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Old 26-09-2009, 06:25   #41
mario3
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L'ho guardato, istruttivo, MOLTO ISTRUTTIVO. E' divertente si... e' soprattutto divertente ma di quel divertimento triste, vedere come questo ometto dica delle cose addirittura smentite dalla stessa sentenza che ha condannato dell'utri in primo grado.

Intendiamoci, io non ho idea di cosa sia successo davvero TRENTACINQUE ANNI FA ad Arcore e nemmeno mi frega di solito di cosa c'e' su una sentenza, se la prendo ad esempio e' solo perche' essendo cosi' colpevolista da essere delirante se nemmeno li' e' considerata provata una cosa HO SERI DUBBI che le fonti di Travaglio (che poi sono sempre le stesse, il suo amichetto Ingroia che sosteneva l'accusa in quel processo) siano migliori.
Per intendersi, se in una partita c'e' un arbitro che ha fischiato sei rigori contro una squadra di cui alcuni del tutto inesistenti, e' probabile che se non ne ha fischiato uno vuol dire che proprio non c'era... ecco Travaglio ricama su quello.

BALLA SPAZIALE ad esempio che Mangano sia stato arrestato due volte e sempre riaccolto, nella stessa sentenza come ho trascritto sopra non vi sono prove di cio', anzi, tutto concorre a datare l'allontanamento di Mangano proprio a seguito del primo arresto. La conversazione poi citata da travaglio fra mangano e dell'utri prima e confalonieri dopo non e' di certo "provata" ma e' semplicemente stata riferita da mangano stesso in un interrogatorio in cui voleva difendere la sua dignita' di uomo che "se ne era andato lui" invece di essere "licenziato" (pag. 357 della sentenza). Cosa che dicono piu' o meno tutti i licenziati.

Inoltre VERGOGNOSO come ADESSO per Travaglio salta fuori che la telefonata di Mangano di molti anni dopo l'esperienza ad Arcore, dove diceva dei famosi "cavalli da farsi consegnare in albergo" citata da Borsellino NON ERA con Dell'Utri ma con uno degli Inzerillo.
VIGLIACCAMENTE invece quando si presento' in televisione da Luttazzi per quell'intervista che lo rese ricco e famoso presento' quella conversazione come una telefonata di Dell'Utri.

Confrontare la trascrizione dell' intervista da Luttazzi:

Quando poi il giornalista, che è un francese, quindi fa domande, gli dice ” se ricordo bene nell’inchiesta c’è un’intercettazone fra Mangano e Dell’Utri in cui si parla di cavalli”. Borsellino, che evidentemente è un fine umorista, risponde “bè, nella conversazione nel maxiprocesso, se non piglio errore, si parla di cavalli che dovevano essere mandati in un albergo. Quindi non credo che potesse trattarsi effettivanente di cavalli: se qualcuno mi deve recapitare due cavalli me li recapita all’ippodromo oppure al maneggio, non certamente dentro a un albergo”.

Adesso invece GUARDA CASO, dopo che anni dopo e' stata scoperta la manipolazione dell'intervista di Borsellino, Il signor Travaglio nel video che ci hai graziosamente presentato specifica che quei cavalli da albergo erano per Inzerillo e nonostante tutto ha la faccia tosta di ricamarci su ancora...

Complimenti vivissimi... una carriera fondata su una vigliaccata facendo il tagliaecuci ad un Borsellino convenientemente morto e quindi impossibilitato a smentire..

Contento lui... Io dormo benissimo la notte...

NB: Come si legge sulla solita sentenza, a seguito della telefonata citata da Travaglio in versione riveduta e corretta, quella con un solo cavallo, Dell'Utri venne indagato e perquisito e il procedimento contro di lui fu archiviato dopo che si dimostro' che proprio di un cavallo si chiamava, per la precisione di una cavalla di nome "Epoca" - l'ometto invece continua ad alludere alla droga.
Non voglio fare l'esegesi di tutti gli atti del processo di Dell'Utri e discuterne in questo forum, mi fido della Magistratura. Certo però da uno che considerava Mangano un eroe.... mi fa fa portare a credere che forse sia Mangano a dire il vero. Ma toglimi una curiosità, tu, le versioni dell'Utri sulle sue varie cene e rapporti con capi mafiosi te le sei bevute tutte? Oppure qualche dubbio sul fondatore di Forza Italia ti è venuto? E se qualche dubbio ti è venuto ti rimando a quanto ha detto Borsellino che, vedo, stimi anche tu.
http://www.youtube.com/watch?v=wkXCt...eature=related

