Venezuela, altro che petrolio: il tesoro segreto potrebbe chiamarsi Bitcoin
Dopo la caduta di Maduro, emergono dubbi sulle presunte riserve di Bitcoin del Venezuela. Tra stime contrastanti, wallet difficili da tracciare e possibili confische statunitensi, l'eventuale destino di queste criptovalute potrebbe avere ripercussioni sui mercati e sul piano geopolitico globale.
di Manolo De Agostini pubblicata il 13 Gennaio 2026, alle 16:41 nel canale WebBitcoin
Dopo la destituzione del presidente Nicolás Maduro avvenuta dieci giorni fa, l'attenzione internazionale si è concentrata sulle enormi riserve petrolifere del Venezuela. Tuttavia, secondo diversi analisti, il Paese sudamericano potrebbe detenere anche un'altra risorsa strategica, molto meno visibile ma potenzialmente rilevante per i mercati globali: il Bitcoin.
L'ipotesi è che il regime di Maduro abbia accumulato nel tempo una quantità significativa di criptovaluta, utilizzandola come strumento alternativo per preservare valore e aggirare le restrizioni imposte dalle sanzioni internazionali. Escluso dai principali circuiti finanziari, il Venezuela avrebbe fatto ricorso a una combinazione di asset difficili da tracciare, come oro fisico, contanti e, appunto, Bitcoin.

Ne ha scritto la CNBC, che ha ascoltato diversi esperti di settore. Secondo Gui Gomes, CEO della società latinoamericana OranjeBTC, è ragionevole ritenere che il Paese abbia avuto un'esposizione concreta verso la criptovaluta. Tuttavia, stimare con precisione l'entità di queste riserve è estremamente complesso. La natura decentralizzata della crypto e l'anonimato relativo dei wallet rendono difficile associare indirizzi specifici a soggetti governativi.
Le stime circolate sono molto divergenti. Project Brazen ha ipotizzato una riserva fino a 60 miliardi di dollari, una cifra che collocherebbe il Venezuela tra i maggiori detentori mondiali di Bitcoin, al pari delle grandi società quotate specializzate in treasury crypto. Al contrario, Bitcointreasuries.net riporta un dato molto più contenuto, pari a circa 240 bitcoin, sulla base di informazioni derivate da analisi blockchain citate da fonti mediatiche.
Diogo Mónica, partner di Haun Ventures, sottolinea come il Venezuela, per via delle sanzioni, non avrebbe potuto affidarsi a custodi regolamentati statunitensi o occidentali, optando invece per soluzioni più opache ma comunque tecnicamente sicure. In questo scenario, le riserve potrebbero essere frammentate in migliaia di wallet, controllati da esponenti del regime e figure militari, rendendo l'identificazione ancora più difficile.
Andrew Fierman, responsabile dell'intelligence per la sicurezza nazionale di Chainalysis, ritiene plausibile che il Venezuela abbia accumulato criptovalute negli ultimi anni, coerentemente con una lunga storia di metodi non convenzionali per trasferire e convertire ricchezza, inclusi spostamenti fisici di oro all'estero.
Il Paese non è nuovo alla sperimentazione nel settore. Nel 2018 il governo lanciò il petro, un token statale poi fallito e definitivamente abbandonato nel 2024. Inoltre, le autorità hanno in passato sequestrato proventi di mining, prima di vietare completamente l'attività nel 2024 per motivi energetici.
Alla luce del recente cambio di scenario politico, restano aperte diverse ipotesi sul destino di eventuali riserve in Bitcoin. Il periodo di instabilità aumenta il rischio che parte degli asset venga liquidata o finisca sui mercati, con possibili effetti depressivi sul prezzo nel breve termine. Un'altra possibilità è la confisca da parte degli Stati Uniti, nell'ambito delle azioni di enforcement contro gli esponenti del vecchio regime. Questa ipotesi si intreccerebbe con i piani dell'amministrazione Trump, che ha firmato un ordine esecutivo per la creazione di una riserva strategica di bitcoin a costo zero per i contribuenti.










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