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Old 12-08-2006, 11:36   #41
Korn
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Originariamente inviato da discepolo
Beh è una guerra, l' errore è fatale!
si certo anche quando l'errore sistematico è tutto normale, meno ipocrisia plz
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Old 12-08-2006, 13:00   #42
zazazizza
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la mia domanda è: da quando in qua l'onu prima di votare una risoluzione deve sentire il parere delle parti in causa?
o meglio...
non è che quando c'è stata la guerra in iraq, la risoluzione americana non è stata votata perchè all'iraq non andava bene. l'hanno votata e basta.
ora, perchè israele può fare quello che cazz vuole e nessuno gli può dire niente?

la risposta è: israele è amico degli usa.

se qualsiasi altro paese al mondo (usa esclusa, ovvio) avesse deciso di bombardare un altro paese, subito, dico subito, tutti gli altri paesi del mondo avrebbero bombardato quel paese.

qui no.

in libano in questo momento 1 persona su 3 ha dovuto lasciare la propria casa.
1 su 3!!!!
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Old 12-08-2006, 13:02   #43
Ileana
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Originariamente inviato da zazazizza
la mia domanda è: da quando in qua l'onu prima di votare una risoluzione deve sentire il parere delle parti in causa?
o meglio...
non è che quando c'è stata la guerra in iraq, la risoluzione americana non è stata votata perchè all'iraq non andava bene. l'hanno votata e basta.
ora, perchè israele può fare quello che cazz vuole e nessuno gli può dire niente?

la risposta è: israele è amico degli usa.

se qualsiasi altro paese al mondo (usa esclusa, ovvio) avesse deciso di bombardare un altro paese, subito, dico subito, tutti gli altri paesi del mondo avrebbero bombardato quel paese.

qui no.

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La Francia fa qualsiasi porcata immaginabile in Africa, anche sotto l'egida ONU.
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Mi chiedete perchè non posso prendere sul serio questa Europa? Perchè il grado di sviluppo e maturità dei cocomeri va determinato in modo congruo e l'indice rifrattometrico della polpa, misurato al centro della polpa, nella sezione massima normale dell'asse deve essere uguale o superiore all'8° brix.
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Old 12-08-2006, 13:05   #44
discepolo
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Originariamente inviato da zazazizza
la mia domanda è: da quando in qua l'onu prima di votare una risoluzione deve sentire il parere delle parti in causa?
o meglio...
non è che quando c'è stata la guerra in iraq, la risoluzione americana non è stata votata perchè all'iraq non andava bene. l'hanno votata e basta.
ora, perchè israele può fare quello che cazz vuole e nessuno gli può dire niente?

la risposta è: israele è amico degli usa.

se qualsiasi altro paese al mondo (usa esclusa, ovvio) avesse deciso di bombardare un altro paese, subito, dico subito, tutti gli altri paesi del mondo avrebbero bombardato quel paese.

qui no.

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Sono anni che hezbollah lanciono missili su israele e l' europa, stati uniti, e l' onu non si son fatti proprio sentire.

Ora che Israele si difende dovrebbe esser attaccata, no dico ti rendi conto di quello che dici ?
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Old 12-08-2006, 15:23   #45
bjt2
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Originariamente inviato da zazazizza
la mia domanda è: da quando in qua l'onu prima di votare una risoluzione deve sentire il parere delle parti in causa?
o meglio...
non è che quando c'è stata la guerra in iraq, la risoluzione americana non è stata votata perchè all'iraq non andava bene. l'hanno votata e basta.
ora, perchè israele può fare quello che cazz vuole e nessuno gli può dire niente?

la risposta è: israele è amico degli usa.

se qualsiasi altro paese al mondo (usa esclusa, ovvio) avesse deciso di bombardare un altro paese, subito, dico subito, tutti gli altri paesi del mondo avrebbero bombardato quel paese.

qui no.