Per quanto riguarda Travaglio, personalmente non mi va, ma gli sono grato per la sua attività giornalistica che seguo con molto interesse, anche quando attacca la mia parte politica.
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mario3 è offline  
Old 26-09-2009, 09:11   #42
FabioGreggio
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Originariamente inviato da claudioborghi Guarda i messaggi
Le tue fonti sono la procura (che puo' dire quello che vuole ma e' una parte in causa in un processo e quello che afferma vale quanto quello che dice l'avvocato dell'imputato) e wikipedia che... ehm...

leggiamo un po' quello che si dice nella sentenza del processo dell'utri di primo grado, che pure e' un pedissequo accoglimento delle tesi della procura e non puo' essere certo tacciata di proberlusconismo

Mangano rimase nella villa di Arcore almeno fino al 27 dicembre 1974, data in cui venne tratto in arresto per scontare una pena di mesi dieci e giorni 15 di reclusione (alla quale era stato condannato per il reato di truffa) e in quel luogo fece ritorno quando venne scarcerato il 22 gennaio 1975.
Gli elementi che si ricavano dalle emergenze processuali non sono
invece univoci nel dimostrare il successivo periodo di permanenza del
Mangano nella villa di Arcore e non consentono di datare con certezza il suo allontanamento
.

Quindi PURE IN UN PROCESSO DOVE HANNO DATO NOVE ANNI A DELL'UTRI, non ci sono prove di stori differenti rispetto alla sequenza logica: mangano nel personale della casa di berlusconi, emerge a seguito di indagini sul personale per un episodio delittuoso (un tentato rapimento) che si trattava di un pregiudicato (NB. truffatore, non mafioso ne pluriomicida, almeno a quell'epoca) e a seguito di cio' viene allontanato.

Punto

Poi travaglio puo' dire quello che vuole anche lui, di balle ne ha sempre dette a iosa e anche qui ne abbiamo pescate enne...
Il tuo cavillare è comico.

Un PdC ha avuto come dipendente in casa per molti anni un mafioso.
ha affidato la creazione della sua discesa politica ad un altro uomo passato in giudicato e condannato per collusione con la mafia.

La deduzione logica è che ad un uomo retto certe cose non capitano.
Forse perchè dipende dalle sue frequentazioni.

Poi possiamo puntualizzare date, soggetti avvenimenti.


Ma anche un pirla capirebbe di cosa si tratta.
Invece di difenderlo per ufficio, fossi in te mi interrogherei chi sto sostenendo.

Ma soprattutto perchè.


fg
FabioGreggio è offline  
Old 26-09-2009, 09:49   #43
dantes76
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tanto prima o poi le cambiali scadranno, e passeranno a riscuotere
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Old 26-09-2009, 09:52   #44
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Il tuo cavillare è comico.

Un PdC ha avuto come dipendente in casa per molti anni un mafioso.
ha affidato la creazione della sua discesa politica ad un altro uomo passato in giudicato e condannato per collusione con la mafia.

La deduzione logica è che ad un uomo retto certe cose non capitano.
Forse perchè dipende dalle sue frequentazioni.

Poi possiamo puntualizzare date, soggetti avvenimenti.


Ma anche un pirla capirebbe di cosa si tratta.
Invece di difenderlo per ufficio, fossi in te mi interrogherei chi sto sostenendo.

