ESA Solar Orbiter ha studiato il flusso di elettroni superveloci rilasciati dal Sole
Grazie alla sonda spaziale ESA Solar Orbiter (lanciata nel 2020) è stato possibile studiare per un lungo periodo di tempo le emissioni del Sole e in particolare l flusso di elettroni superveloci rilasciati dalla nostra stella.
di Mattia Speroni pubblicata il 11 Settembre 2025, alle 07:01 nel canale Scienza e tecnologiaESA
Alcune settimane fa avevamo riportato di come la missione ESA Solar Orbiter fosse riuscita a catturare un'immagine del polo sud del Sole, mostrando una zona della nostra stella difficile da vedere da altre missioni. La stessa sonda spaziale (lanciata a febbraio 2020) ha però raccolto altri dati di un fenomeno interessante che può aiutare gli scienziati a comprendere come si comporta la stella e anche proteggere la Terra.

Secondo quanto riportato dall'agenzia spaziale europea è stato fatto un passo avanti cruciale nella comprensione dei fenomeni solari, identificando due distinti gruppi di particelle energetiche emesse dal Sole, gli Elettroni Energetici Solari (SEE). Questi elettroni, accelerati fino a velocità prossime a quella della luce, sono stati ricondotti a due diversi tipi di eruzioni solari: i brillamenti solari, esplosioni intense originate da piccole regioni sulla superficie del Sole, e le eiezioni di massa coronale (CME), eruzioni più estese di gas caldo provenienti dall'atmosfera solare.

Alexander Warmuth, autore principale dello studio dal titolo CoSEE-Cat: A Comprehensive Solar Energetic Electron event Catalogue obtained from combined in situ and remote-sensing observations from Solar Orbiter, i ricercatori hanno osservato una chiara distinzione tra eventi "impulsivi", legati ai brillamenti solari, e eventi "graduali", associati alle CME, che rilasciano particelle su periodi più lunghi. Grazie alla capacità di ESA Solar Orbiter di avvicinarsi al Sole, gli scienziati hanno potuto analizzare centinaia di eventi SEE tra novembre 2020 e dicembre 2022, utilizzando otto dei dieci strumenti della sonda spaziale.
Grazie alla grande quantità di dati raccolti è stato possibile tracciare con precisione l'origine di queste particelle e il loro comportamento nello Spazio. Frederic Schuller (co-autore dello studio) ha dichiarato "per la prima volta che vediamo chiaramente questa connessione tra gli elettroni energetici nello Spazio e i loro eventi di origine che si svolgono al Sole. Abbiamo misurato le particelle in situ – cioè Solar Orbiter ha effettivamente volato attraverso i flussi di elettroni – usando il rilevatore di particelle energetiche della sonda, utilizzando contemporaneamente più strumenti della sonda per osservare ciò che stava accadendo al Sole. Abbiamo anche raccolto informazioni sull'ambiente spaziale tra il Sole e la navicella".

Sempre stando alle informazioni, gli elettroni non possono viaggiare liberamente nello Spazio ma incontrano turbolenze e campi magnetici che modificano le traiettorie e li disperdono causando ritardi che si accentuano via via che ci si allontana dal Sole.
Le informazioni sono importanti sia per la parte scientifica ma anche ingegneristica. Infatti questi risultati hanno implicazioni significative per la protezione di satelliti, astronauti e infrastrutture terrestri. Le CME, in particolare, sono associate a flussi di particelle ad alta energia che possono danneggiare i sistemi tecnologici. La capacità di distinguere tra i due tipi di SEE migliora le previsioni del tempo spaziale, consentendo una protezione più efficace delle risorse nello Spazio.









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