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Nelle parole del procuratore capo di Venezia, Vittorio Borraccetti, la cronistoria delle indagini frenetiche fino al tragico ritrovamento del corpo, nella notte tra domenica e lunedì a Bassano
«Cercavamo la prigione e il resto della banda»
Treviso
NOSTRO SERVIZIO
«Abbiamo sperato fino all'ultimo che l'epilogo di questi 12 giorni fosse diverso, ma purtroppo così non è stato». Queste le parole con cui ha esordito qualche giorno fa il procuratore capo di Venezia, Vittorio Borraccetti, alla conferenza stampa indetta per dare conto del tragico sequestro di Iole Tassitani, sfociato in un omicidio.
Si è arrivati a scoprire il tragico epilogo, nelle prime ore del 24 dicembre, dopo giorni di intensa attività investigativa, che avevano fatto sperare fino all'ultimo in un esito diverso per il sequestro Tassitani. E il procuratore Borraccetti prosegue: «Bisogna sottolineare la grande professionalità degli investigatori, ancora una volta, che purtroppo è stata inquinata dall'amarezza per l'esito della vicenda».
Nella conferenza stampa che si è tenuta il 24 dicembre al comando dei carabinieri di Treviso sono state ripercorse le tappe che hanno portato gli investigatori alla soluzione del caso. Ecco come i carabinieri, il Reparto operativo provinciale di Treviso e la sezione anticrimine del Ros di Padova, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia di Venezia, sono arrivati a Michele Fusaro, 41 anni, di Bassano.
Il fatto. La sera del 12 dicembre viene rapita Iole Tassitani, nel garage sottostante la palazzina di Castelfranco in cui abita. «Non è stato subito chiaro - ha spiegato il Procuratore Borraccetti in conferenza stampa - che ci trovavamo di fronte ad un sequestro di persona a scopo di estorsione». Erano scattati gli accertamenti del Ros. Gli elementi: un guanto da uomo, gli occhiali di Iole a terra nel garage, e il messaggino di richiesta di aiuto inviato dalla 40enne.
La fonte. Martedì 18 dicembre, a quasi una settimana di distanza dal rapimento di Iole, una "fonte", l'ex cognato marocchino del falegname, chiede di parlare con i carabinieri. «Questa fonte - spiega Vittorio Borraccetti - chiama in causa il Fusaro, come possibile sequestratore. Da quel momento Michele Fusaro non è stato più solo».
Michele Fusaro. Era stato fermato per un normale controllo la mattina dopo il rapimento di Iole Tassitani. Erano le prime ore del 13 dicembre e il falegname 41enne era stato controllato dai carabinieri, fermato al volante della sua auto. «L'uomo ha proseguito una vita normalissima, continuando a lavorare, anche molto - ha spiegato il comandante provinciale dei carabinieri di Treviso, colonnello Paolo Nardone - Nei giorni in cui non l'abbiamo perso di vista un secondo ha continuato la vita di sempre». Falegname, dipendente di un supermercato e venditore porta a porta. Aveva parecchi lavori il Fusaro: un segnale del suo bisogno di soldi, una delle molle che lo avrebbero spinto al sequestro.
La ricerca della prigione. «Cercavamo la "prigione", qualcosa che ci assicurasse che la signora fosse in vita - prosegue il Colonnello Nardone - purtroppo invece abbiamo fatto la tragica scoperta».
Il fermo. La sera del 23 il Fusaro viene fermato. «È stato bloccato in strada - spiega il colonnello - mentre stava rientrando nella sua abitazione a Bassano». Il 41enne, al quale si contestava in un primo momento il sequestro di persona a scopo di estorsione, non ha mai collaborato, non ha mai fatto alcuna parziale ammissione. Ma poi nella notte la tragica scoperta nel garage del Fusaro. Gli verrà così contestato anche l'omicidio.
Il garage. «Il garage era ordinato, nessuna traccia di colluttazione e tantomeno di sangue», ha concluso il colonnello Nardone. A terra però quei sacchi della spazzatura: tre sacchi in cui c'erano i resti della povera Iole Tassitani.
Le indagini «non sono finite» , come è stato sottolineato più volte dal Procuratore Vittorio Borraccetti. Nel corso della conferenza stampa era stato detto anche: «In questo momento non c'è l'ipotesi del complice, ma aspettiamo l'esito degli esami, dall'autopsia agli elementi raccolti prima di escludere totalmente questa ipotesi».
Olivia Bonetti
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Sequestro Tassitani, i resti della figlia del notaio di Castelfranco ritrovati a dodici giorni dalla scomparsa in un garage il 24 dicembre
Iole fatta a pezzi nella casa degli orrori
La donna è stata sgozzata dopo una settimana di prigionia.