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Non vorrei dire castronerie, ma mi pare che l'Iraq non fa parte del consiglio dell'ONU, mentre Israele si?
__________________
0 A.D. React OS
La vita è troppo bella per rovinarsela per i piccoli problemi quotidiani...
IL MIO PROFILO SOUNDCLOUD! IL MIO CANALE YOUTUBE! IL MIO PLUGIN VST PROGRAMMABILE!
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Old 12-08-2006, 16:10   #46
roverello
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Originariamente inviato da discepolo
Sono anni che hezbollah lanciono missili su israele e l' europa, stati uniti, e l' onu non si son fatti proprio sentire.

Ora che Israele si difende dovrebbe esser attaccata, no dico ti rendi conto di quello che dici ?
Hezbollah lancia missili da inizio luglio.
Se lo facevano da prima perchè non è stato interessato l'ONU?
E ciò, cioè il caos, è accaduto dopo le enormi pressioni internazionali affinchè la Siria lasciasse il Libano.
Con la Siria in Libano non sarebbe mai accaduto tutto questo.
Almeno la comunità internazionale avesse avuto l'intelligenza (ma se non c'è non c'è) di mandare truppe a controllare la situazione, prima e non dopo.
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Old 12-08-2006, 16:10   #47
roverello
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Originariamente inviato da bjt2
Non vorrei dire castronerie, ma mi pare che l'Iraq non fa parte del consiglio dell'ONU, mentre Israele si?
No, ma ci pensa giorgino bus.
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Old 12-08-2006, 16:11   #48
roverello
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Originariamente inviato da Ileana
La Francia fa qualsiasi porcata immaginabile in Africa, anche sotto l'egida ONU.
Le hai viste?
Hai notizie di simile portata?
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Old 12-08-2006, 16:12   #49
roverello
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Originariamente inviato da Korn
si certo anche quando l'errore sistematico è tutto normale, meno ipocrisia plz
quando l'errore è sistematico si chiama comportamento...
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Old 12-08-2006, 19:07   #50
LittleLux
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Originariamente inviato da Korn
si certo anche quando l'errore sistematico è tutto normale, meno ipocrisia plz
guarda, non sai come mi piacerebbe che in quei convogli ci fossero un po' di ipocriti di cui sopra...tanto, si tratterebbe solo di un errore, giusto?
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Old 12-08-2006, 19:08   #51
LittleLux
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Originariamente inviato da Ileana
La Francia fa qualsiasi porcata immaginabile in Africa, anche sotto l'egida ONU.
e da quando in quà, miss, una porcata ne giustifica un'altra?
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Old 12-08-2006, 22:11   #52
DonaldDuck
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Originariamente inviato da roverello
Con la Siria in Libano non sarebbe mai accaduto tutto questo.
http://www.corriere.it/Primo_Piano/E...4/beirut.shtml
Quote:
Si chiede la destituzione dei capi dei servizi e la verità su omicidio Hariri

Libano, un milione e mezzo contro la Siria Grande manifestazione a Beirut dei sostenitori del defunto ex premier a un mese dall'attentato

BEIRUT - Era il 14 febbraio quando un'autobomba uccise l'ex premier libaese Rafik Hariri e un'altra ventina di persone. A quasi un mese di distanza, oltre un milione e mezzo di persone sono scese di nuovo in piazza a Beirut per manifestare contro l'occupazione militare siriana (il parziale ritiro di Damasco è iniziato nei giorni scorsi).
In decine e decine di cortei, i manifestanti provenienti da ogni parte del Libano continuano ad affluire nella centrale Piazza dei Martiri, ormai stracolma di gente, in quella che è senza dubbio la più grande manifestazione dell'opposizione dall'uccisione di Hariri. I manifestanti chiedono la destituzione dei vertici dei servizi di sicurezza libanesi e la verità sull’omicidio di Hariri.
L'odierna manifestazione ha portato in piazza dei Martiri (ribattezzata dall'opposizione piazza della Libertà) un numero di persone superiore a quello che l'8 marzo aveva risposto all'appello del movimento sciita hezbollah e altri 17 gruppi minori filo-siriani a dimostrare in sostegno della Siria e contro le «ingerenze straniere». Lunghe file di automezzi si sono formate sulla strada che dalla valle della Bekaa porta alla capitale. In molti sono arrivati via mare da Junieh. Quindi il numero dei persenti è stimato per difetto
Intanto l'ex premier, generale Michel Aoun, ha annunciato il ritorno dall'esilio per aiutare la riconciliazione nazionale. Aoun ha lasciato il Libano nel 1990.
15 marzo 2005
__________________
Affari conclusi: topogatto, BoBBazza, skorpion2, Ricky68, aleforumista, antarex, titave, gonfaloniere, Paramir, Liqih, stefocus, biagimax101, Torregiani, cajenna, s5otto, flu, enricobart, Sinclair63, Jeppo71, LucaAL, ercagno, tomejerry1974, oxone, tetsuya31, X1l10on88. Seccature da: diabolikoverclock; danyrace