Ma soprattutto perchè.


fg

chiedigli della cascinzza di monza
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Old 26-09-2009, 09:56   #45
TheMash
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Se vogliamo dirla tutta Dell'Utri è anche q uello che affermava che "La mafia non esiste" (cit.)
Sarà mica una invenzione dei comunisti?
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Old 26-09-2009, 09:59   #46
dantes76
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Se vogliamo dirla tutta Dell'Utri è anche q uello che affermava che "La mafia non esiste" (cit.)
Sarà mica una invenzione dei comunisti?
anche riina diceva : e' un complotto dei comunisti
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Old 26-09-2009, 10:04   #47
claudioborghi
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Un PdC ha avuto come dipendente in casa per molti anni un mafioso.
Per molti anni... seh...

ma vi rendete conto che tutto 'sto cancan con cui ci sfracellate le gonadi da duemila anni e' perche' Berlusconi (che allora aveva meno di quarant' anni e cantieri aperti in mezza lombardia con tonnellate di dipendenti) prese, fra le persone che assunse per una villa che aveva un milione di metri quadri di terreno con galoppatoi, scuderie ecc e che quindi aveva bisogno di una marea di personale, un tizio che, neanche due anni dopo, non appena si rivelo' essere un poco di buono (comune, il reato era truffa) venne allontanato. Fine della storia.

Quella dell'eroe viene fuori perche' quando sto tizio era in fin di vita gli inquirenti gli promettevano di farlo tornare a casa se avesse inventato delle accuse su Berlusconi (metodi da inquisizione) e lui non lo fece.
Agli occhi di Berlusconi, visto come normalmente la gente non esiti a spifferare balle su di lui a scopo di vantaggio personale (Travaglio ne e' l'esempio principe), posso capire che un tale comportamento "anomalo" di una persona nei suoi confronti abbia provocato l'origine di questo termine infelice.

Io comunque (che non assumo mille persone) quando ho bisogno di una domestica, di una babysitter o di un giardiniere non chiedo il casellario giudiziario, magari sbaglio, visti gli sfracellamenti mi sa che mi conviene farlo.
claudioborghi è offline  
Old 26-09-2009, 10:09   #48
cocis
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Se vogliamo dirla tutta Dell'Utri è anche q uello che affermava che "La mafia non esiste" (cit.)
Sarà mica una invenzione dei comunisti?
"con la mafia bisogna conviverci" .. anche se non esiste ..
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cocis è offline  
Old 26-09-2009, 10:12   #49
TheMash
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Per molti anni... seh...

ma vi rendete conto che tutto 'sto cancan con cui ci sfracellate le gonadi da duemila anni e' perche' Berlusconi (che allora aveva meno di quarant' anni e cantieri aperti in mezza lombardia con tonnellate di dipendenti) prese, fra le persone che assunse per una villa che aveva un milione di metri quadri di terreno con galoppatoi, scuderie ecc e che quindi aveva bisogno di una marea di personale, un tizio che, neanche due anni dopo, non appena si rivelo' essere un poco di buono (comune, il reato era truffa) venne allontanato. Fine della storia.

Quella dell'eroe viene fuori perche' quando sto tizio era in fin di vita gli inquirenti gli promettevano di farlo tornare a casa se avesse inventato delle accuse su Berlusconi (metodi da inquisizione) e lui non lo fece.
Agli occhi di Berlusconi, visto come normalmente la gente non esiti a spifferare balle su di lui a scopo di vantaggio personale (Travaglio ne e' l'esempio principe), posso capire che un tale comportamento "anomalo" di una persona nei suoi confronti abbia provocato l'origine di questo termine infelice.

