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Old 15-08-2004, 22:43   #1
Paracleto
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Le dieci condizioni poste da Moqtada si riducono a una: la resa con onore

Sadr chiede il rilascio dei suoi miliziani arrestati e il comando di Najaf a un collegio sciita. Intanto torna al Sistani
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Roma. Una continua successione di fatti di sangue e di sceneggiate: lo scarso o nullo spessore religioso di Moqtada al Sadr – è soltanto un mullah – e la sua lunga attività di mercato nero, contrabbando e traffico di valuta sotto il regime di Saddam, risaltano con evidenza anche nel momento della sconfitta. Le sue milizie sono finite nel cul de sac del mausoleo di Ali, scacciate da tutte le basi nel dedalo di vicoli della città e del cimitero, riparate dalla cattura soltanto dall’inviolabilità di un luogo santo che hanno profanato con le loro armi.
Dopo nove giorni di battaglia che ha fatto centinaia di vittime, ieri mattina, Moqtada manda il suo portavoce, Ahmed al Shibani, a dichiarare alla stampa di essere ferito al torace e alle gambe. Notizia drammatica che però è subito smentita dal ministro dell’Interno iracheno, Falah Hassan al Naqib, che spiega che Moqtada sta bene, che è barricato in armi dentro il mausoleo e che sta trattando proprio con lui. Perché allora la notizia del ferimento? Tattica negoziale. Moqtada ha perso sul campo: soltanto un ferimento può coprire in maniera dignitosa una sua fuga o addirittura un suo esilio. Si tratterebbe di un ferimento “diplomatico” insomma, in piena sintonia con le continue, roboanti dichiarazioni di cui Moqtada ha riempito le televisioni arabe negli ultimi mesi. Chiarito l’equivoco, si passa al trattato di resa; anche questo è maneggiato con sapiente cura mediatica e si trasforma nelle “dieci condizioni di Moqtada”. Se le si legge, si comprende che non sono condizioni dettate, ma condizioni subite: una resa con l’onore delle armi. Moqtada infatti accetta – sempre con il condizionale che dall’inizio della sua avventura è d’obbligo – di abbandonare Najaf con tutti i suoi miliziani. Lascia quindi il suo ridotto, da cui ricatta da aprile il governo iracheno, con la minaccia continua di portare battaglia dentro il mausoleo di Ali. Abbandonerebbe anche le sue armi, perché accetterebbe – di nuovo con il condizionale – che lui e i suoi miliziani escano dalla città soltanto con quelle per la difesa personale: l’intero arsenale di razzi Rpg, bazooka, mortai e mitra di cui dispone sarebbe lasciato alle forze regolari irachene.
Moqtada paga per intero anche il prezzo della sconfitta politica, dichiara infatti anche di “rispettare i principi della Costituzione irachena”, ma proprio dal rigetto della Carta – e quindi delle istituzioni che essa prevede, a partire dal governo provvisorio – Sadr aveva iniziato la sua rivolta ad aprile. Infine Moqtada accetta, pare, quella trasformazione del suo movimento in gruppo politico che sempre ha rifiutato, anche quando gli è stata autorevolmente richiesta dal grande ayatollah Ali al Sistani.
Le dieci “condizioni” di Moqtada, in cambio di questa resa, si riducono in realtà a una: il rilascio dei suoi miliziani imprigionati in questi giorni di battaglia. L’altra è in fondo una condizione da sempre posta dal governo iracheno agli Stati Uniti: che la città di Najaf passi sotto il pieno controllo della Marjia, il vertice collegiale della gerarchia sciita, com’è ovvio che sia. Non stupisce quindi che il ministro dell’Interno iracheno abbia giudicato “una buona base di discussione” queste “condizioni” e che ora la trattativa si sposti sul terreno, sempre difficile, della concretezza operativa del ritiro degli insorti dalla città.

Rapito e poi liberato un giornalista inglese
Liberato in giornata anche James Brandon, il giornalista del Sunday Times che una banda di Moqtada – da lui sconfessata – aveva preso in ostaggio; resta il fiato sospeso per l’esito finale della vicenda, ma le premesse paiono poste. Se lo sgombero di Najaf avverrà in tempi rapidi, il governo di Iyyad Allawi avrà conseguito un grande risultato, per essere riuscito a imporre con determinazione al mullah la scelta della strada del confronto politico.
Quel che è certo è che rapidamente rientrerà a Najaf da Londra l’ayatollah al Sistani, che ha dato a Moqtada una lezione di raffinata “Taquieh”, nicodemismo, dissimulazione, arte della bugia a fin di bene, tipica dell’Islam sciita. E’ bastato un giorno di esami clinici londinesi per stabilire che il suo stato di salute è eccellente, che è sufficiente una cura di cardiotonici per sistemare quelle che pure erano definite “gravi cardiopatie”, grazie alle quali al Sistani ha “dovuto” assentarsi da Najaf, con urgenza, proprio e soltanto nei giorni dei combattimenti. Ora può tornare, quale capo della Marjia, per riprendere il pieno controllo della situazione e dei luoghi sacri profanati da Moqtada
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Old 15-08-2004, 23:41   #2
gpc
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Mah... il problema è che quel signorino di Al Sadr ha aizzato ora tutti quelli che avevano qualcosa da ridire verso il governo provvisorio, e non so quanto una sua caduta possa porre fine alla guerra che ha iniziato...
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