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Old 28-03-2006, 17:25   #101
FabioGreggio
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Originariamente inviato da shambler1
Ecco perchè confezioni "messaggi convincenti" di questo tenore: soffri di un disprezzo patologico, allucinato e angoscioso per l'Italia .
Disprezzo per l'Italia?
Secondo me dovresti mangiare leggero a mezzogiorno.
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Old 28-03-2006, 17:26   #102
generals
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Originariamente inviato da zerothehero
Nessuna arrampicata negli specchi..non devo difendere nessuno, dato che non ci guadagno nulla.

Non basta vedere i dati del 2001, bisogna vedere quelli cumulati del 97-98-99-2000 in cui il pil è sempre sotto la media europea.
Se non cresco alla pari degli altri paesi per 4 anni e poi raggiungo a stento il pil "medio" nel 2001 non è un buon risultato, in quanto nei 4 anni precedenti gli altri paesi si sono "arricchiti" più dell'italia, lasciando indietro il nostro paese.
Conta relativamente il risultato finale....ogni anno è una gara dei cento metri.
Paradossamente è molto meglio fare bene per 4 anni in economia (crescendo sopra la media, magari) e poi andare male nel 5 anno..nessuno sarebbe così matto da dire che un governo che realizzasse quest'obiettivo avrebbe malgovernato.
Se su 5 gare ne perdo 4, c'è *qualche* piccolo problema strutturale.
Non basta quindi cacciare Berlusconi se poi non si fanno delle riforme serie (che costano da un punto di vista sociale e sono impopolari) in grado di far ripartire l'economia, perchè il problema è più di lungo periodo e inizia negli anni 90.
ah in questo senso hai ragione, avevo capito l'opposto.
Cmq certo ci vogliono le riforme strutturali e fatte con criterio ma già se va via Berl il Paese e lo stesso centro destra ne guadagna sin da subito in termini economici (perchè non c'è sempre una forza orientata a tutelare solo i suoi interessi, quindi con effetti distorsivi enormi) ed anche in credibilità sui mercati e a livello politico (vedi caso Cina di poco fa). Ciao
__________________
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Old 28-03-2006, 17:53   #103
shambler1
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Iscritto dal: Jul 2001
Messaggi: 2776
Quote:
Originariamente inviato da FabioGreggio
Disprezzo per l'Italia?
Secondo me dovresti mangiare leggero a mezzogiorno.
Quote:
L'Italia ha dato fiducia a Berlusconi perchè è nell'indole italiana la figura del Conducator che risolve sbrigativamente i problemi.
Da Cesare a Mussolini, dai Principi feudali a Craxi fino a Berlusconi c'è il carattere bokkalone di un popolo mai protagonista.
Gli Italiani non sono ne grandeur come i Francesi, ne rigidi come gli spagnoli, ne determinati come gli anglosssoni.
Somigliano un poò ai Tedeschi: anche loro non sono inclini a ribellioni o rivoluzioni, ma demnadano tutto all'Omone di turno, dall'Imperatore al Dittatore. Loro però sono capaci di grandi slanci filosofici, da Martin Lutero a Marx fino a Freud.
Noi arriviamo al massimo a Macchiavelli, ovvero l'arte dell'azzeccagarbugli.
i.
Allora chi ha scritto un paragrafo con minimo un luogo (greve) comune per ogni riga?
senza offesa, capisca la necessità di esprimersi in modo semplice cosi tutti capiscono ma mi sembra vagamente qualunquista come ragionamento , non è certo il tipo di analisi che scriveresti lavorando per qualche rivista.


A proposito: potresti riprendere in mano il libro del liceo dove è spiegato chiaramente che Niccolo Machiavelli , ben lungi dall'essere quello che dici tu , era una figura "morale" e la sua è una denuncia spietata al potere.

Ma immagino che, visto che ignorante non sei, queste cosa gia le sappia benissimo.

Ultima modifica di shambler1 : 28-03-2006 alle 18:32.
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Old 28-03-2006, 18:14   #104
nothinghr
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L'Avatar di nothinghr
 
