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#21 | |
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Bannato
Iscritto dal: May 2004
Città: Cagliari
Messaggi: 704
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i viaggi della Rice recenti in queste zone, stanno lì a dimostrarlo ps forse i concetti di democrazia dei leader mediorientali citati, coincidono più con i tuoi che con i miei e quindi dovresti esser d'accordo con loro in misura maggiore rispetto a me ps2 grazie di avermi tributato onori, non so quanto meritati, ma francamente discussioni come queste non me le posso perdere |
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#22 | |
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Bannato
Iscritto dal: May 2004
Città: Cagliari
Messaggi: 704
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Quote:
http://esteri.rifondazione.co.uk/Not...05/05M0043.htm La vita, la storia e gli obbiettivi politici del candidato di al-Fatah, un fedelissimo di Arafat Abu Mazen o Mahmud Abbas, i due volti del "combattente diplomatico" Giancarlo Lannutti Liberazione 5 gennaio 2005 Qual è il vero volto di Abu Mazen, al secolo Mahmud Abbas, candidato ufficiale di Al Fatah alle elezioni di domenica prossima? Quello del «moderato», benvisto dagli Usa e da Israele (se non addirittura, secondo certe forzature, «uomo degli americani»), o quello del «combattente» - sia pure senz'armi - portato in trionfo a Gaza dai militanti delle Brigate di Al Aqsa? Quello in abito occidentale o quello con la kefiya di Arafat drappeggiata sulle spalle e il ritratto del «padre della patria» sullo sfondo? Quello incline al negoziato e al compromesso o quello che promette nei comizi elettorali di «piantare la bandiera della Palestina sulle moschee di Gerusalemme»? In realtà, al di là delle deformazioni giornalistiche o delle interpretazioni di comodo, non ci sono due Abu Mazen, i due volti apparentemente divergenti appartengono alla stessa persona e sono l'espressione al tempo stesso di una continuità ideale e simbolica e di una svolta politica e istituzionale. Per capirlo basta scandagliare nella storia personale di Abu Mazen, che non è né un "outsider" né l'ultimo venuto (come qualcuno ha mostrato di credere quando fu chiamato nell'aprile di due anni fa all'incarico di primo ministro) ma appartiene al contrario a pieno titolo alla "vecchia guardia" di Al Fatah, al nucleo "storico" coagulatosi quarant'anni fa proprio intorno a Yasser Arafat. Da allora Abu Mazen è stato sempre accanto al "raìs", ha fatto parte della cerchia dei collaboratori più autorevoli e fidati, anche se ha svolto un ruolo che non lo proiettava, come tanti altri dei leader storici, sulla pubblica ribalta ma lo confinava - non per imposizione ma per sua scelta e per sua vocazione - dietro le quinte, nel mondo riservato della tessitura politica e diplomatica. Consigliere e negoziatore più che leader politico o con ambizioni e ostentazioni «militari» (è forse l'unico, insieme a Faruk el Khaddumi, che non si è mai mostrato in divisa). Nato nel 1935 a Safed (oggi Israele) nei pressi di Tiberiade, Abu Mazen si è laureato in diritto al Cairo e in storia a Mosca, fra l'altro con una tesi sul sionismo; quasi una premonizione del ruolo cui sarebbe stato chiamato nel vertice di Al Fatah e dell'Olp. Per questo Arafat gli ha affidato sempre missioni tanto riservate quanto cruciali: fin dal 1974 la gestione di un gruppo speciale per «tenersi in contatto con quello che avviene in Israele»; ai primi del 1985 la messa a punto con re Hussein di Giordania del primo progetto di delegazione giordano-palestinese per un possibile negoziato di pace; nel gennaio 1993 una missione «di riconciliazione» con la casa regnante saudita dopo la rottura della prima guerra del Golfo che aveva visto l'Olp sbilanciata verso Saddam; nel 1992-93 la partecipazione (questa volta insieme ad Abu Ala) al negoziato segreto di Oslo, per essere poi accanto allo stesso Arafat nella famosa cerimonia della firma sul prato della Casa Bianca il 13 settembre 1993. Un tessitore di alto livello, come si vede, conosciuto dalle controparti, anche se non dal grosso pubblico, appunto per questa sua