. Ne consegue che i figli di fratelli e sorelle (per parte di madre) non possono essere marito e moglie, ma possono però esserlo i nipoti di fratelli e sorelle. Questo ordinamento particolarmente complicato, si fa ancora più intricato per l'innesto, in ogni modo posteriore, di gentes matriarcali; ma non possiamo qui inoltrarci nella questione. Si vede appunto che la spinta ad evitare l'incesto acquista sempre i maggiore validità, ma procedendo assolutamente a tastoni ed in modo primitivo senza chiara coscienza del fine.

Il matrimonio di gruppo che qui in Australia è ancora un matrimonio a classi, uno stato matrimoniale di massa di un'intera classe di uomini, disseminata spesso sulla superficie dell'intero continente, con una classe di donne altrettanto diffusa, questo matrimonio di gruppo, guardato da vicino, non sembra così orribile come invece appare alle fantasie filistee abituate al regime del bordello. Al contrario, ci son voluti lunghi anni perché se ne sospettasse soltanto l'esistenza, la quale poi molto recentemente viene di nuovo contestata. All'osservatore superficiale questo sistema si presenta come monogamia alquanto rilassata e in qualche punto come poligamia accompagnata da occasionale infedeltà. Bisogna dedicare anni a questo studio, come hanno fatto Fison e Howitt (20), per scoprire in questi rapporti matrimoniali, che nella loro prassi sembrano piuttosto familiari al comune europeo, la legge che li regola, la legge, per cui lo straniero negro australiano, lontano migliaia di chilometri dalle sue contrade, tra gente di lingua a lui incomprensibile, tuttavia, non di rado, di accampamento in accampamento, di tribù in tribù trova delle donne disposte alle sue voglie senza riluttanza e di buon grado; la legge per la quale colui che possiede molte donne ne cede una per la notte al suo ospite.

Dunque, dove l'europeo vede immoralità e mancanza di una legge, nei fatti domina una legge rigorosa. Le donne appartengono alla classe matrimoniale dello straniero e sono perciò sue spose per nascita. La stessa legge morale che assegna la donna allo straniero e viceversa, proibisce, sotto pena di proscrizione, ogni commercio sessuale al di fuori delle classi matrimoniali di reciproca pertinenza. Anche dove le donne vengono sottratte mediante ratto, cosa di uso frequente e in certe contrade regolare, la legge di classe viene accuratamente rispettata.

Nel ratto di donne, del resto, affiora già qui una traccia del passaggio alla monogamia per lo meno nella forma di matrimonio di coppia. Se un giovane ha portato via, mediante ratto, una ragazza con l'aiuto dei suoi amici, essa viene posseduta da tutti costoro uno dopo l'altro, ma alla fine viene considerata moglie dell'organizzatore del ratto. E al contrario, se la donna rapita sfugge all'uomo e viene raccolta da un altro, diventa la moglie di quest'ultimo ed il primo ha perduto il suo privilegio.

Accanto e all'interno del matrimonio di gruppo che continua, in linea generale, a sussistere, si formano condizioni di esclusività, unioni di coppia di più o meno lunga durata accanto alla poligamia, cosicché il matrimonio di gruppo anche qui sta per morire e ci si domanda solo se, sotto l'influsso europeo, scomparirà per primo il matrimonio di gruppo o i negri dell'Australia che lo praticano.

Il matrimonio per intere classi, quale domina in Australia, è in ogni modo una forma originaria, assai rudimentale e primitiva, del matrimonio di gruppo, mentre la famiglia punalua, per quel che ci consta, rappresenta il più alto stadio di sviluppo di essa. Il primo appare come la forma corrispondente alla condizione sociale dei selvaggi ancora nomadi, la seconda presuppone colonie di comunità comunistiche, già relativamente salde, e conduce direttamente allo stadio di sviluppo immediatamente superiore. Tra questi due troveremo sicuramente ancora qualche stadio intermedio. Abbiamo così davanti a noi un campo di ricerche finora soltanto iniziato nel quale appena ora si muovono i primi passi.

