Giappone all'attacco: ecco il primo wafer a 2nm che fa tremare Taiwan
Rapidus Corporation ha annunciato l’inizio della prototipazione dei suoi transistor a 2 nanometri con architettura gate-all-around presso l’impianto IIM-1. Supportata dal governo giapponese e da grandi aziende locali, l'iniziativa mira a riportare il Giappone tra i leader mondiali nella produzione di semiconduttori entro il 2027
di Vittorio Rienzo pubblicata il 19 Luglio 2025, alle 09:01 nel canale ProcessoriRapidus Corporation
Rapidus Corporation, startup giapponese sostenuta da ingenti fondi pubblici e da colossi industriali come Toyota, Sony e Kioxia, ha annunciato l'avvio della prototipazione di chip a 2 nanometri con architettura gate-all-around (GAA), un risultato di rilievo nel panorama dei semiconduttori avanzati.
Le operazioni si svolgono all'interno dell'innovativo impianto IIM-1 (Innovative Integration for Manufacturing) di Chitose, nell'isola settentrionale di Hokkaido, dove sono già in corso le prime misurazioni delle caratteristiche elettriche dei wafer.

Il progetto, nato meno di tre anni fa, ha raggiunto rapidamente una serie di traguardi strategici: dall'avvio della costruzione nel 2023, alla realizzazione della camera bianca nel 2024, fino all'installazione di oltre 200 apparecchiature all'avanguardia completata a giugno 2025.
L'azienda ha inoltre completato con successo l'esposizione EUV (litografia a ultravioletti estremi) in soli tre mesi dalla ricezione dell'equipaggiamento da ASML, stabilendo un primato nel settore, secondo quanto dichiarato dal presidente Atsuyoshi Koike.
Il processo sviluppato da Rapidus è incentrato su una produzione "single-wafer", che consente un controllo di qualità più preciso e l'ottimizzazione in tempo reale delle linee produttive, anche grazie all'impiego dell'intelligenza artificiale. In buona sostanza, dopo la produzione di un wafer, è possibile analizzarlo, ottimizzarlo e applicare le modifiche a tutti quelli successivi. La tecnologia EUV, fondamentale per la miniaturizzazione a 2nm, rappresenta uno dei pilastri dell'approccio adottato.
La società, in collaborazione con partner internazionali come IBM, Imec, l'Università di Tokyo e Riken, punta a offrire un Process Development Kit per clienti selezionati già entro il primo trimestre del 2026, preparando così il terreno per la produzione in volumi prevista per il 2027.

Nonostante Rapidus si trovi ancora dietro a giganti del settore come TSMC, che punta a iniziare la produzione di chip a 2nm già nel 2025, l'ambizione giapponese è chiara: ridurre la dipendenza da Paesi terzi e rafforzare la resilienza tecnologica nazionale, anche alla luce delle tensioni geopolitiche in Asia orientale.
Il governo nipponico ha stanziato circa 10 miliardi di euro al cambio per sostenere l'iniziativa e valuta anche meccanismi di partecipazione strategica, come azioni con diritto di veto e garanzie sul debito.
Il presidente Koike ha sottolineato gli sforzi compiuti dal team: "Per arrivare a questo punto, nessuno di noi ha dormito." Parole che riflettono la determinazione di un Paese deciso a recuperare il terreno perso e a riposizionarsi tra i leader mondiali della microelettronica.