Il corpo tagliato in 29 parti e poi nascosto in tre sacchi
Tre quarti d'ora di interrogatorio nel carcere di Vicenza per convalidare il fermo di Michele Fusaro, il falegname 41enne di Bassano del Grappa nel cui garage domenica notte sono stati trovati i resti smembrati di Iole Tassitani. Agli inquirenti che indagano sul tragico epilogo del sequestro della figlia del notaio di Castelfranco Veneto, il principale sospettato ha ammesso di avere partecipato al rapimento, ma ha giurato di non sapere nulla della tragica fine della donna. La richiesta del riscatto sarebbe peraltro avvenuta quando Iole era già morta.
L'uomo, in stato di confusione mentale, ha alluso alla partecipazione di alcuni complici, ed è su questi che ora si concentrano le indagini.
L'esito dell'autopsia sui poveri resti, sezionati e chiusi in tre sacchi della spazzatura, inducono a pensare che la mattanza sia stata opera di più persone.
Nell'auto di Fusaro, che da mercoledì era costantemente seguito dagli inquirenti, non sono state trovate tracce di sangue. Segno che la donna, che non sarebbe stata uccisa nel garage, vi ci sarebbe stata trasportata con un altro mezzo.
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Spogliata e sgozzata, così Iole è stata fatta a pezzi
In tre sacchi per i rifiuti in garage i resti della donna, smembrati in 29 parti con sega e coltello
Tenuta prigioniera per 7 giorni, la morte risale a martedì o mercoledì della scorsa settimana
Padova
NOSTRA REDAZIONE
È stata denudata e poi sgozzata. E del suo corpo è stato fatto scempio. Tagliato in ventinove pezzi.
Ammazzata senza pietà dopo essere rimasta per una settimana in mano a un aguzzino. Non poteva essere più atroce la morte cui è andata incontro Iole Tassitani, tra martedì 18 e mercoledì 19 dicembre, quando gli investigatori erano convinti di essere giunti a una svolta per risolvere il rapimento: ha respirato il suo stesso sangue che usciva a fiotti dalla gola squarciata dal coltello finchè il tremito estremo non le ha portato via l'ultimo soffio di vita.
Il suo assassino - o i suoi carnefici, come è propenso a ritenere il coroner, vista la complessità del macabro rituale messo in scena - non si è limitato a infliggere una morte barbara, che appartiene alla cultura di certi popoli avvezzi a sgozzare gli ostaggi come bestie sacrificali.
È andato ben oltre: non solo scippando Iole all'affetto dei suoi cari, ma privando i suoi congiunti di una salma su cui depositare l'ultimo bacio e recitare un preghiera prima di chiudere la bara per affidarla alla funicolare celeste.
Ha ridotto quel corpo a brandelli, sezionandolo con precisione "scientifica", con la mano esperta di chi sa dove e come tagliare.
Un vilipendio che vorremmo tacere per rispetto all'immenso dolore della famiglia Tassitani.
Che cosa spinge ad ammazzare, quale processo mentale conduce alla percezione dell'altro come di un essere da eliminare?
È una domanda che usa porsi la psichiatria forense. Vittorino Andreoli, ad esempio, che si è occupato di una infinità di crimini dettati dalla follia - dai serial killer Donato Bilancia e Michele Profeta al parricida Paolo Pasimeni - ha cercato più volte di darsi una risposta, stupendosi di quanto nella specie umana si uccida enormemente più che in qualsiasi altra specie vivente.
Ed è giunto alla conclusione che l'uomo ammazza quando percepisce di non avere via di scampo, di avere perduto ogni senso.
Non c'è niente di psicopatico in ciò che è accaduto a Iole. Gli accertamenti autoptici, eseguiti la vigilia di Natale dall'équipe dell'Istituto di medicina legale dell'Università di Padova diretta dal professor Massimo Montisci, hanno evidenziato una modalità operativa che evidenzia lucidità e razionalità più che pazzia.
Anche se di corpi smembrati in questo modo non vi sono moltissimi esempi nelle nostre terre.
Se si eccettua il "mostro" Giancarlo Stevanin, rimangono un albanese fatto a pezzi e nascosto in un trolley abbandonato in una stradina sterrata lungo la tangenziale di Treviso nel 2003 e il banchiere milanese Gianmario Roveraro segato in più parti e rinvenuto l'anno scorso sotto un cavalcavia nella campagna alla periferia di Parma.
Il professor Montisci ricorda, per esperienza diretta di quando si trovava tirocinante negli States, i resti di una donna e dei suoi due figlioletti, sezionati a colpi di machete e murati in un garage a Miami.