3. La famiglia di coppia. Un certo matrimonio di coppia per un tempo più o meno lungo esisteva già al tempo del matrimonio di gruppo o ancora prima; l'uomo aveva una moglie principale (difficilmente potremmo già chiamarla moglie prediletta) tra le molte mogli ed egli era per lei il marito principale tra gli altri mariti. Questa circostanza ha non poco contribuito a confondere i missionari che vedono nel matrimonio di gruppo (21) ora una comunanza promiscua di donne, ora un arbitrario adulterio. Siffatto consuetudinario connubio, però, doveva sempre più consolidarsi quanto più la gens si veniva sviluppando e quanto più numerose divenivano le classi di «fratelli e sorelle» tra le quali il matrimonio era divenuto impossibile.

L'impulso dato dalla gens alla proibizione del matrimonio tra consanguinei si spinse ancor più in là. Così noi troviamo che tra gli Irochesi e la maggior parte degli altri Indiani viventi nello stadio inferiore della barbarie sono proibiti i matrimoni tra tutti i parenti compresi nel loro sistema, e ve ne sono più centinaia di specie. Con questo crescente intrecciarsi di proibizioni di matrimonio i matrimoni di gruppo divennero sempre più impossibili e furono rimpiazzati dalla famiglia di coppia.

In questo stadio un uomo vive insieme a una donna, ma sempre in maniera che la poligamia ed un'occasionale infedeltà rimangono diritto degli uomini, anche se la prima per ragioni economiche si verifica raramente, mentre dalle donne per la durata della vita in comune si pretende la più stretta fedeltà e il loro adulterio viene crudelmente punito. Ma il vincolo matrimoniale è da ognuna delle due parti facilmente dissolubile, e i figli, come prima, appartengono solo alla madre.

Anche in questa sempre più estesa esclusione dei consanguinei dal vincolo matrimoniale continua ad operare il principio della selezione naturale. Per usare le parole di Morgan:

I matrimoni tra gentes non consanguinee generavano una razza più forte, fisicamente e mentalmente; due tribù progredienti si mescolavano, e i crani e i cervelli nuovi si facevano naturalmente più grandi fino a contenere le capacità sommate delle due tribù.

Tribù con costituzione gentilizia dovettero così prendere il sopravvento su quelle rimaste più arretrate, o tirarsele dietro col loro esempio.
Lo sviluppo della famiglia nella storia primitiva consiste dunque nel costante restringersi della cerchia che originariamente abbracciava tutta la tribù nel cui ambito regna la comunanza coniugale tra i due sessi. Con l'esclusione continua, dapprima dei parenti più vicini, poi di quelli sempre più lontani e infine anche dei parenti soltanto acquisiti, ogni forma di matrimonio di gruppo diventa alla fine praticamente impossibile, e resta esclusivamente la coppia unica, ancora debolmente vincolata, la molecola, cioè, con la cui disgregazione il matrimonio in generale cessa.

Da ciò appare ormai quanto poco l'amore sessuale individuale, nel senso in cui noi oggi adoperiamo questa parola, abbia avuto a che vedere con l'origine della monogamia. Ancor più lo dimostra la prassi di tutti popoli che si trovano in questo stadio. Mentre nelle forme familiari anteriori gli uomini non dovevano mai essere in difficoltà per trovare donne, ma al contrario ne avevano più che a sufficienza, ora le donne diventavano rare e ricercate. Perciò col matrimonio di coppia comincia il ratto e la compera delle donne; sintomi largamente diffusi, null'altro però, di un mutamento molto più profondo.