Io comunque (che non assumo mille persone) quando ho bisogno di una domestica, di una babysitter o di un giardiniere non chiedo il casellario giudiziario, magari sbaglio, visti gli sfracellamenti mi sa che mi conviene farlo.
guarda caso gli è capitato un mafioso, killer pluriomicida, condannato anche per droga...
E lo va a cercare proprio a Palermo eh... in Sicilia...
Comunque borghi, sei fantastico, degno dipendente del giornale per cui scrivi
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Old 26-09-2009, 10:34   #50
mario3
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Quella dell'eroe viene fuori perche' quando sto tizio era in fin di vita gli inquirenti gli promettevano di farlo tornare a casa se avesse inventato delle accuse su Berlusconi (metodi da inquisizione) e lui non lo fece.
Agli occhi di Berlusconi, visto come normalmente la gente non esiti a spifferare balle su di lui a scopo di vantaggio personale (Travaglio ne e' l'esempio principe), posso capire che un tale comportamento "anomalo" di una persona nei suoi confronti abbia provocato l'origine di questo termine infelice.
Una qualsiasi persona che conosce le regole della mafia però potrebbe leggerla così:
"il picciotto non ha fatto la spia e quindi è stato premiato"
per quanto riguarda i termini, quando sono infelici, si smentiscono. E per via di smentite abbiamo davanti un professionista
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mario3 è offline  
Old 26-09-2009, 11:20   #51
Ja]{|e
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...Quando sia arrivato nella villa di Arcore, nessuno esattamente lo sa. Chi dice nel 1974, chi nel 1975. E anche la data e le modalità del suo allontanamento restano un mistero. Ma una cosa è certa: per alcuni anni un boss di prima grandezza della mafia siciliana, Vittorio Mangano, ha soggiornato nella villa di Silvio Berlusconi, con moglie e due figlioletti, ufficialmente per svolgervi le mansioni di "fattore" o di "stalliere". Grazie alla raccomandazione di un conterraneo e amico di vecchia data: Marcello Dell'Utri.
Nato a Palermo il 18 agosto 1940, giovane emergente della famiglia mafiosa di Porta Nuova (quella di Pippo Calò e Tommaso Buscetta), fin dai primi anni '70 Mangano fa la spola fra la Sicilia e Milano, dove divide un piccolo appartamento con la suocera e il cognato operaio all'Ansaldo. Per gli investigatori, è già un soggetto pericoloso: la prima segnalazione della Questura sul suo conto risale al 1967, dopodiché il giovane boss colleziona denunce, arresti (tre, per l'esattezza) e condanne per ogni sorta di reati: dalla truffa agli assegni a vuoto, dalla ricettazione alle lesioni volontarie, alla tentata estorsione. Mica male, per un uomo che non ha ancora trent'anni.
Il suo curriculum di tutto rispetto lo fa presto notare da Stefano Bontate, "principe di Villagrazia" e numero uno di Cosa nostra.
Il suo vestire elegante, i suoi modi raffinati e la sua intelligenza pronta convincono la cosca a promuoverlo sul campo rappresentante degli interessi mafiosi a Milano per tenere i rapporti con gli industriali del Nord. E lui intreccia subito una buona rete di conoscenze e amicizie, grazie anche a uno sponsor d'eccezione: un certo Marcello Dell'Utri, di un anno più giovane di lui, a sua volta amico intimo (ed ex compagno di università) di un certo Silvio Berlusconi, il più rampante fra i giovani palazzinari milanesi dell'epoca.