L'autopsia è durata un intero giorno. È iniziata con la conta dei pezzi, infilati in tre sacchetti azzurri della spazzatura, rinvenuti nella tarda serata di domenica - verso le 23.30 - nel garage di Michele Fusaro, a Bassano del Grappa, in una palazzina di via Carducci. C'erano tutti. Il primo sacco conteneva altri quattro sacchetti, con le parti più piccole. Il secondo ne conteneva tre. Nel terzo era avvolto il tronco acefalo. Tutti tagli uniformi, omogenei, senza sbavature, come ha evidenziato anche la tac. Prodotti con almeno due differenti attrezzi: una sega elettrica (probabilmente alimentata a batteria) e un affilato coltello a lama liscia. Per smembrare in quel modo un corpo di settanta chili non bastano dieci minuti e forse non basta neppure una persona sola. Una cosa è certa: i sacchetti non sono stati trasportati fino al garage con l'auto del quarantunenne falegname bassanese. Perchè nessuna traccia biologica è stata rinvenuta nell'abitacolo. Né una goccia di sangue, né un capello sui tappetini, sui sedili, nel bagagliaio.
Ipotizzando che Iole sia stata uccisa da un'altra parte, per trasportare i resti del martoriato cadavere deve essere stato utilizzato un altro veicolo. Quale e di chi? Fusaro aveva attrezzato assai bene il suo garage. E questo, secondo i medici legali, esclude che sia un matto. Nell'autorimessa c'era un forte odore di benzina ed erano stati piazzati dei fornelletti con essenze profumate per coprire l'eventuale odore della decomposizione.
Solo tre minuscole macchie ematiche sul pavimento, gocce probabilmente cadute dai sacchetti. Sempre nel garage sono stati trovati gli abiti della donna, ordinatamente piegati, e le sue scarpe, allineate. Abiti perfettamente puliti: Iole non li indossava quando è stata assassinata. Rinvenuti nell'abitazione del falegname anche i tre cellulari della vittima.
Durante la prigionia, iniziata mercoledì 12 dicembre, non è stata tenuta legata né imbavagliata. Sugli arti e sul tronco nessuna ecchimosi che possa fare pensare all'uso di legacci. Niente tracce di colla da nastro adesivo attorno alle labbra. Però Iole Tassitani è stata picchiata. Sul volto la pelle tumefatta da violenti schiaffi e pugni. Del suo corpo è stato fatto scempio: rimane la consolazione che non ha subìto violenza sessuale.
Gli accertamenti autoptici avranno un seguito. È già al lavoro la dottoressa Luciana Caenazzo, ematologa, che si occuperà dei test del dna sui reperti biologici.
Disposto anche un esame tossicologico: c'è il fondato sospetto che Iole possa essere stata mantenuta drogata, narcotizzata.
Faceva lo spavaldo il falegname Michele Fusaro quando i carabinieri, che lo pedinavano da alcuni giorni, domenica lo hanno portato in caserma per interrogarlo. Un tipo palestrato, imbottito di integratori. Era sicuro che non avrebbero trovato un solo indizio. Ma quando gli hanno detto che nel suo garage era stato rinvenuto il corpo smembrato della figlia del notaio ha abbassato gli occhi, si è chiuso in un assoluto mutismo. E si è defecato nei pantaloni.
Gabriele Coltro
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Il falegname arrestato: «Sono stati gli altri»
Fusaro nega di essere l’assassino e fa intendere di aver avuto dei complici: «Li avete presi?». Spunta una lettera di richiesta di riscatto
Bassano
NOSTRA REDAZIONE
«Gli altri li avete presi? Gli altri cosa dicono?». Gli "altri" sono il nuovo incubo apertosi nell'inchiesta sul rapimento e la barbara uccisione di Iole Tassitani, dopo l'interrogatorio di Michele Fusaro. Il falegname di Bassano del Grappa, nel cui garage, all'1.30 di lunedì, sono stati rinvenuti i resti straziati della quarantenne di Castelfranco Veneto, ieri mattina, in carcere, a Vicenza, in sede di convalida del fermo, ha parlato per tre quarti d'ora con il Gip Massimo Morandini, il pm della Procura di Venezia Roberto Terzo e il pm della Procura di Bassano, Giovanni Parolin, e ha lasciato intendere di aver fatto parte di un gruppo di persone.
Fusaro è apparso in grave difficoltà intellettuale ed espressiva, praticamente sotto choc: ha ammesso di aver partecipato al sequestro, pur se in misura marginale, e ha giurato di non saper nulla della tragica fine della figlia del notaio trevigiano. «Sono stati gli altri». Chi? Confusione totale.
Ovviamente potrebbe essere una manovra per scaricare le proprie responsabilità. Tuttavia gli inquirenti si stanno persuadendo che dei complici devono esistere. Michele non può aver portato via da solo e da solo custodito Iole; e ancora, la mappatura dei suoi spostamenti nei giorni in cui è stato seguito passo passo dai carabinieri o da speciali dispositivi elettronici non ha rivelato contatti diretti con la prigioniera, segno che ci stava pensando qualcun altro. Si è aperto insomma un nuovo scenario nel quale gli investigatori si sono buttati a capofitto.