Il pedante scozzese McLennan tuttavia ha trasformato questi sintomi, che sono puri e semplici metodi per procurarsi delle donne, in «matrimonio per ratto» e «matrimonio per compra» in classi particolari di famiglie. D'altronde anche tra gl'Indiani d'America e anche altrove (nel medesimo stadio), la conclusione del matrimonio non è un fatto che riguarda gli interessati, i quali spesso non vengono affatto interpellati, ma le loro madri. Spesso due persone che non si conoscono tra loro vengono fidanzate con questo sistema e apprendono la conclusione dell'affare quando il tempo delle nozze è ormai prossimo. Prima dello sposalizio il fidanzato fa regali ai parenti gentilizi della fidanzata (e dunque ai parenti materni di lei, e non al padre e al suo parentado), regali che fungono da prezzo pagato per la ragazza a lui ceduta. Il matrimonio può sciogliersi se uno dei due interessati lo desidera: pure poco per volta, in molte tribù, per es. tra gli Irochesi, si crea un'opinione pubblica sfavorevole a tali separazioni; in casi di conflitto intervengono come mediatori i parenti gentilizi delle due parti e, solo se questa mediazione non ha successo, ha luogo la separazione, in cui i figli rimangono alla madre e secondo cui ognuna delle parti è libera di contrarre nuove nozze.
il testo intero può essere trovato qui
http://www.resistenze.org/sito/ma/di/ce/mdce5n29b.htm

Ultima modifica di D.O.S. : 30-03-2007 alle 17:11.
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Old 30-03-2007, 23:13   #899
Maxmel
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Chiariamoci un attimo, a me interessava fornire le spiegazioni precedentemente richiestemi, e le ho date. Sinceramente non intendo spingermi molto oltre perchè conosco questo tipo di discussioni e il loro carattere infinito e sfinente

Cmq solo un accenno. E' evidente che è stata fornita un'idea di tipo etico (chiamiamola così) che si affianca ad altre idee diverse di tipo etico, ed è assurdo pensare - dovresti saperlo meglio di me - che non vi siano anche implicazioni di tipo politico e in ultima analisi giuridico. Si può discutere quindi sul merito degli argomenti, e sui limiti che devono essere posti alle proposte e quindi sulla modalità della proposta. Peraltro il riferimento al valore educativo della legge, che è un concetto che non mi esalta per i suoi grossi rischi illiberali, non è certo esclusivo di qualche "gerarca" della Chiesa... si potrebbero fare molti nomi tra politici che esplicitamente ed implicitamente vi fanno riferimento, o anche uomini di pensiero che oggi hanno riscosso anche discreti successi. Detto questo i discorsi possono tranquillamente essere prescrittivi, e sai questo cosa vuole dire: semplicemente enunciati che affermano come dovrebbero essere o non essere uno stato di cose... che è precisamente quanto fa chiunque; un enunciato descrittivo, di come cioè sono le cose in questo ambito non alcun senso. I discorsi descrittivi spettano ad altre discipline. L'importante è fissare limiti che consentano un discorso liberale... almeno dal mio punto di vista.
.
Ma che vi siano anche implicazioni dell'etica in campo normativo e politico è una cosa del tutto ovvia ( può voler dire tutto e niente) che l'una informi di sè le altre e pretenda di esaurirle molto meno e se posso condividere in parte posizioni moderate non posso farlo con quelle della Chiesa.
Ho già fatto notare l'asimetria esistente tra le posizioni, dove una è escludente l'altra ma non il viceversa. E ripeto valeva per l'aborto, valeva per il divorzio. Questo è il punto e anche il bandolo della matassa. Laddove una posizione lascia spazio alle possiblità e quindi alla scelta e all'individuo, l'altra no, esclude.
Per quanto riguarda la distinzione tra essere e dover essere dipende dal quanto forte si intendende la parola dovere (che poi dal "mio" modo di vedere anche i discorsi descrittivi sono valutativi e contengono quindi un giudizio di valore...)
Il ricorso alla persino legge e quindi non più alla prescrizione ma all'obbligo è poi intollerabile.
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Ultima modifica di Maxmel : 31-03-2007 alle 00:20.
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Aridatece la Dc

