Chi sono e cosa ci faccio qui? Mi chiamo Luciano Ballerano, ho passato 18 anni in NVIDIA,
prima nel Marketing, poi nelle Pubbliche Relazioni e infine a occuparmi di contenuti e formazione
per i partner in tutta Europa. Ho visto la rivoluzione dell’IA nascere dall’interno. Oggi provo
a scrivere libri sull’impatto dell’IA su tutti noi, costruisco prodotti AI senza saper programmare
(si chiama “vibe coding”, ed è una storia che vi racconterò), e con questa rubrica settimanale
voglio fare una cosa sola: aiutarvi a capire cosa sta succedendo davvero con l’IA generativa,
senza l’hype di chi vende e senza il cinismo di chi nega.
Un game designer di 9 anni, due fogli a matita, e tutto quello che la scuola non ha ancora capito
Ho dato un foglio bianco a mio cugino e gli ho detto "creiamo un videogioco". Quello che è successo dopo mi ha insegnato più di qualsiasi report sull'IA nell'educazione
di pubblicata il 21 Marzo 2026, alle 09:31 nel canale Scienza e tecnologiaIA Upgrade
L'altro ieri ho fatto compagnia a mio cuginetto di 9 anni. A un certo punto gli ho chiesto se volesse fare un gioco, e lui ha annuito con l'entusiasmo che a quell'età vale come un contratto firmato. Solo che poi gli ho spiegato meglio: il gioco non lo avremmo giocato, lo avremmo creato. Un videogioco vero, su quello che gli piaceva di più.

Ci ha pensato qualche secondo. Frequenta una palestra di boxe da qualche mese, e ha deciso che il gioco doveva essere su quello. Gli ho messo davanti un foglio e una penna (ok, ho mentito: nel titolo ho scritto "a matita" perché rendeva meglio l'idea del progetto rudimentale, e se qualcuno vuole farmi le pulci su questo dettaglio sappia che accetto reclami solo via piccione viaggiatore). "Scrivi tutto quello che ci deve essere nel gioco." Dopo un quarto d'ora mi ha consegnato due fogli. Dentro c'era, e non esagero: il titolo ("Gioco di pugili"), una lista di feature numerate (stadio affollato, ring, maestri, combattenti da comprare, mosse specifiche: jab, diretto, gancio, montante, schivata), un'economia di gioco con 1.000 monete iniziali, un sistema di rarità su cinque livelli, una meccanica di sblocco (i combattenti grigi si comprano vincendo), e il layout della palestra disegnato dall'alto con corda, ring, sacchi e pesi. In termini tecnici, quel foglio era un game design document. Fatto da un bambino che non sa neanche cosa voglia dire la sigla GDD.

Dal foglio al gioco in un quarto d'ora
Abbiamo preso quei due fogli e li abbiamo dati in pasto a Claude. Io orchestravo, traducevo le idee del foglio in istruzioni che l'IA potesse usare, e lui stava lì a controllare che il risultato corrispondesse a quello che aveva in testa. Quando qualcosa non andava, me lo diceva, io riformulavo, l'IA correggeva. In quindici minuti avevamo un gioco funzionante: splash screen con il suo avatar, palestra con ring e sacchi, negozio con combattenti di diverse rarità, combattimento in tempo reale, progressi salvati. Tutto girava su una singola pagina HTML apribile da qualsiasi telefono.
Il suo commento, testuale: "Ma davvero l'ho fatto io?"

La risposta onesta è: sì, in buona parte. Lui aveva progettato il sistema, definito le regole, inventato i personaggi e l'economia. Io avevo fatto il lavoro di traduzione da foglio a prompt, che è quello che nella mia vita professionale chiamo orchestrazione. L'IA aveva fatto il codice che nessuno dei due sarebbe stato in grado di scrivere. Tre ruoli distinti, e il fatto interessante è che quello del bambino di 9 anni non era il ruolo di supporto: era quello di chi decide cosa deve esistere, che poi è la parte del lavoro che si sta rivalutando parecchio in un mondo dove il codice lo può generare una macchina.