Il colloquio svoltosi al San Pio X di Vicenza non avrebbe riservato molto altro. Fusaro non avrebbe saputo ricostruire la dinamica esatta dell'operazione, non avrebbe saputo indicare dove la Tassitani è stata tenuta e come e perchè è stata così atrocemente soppressa; non avrebbe nemmeno saputo spiegare perchè i sacchetti con i brandelli del corpo fossero nella sua rimessa. Avrebbe soltanto ammesso di aver conosciuto la donna nell'ambito della sua attività secondaria di venditore porta a porta di prodotti per la casa, gliel'avrebbe presentata una conoscente comune. E le chiamate col telefonino di lei? E la lettera con una richiesta di riscatto trovatagli in tasca domenica notte? Risposte evasive.
«Se farnetica - ha commentato il legale dei Tassitani, l'avvocato Roberto Quintavalle - è perchè vuole costituirsi un alibi».
Al termine dell'udienza il Gip ha convalidato il fermo per sequestro di persona con morte dell'ostaggio e ha disposto la custodia cautelare in carcere. Michele Fusaro è guardato a vista perchè non commetta atti inconsulti. Nel pomeriggio l'operaio ha nominato come legale di fiducia l'avvocato Carlo Covi di Padova.
«Già da qualche giorno temevo che Iole Tassitani fosse stata uccisa - ha riferito ieri il procuratore capo di Venezia, Vittorio Borraccetti - il soggetto che stavamo seguendo si comportava in modo troppo tranquillo». Il magistratO ha definito l'interrogatorio del falegname, svoltosi in mattinata a Vicenza, "non particolarmente significativo". Borraccetti ha dichiarato di essere in attesa dei risultati definitivi dell'autopsia e dell'esito del sopralluogo nell'appartamento di Fusaro. In quest'ultimo - e così nel garage - non sono state rinvenute tracce ematiche e non sono stati trovati arnesi compatibili con lo scempio. Il luogo del massacro di Iole è ancora un mistero.
Bruno Cera
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Un tipo "normale", ossessionato dal fisico e dal bisogno di soldi
Bassano
NOSTRA REDAZIONE
Lo chiedi all'amico, al vicino di casa, al datore di lavoro e ti rispondono tutti alla stessa maniera: «Un uomo tranquillo, ordinato, disponibile». L'espressione più usata è «un tipo normale». Ed è proprio questa "normalità" che sconvolge, che lascia senza fiato quanti lo conoscevano e quanti hanno iniziato a conoscerlo, lunedì, quando il caso è esploso. È normale rapire una donna, tagliarla a pezzi (se è stato lui) e tenerne i resti in garage?
Michele Fusaro ha 40 anni, è nato a Bassano, ed è sempre vissuto nel comprensorio ove ha ancora la mamma, ospite di una casa di riposo, una sorella e un fratello. Nel 2003 aveva preso alloggio nel condominio di via Carducci 25 dove è stato scoperto l'orrendo delitto. Falegname, lavorava in un mobilificio di Romano d'Ezzelino. Aveva sposato in municipio una marocchina e aveva avuto un figlio: anni fa si era separato da entrambi, i due si sono trasferiti in Emilia. È rimasto solo, nella sua mente hanno forse fatto breccia le prime incrinature. Cercava di arrotondare con lavoretti a domicilio e con la vendita porta a porta di pentole e detersivi. Così ha incontrato Iole. Circa un anno fa, sia la Tassitani che il Fusaro, in periodi diversi, ma contigui, erano entrati nell'orbita di una ditta che organizza vendite nelle case. Ad un certo punto erano stati presentati da un collega comune e si sono tenuti in contatto.
Sicuramente Michele è rimasto colpito da quella donna bella, colta, indipendente ed è da ritenere che l'avesse inserita nel suo "giro" di frequentazioni. Nel frattempo il falegname dai martelli era passato ai computer, aveva scoperto il mondo delle chat, aveva capito che poteva essere chic. Si era dato ai manubri e agli integratori alimentari, cercava le signore in rete, si presentava, il fisico atletico "aiutava". Aveva allacciato un rapporto quasi fisso con una separata di Bassano; domenica sera era andato a prenderla, l'aveva invitata a cena e l'aveva riaccompagnata. E venerdì aveva partecipato al convivio della fabbrica, come se nulla fosse.
Il Fusaro faceva il prestante pure col portafoglio. Ma i soldi non bastavano mai: lo stipendio era quello che era, doveva mantenere il figlio e curare l'appartamento; e voleva approfittare del tempo libero. È in questa fase - magari solleticato da qualche lettura sbagliata (in casa gli sono stati trovati libri di occultismo) e da qualche film di serie B - che deve aver maturato un progetto delirante. Poteva forse sequestrare una di quelle donne con cui di notte parlava alla tastiera e che di tanto in tanto portava al ristorante. Una cosa veloce, senza chiedere la luna.