di Marco Travaglio

Racconta Indro Montanelli che, ai funerali di Alcide De Gasperi, tra gli incensi e le appropriazioni indebite clericali, si levò forte la voce di un laico che urlò: «De Gasperi era nostro, non vostro!». De Gasperi era cattolico e democristiano, ma non clericale. Forse perché austriaco, sapeva che cos'era lo Stato, e sapeva distinguerlo da quello Pontificio. Tant'è che, per aver rifiutato un'alleanza con i fascisti sponsorizzata dal Vaticano per il Comune di Roma, si vide annullare un'udienza dal Papa per i suoi 50 anni di nozze, e morì con quell'amarezza.
«Quando andava in chiesa con Andreotti - è Montanelli che scrive - De Gasperi parlava con Dio, Andreotti col prete».
Lo stesso si potrebbe dire di Beniamino Andreatta, spirato l'altro giorno dopo un lungo sonno 2599 giorni: anche lui cattolico e democristianissimo, preferiva i laici risorgimentali come Paolo Sylos Labini a certi cattoclericali. E sapeva diventare quasi anticlericale quando il Vaticano invocava indecenti immunità per i traffici dello Ior di Marcinkus e mercanteggiava indulgenze per i vari Gelli, Calvi e Sindona.
Il senso dello Stato, il rigore, la questione morale, l'etica della responsabilità, la laicità contro tutti i loro nemici: il familismo amorale e il clericalismo assistenziale di una certa Dc («ciascuno attinge alla sapienza e cerca di tradurla in azione, senza la sacrilega convinzione di coinvolgere Dio nelle sue scelte»), la «voglia di egemonia» del comunismo, la volgare protervia del craxismo («nazional-socialismo») con i suoi epigoni più pittoreschi (quel Rino Formica meravigliosamente ribattezzato «commercialista di Bari»), naturalmente il berlusconismo («deriva plebiscitaria e bonapartista», «paccottiglia», «parodia di destra gaglioffa» verso cui «ho una pregiudiziale morale»).
Lo stesso si può dire di Oscar Luigi Scalfaro, che avendo collaborato a scrivere la Costituzione la conosce e la difende dalle controriforme delle varie Bicamerali e baite del Cadore, ma pure dagli attentati di un episcopato che ieri s'è posto per la prima volta al di fuori del Concordato e dalla Costituzione, invocando un'impossibile obbedienza dai parlamentari cattolici intorno alla discriminazione delle coppie omosessuali. Se i vescovi, infatti, pretendono di bloccare la parificazione dei diritti fra le unioni di fatto eterosessuali e omosessuali in nome della «differenza sessuale», l'articolo 3 della Costituzione sancisce l'eguaglianza di «tutti i cittadini davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali» e indica tra i compiti della Repubblica quello di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana». È su questa Costituzione che giurano i ministri e i parlamentari, non su un'altra.
I democristiani migliori l'han sempre saputo e ne han sempre tenuto conto. Ma oggi, a parte qualche ottuagenario, di quella tradizione non si rinviene più traccia. Bisogna andare all'estero. Nella cattolicissima Spagna, per esempio, dove non Zapatero, ma il democristianissimo Aznar varò non i pallidi Dico, ma i Pacs, respingendo al mittente le timide resistenze dell'episcopato. Oppure nella Germania della turbodemocristiana Angela Merkel che l'altro giorno ha spiegato al Papa, rispettosa ma ferma, la sua posizione sulle radici cristiane d'Europa: «Capisco, anch'io penso che l'Europa derivi dall'eredità giudaico-cristiana, ma esistono anche altre tradizioni secolari, secondo le quali nei documenti ufficiali degli Stati non ci possono essere riferimenti alla fede. E noi dobbiamo tener conto di tutte le diverse visioni politiche».
È troppo pretendere che qualcuno, nel nostro paese che di partiti democristiani ne ha una dozzina, senza contare le orde di ateoclericaldivorziati in coda per il Family Day con amante al seguito, parli e faccia come Aznar, la Merkel, Andreatta, Scalfaro? Cos'abbiamo fatto di male per chiedere, nel 2007, di poter morire almeno democristiani?

Marco Travaglio

Fonte: www.unita.it
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