veste e per le sue capacità diplomatiche; ed è da qui che nacque due anni fa la decisione di affidare proprio a lui l'incarico di primo ministro dell'Anp: una funzione di nuovo conio, creata appositamente per aggirare il rifiuto israelo-americano a trattare con Arafat, e dunque per sbloccare il processo negoziale e consentire la firma della "road map". Nel successivo fallimento, con la rinuncia all'incarico di premier dopo tre mesi, ebbe certo un peso anche il rifiuto di Arafat di cedere il controllo degli apparati di sicurezza (nel timore, recluso come era nella Muqata, di essere definitivamente tagliato fuori) ma fu determinante la prosecuzione da parte di Sharon della politica di aggressione e di «assassini mirati» che rendeva di fatto impossibile il negoziato. E dunque i toni forti che Abu Mazen ha usato in questi giorni in campagna elettorale, esaltando i «martiri caduti (ieri a Gaza, ndr) sotto il fuoco del nemico sionista» non sono in contraddizione con il suo progetto politico di mettere fine alla «militarizzazione» della Intifada (a Gaza ha chiaramente condannato gli «inutili e dannosi» spari di razzi contro Israele) e di riprendere la via del negoziato per arrivare alla pace «dei coraggiosi» - come avrebbe detto Arafat - e non giù alla svendita della causa palestinese; ma sono, quei toni forti, anche il corrispettivo del sostegno ricevuto da Marwan Barghuti con il ritiro della sua candidatura, sostegno che gli è valso il rispetto e la lealtà (se non forse l'entusiasmo) dei militanti del Tanzim e delle Brigate di Al Aqsa e che lo porta nei più recenti sondaggi oltre la soglia del 65%. L' ipotesi che circola in queste ore fra i più stretti collaboratori di Abu Mazen di una modifica della legge costituzionale per nominare, dopo il 9 gennaio, proprio Marwan Barghuti vice-presidente dell'Anp è una ulteriore conferma di questo clima unitario, ma è anche un chiaro segnale politico sia per gli elettori palestinesi sia per lo stesso governo Sharon. ps allora pur concedendoti che tu non abbia nessun preconcetto antiamericano (ma onestamente dovresti riconoscere che un certo taglio lo dai un po' di tempo fa cerbert apre uno dei suoi soliti topic d'impronta antibushista come ci si aspetta da lui e grondante di retorica proONU (della serie l'ONU qua e l'ONU là, anche se l'ONU così come non si vedeva allora, così continua a non vedersi adesso, tanto che comincio a dubitare seriamente della sua esistenza ebbene di quella discussione mi ricordo anche di un tuo intervento (adesso lo sai, da tempo immemorabile ti tengo d'occhio a me la cosa non quadrava molto, anzi detta così era inverosimile, e in seguito approfondendo con un paio di link in rete la notizia, ho appurato che gli USA continuano a essere di gran lunga i MAGGIORI finazniatori di suddetta organizzazione, nella misura del 20% (cioè circa un quinto del totale) solo che negli ultimi anni hanno abbassato questa quota da un iniziale 25% (cioè un quarto) ad appunto il 20% del totale, ma facendo il tutto in modo abbastanza unilaterale senza troppe consultazioni con i responsabili ONU e lasciando adito a qualche discussione e screzio in merito con quest'ultimi cosa voglio dire con questo? non discutere e giudicare nel merito questa decisione dell'amministrazione americana, se giusta o sbagliata, ma dire che se fosse stato solo in minima parte vero quello che tu sostenevi, da qualche anno l?ONU avrebbe chiuso i battenti perchè non avrebbe avuto nemmeno i soldi per pagare le donne di pulizia del palazzo di vetro ecco allora quella tua affermazione (era solo per farti un esempio) era antiamercana in modo paradigmatico, non perchè faceva una critica all'amerca, ma perchè faceva questa critica su presupposti falsi e/o infondati |
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#23 | |
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#24 | |
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Senior Member
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Ahh ma come faremmo senza di te?!!? OT Ma allora l'hai poi letta qualche paginetta di Chomsky o continui a sparlarne a priori? OT |
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