Ma è andata in un'altra maniera. Dalle chiamate sui telefonini, dalle tracce nei computer, dalle riprese di un pugno di telecamere, e soprattutto dalle rivelazioni dell'ex-cognato, gli inquirenti sono arrivati a lui e hanno scoperto un "precedente" piccolo ma inquietante: nel 1983, a 16 anni, con altri coetanei, era stato coinvolto - ricettò alcuni oggetti - nel ratto di una ragazzina a scopo di libidine. Dalla metà della settimana scorsa i Carabinieri del Comando provinciale di Treviso, del Ros di Padova e della Compagnia di Bassano hanno cominciato a pedinarlo, con estrema prudenza, e quindi hanno operato il blitz.
Ora Michele Fusaro è in carcere, a Vicenza, guardato a vista. Domenica notte, nella caserma dell'Arma, a Bassano, prima ha fatto lo spavaldo, poi ha citato nomi e circostanze di pura fantasia infine è scoppiato a piangere. «Cosa ho fatto, cosa ho fatto - ha ripetuto pur senza confessare apertamente - sono rovinato». Da quel momento in avanti ha solo continuato a fissarsi le mani, abili nel costruire, spietate nel distruggere.
B.C.
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Fermato in auto dai carabinieri poco dopo il sequestro
Treviso
NOSTRA REDAZIONE
«Ma se drio schersare?» Spavaldo e, all'apparenza, ingenuo allo stesso tempo. Michele Fusaro ha dimostrato di esserlo fino alla fine, dal momento in cui si è convinto ad architettare l'assurdo progetto di rapire una donna, fino a quando - tra domenica e lunedì - si è ritrovato nella morsa dei carabinieri che gli stavano stringendo le manette ai polsi.
«Se drio schersare? Mi no go rapio proprio nesuno». Spavaldo e ingenuo. Spavaldo lo era certamente, se è vero che fino all'ultimo era riuscito a mascherare una doppia vita e, soprattutto, a occultare un cadavere fatto a pezzi, tenendolo in casa per chissà quanto tempo, senza attirare l'attenzione di chicchessia, vicini e conoscenti, compresa la donna che di questi tempi andava frequentando, in modo più o meno clandestino.
Spavaldo fino in fondo, e strafottente al punto da non trascurare la maniacale cura del proprio corpo, pur avendo un cadavere sulla coscienza, e andare a correre come nulla fosse, per tenersi in forma. Come ha fatto fino a domenica mattina, senza sapere di essere seguito a distanza nei suoi movimenti, quando si è messo a fare jogging, lasciando interdetti i carabinieri che avevano l'incarico di non mollarlo un secondo. «Faceva tutto nella normalità più assoluta»: al maggiore Alessandro Dimichino, comandante del Raggruppamento operativo speciale dell'Arma, la doppia vita di Michele Fusaro appariva quasi impossibile. Mai, in cinque giorni di pedinamenti, il falegname bassanese ha mostrato cedimenti, o segni di nervosismo. Un criminale freddo e silenzioso, assolutamente autonomo. Almeno così ha mostrato di essere nel momento in cui Fusaro è entrato a buon diritto nelle mire investigative sul sequestro di Iole Tassitani, quando la Distrettuale antimafia ha potuto raccogliere la testimonianza chiave di un uomo, l'ex cognato marocchino di Michele Fusaro, su un caso che stava facendo ammattire un po' tutti. «Sì, mi fu fatta una proposta da una persona che conosco e solo ora, leggendo i giornali, mi son reso conto che potrebbe c'entrare con il sequestro. Dissi immediatamente di no, che non mi interessava. Forse potrebbe servirvi sapere che quella persona si chiama Fusaro. Michele Fusaro». Che, in quel momento, poteva diventare il grimaldello per la liberazione di Iole.
Pedinato e sorvegliato a distanza: «Non potevamo avere la certezza matematica che quell'uomo potesse effettivamente c'entrare col sequestro: c'era un buon 70 per cento di possibilità. E non sapevamo neppure se il sequestro fosse stato architettato da una o più persone». Perché il falegname bassanese, durante la vigilanza, non ha mai avuto contatti sospetti, neppure con malavitosi, e mai un comportamento fuori dalle righe: tutto nella normale quotidianità di un single che lavora e spende il proprio tempo libero come lo spenderebbe chiunque, nelle sue condizioni, palestra compresa. E la prospettiva di qualche viaggio, a spezzare la routine di una vita apparentemente banale. Una fotografia che rispecchia cinque giorni di esistenza.