Ultima modifica di DonaldDuck : 12-08-2006 alle 22:24.
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Old 12-08-2006, 22:21   #53
DonaldDuck
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Originariamente inviato da roverello
Le hai viste?
Hai notizie di simile portata?
http://www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/Marzo-2005/pagina.php?cosa=0503lm19.01.html&titolo=Francia%20in%20Africa:%20l'avvertimento%20ivoriano

Quote:
Francia in Africa: l'avvertimento ivoriano

Una crisi politica è scoppiata in Togo al momento del colpo di stato che, in spregio alla costituzione, ha portato al potere, il 5 febbraio scorso, Faure Gnassingbé: un'altra, in Africa dell'Est, che va ad aggiungersi a quella della Costa d'Avorio in cui Parigi è implicata e accusata per via dei comportamenti tenuti di recente dai militari francesi durante l'operazione «Liocorno». Luogo centrale e attore importante nelle lotte per il potere nelle sue antiche colonie, la Francia è sempre più contestata da quelle parti.

Boubacar Boris Diop Secondo l'idea largamente diffusa ma mai formulata esplicitamente con chiarezza, la cultura della violenza in Africa ha radici profonde.
Questo a priori porta automaticamente ad una lettura in chiave razziale - e non politica - delle lotte per il potere sul continente, percepite come espressione di odi etnici secolari. Non sorprende quindi il fatto che i media occidentali si ostinino a spiegare il conflitto ivoriano secondo i loro cliché abituali. Un capo di stato, Laurent Gbagbo, presentato come un essere al tempo stesso brutale e scaltro, se non addirittura illuminato; ribelli «buoni comunicatori» e masse rumorose di «giovani patrioti» a Abijan. Due settimane dopo lo scoppio della ribellione, il 16 settembre 2002, il ministro francese degli affari esteri, Dominique de Villepin, illustrava le istruzioni d'uso ai senatori del suo paese: «la crisi in corso si basa su elementi tradizionali. Il mosaico etnico e religioso che costituisce la Costa d'Avorio, contrassegnata in particolare da uno spartiacque Nord-Sud, è in crisi da quando è scomparso Houphouet-Boigny». In altri termini: «signori e signori, è sempre la stessa musica, nel nostro vecchio bordello africano».
A questo punto, non c'è più differenza, è una situazione scioccante - la spartizione di un paese importante e la legittimazione di una ribellione armata - diventa quasi accettabile. E, anche se è essenziale denunciare la devastazione provocata dal discorso etnicista in Costa d'Avorio, (1) non ci si deve lasciare affascinare soltanto dai suoi effetti, per quanto spettacolari e deplorevoli possono essere. Occultare la dimensione «francoafricana» di certi conflitti porta ad un vicolo cieco. La Costa d'Avorio non è arrivata a questo punto soltanto perché Dioulas e Bétés hanno scoperto che non possono più vivere insieme.
In realtà Parigi continua ad avere un ruolo centrale - e sempre meno segreto - nella crisi ivoriana.
Gli interessi francesi nell'ex colonia rappresentano un terzo degli investimenti esteri e il 30 per cento del prodotto interno lordo (Pil) (2). Dal 1960 in poi, grazie a contratti leonini, le società francesi trattano (come intermediari) e rimpatriano il 75 per cento della ricchezza prodotta. Nel 1994, il presidente Henri Konan Bédié, successore designato di Felix Houphouet Boigny, tenta di correggere queste anomalie con la retrocessione dei contratti di esportazione di caffè e cacao a grandi corporations americane e una licenza di prospezione del petrolio off-shore alla compagnia americana Vanco: sarà destituito con un colpo di stato alla fine del dicembre del 1999.
Anche Gbagbo tenta di allentare la morsa delle imprese francesi, in un paese in cui Saur, Edf, Orange e Bouygues controllano trasporti, acqua, elettricità e le vie di comunicazione, mentre la Société générale, la Bnp e il Crédit Iyonnais dominano il settore bancario. È stata avviata una apertura dei mercati alla concorrenza internazionale: per il terzo ponte di Abijan e l'aeroporto di San Pedro, Bouygues si è rivelato decisamente meno competitivo dei sudafricani e dei cinesi. E la scoperta di un importante giacimento di petrolio a Jacqueville, nei pressi di Abijan, non serve certo a tranquillizzare gli animi.
