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Old 21-11-2005, 09:55   #1
Korn
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Città: La città più brutta della Toscana: Prato
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Ecosistema Urbano 2006 (lega ambiente)

Può sembrare improprio, azzardato, collegare il tema dell'Ecosistema Urbano con le questioni della legalità e della sicurezza nelle città, portate all'attenzione prima dalla polemica sulla "tolleranza-zero" del sindaco di Bologna Cofferati e poi, ben più drammaticamente, dalle rivolte nelle periferie parigine. Può sembrare improprio ma non lo è, per almeno due buone ragioni. La prima è che la qualità ambientale, la sicurezza, la legalità, sono tutti fili indispensabili di quel legame di appartenenza che fa di una città una comunità, e senza il quale si sbriciola la coesione sociale e perde senso lo stesso patto civile tra amministrati e amministratori. Un legame, aggiungo, la cui saldezza è "propedeutica" anche all'obiettivo non meno importante di rinforzare la dimensione solidale del vivere urbano. L'altra ragione è che la sicurezza e la legalità hanno tante facce: è illegale ed è insicura una città dove l'inquinamento dell'aria è spesso sopra le soglie di pericolo sanitario, dove non viene fatta la raccolta differenziata dei rifiuti, dove si costruisce abusivamente e si abitano case abusive.

L'ambiente, insomma, è un ingrediente fondamentale per il benessere delle città: questa è la ragione dell'interesse con cui ogni anno viene accolto Ecosistema Urbano di Legambiente, e questo è, credo, il motivo che ha spinto un grande giornale come il Sole 24 Ore, voce autorevolissima dell'informazione economica, ad affiancare la sua testata alla nostra ricerca. "Welfare" urbano, infatti, vuol dire una vita più sana, più comoda, più gratificante, ma vuol dire anche città più dinamiche, più vitali, alla fine più competitive.

Ma venendo al punto: come leggere il cammino recente delle città italiane in fatto di qualità dell'ambiente? Trend positivi ce ne sono, non c'è dubbio. Dieci anni fa, nel 1996, i comuni capoluogo disponevano di 4 metri quadrati di verde per abitante contro i quasi 10 di adesso; recuperavano con la raccolta differenziata meno del 5% dei rifiuti, ora saliti al 20%; avevano "zone a traffico limitato" per cinque centimetri quadrati ad abitante, oggi la "dotazione" pro-capite di ZTL è di circa 3 metri quadrati. Progressi indiscutibili anche se non uniformi, che come tutti i dati statistici "medi" lasciano in ombra sia le prestazioni più "brillanti" sia quelle fallimentari: nel campo dei rifiuti, per esempio, ci sono molte città del centro-nord ormai attestate sopra il 35% di raccolta differenziata, dunque su standard decisamente europei, e quasi tutti capoluoghi del sud dove ancora si fatica a raggiungere il 5%. Le differenze sempre più vistose tra Nord e Mezzogiorno, che riguardano molti dei parametri più significativi su cui misurare la qualità ambientale delle città (nella classifica generale la città meridionale meglio piazzata è Matera, venticinquesima, mentre tra le ultime trenta città solo cinque si trovano nel centro-nord), non sono l'unico motivo di preoccupazione che viene dalla lettura di questi dodici anni di rapporti sull'Ecosistema Urbano. Ce n'è un altro non meno fondato e grave, ed è che i problemi non soltanto non si sono risolti, ma spesso si sono incancreniti, in tutti i campi nei quali per migliorare l'ambiente urbano non bastano buone politiche di settore, ma serve un diverso modo di pensare e governare tutto lo sviluppo e l'organizzazione delle città.

Il primo di questi campi - primo nell'evidenza dei dati e nella percezione dei cittadini - è sicuramente il traffico privato con i suoi "effetti collaterali": paralisi della mobilità, inquinamento alle stelle. Malgrado il grande bricolage di misure-tampone - targhe alterne, blocchi estemporanei della circolazione, stop limitati alle auto non catalizzate e ai vecchi diesel -, nella metà dei capoluoghi italiani si sono registrati durante il 2004 più superamenti dei limiti di concentrazione delle polveri sottili del consentito. Questo vuol dire che milioni di italiani vivono in una condizione permanente di rischio sanitario, e segnala che finora si è fatto troppo poco per affrontare questa che, ripeto, è illegalità ed insicurezza al pari della microcriminalità o dei campi nomadi spontanei. Le cause di tale empasse sono diverse, e più d'una sono anche le risposte necessarie a cambiare passo. Intanto serve dire chiaro e tondo che se non diminuisce drasticamente il numero delle auto in circolazione nelle città, il problema resterà irrisolvibile. Non c'è marmitta catalitica, non c'è diesel di ultima generazione, che possano mettere in grado le città italiane di ospitare ogni giorno quasi altrettante auto quanti sono gli abitanti. Naturalmente per raggiungere questo obiettivo occorre offrire ai cittadini un servizio di trasporto pubblico efficiente, comodo; occorre costruire nuove linee di metropolitana; occorre che le amministrazioni possano disporre di più mezzi pubblici e di mezzi pubblici più moderni. Insomma, occorrono risorse ingenti dallo Stato alle regioni e ai comuni, dove invece negli ultimi anni il governo ha tagliato gli investimenti preferendo investire in opere improbabili e costosissime come il ponte sullo Stretto. Però gli investimenti infrastrutturali da soli non bastano, e lo dimostra il fatto che in grandi metropoli europee come Parigi o Madrid o Berlino, nelle quali certo l'offerta di trasporto pubblico e incomparabilmente superiore che non a Roma o a Milano, ci sono lo stesso ingorghi e c'è ugualmente inquinamento. Bisogna operare perché l'uso dell'auto in città, entrato nelle abitudini quotidiane - direi nell'antropologia - di quasi tutti noi, diventi sempre più svantaggioso al confronto con la scelta del mezzo pubblico: per questo è decisivo che subito si aumentino sensibilmente le corsie preferenziali e le zone a traffico limitato dove in auto non si può circolare, che si sperimentino forme di tariffazione dell'accesso ai centri storici e direzionali come fatto, con successo anche in termini di consenso, a Londra.

La sostenibilità, devono capirlo i sindaci ma pure gli ambientalisti, non è ritagliare in città qualche oasi di verde o di marciapiede e rassegnarsi al resto: è una sfida per rinnovare le città, modernizzarle, nel segno della qualità ambientale. E un bell'esempio di sostenibilità è venuto pochi giorni fa da Roma: raccogliendo una proposta di Legambiente, il sindaco Veltroni ha preannunciato che le nuove costruzioni dovranno obbligatoriamente avere pannelli solari per l'acqua e il riscaldamento. In un Paese dove nulla si è fatto per sviluppare le rinnovabili, dove l'obiettivo assegnatoci da Kyoto di ridurre i gas serra resta una chimera, la "cura del sole" - come la "cura del ferro" indispensabile per sconfiggere lo smog e il traffico - può aiutare davvero le città, e l'Italia, a "ritornare al futuro".

1 Mantova
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8 Cuneo
9 Ferrara (gpc va a mori ammazzato )
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