"Io e Marcello - racconterà Mangano ai giudici di Palermo il 4 aprile 1995 - ci siamo conosciuti fra la fine degli anni '60 e l'inizio dei '70, quando lui gestiva la squadra di calcio della Bacigalupo all'Arenella [a Palermo]. Dal nostro incontro casuale nacque un rapporto di conoscenza. Dell'Utri venne così a sapere che ero esperto di bestiame e di cavalli. Tre o quattro anni dopo mi telefonò per propormi un lavoro nella villa di Berlusconi. Avrei dovuto dirigere l'azienda agricola e la società ippica di cui Berlusconi era titolare. Ma mi occupavo un po' di tutto: dalla compravendita alla doma, all'addestramento dei cavalli, fino a quando non iniziavano a gareggiare. Con l'aiuto di alcuni artieri ho così allenato decine di puledri per volta [ ... ]. Vedevo Berlusconi ogni giorno e avevo con lui gli ordinari rapporti tra titolare e impiegato. Ero totalmente libero nel mio lavoro perché sia Berlusconi che Dell'Utri non s'intendevano di cavalli. Dell'Utri, che abitava nella villa di Berlusconi, mi veniva a trovare spesso nelle scuderie e a poco a poco gli ho insegnato a montare."
Nessuno lo dirà mai ufficialmente, ma in quel periodo tutti i miliardari milanesi temono i sequestri di persona, tanto che Berlusconi manda per un po' i figli all'estero. L'arrivo di Mangano, con i suoi rapporti e le sue conoscenze, non può che rassicurare l'ambiente. E non soltanto perché il Nostro è solito aggirarsi per il parco di villa San Martino con "sei mastini napoletani al guinzaglio" (come rivelano Peter Gomez e Leo Sisti in l'intoccabile, Milano, Kaos, 1997: l'opera più completa e informata sulle frequentazioni mafiose di Berlusconi e Dell'Utri). Insomma, è una sorta di factotum, e viene per questo stipendiato profumatamente: "Guadagnavo 500 mila lire, che poi divennero addirittura un milione in un periodo in cui la paga di un magistrato era 100' mila lire". Lira più, lira meno guadagna l'equivalente di 10 milioni di oggi al mese. E' lui ad accompagnare a scuola ogni mattina i giovani figli di primo letto del futuro Cavaliere, Marina e Pier Silvio detto "Dudu". E i due ragazzi fanno presto amicizia con le due prime figlie del "fattore" siciliano, Loredana e Cinzia. Mangano battezzerà la sua terzogenita Marina, come la figlia di Berlusconi.
Anche Berlusconi, nel 1987, verrà chiamato da un giudice, Giorgio Della Lucia (che indaga sul crac della "Bresciano", la società di costruzioni amministrata da Marcello Dell'Utri), a spiegare quella strana presenza nella sua villa: "Ad Arcore - spiegherà il Cavaliere - avevo bisogno di un fattore, di uno che si occupasse dei terreni, dei cavalli, degli animali [ ... ]. Chiesi a Dell'Utri, che mi presentò Vittorio Mangano come persona conosciuta da un suo amico: assumerlo fu una mia scelta, su una rosa di nomi che mi vennero prospettati. Non feci indagini preventive perché Mangano mi diede l'idea di una persona a posto e competente [ ... ]. Avevo in animo di impostare un'attività di allevamento di cavalli che poi non fu realizzata". Strano, perché Mangano dichiarerà il contrario. E anche Dell'Utri smentirà Berlusconi, nel 1996, di fronte ai pm di Palermo: "Quando Berlusconi acquistò villa Casati c'era una bellissima scuderia con un solo cavallo. Berlusconi decise di farla rivivere acquistando numerosi animali. Questa scuderia ben attrezzata esiste ancora".
Dell'Utri ha sempre sostenuto di aver scoperto i trascorsi criminali di Mangano soltanto diversi anni dopo la sua assunzione ad Arcore. Ma secondo la procura di Palermo mente: li conosceva almeno fin dal 1973. Lo dimostrerebbe un documento conservato nell'archivio della stazione dei carabinieri di Arcore. Un rapporto in cui i militari dell'Arma scrivono: "Dell'Utri [ ... ] ha lasciato un impiego in banca [lavorava alla Cassa di Risparmio di Belmonte Mezzagno] per seguire Berlusconi ed una volta qui ha chiamato Mangano, pur essendo perfettamente a conoscenza - è risultato dalle informazioni giunte del Nucleo investigativo del gruppo di Palermo - del suo poco corretto passato".
A farli incontrare era stato, oltre alla comune passione per il pallone, un comune amico, Gaetano Cinà detto Tanino, che secondo i giudici è un uomo d'onore palermitano della famiglia di Malaspina. "Cinà - ha raccontato Dell'Utri - era il padre di uno dei tanti ragazzi che imparavano il calcio nella scuola in cui ero istruttore. Mangano assisteva alle partite. Veniva da noi talvolta da solo e talvolta con Cinà del quale era amico”. E ancora, sempre dal racconto di Dell'Utri (al "Corriere della sera" del 21 marzo 1994): "Mangano l'ho conosciuto nella Palermo anni '60: ero allenatore della Bacigalupo, squadra di calcio giovanile. Mangano era una specie di tifoso. Commerciava cavalli. Me ne ricordai nel 1975. Berlusconi mi aveva incaricato di cercare una persona esperta di conduzione agricola. Così chiamai Mangano".
