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#41 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Jan 2005
Messaggi: 821
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Quote:
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Tanto poco un uomo si interessa dell'altro, che persino il cristianesimo raccomanda di fare il bene per amore di Dio. (Cesare Pavese) "Sono un liberale di destra, come potrei votare uno come Berlusconi?" Marcello Dell'Utri, fondatore del partito Forza Italia, è stato condannato per mafia. |
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#42 | |
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Bannato
Iscritto dal: Aug 2004
Città: Roma Status:Superutente Messaggi totali:38335 Auto:Fiat Stilo 1.9 MJT Moto:Ducati Sport 900 IE
Messaggi: 1524
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Quote:
LuVi |
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#43 |
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Senior Member
Iscritto dal: Aug 2005
Messaggi: 2768
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l'irak è la guerra infinita...
sapete quanti soldi stiamo buttando in quel paese? grazie a questa missione DI GUERRA l'esercito e le forze di polizia non hanno più fondi (VEDI LE IENE DI IERI SERA DOVE I CARAMBA NON HANNO I SOLDI PER LA BENZINA )eppoi dicono che siamo a rosso pensate se rimaneva berlusca, tra la TAV, irak, devolution e altro chi ce li dava i soldi?????? l'italia se doveva basarsi sui politici eravamo gia falliti |
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#44 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Apr 2004
Messaggi: 666
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Quote:
Si ok di guerra (però scritto a maiuscolo eh...) |
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#45 |
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Senior Member
Iscritto dal: Apr 2004
Messaggi: 666
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La possibile funzione sociale delle truppe Italiane in Iraq
Da diversi mesi si discute della necessità che le truppe italiane restino in Iraq o rientrino in patria. C’è chi sostiene che le nostre truppe stiano appoggiando una guerra ingiusta e chi invece che le stesse stiano portando a termine una missione di pace volta alla ricostruzione non solo materiale ma anche morale e sociale attraverso la riformazione di un’identità collettiva che permetta ai cittadini iracheni di respirare un’aria democratica mai conosciuta, e di vedere rispettati i propri diritti sociali, politici e umani. Nei dibattiti che popolano le testate giornalistiche sono stati analizzati o semplicemente presi in considerazione i diversi risvolti della presenza delle Forze armate italiane nel territorio iracheno, ma una, forse la più importante, è stata trascurata. La possibilità che le nostre truppe in Iraq possano e debbano assolvere una funzione di “riabilitazione sociale” per la popolazione civile in difficoltà è stata ignorata. La presenza delle truppe italiane in un territorio dove è presente una crisi umanitaria e sociale presenta diversi aspetti positivi che vanno oltre la funzione prettamente militare o di ripristino della pace. In ogni luogo del mondo dove si vogliono ricostruire delle fondamenta democratiche che reggano la struttura sociale è necessario il coinvolgimento della popolazione e il suo supporto. Il coinvolgimento della popolazione viene attivato anche e soprattutto dalle Organizzazioni non governative umanitarie che si preoccupano di sostenere le persone in difficoltà, di ripristinare le condizioni igienico-sanitarie, di fornire aiuto economico e generi di prima necessità. Tuttavia le truppe militari possono svolgere una funzione riabilitativa che neanche le Ong riuscirebbero ad assolvere. È un fatto naturale la necessità per l’uomo di essere indirizzato, non forzato, da un’autorità nel suo percorso di vita per andare d’accordo con i suoi simili e formare una struttura sociale degna dell’essere umano. Mutuando il pensiero di Durkheim, l’assenza di regole, lasciando una popolazione al suo destino, così come una presenza eccessiva imposta dal fondamentalismo religioso, può portare una società al collasso e l’uomo all’autodistruzione. In ogni caso una società che voglia assicurare alle persone una convivenza armonica e pacifica ha bisogno di un’autorità che riesca a incarnare la presenza di un assetto normativo democratico e fermo, comprensivo ma tenace nel perseguire le violazioni, un’autorità che funga da genitore che insegni ai propri figli come ci si comporta e come si convive civilmente. La funzione dei militari italiani in Iraq è appunto quella di incarnare un’autorità che agisca da guida per il ripristino di condizioni sociali accettabili e dotata della capacità di correggere quei meccanismi stereotipati che impediscono a una popolazione in crisi di valutare criticamente l’essenza dell’aiuto fornitogli. Analizziamo la situazione sociale in Iraq. L’aver vissuto un conflitto armato e vivere in una situazione costante di guerriglia non giova sicuramente al riconoscimento e all’assimilazione dei principi democratici e del vivere civile. A questi fattori aggiungiamo la povertà, la fame, la carenza di rapporti sociali solidi, la mancanza di strutture sanitarie e di formazione culturale laiche. Le rivendicazioni tribali e il fondamentalismo religioso completano il quadro. Tutti questi fattori non fanno altro che alimentare e rafforzare gli schemi stereotipati ed etnocentrici assimilati da una popolazione in piena crisi sociale. Il fondamentalismo, in particolare, rifugge per natura dai principi democratici in quanto impone la dottrina religiosa senza dare la possibilità di contestare né porre dubbi sui relativi dettami. Un insegnamento che adotti queste modalità, nei casi più gravi accompagnato da