Quello che la scuola non riesce a sentire
Se provate a raccontare questa storia in un contesto scolastico italiano, la reazione più probabile è perplessità e fastidio. Il dibattito sull'IA nella scuola è ancora incastrato in una domanda sbagliata nelle premesse: è troppo presto per insegnare l'IA ai bambini? La domanda presuppone che l'IA sia una materia. Le Linee guida del Ministero, emanate nel quadro della Strategia italiana per l'IA 2024-2026, ragionano esattamente così: normativa, conformità, sistemi ad alto rischio nell'accezione dell'AI Act. Tutto corretto dal punto di vista regolatorio, e tutto sostanzialmente irrilevante per un bambino di 9 anni che ha appena progettato un videogioco senza avere la più pallida idea di cosa fosse un documento di design.
Quello che è successo su quel divano era game design nel senso più onesto del termine, perché ha costruito un sistema con regole interne coerenti, e allo stesso tempo era storytelling perché si è inventato un mondo con personaggi e motivazioni. L'economia del gioco doveva funzionare e lui l'aveva calibrata con una certa precisione, che è system thinking anche se lui non lo chiamerebbe così. E il layout della palestra che ha disegnato dall'alto è diventato quasi identico nell'interfaccia finale, il che lo rende anche UX designer involontario. Di tutte queste cose non aveva coscienza, e forse è proprio l'assenza di coscienza che gli ha permesso di farle con quella specie di disinvoltura concentrata che i bambini hanno quando stanno costruendo qualcosa che gli interessa davvero.
Papert aveva ragione, e adesso ha anche gli strumenti
C'è un signore che tutto questo l'aveva previsto, e si chiamava Seymour Papert. Matematico del MIT, collaboratore di Piaget, inventore del linguaggio Logo negli anni '60 e padre della teoria costruzionista dell'apprendimento: si impara meglio quando si costruisce qualcosa di tangibile e condivisibile, piuttosto che quando si ascolta qualcuno che spiega. Il problema di Papert, per quarant'anni, è stato che i suoi strumenti richiedevano comunque di imparare a programmare. Logo era semplice, Scratch (il suo discendente diretto, sviluppato da Mitchel Resnick al MIT Media Lab) ancora più semplice, ma c'era sempre una barriera tecnica tra l'idea nella testa del bambino e l'oggetto sullo schermo.
Quello che è cambiato nel 2026 è che la barriera è caduta. Il mio cuginetto non ha imparato a programmare, non ha scritto una riga di codice. Ha scritto a matita cosa voleva, e il gioco è apparso. La parte costruzionista dell'esperienza è rimasta intatta. Quella che è scomparsa è la parte che Papert stesso probabilmente avrebbe volentieri eliminato se avesse potuto: la necessità di tradurre il pensiero in sintassi.
Il report che dice il contrario (e perché ha ragione anche lui)
A gennaio la Brookings Institution ha pubblicato un report allarmante su IA e educazione: un anno di ricerca, oltre 500 intervistati in 50 paesi. Conclusione: allo stato attuale i rischi superano i benefici. Il problema principale è il "cognitive offloading", gli studenti che scaricano il pensiero sull'IA invece di fare fatica in proprio, producendo una specie di atrofia cognitiva. Il 65% degli stessi studenti si è detto preoccupato per questo effetto, il che è insieme consolante e desolante. Quando l'IA viene usata per evitare la fatica del pensiero, il danno è reale. Se chiedi a ChatGPT di scriverti il tema e lo copi pari pari, in pratica stai andando in palestra e facendo sollevare i pesi a qualcun altro, che come strategia di crescita ha dei limiti evidenti.