Mangano racconta che fu proprio Cinà ad accompagnare Dell'Utri quando questi andò a casa sua per chiedergli di prendere servizio a villa Berlusconi. Era, secondo Mangano, il 1973. Naturalmente Dell'Utri giura di non aver mai neppure sospettato che Cinà fosse un mafioso, e nemmeno "vicino ad ambienti di mafia". Né un quarto di secolo fa, né pochissimi anni or sono, visto che ancora nel '96 diceva: "Cinà lo frequento ancor oggi e sono legato a lui da grande amicizia".
Strano. Perché Tanino Cinà, nato a Palermo nel 1930, titolare di una lavanderia e di un negozio di articoli sportivi a Palermo, nonché del titolo di studio di terza elementare, è indicato da tutti i principali collaboratori di giustizia come l'uomo che - scrivono Peter Gomez e Leo Sisti nell'Intoccabile - almeno a partire dal 1980 e sicuramente fino a dopo le stragi di Capaci e via D'Amelio (1992), attraverso il gruppo Berlusconi avrebbe periodicamente versato alla mafia grosse somme di denaro. Cinà, ovviamente, nega. Ma arrestato e interrogato nel 1996, sarà costretto ad ammettere perlomeno parentele e amicizie con alcuni tra i più bei nomi dell'onorata società come Mimmo Teresi, braccio destro e cugino di Stefano Bontate. Sua moglie, una Citarda, appartiene a una dinastia di gente di rispetto che, almeno fino alla seconda guerra di mafia, ha retto con il pugno di ferro la famiglia mafiosa di Malaspina, alla quale - secondo il pentito Francesco Marino Mannoia - apparteneva il deputato andreottiano Salvo Lima. Quanto a Teresi, è lo stesso Cinà a definirlo "nipote di mio cognato Benedetto Citarda". Un altro parente ingombrante è Salvatore Sbeglia, "con cui - dice Cinà - ho messo in piedi un negozio di articoli sportivi": lo stesso Salvatore Sbeglia che secondo i giudici faceva da prestanome a Raffaele Ganci, cioè al più fedele alleato di Totò Riina, accusato di aver fornito il telecomando usato da Cosa nostra per far saltare l'autostrada Palermo-Punta Raisi in località Capaci al momento del passaggio delle auto di Giovanni Falcone, di Francesca Morvillo e degli uomini della scorta.
Mangano, lasciata Arcore, diventa poi il numero uno della famiglia di Porta Nuova dopo l'arresto di Pippo Calò. E lo rimane finché non finisce in carcere per scontare due condanne all'ergastolo per duplice omicidio, associazione mafiosa e traffico di droga. Muore nell'estate del 2000 per un male incurabile. Negli anni '70 era considerato l'anello di congiunzione tra la cosca di Salvatore Inzerillo e quella dei siciliani trapiantati a Milano, legato a pericolosi pregiudicati come i fratelli Fidanzati, Giorgio Bono, Gerlando Alberti, Tommaso Buscetta e Ugo Martello detto "Tanino". Ma negli anni '80, dopo l'ultima guerra di mafia, si era prontamente "convertìto" ai nuovi padroni di Cosa nostra, i corleonesi di Totò Riina. Tant'è che il suo nome ricorre spesso negli atti del maxiprocesso. Falcone indagava su di lui per mafia e droga. E la Procura di Palermo si interessava a lui - come dimostra l'intervista di Paolo Borsellino che pubblichiamo qui di seguito - ancora nel 1992, a proposito dei suoi rapporti con Dell'Utri e Berlusconi.