E le pressioni nei confronti di Gbagbo - sospettato anche di volersi avvicinare agli Stati uniti - sono state talmente pesanti da costringerlo a fare marcia indietro alla fine del 2004 e a confermare certi contratti francesi (3).
Numerosi intellettuali africani si accontentano di istruire, per mimetismo, il processo del presidente. È vero che Gbagbo ha fatto della Costa d'Avorio un luogo pericoloso per gli oppositori, gli stranieri e i giornalisti. Nel marzo 2004, una marcia pacifica è stata repressa nel sangue: le Nazioni Unite che hanno fatto un calcolo di 120 morti, hanno accusato il regime di gravi violazioni dei diritti umani. Il 4 novembre 2004, come preludio agli attacchi contro il quartier generale di Force nouvelles a Bouaké, la sede del partito democratico della Costa d'Avorio (Pdci) e quello del Rassemblement des répubblicains (Rdr) sono stati incendiati contemporaneamente alle sedi di tre giornali critici nei confronti del governo. Le «squadre della morte» hanno aperto un ciclo ingiustificabile di esecuzioni extragiudiziarie. Tuttavia, si ha l'impressione di uno sdegno selettivo: come il presidente dello Zimbawe Robert Mugabé, Gbagbo è segnato a dito soprattutto per aver osato attaccare gli interessi di un paese occidentale.
Ma se le sommosse del novembre 2004 non hanno risolto la sua situazione, stanno comunque trasformando completamente il volto del conflitto.
Dopo 40 anni di amichevole intesa post-coloniale, è la prima volta che la vita dei cittadini francesi in Africa è minacciata su così larga scala. Ci si era per così dire rassegnati a vedere gli africani ammazzarsi fra di loro. Lo strazio di comuni cittadini che sbarcavano in lacrime a Roissy ha fatto quasi dimenticare il fatto che i soldati francesi hanno ucciso civili ivoriani nel loro stesso paese; e che un presidente straniero - nella fattispecie Jacques Chirac - ha dato l'ordine di distruggere la flotta aerea di uno stato sovrano, per rassicurare 15.000 suoi compatrioti e vendicare la morte di nove soldati.
Per farla breve, perfino i più scettici si vedono costretti a riconoscere che Parigi è un attore importante nelle lotte per il potere nelle sue ex colonie. La Francia era abituata ad agire dietro le quinte: gli eventi di Abijan l'hanno costretta ad agire a viso aperto. È deplorevole il fatto che alcuni civili francesi, che non c'entrano nulla con la politica del loro governo, abbiano dovuto pagare questo chiarimento a così caro prezzo. In tale occasione, gli africani hanno potuto vedere che il re è nudo. Una forte presenza militare non ha consentito allo stato francese di garantire la sicurezza dei suoi cittadini nel cortile di casa. Costretto alla difensiva, si invischia in dinieghi poco convincenti. Nella sua audizione al Senato il 4 ottobre 2002, de Villepin ha ammesso implicitamente che i ribelli non avevano agito da soli. «La situazione, ha detto, si è andata evolvendo in modo tale che sono venuti alla luce degli interrogativi su eventuali complicità o appoggi esterni».Quando si tratta della Franciafrica, un ministro francese degli affari esteri parla con cognizione di causa. Ogni parola conta. Conta anche ogni parola non detta: de Villepin dimentica di aggiungere che il suo paese è fortemente sospettato di aver finanziato la ribellione. La Francia, signora sovrana nella «sua» Africa, si trova all'improvviso sul banco degli imputati. I politici nella palestra Le brevi scaramucce del 7 novembre 2004 tra le forze armate nazionali della Costa d'Avorio (Fanci) e i soldati dell'operazione Liocorno non sono importanti sul piano militare. Sarebbe tuttavia imprudente sottovalutarne il peso simbolico per gli africani. Ancor prima di quelle rivolte, l'operazione Liocorno era percepita come una forza d'occupazione. La brutalità della sua reazione l'ha confermato, inviando un segnale anche agli stati-clienti del cortile di casa.