pratiche di ‘brainwashing’, a prescindere dai suoi contenuti crea nell’individuo delle sovrastrutture rigidissime difficili da indebolire e scardinare. L’individuo educato in questo modo acquisisce preconcetti protetti da un muro di consistente spessore che lo vincola, limita la sua visione o meglio crea dentro di lui una linea guida che permette la percezione dell’ambiente esterno attraverso un’ottica esclusivista. Attraverso questi schemi i soggetti in difficoltà riescono a scaricare l’eccesso di tensione psichica acquisita durante la sottoposizione alle frustrazioni quotidiane. Non riuscendo, infatti, a individuare la reale fonte di frustrazione, l’individuo opera una dislocazione dell’ostilità e le truppe militari straniere ne incarnano il bersaglio-oggetto. Anche i meccanismi di proiezione in questi contesti sono molto presenti e la dottrina fondamentalista fa molto leva su di essi. A ciò si aggiunga la spersonalizzazione operata nei confronti dei singoli militari che non sono visti come esseri umani, ma come ingranaggi di un meccanismo che diffonde odio e violenza. Nel momento in cui la cultura locale entra in contatto con una cultura profondamente diversa, la frammentazione d’identità collettive propria dei contesti tribali amplifica le esigenze di omogeneizzazione favorendo l’etnocentrismo e imponendo moralmente ai singoli di difendere i propri costumi e risorse ideologiche a tutti i costi. In questi contesti diventa chiaro quanto sia facile cadere nella tentazione di appartenere a un gruppo terrorista. Per aprire un varco in quel muro d’acciaio bisogna partire dalla neutralizzazione degli schemi mentali che escludono una visione obiettiva di ciò che esiste all’esterno, che riabiliti una capacità di critica ormai assopita dalla dottrina fondamentalista e dalla povertà, sia materiale che sociale. Le truppe militari possono attuare questa funzione di riabilitazione delle capacità critiche come nessun altro per vari motivi. Innanzitutto perché generalmente le truppe militari incarnano lo Stato straniero, quindi facilmente riconosciute come soggetto ostile con scopi di conquista territoriale, colonizzazione, espansione o saccheggio di risorse. Nel momento in cui questo soggetto negativo pone in essere degli atti umanitari dando la possibilità di percepire in modo obiettivo una natura diversa da quella prospettata pregiudizievolmente, vengono indeboliti gli schemi precostituiti e le sovrastrutture che favoriscono la disumanizzazione dei militari stranieri. In questo senso si attacca il meccanismo della spersonalizzazione del nemico costruito ad arte dalla dottrina fondamentalista. Molto più difficile risulta attenuare le tendenze all’etnocentrismo. Sarebbe opportuno partire dalla individuazione dei punti in comune che due culture diverse potrebbero avere. Alcuni dei principi fondamentali comuni a tutte le culture che si definiscono civili sono la libertà e la democrazia. Sintonizzarsi su questi due aspetti è la cosa fondamentale. Capire che si può collaborare insieme per assicurare quei due principi è il primo passo per avvicinare due culture differenti. Oltre alla individuazione dei punti in comune, un altro elemento che non deve essere sottovalutato consiste nel rispetto per le diversità. Le diverse culture possono convivere e coesistere pacificamente anche se rispondono a radici o a costumi differenti. E’ necessario però che quei costumi non ledano i principi liberali dell’altra parte. Inoltre, è ancor più necessario partire dalla consapevolezza che non bisogna imporre gli usi e i costumi della propria cultura a una popolazione di cultura diversa. I principi di ogni cultura devono essere rispettati anche se non condivisi purché non ledano la libertà e la dignità della persona. I nostri militari dovrebbero dunque essere sensibilizzati e istruiti a svolgere una funzione sociale in modo professionale e serio. Dovrebbero essere consapevoli pienamente del reale potenziale umanitario e sociale che possiedono e il supporto che possono fornire alla popolazione nel contesto di una missione di pace che si definisce tale. Questa consapevolezza dovrebbe partire proprio dall’accertare gli schemi rigidi e impenetrabili che riscontreranno nella popolazione, ma soprattutto capire il perché quegli schemi mentali sono stati assimilati dalla gente che si propongono di aiutare, individuarne la natura e il radicamento e in questo modo cercare di correggerli. In poche parole, anche i nostri militari devono svolgere questa funzione sociale scevri da schemi precostituiti, consapevoli che le immense difficoltà della popolazione irachena predispongono ad atteggiamenti fanatici e in alcuni casi violenti o comunque ostili. Il supporto di specialisti del settore sociale che accompagnino costantemente i militari italiani nella realizzazione della ricostruzione sociale e morale è fondamentale. Appare altresì indispensabile il supporto di psicologi in grado di aiutare i militari a elaborare le esperienze drammatiche dirette o indirette vissute in quei contesti. La rivalutazione dell’operato dei militari italiani in Iraq anche in funzione sociale potrebbe costituire il punto di contatto tra coloro che rifiutano qualsiasi impegno delle nostre truppe in quel contesto e coloro i quali invece pensano che la presenza delle nostre Forze armate possa fornire un reale e serio contributo umanitario a una popolazione ancora oggi in serie difficoltà. Una discussione politica che affronti il tema al di fuori degli schemi partitici e con il coinvolgimento dei vertici militari e di specialisti del settore sociale potrebbe realmente mutare le condizioni di una realtà drammatica come quella esistente a Nassiriya e cambiare l’immagine che delle nostre truppe hanno tuttora gli scettici. Pagine di Difesa Gabriele Durante |
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