Ma c'è una differenza enorme tra usare l'IA per saltare il lavoro e usarla per costruire qualcosa che senza di lei sarebbe stato impossibile. Il cuginetto non ha chiesto all'IA di fare il lavoro al posto suo, perché il lavoro vero, pensare al gioco, era tutto suo, fatto con una matita. L'IA ha fatto la parte tecnica, il codice, funzionando da amplificatore di una capacità che il bambino già aveva, senza sostituire niente del lavoro di pensiero. La Brookings stessa lascia aperto questo spiraglio: il problema riguarda le condizioni d'uso molto più che la tecnologia in sé. Quando l'IA viene infilata in un sistema che misura il successo in voti e compiti consegnati, lo studente razionale la usa per ottimizzare l'output col minimo sforzo. Quando viene usata dentro un'attività che ha senso in sé, l'effetto è opposto.
Il collegamento che non vi aspettavate
Nelle scorse settimane su questa rubrica vi ho raccontato di Jack Dorsey che taglia 4.000 persone perché l'IA funziona troppo bene, e di un hackathon dove un cinquantanovenne ha costruito un agente vocale in sei ore. Il filo che tiene insieme queste storie è lo stesso, e ha a che fare con il fatto che saper scrivere codice conta sempre meno mentre saper pensare cosa costruire conta sempre di più, perché la parte esecutiva ormai la fa una macchina in pochi secondi e la parte progettuale continua a dipendere interamente da una testa umana che ha qualcosa da dire.
La scuola italiana, intanto
In Italia il Ministero ha prodotto le Linee guida, l'OCSE con Fondazione Agnelli ha pubblicato a dicembre un paper sulle disparità da colmare, c'è una sperimentazione in 15 scuole con assistenti virtuali su tablet, e un rapporto di Digital First Network ha osservato che nelle elementari l'IA di fatto non esiste.
E qui c'è un passaggio che va detto esplicitamente, perché lasciarlo sottinteso finirebbe per scaricare la colpa su chi non se la merita: prima di chiederci come far usare l'IA agli studenti, bisognerebbe chiedersi se gli insegnanti hanno la più pallida idea di cosa sia. Non per colpa loro, perché nessuno li ha formati e nessuno sembra avere fretta di farlo. Pretendere che un docente guidi i ragazzi nell'uso consapevole di uno strumento che lui stesso non ha mai toccato è come mandare qualcuno a insegnare il nuoto senza che abbia mai visto una piscina. La catena è lunga e va percorsa in ordine: chi decide le politiche educative deve capire cosa sta succedendo, formare chi insegna, e solo dopo ha senso parlare di cosa mettere in mano a chi impara..
Non sto dicendo che la risposta sia mettere Claude Code in mano ai bambini, per quanto, ammetto, l'idea potrebbe essere anche interessante. Sto dicendo che continuare a chiedersi se è troppo presto per insegnare l'IA significa continuare a guardare dalla parte sbagliata, perché il soggetto della frase dovrebbe essere il bambino, quello che sa fare, quello che vuole costruire. L'IA in questa storia è un mezzo, il più potente che abbiamo adesso a disposizione, ma la storia non parla di lei.
Mio cugino non ha imparato niente sull'intelligenza artificiale quel pomeriggio. Ha imparato a progettare un sistema, a comunicare un'idea in modo che qualcun altro potesse realizzarla, a testare un risultato e a chiedere modifiche quando non corrispondeva alla sua visione. Tutte competenze che la scuola dice di voler insegnare e che quel pomeriggio si sono insegnate da sole, perché il contesto le rendeva necessarie e il risultato le rendeva visibili.
Papert la chiamava "mathland": un posto dove imparare la matematica è naturale come imparare il francese vivendo in Francia. Ecco, per quindici minuti su un divano, con due fogli a matita e un'IA generativa, abbiamo creato una specie di game-design-land. E il game designer più giovane che conosco, per la cronaca, è già passato ad altro e mi ha chiesto se la prossima volta possiamo fare un gioco di calcio.