Il peso della storia può dare troppo facilmente a questi giovani soldati la sensazione di essere una guarnigione fra qualche tribù sui bastioni alla periferia dell'impero. E se i capi di stato africani - illustri democratici, lo sappiamo tutti - hanno difeso a spada tratta l'Eliseo, nei paesi francofoni c'è stata una vigorosa condanna di quello che stava diventando una sanguinosa spedizione coloniale.
Già nel gennaio 2003, il Forum sociale africano di Addis-Abeba aveva dato un avvertimento: «Se insiste nella sua logica imperiale attuale, la Francia rischia di moltiplicare gli interventi militari sul continente, nel corso dei prossimi anni (...) Alla luce del genocidio ruandese del 1994, della guerra civile del Congo del 1997 e dei conflitti in atto in Africa centrale e in Costa d'Avorio, è urgente che gli stati africani francofoni rivalutino le loro relazioni con l'ex potenza coloniale».
La tendenza attuale della crisi ivoriana dovrebbe indurre gli elettori francesi a domandare a chi di diritto: che cosa fa il nostro esercito in Costa d'Avorio? Quasi comica, la risposta abituale delle autorità francesi è comunque accettata da una società disposta ad ingoiare il pensiero preconfezionato dei suoi dirigenti. Il francese medio sembra convinto del fatto 3.800 suoi soldati si trovino in Costa d'Avorio per motivi etici: senza di loro, certa gente svelta di coltello avrebbe distrutto già da tempo il proprio paese. C'è chi invoca il precedente ruandese, dimenticando en passant le responsabilità della Francia nel genocidio del 1994 (4).
La Costa d'Avorio riveste fondamentale importanza per il governo francese - e per certe multinazionali. Non è certo per amore della pace che gli elementi di Liocorno sono il triplo di quelli della Comunità economica degli stati dell'Africa occidentale (Cedevo).
Questa forza è troppo numerosa e dotata di armi pesanti per essere tenuta soltanto a proteggere poche migliaia di persone, il cui rimpatrio in massa è stato stranamente escluso fin dall'inizio della crisi.
Il fatto è che è essenziale per Parigi restare sul campo, anche a prezzo di qualche vittima francese.
I governi francesi, di sinistra come di destra, hanno sempre avuto mano libera nell'ex impero coloniale. Nascono così gli assassini politici mirati, il saccheggio sistematico delle risorse economiche di numerosi stati, e l'appoggio a dittature sanguinarie. Finora, tutto ciò si faceva nell'ombra. La sparatoria del novembre 2004, invece, si è verificata in pieno giorno. In meno di un anno, la Francia è stata chiamata in causa nei termini più violenti dal presidente ruandese Paul Kagamé e da Gbagbo. Non è certo un caso. Trattandosi della Costa d'Avorio, già da tempo si notavano numerosi segnali, che sarebbe stato doveroso interpretare correttamente. Il sentimento anti-francese non è comparso all'improvviso nel novembre 2004. Il liceo Jean-Mermoz e il Centro culturale francese sono stati devastati una prima volta nel maggio 2004: un giornalista di Radio France internazionale (Rfi), Jean Hélène, è stato assassinato il 21 ottobre 2003, e un secondo, Guy-André Kieffer, è dato per disperso dal 16 aprile 2004; l'ambasciata e il 43simo Bima (battaglione di fanteria della marina) sono stati assediati a più riprese.
Tutto ciò è iniziato con la firma degli accordi di Linas-Marcoussis, il 24 gennaio 2003. Il governo francese che li ha patrocinati, ha almeno formalmente, dato prova di grande arroganza. Come è possibile riunire tutta la classe politica di un paese sovrano in una palestra di periferia e far dirigere i lavori ad un semplice funzionario parigino?
Quale capo di stato con un minimo di orgoglio poteva accettare che si nominasse un primo ministro, Seydou Diarra, per quanto fosse ritenuto una persona neutrale piuttosto rispettata, al di fuori del territorio nazionale, e che si imponesse la nomina di leader di una ribellione armata alla testa di ministeri «sensibili», come quello della difesa e dell'interno?