Iscritto dal: Mar 2002
Città: Firenze
Messaggi: 1091
L'economia italiana, com'era nelle attese, ha segnato il passo nel quarto trimestre 2005, dopo il recupero del Pil nella parte centrale dell'anno e il brutto avvio del primo trimestre, in un contesto di persistente debolezza dell'attività industriale, a sua volta frenata dalla perdita di slancio delle esportazioni e da una domanda interna che continua a ristagnare. I conti economici trimestrali, resi noti dall'Istat il 28 marzo, sono in linea con le stime annuali del 1° marzo. I valori destagionalizzati e corretti con il numero di giorni lavorativi mostrano una crescita del Pil pari a zero sul periodo precedente, che si attesta a +0,5% in termini annui; il dato tendenziale corregge marginalmente la dinamica pressoché impercettibile del secondo e terzo trimestre. L'ultimo quarto dello scorso anno si è confermato, quindi, un periodo difficile per la nostra economia, che non ha ancora imboccato la strada della ripresa, nonostante qualche progresso rispetto alla fase iniziale del 2005. L'attività produttiva non sembra a tutt'oggi uscire dalla fase di stagnazione che la caratterizza ormai da un quinquennio, non manifestando significativi spunti di risveglio. L'effetto di trascinamento del quarto trimestre sull'intero 2006 rimane, inoltre, modesto ed è pari a +0,3%; esso rappresenta, in altre parole, la variazione che si otterrebbe nella media dell'anno se il livello del Pil restasse fermo in tutti e quattro i trimestri. Nel quarto trimestre 2005 si registra, in particolare, un contributo leggermente sfavorevole del commercio estero (esportazioni nette), ma anche la conferma del ristagno della domanda interna, legato alla perdurante debolezza dei consumi; nello stesso tempo, si verifica un nuovo accumulo di scorte, che influenza l'andamento della produzione industriale (e del Pil) nella prima metà dell'anno. Questa evoluzione sconta un aumento del Pil intorno all'1%, o solo di poco superiore, nella media del 2006.

Con la crescita zero del 2005, così come nel 2003 e a fronte dell'1,1% nel 2004, l'economia italiana ha fatto segnare, dunque, il peggior risultato dal 1993 (-0,9%) e si è confermata il fanalino di coda dell'area euro, dove il Pil è invece aumentato dell'1,3% nel suo complesso. Se si tiene conto dei giorni lavorativi in meno (quattro) rispetto a un anno prima, la variazione è pari a +0,1%, ma resta pur sempre impercettibile. E' quanto mettono in evidenza i conti economici nazionali 2001-2005, resi noti dall'Istat il 1° marzo, nella periodica revisione generale realizzata secondo le regole dell'Unione europea, che ha visto il passaggio al nuovo sistema dei conti Sec 2000. La stima monetaria del Pil, in particolare, è stata rivalutata del 2,5-2,8% nel quinquennio, grazie al miglioramento dei metodi e delle fonti statistiche utilizzate; i servizi di intermediazione finanziaria indirettamente misurati (Sifim) sono stati, a loro volta, allocati nei settori utilizzatori finali, innalzando il livello dei consumi privati e pubblici, così come delle esportazioni e importazioni. Il ritocco in aumento del calcolo del Pil ha, inoltre, lievemente ridimensionato l'incidenza dei principali aggregati del bilancio pubblico (spese, pressione fiscale, debito), rendendo un po' meno pesanti i relativi parametri, a cominciare dal rapporto debito/Pil. Ma la tendenza al deterioramento degli ultimi anni non cambia, trattandosi di un recupero solo apparente.

Nello scenario di una buona tenuta della ripresa nell'economia internazionale, trainata dagli Stati Uniti e dai paesi emergenti dell'Asia (Cina e India in testa), a cui si è di recente aggiunto il Giappone, Eurolandia rimane l'unica grande area economica a crescita ridotta: il Pil, nel quarto trimestre 2005, ha confermato la sua modesta velocità di espansione, mettendo a segno lo 0,3% in termini congiunturali e l'1,7% in quelli tendenziali (+0,6% e +1,6% rispettivamente nel terzo trimestre). L'aumento medio annuo per il 2005 è, invece, pari all'1,3% nel complesso dell'eurozona. Considerando, in particolare, i maggiori paesi, il quadro appare a luci e ombre; se permangono molti dubbi, infatti, sullo stato di salute italiano, l'economia tedesca incomincia a manifestare chiari segni di ripresa, mentre quelle francese, spagnola e britannica (quest'ultima fuori dall'eurozona) si presentano certamente meglio impostate. Il cambio meno forte, poi, da un lato può alimentare la dinamica dei prezzi in Europa, ma dall'altro ridà fiato alla competitività delle imprese, favorendo la crescita delle esportazioni.

