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Old 03-04-2009, 23:42   #1
sempreio
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ecco il nuovo direttore del sole 24 ore

Al festival del giornalismo è il giorno dell'autocritica
Confronto Riotta-Lloyd, con coda polemica dei blogger
L'infobulimia: quando i media
non si accorsero della crisi
di LEONARDO MALA'



PERUGIA - Com'è che la crisi economica è sfilata sotto il naso dei media senza suscitare un'allarme generale? E' l'imbarazzante domanda posta nella terza giornata del Festival del giornalismo di Perugia, un venerdì incentrato sui temi della finanza. La risposta, oltre a chiamare in causa le proprietà editoriali, di sicuro non estranee a certe disattenzioni, ha evocato un nuovo fenomeno, quello dell'infobulimia: ovvero la massa di notizie che il sistema dei media ingerisce a ciclo continuo e che immediatamente rigetta senza elaborazione. Cosa ancora più vera nel mercato economico che produce dati 24 ore non stop, tutti connessi tra loro, migliaia di imput e nessun tempo per le verifiche. A questo si sommano altri fattori, ovvero l'assenza di regole che ha contraddistinto il mercato in questi anni e che rende difficile riportare a cifre insindacabili i numeri della crisi o la tossicità dei titoli. La ciliegina ce la mette l'economista Antonio Calafati, che punta il dito contro "la palese incompetenza della stampa di settore in Italia".

Di fatto, nel fallimento generale del sistema economico, anche l'informazione ha di che battersi il petto: non si sono sottratti al gesto neanche l'autorevole direttore di Business Week online, John Birne, e Marcello Foa del Giornale.

Secondo Birne l'alto tasso di irresponsabilità, diffusa a tutti i livelli, ha generato una situazione ancora lontana dal risolversi: "La crisi durerà a lungo, il peggio deve venire e probabilmente assisteremo a una forte, generale inflazione". Un vaticinio alimentato da Loretta Napoleoni, anche lei economista, autrice di Economia canaglia, fortemente preoccupata dagli esiti del G20: "A parte il paradossale atteggiamento dei Paesi ricchi che, pur accaparrandosi la gran parte delle risorse messe in campo, sembravano riuniti per sostenere le economie deboli, non si è avuto un reale accordo fra Stati ma una ripartizione di fondi che di fatto lascia a ciascuno ampi spazi di manovra interna: con queste premesse l'unica risposta è il protezionismo".


Decisamente inquietante, inoltre, la contaminazione del flussi di denaro con la criminalità organizzata, prima fra tutte la 'ndrangheta, o forse sarebbe meglio dire "la Santa", ovvero la sua evoluzione affaristica.

Sono in molti a leggere la crisi del dollaro e l'esplosione dell'euro seguendo la via dei capitali illeciti, per l'80 per cento costituiti da banconote sonanti, capitali che hanno gonfiato le banche del vecchio continente dopo le norme fortemente restrittive adottate dal governo Usa in merito al segreto bancario. Da qui si capisce l'accanimento di Obama perché regole altrettanto severe vengano adottate anche da noi (l'allarme è stato lanciato proprio a Perugia dal procuratore antimafia Pietro Grasso), e l'arrivo in quantità industriali di cocaina nelle piazze europee, con conseguente abbassamento di costi e innalzamento di danni.

Il gelo in una stanza. Con queste premesse, con un'Italia che rischia di contaminare attraverso il suo know how criminale tutto il nord Europa, in aggiunta a un sistema democratico fortemente compromesso (e forse le due cose non vanno disgiunte), la mattinata si è aperta con l'evangelico incontro con l'editorialista di The Financial Times John Lloyd, trascinato dal neodirettore del Sole 24 ore Gianni Riotta in una reprimenda ai giovani giornalisti presenti in sala, molti dei quali blogger, accusati di superbia e faziosità.

Riotta ha rivendicato l'autonomia e l'autorevolezza del suo Tg1, sottolineando di aver imparato molto dal contatto quotidiano con i telespettatori "che sono sempre meno informati ma più intelligenti di quanto si pensi". Il problema è che a pensarlo non erano i ragazzi, i quali hanno sempre sostenuto il contrario, ma lo stesso Riotta, che si batteva il petto usando il torace altrui. Il tutto citando San Giovanni.

Alla fine qualche fischio sussurrato, totale assenza di applausi, il consenso di alcuni colleghi che vivono le oggettive difficoltà redazionali, e la sala si è lentamente vuotata.

I cinesi immortali. In scena il sorprendente spaccato della comunità cinese in Italia, mai indagata a fondo, ad opera di Raffaele Oriani e Riccardo Staglianò: un viaggio sulla comunità che trent'anni fa contava duemila rappresentanti e che oggi raggiunge le 150 mila unità. Una vita all'ombra che alimenta sospetti di ogni sorta non sempre giusti.

I video di Benjamin Reece. Fra i protagonsiti di ieri anche il videomaker più amato della rete, che insieme a Nathan Heleine gira il mondo ponendo una domanda alla volta a cinquanta persone differenti. Risposte che in parte si sovrappongono ma che delineano anche un attaccamento alle proprie radici. Parafrasando Warhol, si passa dal quarto d'ora di celebrità al minuto di attenzione. E già pare tanto.

(3 aprile 2009)


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