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51 Commenti
Gli autori dei commenti, e non la redazione, sono responsabili dei contenuti da loro inseriti - infoIn pratica aveva ragione Einstein "Imagination is more important than knowledge"
Per me l'IA è uno strumento, e penso che se tornassimo tutti a usare carta e matita, a pensare e immaginare, che poi è quello che sa fare meglio il nostro cervello e che nessuna IA sarà forse mai in grado di replicare, e poi lasciassimo all' IA il compito di costruire "fisicamente" l'idea che abbiamo, saremmo come minimo tutti più felici e rilassati e produrremmo cose migliori. Anche a scuola.
Gran parte del valore delle opere di immaginazione create dalle persone proviene dalla difficoltà e l'impegno investito nella loro creazione materiale. Democratizzare (per usare un brutto neologismo) questo percorso rendendolo accessibile a chiunque a costo praticamente zero non fa altro che sminuirne il valore ad una simile cifra, a mio parere.
Non solo la scuola ma anche università
E va improntato proprio su evitare offloading
Oggi come oggi tutta l' istruzione, per come è struttura, può essere vittima di offloading...un LLM valutato come vengono valutati gli studenti oggi sarebbe un ottimo studente, un genio probabilmente...
Devono passare a formare la creatività, il pensiero logico, la curiosità, l' astrazione del pensiero....fare in modo che le nozioni che oggi sono al centro della formazione siano invece apprese indirettamente mentre la creatività viene messa alla prova....
Non c'è altra via
Ma l impegno può essere semplicemente spostato..
Se prima ti impegnavi per per non fare crashare tutto adesso ti impegni perché sia tutto il più fluido possibile...
Se tutti possono fare la cosa X, come prima vincerà chi riesce a fare la cosa X+1...quel +1 richiederà sempre impegno e sforzo...
A me frega niente se ci hai messo 10 minuti o 10 anni per dipingere un quadro...se poi il risultato è una schifezza, per me rimarrà una schifezza.
Se la gente da valore all'impegno ho una buona notizia per voi: Ci sarà sempre un mercato per le cose "Fatte a mano" proprio come c'è oggi per molti oggetti artigianali che (guarda caso) costano molto di più di oggetti di usciti da una catena di montaggio.
Per lato software ci vedo molto meno spazio per il "Tocco umano", ma come detto, alla fine, a me personalmente frega solo il risultato finale, se un programma e fatto da una persona fisica ma è strapieno di bug per me sarà sempre peggio di un programma simile fatto da un IA con meno bug.
Un tempo usare frese e torni voleva dire tanta manualita'. Adesso con le macchine a controllo numerico tale manualita' si e' ridotta. Ma se non capisci i limiti della macchina e del materiale che stai lavorando, il pezzo probabilmente ti verra' comunque una schifezza.
A me frega niente se ci hai messo 10 minuti o 10 anni per dipingere un quadro...se poi il risultato è una schifezza, per me rimarrà una schifezza.
Non mi riferisco strettamente al tempo pratico per realizzare un'opera in particolare. Se qualcosa che ha potenziale valore commerciale/artistico sono capace solo io e pochi altri a realizzarla perché ho investito anni di sacrifici per imparare a farlo ([U]sacrifici che pochi sono disposti a fare[/U]), allora quell'opera sarà necessariamente rara e preziosa. Ma questo non è ovvio?
Se invece oggi con l'oracolo-IA, uno schizzo e quattro parole buttate lì chiunque, incluso chi non ha mai avuto i prerequisiti, può facilmente ottenere il 95% dei risultati finali od oltre, quel percorso diventa in gran parte tempo perso e solo gente fuori di testa continuerebbe a perseguirlo, men che meno da zero. Il valore dell'opera decade al costo della richiesta API.
No, non l’ha fatto lui il gioco, mi dispiace.
L’hanno fatto dei server consumando probabilmente l’equivalente di una piscina olimpionica in acqua e facendo aumentare ancora di qualche euro la RAM.
Non concordo con nulla in quell’articolo, tranne con la premessa.