Ma prima di mercoledì scorso, prima di finire inquadrato dai carabinieri, come era riuscito a nascondere il suo folle progetto? Con alterne fortune, decisamente. Poche ore dopo il sequestro di Iole una pattuglia dei carabinieri, sul confine fra il Trevigiano e il Bassanese, alle porte di Rossano Veneto, era stata indotta a fermarlo in auto, una scalcinata Honda Accord che, alle 3 e passa della notte, indurrebbe qualunque pattuglia a darle un'occhiata. E non solo quella, perché i due carabinieri che avevano intimato l'alt a Fusaro, non avevano tralasciato di fargli aprire anche il bagagliaio, oltre a controllargli i documenti. «Può andare...». Nessuno, ancora, in quel momento era a conoscenza che una donna era stata rapita. Solo l'amica di Iole, che però non aveva dato troppa importanza al messaggio che la donna le aveva inviato e che, purtroppo, sarebbe stato l'ultimo. Così Michele Fusaro aveva salutato la pattuglia, come nulla fosse accaduto. Che ci stava a fare, lì, a qualche chilometro da Castelfranco, e qualcuno in più da casa sua? E dov'era, in quel frangente, la povera figlia del notaio Tassitani? Sicuramente era viva.
Giancarlo D'Agostino
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Nel cuore del Nordest batte la paura
di Edoardo Pittalis
Da tre giorni quelle due fotografie attraversano gli occhi e i teleschermi: lei che accarezza la gatta e, senza occhiali, china lo sguardo miope; lui che strizza le palpebre accecate dal lampo e guarda quasi con sfida dalla foto segnaletica. Iole Tassitani e Michele Fusaro. Lei è stata uccisa, fatta a pezzi, ventinove pezzi! Lui l'ha rapita, straziata con maniacale precisione e riposto ogni pezzo in una busta nera della pattumiera, quelle che si chiudono col laccio giallo.
A Castelfranco e a Bassano hanno spento le luminarie di Natale perché non c'era più nulla da festeggiare e resteranno buie sino alla fine delle feste. Quelle luci spente sono un po' lo specchio delle nostre paure e della coscienza del Nordest oggi. Non ci capiamo più niente, ci spaventiamo per tutto, confondiamo cause ed effetti. Poi, di colpo, scopriamo che la realtà è più brutta, più terribile, assolutamente diversa da come l'avevamo immaginata e programmata.
Iole Tassitani era una bella donna, libera, senza problemi economici. Forse si fidava delle persone, forse si sentiva protetta dalla sua indipendenza. Forse combatteva a modo suo la solitudine senza avvertite negli altri la pericolosità. Si affidava alle chat per restare collegata al mondo, ma anche per restarne isolata. È sparita e per quasi due settimane si è pensato a un sequestro, si è attesa la richiesta di riscatto, si è temuta una nuova criminalità immigrata nel Veneto con determinatezza e ferocia. Gorgo al Monticano era stato un segnale troppo forte per poterlo trascurare. Si è cercata una banda, perché un rapimento presuppone organizzazione e quantità; si è cercato un covo. Imprevista la realtà: l'assassino è un falegname di Bassano del Grappa, resta da capire perché lo ha fatto non come lo ha fatto: ha sgozzato la donna, l'ha decapitata, l'ha fatta in pezzi sempre più piccoli. Poi ha provato a depistare spedendo una richiesta di riscatto. Ha commesso troppi errori (ha anche usato i cellulari della vittima), eppure per tanti giorni l'ha fatta franca. Ha condotto normalmente la sua vita, entrava e usciva da quel garage, si allontanava per andare in palestra, per correre all'aperto. Un immigrato nordafricano, sospettando qualcosa, ha messo la polizia sulle tracce dell'assassino. La storia potrebbe finire qui, si aspetta che Fusaro confessi e spieghi quello che ancora non si capisce.
È vero, il criminale non manda segnali di pericolo; non ha scritto in faccia che è un assassino. Sa confondersi tra gli altri, mimetizzarsi tra i vicini di casa e di lavoro. Eppure siamo di fronte a una storia mostruosa, più si scende nei dettagli e più aumenta l'orrore. Pensi che cose del genere accadano soltanto nei telefilm che vengono dall'America e che passano di notte in tv col bollino rosso per mandare a letto i bambini. Il garage di Bassano è peggio del camion frigorifero col quale "Dexter" trasporta le sue vittime dopo averle fatte a pezzi che recapita alla Polizia.
Lo insegue un altro serial killer che fa il giustiziere per conto della legge. Ma quella è fiction, disgustosa ma fiction; Fusaro non è uscito da un telefilm, era tra di noi.
Non era prevedibile, ma si camuffava alla perfezione. Come tante volte, quando l'orrore supera anche la più malata delle fantasie, quando la paura non riesce più a spaventare.
Come è accaduto per Pietro Maso, per Erika e Omar, per la strage di Erba, per quella volta che a Oderzo padre e figli massacrarono la madre e la lasciarono moribonda sul greto del fiume.
Storie di soldi, di eredità, di ferocia.