Dopo di che, tutto è andato di male in peggio. Il disprezzo per i sentimenti nazionali ivoriani ha fatto moltiplicare le gaffes. E così si è sentito Dominique de Villepin dichiarare, al termine di un incontro con Gbagbo: «ho chiesto al presidente di mandar via i mercenari e di tenere i suoi aerei inchiodati a terra». Parole che un giornalista francese ha riassunto con disinvoltura: «de Villepin è andato a Abijan a rimettere le bretelle a Gbagbo».
Il risultato di queste provocazioni è disastroso. I francesi della Costa d'Avorio si trovano costretti a chiedersi: perché? Sarà loro difficile rassegnarsi all'idea di vivere attanagliati dalla paura della loro seconda patria. Li hanno un po' dimenticati in Francia, dopo l'emozione iniziale. Forse, saranno sacrificati sull'altare del realismo politico. In tempi normali - se ci è consentito dirlo - Gbagbo sarebbe stato liquidato e cacciato dal potere con un putsch su misura. Questa scelta ormai comporta non pochi rischi. Questo vuol dire che le rivolte di Abijan suonano la campana a morto per la Francafrica? Sarebbe quantomai ingenuo crederlo. Tuttavia, avrebbe torto chi volesse considerarlo soltanto un incidente isolato. Tali sommosse possono verificarsi di nuovo in numerose ex colonie francesi.
In tutta l'Africa aumenta l'esasperazione, e il presidente ivoriano ha saputo approfittarne. Gbagbo certo non induce a sognare: nessuno penserebbe a lui come a Thomas Sankara o Patrice Lumumba. Senza dubbio si trascinerà appresso anche l'handicap di essere un presidente mal eletto. Ma il suo tallone d'Achille continua ad essere il clima di xenofobia che falsa la lettura politica del conflitto. Se c'è una volontà reale di rottura con il modello neocoloniale, è di vitale importanza per la sua credibilità far saldare una volta per tutte il conto della «ivorietà»: il panafricanismo come lo concepivano Kwame Nkrumah e Cheikh Anta Diop è prima di tutto un umanesimo.
Non si farà credere a certi ivoriani che il loro presidente è un eroe romantico venuto a portar loro la libertà: si trovano di fronte a un politico scaltro, ostinato, a volte quantomai sbrigativo. Ma se Gbagbo ha potuto ribaltare a suo favore la situazione, è perché si è mostrato più coraggioso dei suoi omologhi africani. La Costa d'Avorio non è più territorio d'oltremare. E' un paese attaccato da uomini in armi. Non si può rimproverare al suo presidente di volerli far rientrare nei confini della legalità repubblicana. Chiunque altro, al suo posto, avrebbe preteso il disarmo dei ribelli.
Proprio perché Gbagbo agisce con pieno diritto, i tentativi di demonizzarlo mostrano la corda. Si può anche dubitare dell'autorità morale dei suoi censori, che non hanno fatto una piega di fronte al coinvolgimento del loro paese nel genocidio ruandese, per quanto fosse comprovato da testimonianze schiaccianti. A 11 anni di distanza, Abijan e Bouaké sono sanguinosi teatri di operazioni per l'esercito francese. Scelgono di trattare questo scandalo come un grosso fatto di cronaca. Il rifiuto di guardare la realtà in faccia è peraltro simboleggiato dall'assenza di immagini della «pulizia» della capitale ivoriana da parte degli elementi del Liocorno. Quelle scene agghiaccianti che non sono state viste a Parigi, gli ivoriani, da parte loro, non le dimenticheranno mai. Forse anche nella Francafrica sono finiti i tempi del delitto perfetto.
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DonaldDuck
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Non la giustifica. Viene giustificata. E' differente. Leggi sopra.
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O qualche benpensante sui pullman o auto o centri commerciali israeliani che saltano in aria. Basterebbe qualche parente.
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Old 12-08-2006, 22:42   #56
DonaldDuck
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Originariamente inviato da Korn
si certo anche quando l'errore sistematico è tutto normale, meno ipocrisia plz
Hai ragione, meno ipocrisia. Poniamo maggior attenzione sulle cause. Un esempio:

http://www.nigrizia.it/doc.asp?ID=6354
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Africa e servizi segreti / Strategie, reti, protagonisti
Nigrizia 01/05/2004


Il gioco delle spie

I diversi regimi locali, sostenuti dall’uno o dall’altro campo, ricevevano aiuti per costituire apparati di sicurezza interni al fine di tenere sotto controllo la popolazione. Cia statunitense, Kgb e Gru sovietici, Stasi tedesco-orientale, Dgi cubano, Dst, Sctip (Service de coopération technique internationale de police) e Sdece (poi Dgse) francesi, MI6 britannico, Mossad e Shin Bet israeliani, Dipartimento delle relazioni inernazionali del Partito comunista cinese e, nel loro piccolo, i servizi italiani (vedi Somalia), erano i servizi più impegnati nell’intessere reti e contatti nel continente, anche attraverso l’addestramento e l’equipaggiamento degli apparati di sicurezza locali.

Sul finire degli anni ’70, i francesi organizzarono addirittura un’alleanza tra servizi segreti per combattere l’influenza sovietica e cubana nel continente. Il conte Alexandre De Marenches, capo dello Sdece (com’era chiamato all’epoca il servizio di spionaggio estero di Parigi), creò infatti il cosiddetto "Safari club" che riuniva i servizi di Marocco, Egitto, Arabia Saudita, Iran (c’era ancora lo Scià, anche se per poco), la cui azione principale si dispiegò nell’allora Zaire durante i fatti katanghesi del 1977-78.

Con la fine della guerra fredda, l’interesse dei due blocchi verso l’Africa è diminuito e con esso gli aiuti economici che tenevano in piedi amministrazioni corrotte e inefficienti. Negli anni ’90, la parabola di diversi stati africani sembra aver raggiunto il suo corso. Alcuni paesi hanno perso ogni forma di stato unitario (Somalia), altri hanno visto lo stato ridotto a feudo personale del tiranno di turno.

Di conseguenza, anche le diverse componenti delle amministrazioni pubbliche sono al collasso. Tra queste vi sono i servizi di intelligence statali, spesso sostituti da strutture spionistiche delle varie guerriglie che si disputano il controllo del territorio. Servizi di intelligence nazionali che conservano un qualche grado di efficienza si trovano, quindi, solo dove lo stato è ancora presente (Sudafrica, paesi nordafricani e, in misura minore, Sudan e Nigeria), oppure dove le scarse risorse statali sono state dirottate verso la sicurezza del regime (Zimbabwe, Uganda, Ruanda).
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