Il difficile momento congiunturale della nostra economia è confermato dal risultato a consuntivo dello scorso anno, che sconta l'effetto frenante nella prima parte dell'apprezzamento dell'euro sulla domanda estera, le continue impennate del petrolio e la sempre diffusa incertezza nella fiducia (e nei comportamenti di spesa) delle famiglie e delle imprese sul fronte interno. Nei dati complessivi del 2005, in linea con le più recenti attese, la produzione industriale continua a mostrare una prolungata fase di ristagno; e il suo andamento tendenzialmente stazionario trova riscontro nella mancata svolta ciclica favorevole, che interessa tuttora la maggioranza dei comparti manifatturieri. Segnali di difficoltà, sia pure episodici e intermittenti, arrivano inoltre dai settori dei servizi. Nella prima metà del 2006, la domanda mondiale sempre vivace e il graduale rafforzamento di quella interna (investimenti) dovrebbero dare un po' di vigore alla dinamica del Pil, bilanciando così la passata influenza negativa del tasso di cambio. Prospettive meno incerte per la congiuntura italiana sono delineate, infine, dagli indicatori anticipatori dell'attività economica - come quelli elaborati dall'Isae e dalla Banca d'Italia - che mostrano un profilo ciclico orientato a una moderata ripresa, dopo aver fatto segnare un significativo rialzo per buona parte del 2005.

Il triennio 2002-2004 si è svolto, in particolare, per l'economia italiana nel segno della più completa stagnazione: la crescita del Pil è stata di appena lo 0,5% medio annuo e per trovare un valore più basso occorre tornare a dieci anni prima (1993). Una performance così mediocre ha collocato il nostro paese nelle posizioni di coda nell'area dell'euro, cresciuta in media dell'1,2% nello stesso periodo (+0,9% nel 2002, +0,7% nel 2003 e +2,1% nel 2004), mentre solo la Germania non è riuscita a fare meglio dell'Italia. La fase di ristagno è da ricondurre a una serie di fattori negativi, dalla perdurante debolezza della domanda interna alle difficoltà delle esportazioni per il rafforzamento del cambio e la crisi di competitività nei grandi mercati di sbocco. Il 2005, poi, ha mostrato un andamento preoccupante; incombono, infatti, sia gli squilibri che condizionano le prospettive a medio termine dell'economia americana, a cominciare dalla debolezza del dollaro, sia la sempre diffusa instabilità geopolitica internazionale. La ripresa si delinea, pertanto, necessariamente lenta e potrà prendere un po' di vigore non prima del 2006 inoltrato. I dati completi e in dettaglio dei conti economici trimestrali mettono in evidenza un profilo congiunturale nel complesso stagnante, su cui peraltro esercita qualche influenza la composizione del calendario. Ma non si tratta di un'evoluzione a sorpresa: è stata questa la dinamica della crescita prevalente in Europa e l'Italia non ha potuto certo fare eccezione, manifestando anzi un più accentuato deterioramento.

Sull'onda della sensibile frenata della congiuntura internazionale, l'economia italiana - com'era, del resto, nelle attese - aveva fatto segnare già nel 2001 un netto rallentamento del suo ritmo di sviluppo. Dopo la buona performance dei primi tre mesi, il Pil non aveva infatti registrato ulteriori aumenti nei successivi periodi, andando così a chiudere l'anno su un incremento medio dell'1,8% (dal 3,6% messo a segno nel 2000), ma solo grazie al trascinamento dell'ultimo quarto del 2000 e del trimestre iniziale del 2001. La battuta d'arresto è stata, soprattutto, la conseguenza dello sfavorevole andamento dell'industria manifatturiera, mentre i servizi e le costruzioni hanno messo in evidenza una sostanziale tenuta, anche se con una dinamica in progressiva frenata.

Dal lato della domanda interna, la perdita di colpi della crescita ha risentito del ristagno dei consumi privati e della caduta degli investimenti. Per quanto concerne la spesa delle famiglie, hanno influito sia l'erosione del potere d'acquisto, indotta dal risveglio dell'inflazione nella prima metà del 2001 e successivamente dall'effetto changeover dell'euro, sia le negative conseguenze del crollo della fiducia. Sulla frenata degli investimenti si è fatto sentire, invece, l'effetto altalenante della recente legge di incentivazione fiscale (Tremonti bis), insieme all'incertezza sulle prospettive della domanda nel contesto di un rallentamento della congiuntura interazionale. Se la domanda estera netta ha fornito nel 2002-2003 e nel 2005 un contributo negativo alla crescita, anche su quella interna i problemi non sono dunque mancati: la compressione del reddito disponibile delle famiglie, con un potere d’acquisto in crescita zero tra moderazione salariale, inflazione sempre significativa ed elevata pressione fiscale, ha determinato un’evoluzione dei consumi privati che è proceduta con il freno tirato, rendendo così ancora deboli i sintomi di ripresa dell’economia. Questa crescita dal passo lento e incerto ha portato a un consuntivo di aumento del Pil per il periodo 2001-2005 pari ad appena lo 0,6% in media.
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