Gli altri non c'entrano, bisogna cercare in mezzo a noi e diventa più angosciante, più doloroso. Talvolta la ricerca può portare persino alla rimozione: è un folle, un pazzo, imprevedibile.
Come se bastasse a togliere l'orrore, a scalpellarlo dalle lapidi.
Come se bastasse per dare una risposta a ogni domanda.
Questa non è una storia da rimuovere: perché testimonia la perdita di certi valori, perché spiega quelle luci spente in segno di lutto e non solo.
Troppo facile archiviare tutto con la follia o con i soldi.
Il delitto si è consumato tra Castelfranco e Bassano, l'asse che unisce una delle zone più ricche d'Italia, ad altissima concentrazione di fabbriche.
Si produce di tutto: dalle biciclette alle ceramiche, dalle pellicce ai salotti, dalle scarpe sportive al computer.
La strada è una delle più trafficate d'Italia, una di quelle a maggiore rischio.
È il Nordest che ha sicurezze economiche e incertezze sociali.
Ha paura; avverte molti allarmi, anche quello della malattia contagiosa e corre a vaccinarsi.
Cerca capri espiatori, invoca misure d'emergenza, guardie più o meno private.
Non ha fiducia nello Stato che spesso è assente, quasi sempre non sa ascoltare e talvolta non capisce.
Emerge a tratti intolleranza e xenofobia.
Non è una crisi di soldi, quelli ci sono; è una crisi di identità.
Il Nordest è in difficoltà: ha perso valori sino a ieri solidi; non ha peso a livello nazionale perché non riesce a esprimere una classe dirigente politica, imprenditoriale e culturale all'altezza del momento.
Non riesce a passare le consegne da una generazione all'altra: ventimila aziende, il 33%, muoiono per impossibilità di trasmettere il timone da padre a figlio.
Nordest che sa che sta per arrivare il temporale, ma anziché costruire il riparo si affida agli effetti speciali.
Dovrebbe riflettere sul fatto che c'è stato un grandissimo sviluppo non accompagnato da adeguato sforzo culturale.
Dovrebbe riconoscere con orgoglio la grandezza di un passato di emigrazione e anche di povertà trasformato in ricchezza vera, grazie anche a una dedizione al lavoro non comune.
Invece, ignora il passato, fa ripartire la propria storia dal presente.
Così non ritrova le radici che lo saldino alla terra, resta spaventato, diffidente, fragile.
Si chiude a tutto, specie a quello che non conosce e non capisce, il diverso diventa in fretta il nemico da combattere.
Per questo l'orrore di Castelfranco può correre il rischio di venire rimosso.
Davanti al sangue di Gorgo al Monticano era tutto più semplice: assassini venuti da fuori e capaci di uccidere in maniera bestiale e di lasciare tracce proprio come le bestie.
Uno di loro, forse sconfitto dal rimorso, l'altro giorno si è ucciso in carcere.
Lì era tutto più chiaro.
Lo Stato ha sbagliato perché ha fatto mancare la presenza rassicurante sul territorio e perché non capito che la gente va protetta, difesa e garantita nelle strade, nelle case e nelle teste.
Ma l'assassino del garage di Bassano non è venuto da fuori e la sua ferocia può passare alla letteratura criminale.
Il falegname che maniacalmente ha fatto a pezzi la bella figlia del notaio e poi se n'è andato a correre come tutti i giorni.
In calzoncini, anche col freddo che pungeva e la prima spruzzata di neve; col contapassi perché bisogna tenere il conto di ogni metro coperto.
Michele Fusaro era fatto così.
È per lui che sono state spente le luminarie delle feste a Castelfranco e a Bassano.
È per lui che tutti dobbiamo ora interrogarci su cosa significhi scoprire un Michele Fusaro nel proprio grembo.
E per scacciare una domanda che arriva comunque, inevitabile: se a uccidere Iole fosse stato un immigrato cosa si griderebbe oggi? E si correrebbe il rischio di rimuovere?
Edoardo Pittalis
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Annichiliti. Siamo tutti angosciati ...
Annichiliti.
Siamo tutti angosciati e inquieti.
Siamo pietrificati per questo atroce assassinio.
Una donna semplice, tranquilla, è sequestrata in una quieta città di provincia.
E torturata, emotivamente e fisicamente, per 8 interminabili giorni.
Sola, disperata, senza conforto.
Incredula che nessuno arrivi a salvarla: «Perché nessuno mi aiuta?
Perché nessuno mi libera da questo pazzo furioso?».
Le indagini languono.
Eppure tutto avviene nel raggio di qualche decina di chilometri.
Allo choc, allo sgomento, all'incredulità delle prime ore, ma anche alla speranza di essere salvata, subentra pian piano la disperazione.
Prega, sillabando le preghiere.
Non c'è risposta. «Nessuno viene a salvarmi, nessuno».
