Datacenter AI, reti elettriche... ecco perché il rame può diventare il nuovo petrolio
La domanda globale di rame cresce rapidamente per effetto dei datacenter AI e della modernizzazione delle reti elettriche, mentre l'offerta fatica a espandersi. Miniere mature, nuove autorizzazioni lente e tensioni geopolitiche alimentano un deficit strutturale.
di Manolo De Agostini pubblicata il 04 Dicembre 2025, alle 11:01 nel canale MercatoLa filiera globale del rame sembra essere entrata in una fase di tensione strutturale, con un deficit di offerta che si apre proprio mentre le infrastrutture energetiche per l'intelligenza artificiale richiedono sempre più rame. Ne parla il Financial Times, in un lungo articolo che fa il punto della situazione.
Le stime dell'International Energy Agency indicano che l'insieme di miniere esistenti e pianificate potrà coprire solo il 70% della domanda prevista nel 2035, mentre Wood Mackenzie anticipa carenze già dal 2025, con un deficit di 304.000 tonnellate di rame raffinato destinato ad ampliarsi nel 2026.
La crescita esplosiva dei datacenter AI un ruolo centrale: le nuove installazioni vengono progettate su blocchi da 50 a 150 MW, e l'impiego di rame varia tra 27 e 33 tonnellate per megawatt. Un singolo sito da 100 MW può richiedere diverse migliaia di tonnellate di metallo, senza considerare gli interventi necessari sulle reti di alimentazione esterne.
Secondo BHP, un'installazione da 80 MW può richiedere oltre 2.000 tonnellate. Gli hyperscaler, meno sensibili ai prezzi rispetto agli utenti industriali tradizionali, stanno inoltre superando le compagnie elettriche nelle gare di approvvigionamento per componenti critici come i trasformatori.

A questo incremento della domanda si affianca un'offerta sempre più difficile da sostenere. Le grandi miniere globali invecchiano. Incidenti, siccità (problema di cui avevamo già parlato) e opposizione delle comunità locali hanno ridotto la produzione in Cile, Perù e Indonesia nel corso dell'ultimo anno, mentre l'avvio di nuovi impianti procede con estrema lentezza.
Un caso emblematico è Resolution Copper, complesso sotterraneo in Arizona situato a oltre 2 km di profondità. Nonostante oltre 2 miliardi di dollari investiti da Rio Tinto e BHP, il progetto resta bloccato da contenziosi legati alla tutela delle terre considerate sacre da parte della comunità Apache. Pur avendo superato una barriera procedurale alla Corte Suprema statunitense, l'iter di scambio dei terreni è stato sospeso da una corte federale nell'agosto 2024, rinviando l'avvio delle operazioni a non prima di un decennio.
Il giacimento, uno dei più grandi non sviluppati al mondo, sarebbe in grado di coprire fino a un quarto del fabbisogno annuo di rame degli Stati Uniti per quarant'anni.
Il quadro macroeconomico accentua ulteriormente le tensioni. Pechino controlla metà della capacità globale di raffinazione e una quota significativa dei progetti minerari all'estero, mentre gli Stati Uniti dispongono di soli due grandi impianti di fusione attivi. Washington ha recentemente inserito il rame nella lista dei minerali critici, con l'obiettivo di ridurre la dipendenza dalla Cina e stimolare investimenti domestici. Tuttavia, l'apertura di nuovi impianti di raffinazione in occidente è improbabile nel breve termine: sono infrastrutture costose, energivore e caratterizzate da margini ridotti.
Parallelamente, i prezzi del rame hanno superato gli 11.000 dollari per tonnellata, rispetto agli 8.500 di due anni fa. Le tariffe sulle importazioni statunitensi hanno alterato i flussi commerciali, spingendo grosse quantità di metallo raffinato verso gli USA prima dell'entrata in vigore dei dazi e lasciando altre regioni a corto di materiale. JPMorgan prevede quotazioni elevate fino al 2026, complice l'aumento della domanda industriale e le continue interruzioni nelle miniere sudamericane e del Sud-Est asiatico.
Per colmare almeno in parte la carenza, il settore punta al riciclo, alla valorizzazione degli scarti e alla riapertura di miniere storiche. Le aziende minerarie urbane e le grandi aziende minerarie stanno rivalutando cumuli di rifiuti che non erano redditizi un decennio fa, tuttavia il deficit strutturale appare difficilmente recuperabile, e sul lungo periodo potrebbero emergere come vincitori i Paesi dotati di scorte e capacità estrattiva interne.










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