Poteva disegnare quello che voleva sui due fogli di carta e poi, con pazienza, imparare a programmarlo.
Con mio figlio ho fatto più a meno lo stesso esperimento, solo che poi se lo é programmato lui il gioco imparandosi a fatica scratch , e poi Python. Ci sono voluti anni di perfezionamento. Questa é formazione. Ora é molto orgoglioso.
E soprattutto ha imparato a fare qualcosa. Contrariamente ad una IA che ti da la pappa pronta e ti fa credere di essere stato tu a farla.
Noi inventiamo e creiamo anche perchè sappiamo
La differenza fra noi e un bambino di 9 anni è la modalità.. loro non hanno un bagaglio di informazioni ma hanno la fantasia per spaziare in ambiti che noi non ricordiamo più.
Noi abbiamo esperienza ed informazioni che abbiamo appreso (nella vita come a scuola) e possiamo applicarle per creare qualcosa
Un “bambino” di 40 anni non è efficace come uno di 9 nella “fantasia” e se è rimasto bambino avrà limiti nella conoscenza.
Come dice qualcuno la conoscenza degli strumenti e dei materiali permette di creare in modo migliore.. non stamperei mai un motore da automobile in plastica ma mio figlio si perchè gli pare una buona idea ed è più facile che farlo in alluminio e leghe.. non userei un tornio perchè non lo so usare ma mi affiderei a chi lo sa usare se sapessi che mi fosse utile
Nell’informatica non è molto diverso.. anche in questo articolo, come si fa presente da chi lo ha scritto, il bambino non ha interagito in modo diretto con la IA ma tramite una persona che ha profonde conoscenze informatiche che ha potuto correggere e tradurre la terminologia per Claude e ha potuto verificare la corrispondenza dei risultati con le attese, il bambino si è “limitato” a verificare che il risultato fosse conforme alle aspettative ma senza un “debug”
Lasciare le IA ai bambini produrrebbe delle cose affascinanti ma non per questo utili, servono “bambini” adulti che abbiano conoscenza e capacità ma mantengano il cervello pieno di idee e questo non sta solo alla scuola ma anche noi nel far leggere e guardare il mondo. Le idee non te le insegnano
No, non l’ha fatto lui il gioco, mi dispiace.
L’hanno fatto dei server consumando probabilmente l’equivalente di una piscina olimpionica in acqua e facendo aumentare ancora di qualche euro la RAM.
Non concordo con nulla in quell’articolo, tranne con la premessa.
Poteva disegnare quello che voleva sui due fogli di carta e poi, con pazienza, imparare a programmarlo.
Con mio figlio ho fatto più a meno lo stesso esperimento, solo che poi se lo é programmato lui il gioco imparandosi a fatica scratch , e poi Python. Ci sono voluti anni di perfezionamento. Questa é formazione. Ora é molto orgoglioso.
Le IA uccideranno queste competenze appiattendo verso il basso la qualità delle persone .. è la nuova globalizzazione.. l’inutilità dello studio nella prima fase.. tutti si butteranno sulle IA.. e dopo nessuno sarà in grado di fare niente nella seconda fase perchè ci saremo basati sul generare idee senza sapere come vengono realizzate.. nel giro di pochi anni saremo (sarete) tutti incapaci di innovare o creare perchè avremo delegato questo lavoro (oggi fatto dal nostro cervello) alle IA..
Io mi immagino già fra 20-30 annoi un mondo di ignoranti accuditi da robot antropomorfi con IA.. mi vedo gente incapace di cambiare una lampadina o di capire come si genera energia elettrica perchè avranno demandato anche questo ai robot e alle IA.. al primo blackout si riparte dal paleolitico temo..
E secondo me chi le competenze le ha acquisite e conservate riuscirà comunque a sopravvivere meglio di chi invece si é totalmente assuefatto all'IA. Almeno sara ancora in grado di ragionare con la propria testa, ed é un vantaggio non da poco.
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