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53 Commenti
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In tutto questo, quello che spaventa è l'immobilismo dell'Europa.
Tutti cercano di raggiungere un certo grado di autonomia nella produzione di chip e in Europa si spera sempre nel traino della mamma USA sotto forma di Intel (che non è nemmeno più tanto in gamba)
Cerca sempre la dipendenza.
Cerca sempre la dipendenza.
Infatti i nostri (im)prenditori e governanti, hanno per decenni sfruttato e approfittato dei paesi in cui la produzione costava poco e dove si sviluppava la tecnologia per poi comprarne i diritti, facendo nella maggior parte dei casi, solo da intermediari garantendosi guadagni ingenti a fronte di investimenti quasi nulli, oggi piangono perchè sia chi sviluppava tecnologia che chi produceva a basso costo, stà alzando la testa e produce col proprio marchio e vende direttamente i prodotti finiti, la frase "è finita la pacchia" purtroppo riguarda tutti noi che abbiamo solo in parte beneficiato della situazione precedente e dovremo sopportare tutti i disagi della nuova, abbiamo beneficiato nell'avere a prezzi relativamente bassi beni che se prodotti in Europa sarebbero costati di più (ma gran parte dei guadagni li hanno fatti gli (im)prenditori) e oggi subiamo la concorrenza di chi quei prodotti li fabbrica realmente e non si limita a mettere il proprio timbro sopra di essi.
Cit
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Purtroppo anche se si è svegli, dal basso non abbiamo alcuna capacità di intervenire in processi che partono decisamente dai piani più alti, un semplice cittadino può fare ben poco per arginare processi mondiali come la globalizzazione selvaggia che ci hanno imposto negli ultimi decenni, anche perchè i "grandi" ci hanno fatto guadagni stellari.
Il Giappone fu buttato fuori dal mercato delle CPU dagli USA negli anni 90 negando l'accesso alla tecnologia ultravioletta di cui detenevano dei brevetti che immagino saranno scaduti.
Gli USA temevano l'ascesa del Giappone come oggi temono la Cina.
La situazione che descrivi, ossia la delocalizzazione produttiva e il ruolo degli “intermediari”, è una conseguenza diretta di una dinamica prevista e ampiamente studiata nella teoria economica: quella dei vantaggi comparati. Ogni paese si specializza in ciò che sa fare meglio o a minor costo, e attraverso lo scambio internazionale, l’output complessivo e il benessere globale aumentano.
Non è una truffa o una scorciatoia immorale: è la logica stessa del commercio globale, ed è grazie a questa che come tu stesso dici abbiamo avuto per anni accesso a beni a prezzi contenuti e se, nel complesso, i redditi reali in Europa sono cresciuti.
L’Italia, semmai, è un’anomalia: è uno dei pochi paesi sviluppati dove i salari reali sono rimasti stagnanti dagli anni ‘90. Ma questo non è colpa della globalizzazione in sé, bensì di fattori interni: bassa produttività, scarsa innovazione, inefficienze nel sistema educativo e amministrativo, mancanza di politiche industriali serie.
Inoltre, spesso ci si dimentica di un dato fondamentale: centinaia di milioni di persone sono uscite dalla povertà assoluta proprio grazie a questo modello. La Cina è l’esempio più eclatante: in pochi decenni ha trasformato un’economia rurale e arretrata nella seconda potenza mondiale, con un miglioramento concreto delle condizioni di vita di gran parte della popolazione. Anche in India e nel Sud-est asiatico si osservano miglioramenti simili, benché più graduali.
Se oggi quei paesi non vogliono più solo produrre su commissione ma anche innovare e vendere col proprio marchio, è un segnale positivo: dimostra che la globalizzazione ha funzionato.
La “pacchia” non era tale. Era una fase di transizione, da cui abbiamo tratto vantaggi (seppur distribuiti male), e ora viviamo il normale risultato di un riequilibrio globale. La risposta non può essere il rimpianto o il protezionismo, ma più investimenti, più innovazione e una politica industriale seria.
Non è una truffa o una scorciatoia immorale: è la logica stessa del commercio globale, ed è grazie a questa che come tu stesso dici abbiamo avuto per anni accesso a beni a prezzi contenuti e se, nel complesso, i redditi reali in Europa sono cresciuti.
L’Italia, semmai, è un’anomalia: è uno dei pochi paesi sviluppati dove i salari reali sono rimasti stagnanti dagli anni ‘90. Ma questo non è colpa della globalizzazione in sé, bensì di fattori interni: bassa produttività, scarsa innovazione, inefficienze nel sistema educativo e amministrativo, mancanza di politiche industriali serie.
Inoltre, spesso ci si dimentica di un dato fondamentale: centinaia di milioni di persone sono uscite dalla povertà assoluta proprio grazie a questo modello. La Cina è l’esempio più eclatante: in pochi decenni ha trasformato un’economia rurale e arretrata nella seconda potenza mondiale, con un miglioramento concreto delle condizioni di vita di gran parte della popolazione. Anche in India e nel Sud-est asiatico si osservano miglioramenti simili, benché più graduali.
Se oggi quei paesi non vogliono più solo produrre su commissione ma anche innovare e vendere col proprio marchio, è un segnale positivo: dimostra che la globalizzazione ha funzionato.
La “pacchia” non era tale. Era una fase di transizione, da cui abbiamo tratto vantaggi (seppur distribuiti male), e ora viviamo il normale risultato di un riequilibrio globale. La risposta non può essere il rimpianto o il protezionismo, ma più investimenti, più innovazione e una politica industriale seria.
Sono pienamente d'accordo con te, solo che questo modello di sviluppo stà mostrando i suoi limiti, o meglio, il pianeta che ci ospita li stà mostrando, non è minimamente pensabile che 8 miliardi di persone, cifra in aumento costante, possano avere un tenore di vita nemmeno lontanamente paragonabile a quello che teniamo noi occidentali e questa cosa dovrà essere affrontata prima o poi.
Ormai è storia
Ormai è storia
Uno dei peccati originali, grave, ma non certo l'unico e col senno di poi viste le capacità italiche non sapremo mai nemmeno se la storia sarebbe cambiata realmente poichè oltre alle buone idee serve anche sapersi imporre sul mercato.
Ma inutile piangere sul latte versato, bisognerebbe iniziare a cercare di produrre altro latte invece di accontentarsi sempre di quello che ci passano gli altri.
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