L'uomo-mostro la tortura con l'attesa del peggio, con l'inquietudine, con la paura, con l'orrore.
Con le percosse brutali.
Giorno e notte.
E nessuno arriva a salvarla.
Di questa donna infelice, precipitata in pochi minuti nel più atroce e irrimediabile degli incubi, restano 29 pezzi.
Assassini efferati, purtroppo, avvengono con frequenza inquietante.
Ma questo ci turba per ragioni che ci toccano nel profondo.
Non solo per la premeditazione, la crudeltà, la lenta barbarie.
Ma per l'insidiosità della storia.
Una donna normale, senza alcun legame particolare con l'assassino, viene catapultata in pochi minuti nel più demoniaco dei tormenti.
Una di noi.
Ci angoscia pensare che nella nostra Marca serena un destino così atroce, inimmaginabile, impensabile possa capitare a ciascuna di noi.
A nostra figlia, a nostra sorella, a nostra madre, o alla migliore amica.
Ci angoscia dover ammettere che dietro al benessere opulento della nostra terra si celano mostri definitivamente crudeli, perfino oltre la morte della vittima.
Se il colpevole è il falegname italiano nella cui casa è stato rinvenuto il cadavere oltraggiosamente smembrato, ci angoscia dover ammettere che l'assassino, il sadico, abita tra noi.
Vive tra noi.
Parla la nostra lingua.
È nato qui. Il mostro, l'assassino, è dei nostri.
Ci angoscia sapere che anche quest'uomo aveva precedenti psichiatrici.
Che non sono e non possono essere un alibi per lui, ma sono una domanda di rendiconto per noi.
Per chi l'aveva seguito in passato.
Possibile che un caso così grave di patologia mentale passi inosservato, non diagnosticato e non curato?
Qualcosa deve cambiare nella sostanza: nella prevenzione, nella velocità delle indagini, nella severità ed effettività delle pene.
E ci angoscia pensare ai genitori di questa donna.
Sopravvivere alla morte di un figlio è atroce.
Ma sapere che una figlia è stata torturata e uccisa in questo modo, è la più atroce delle pene per chi sopravvive a questo inferno.
In tutti noi, per loro, resta una pena accorata.
Alessandra Graziottin
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http://www.corriere.it/cronache/07_d...ba99c667.shtml
Quote:
omicidio Tassitani
Iole sgozzata e fatta in 29 pezzi
Il risultato dei primi esami sui resti del cadavere eseguiti già la sera del 23 dicembre
ROMA - Iole Tassitani, la figlia del notaio di Castelfranco Veneto ritrovata cadavere in un garage privato di Bassano del Grappa, è stata fatta a pezzi con una sega elettrica e divisa in ventinove parti. È quanto emerge dalle indiscrezioni del primo esame sui resti del cadavere eseguito dal medico legale di Padova la sera del 24 dicembre. Lo scrive Il Gazzettino, anche se si attendono ancora i risultati dell'esame autoptico che dovrebbero essere resi noti nelle prossime ore.
SGOZZATA - Il quotidiano del Veneto anticipa che il cadavere di Iole Tassitani è stato rinvenuto con diverse ecchimosi sul volto, segno che la donna è stata picchiata e colpita con un corpo contundente alla testa, è inoltre stata sgozzata con un grosso coltello. L'autopsia dovrà anche chiarire dopo quanto tempo dalla scomparsa della donna, il 12 dicembre, è avvenuta la morte e se la vittima sia stata sedata nel corso del sequestro. Intanto mercoledì dopo la convalida del fermo di Michele Fusaro, il falegname quarantenne nel cui garage sono stati rinvenuti i resti della vittima, da parte del gip Massimo Morandini del tribunale di Bassano del Grappa il suo difensore, che era stato assegnato d'ufficio, ha revocato l'incarico. Nel pomeriggio di giovedì l'avvocato Carlo Covi di Padova verrà nominato nuovo difensore ufficializzando l'incarico nel carcere di Vicenza dove è detenuto Fusaro. L'uomo, dalla cella, ha provato a negare tutte le accuse a sue carico, ma poi è crollato: «Cosa ho fatto, cosa ho fatto... ».
PRIGIONE - A quattro giorni dal ritrovamento del corpo della Tassitani intanto i carabinieri di Treviso e del Ros di Padova non hanno ancora individuato la prigione dove è stata tenuta la donna dopo il suo sequestro. Prigione che, quasi certamente, è stata anche il luogo del suo omicidio. Nel frattempo, giovedì mattina si è tenuto un incontro a Venezia coordinato dal Procuratore capo, Vittorio Borracetti, per fare il punto dell'inchiesta che presenta alcuni aspetti dubbi: in particolare gli inquirenti intendono chiarire se Michele Fusaro sia l'unico responsabile o abbia avuto uno o più complici.
27 dicembre 2007
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Ultima modifica di ania : 27-12-2007 alle 21:45.
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