Ma torniamo ad Arcore, nei primi anni '70. Racconta Mangano: "Quando arrivai, la villa - che si componeva di 147 stanze - era ancora in fase di ristrutturazione ed era pertanto abitata solo dalla mia famiglia e da parte della servitù. Dopo qualche tempo arrivò anche il dottor Berlusconi". Dunque la data di arrivo dello "stalliere" mafioso ad Arcore dovrebbe essere i primi mesi del 1974. Nello stesso anno torna a Milano Marcello Dell'Utri, che ha conosciuto Berlusconi all'Università statale nei primi anni '60 e, dopo un periodo trascorso in Sicilia a farsi le ossa in alcune banche, è stato richiamato al Nord dall'amico Silvio per fargli da segretario-tuttofare nella nuova villa (appena acquistata, a prezzo di superfavore, dalla marchesina Annamaria Casati Stampa, grazie ai buoni uffici dell'avvocato Cesare Previti, protutore della ragazza rimasta orfana dei genitori e consulente del futuro Cavaliere).
Nei primi anni '70 la Lombardia pullula di pezzi da novanta di Cosa nostra, quasi tutti al soggiorno obbligato, oppure in libertà per espandere riciclaggio e narcotraffico in quel mercato in piena espansione dopo il boom dei '60. La parabola di Michele Sindona, banchiere e riciclatore della mafia, è soltanto una delle tante.
E quando, nel 1985, il giornalista del "New York Times" Nick Tosches chiederà a Sindona, in carcere in America, "Quali sono le banche usate dalla mafia?", si sentirà rispondere: "E una domanda pericolosa... In Sicilia il Banco di Sicilia, a volte. A Milano una piccola banca di piazza dei Mercanti". Quale? La Banca Rasini, di cui è stato direttore generale fino alla metà degli anni '70 Luigi Berlusconi, padre di Silvio: la banca che - come vedremo più avanti - è all'origine dei primi finanziamenti del palazzinaro in erba Silvio Berlusconi. "Le città giardino di Berlusconi - spiega Paolo Madron in Le gesta del Cavaliere (Milano, Sperling & Kupfer, 1994: l'unica biografia berlusconiana autorizzata) - sono servite [ ... ] per far rientrare le valigie di soldi a suo tempo depositate nella vicina Svizzera. Alla fine degli anni '60 le vie che portano al paese degli gnomi sono intasate di spalloni che vanno a mettere al sicuro il denaro della ricca borghesia terrorizzata dai sequestri (ci provano anche col padre di Berlusconi) [ ... ]. Il Cavaliere va da Rasini e gli chiede di appoggiarlo su quei suoi amici, clienti o meno della banca che hanno portato fuori tanti soldi [ ... ] Berlusconi non ha mai voluto rivelare i nomi di chi lo ha finanziato [ ... ]. In tempi diversi tutti sono stati liquidati da Berlusconi con piena soddisfazione".
E questo l'ambiente che trova Mangano quando prende servizio, probabilmente all'inizio del 1974, nella villa di Arcore ancora in fase di restauro. Un clima pesante, per gli imprenditori milanesi: Berlusconi, oltre ai progetti di rapimento del padre Luigi e alle minacce di sequestro del figlio Pier Silvio, ha subito un attentato (una bomba contro la sede delle sue società, l'ex villa Borletti di via Rovani a Milano). Pericoli che cessano come per incanto con l'arrivo in villa dello "stalliere" siciliano. Il che fa pensare ad alcuni biografi del Cavaliere che il suo entourage non abbia raccontato tutto sui veri motivi che portarono all'ingaggio di Mangano. Sospetti avvalorati dal racconto di un mafioso pentito del calibro di Francesco Di Carlo che, se fosse confermato, modificherebbe la ricostruzione del ruolo di Mangano: da quello di fattore-stalliere a quello di garante-guardaspalle.
Dal 1974 al 1978 Di Carlo - capo della potente famiglia di Altofonte, poi espulso da Cosa nostra con l'accusa di aver imbrogliato gli amici fingendo il sequestro di una partita di droga e riparato a Londra - racconta di aver conosciuto Dell'Utri perché "Cinà me lo presentò in un bar di via Libertà a Palermo, a metà degli anni '70. Qualche mese dopo rividi Dell'Utri a Milano [ ... ] In un ufficio di via Larga di proprietà di alcuni nostri amici.
Lì incontrai Cinà, Mimmo Teresi e Stefano Bontate. Quel giorno erano particolarmente eleganti. Io domandai il perché e loro mi risposero che dovevano andare da un grosso industriale milanese amico di Cinà e Dell'Utri, e mi proposero di seguirli".
Il quartetto si reca così nella sede dell'Edilnord dove - secondo Di Carlo - incontra Berlusconi e Dell'Utri. Parla Bontate: "Dottore, lei da questo momento può smettere di preoccuparsi. Garantisco io... Perché piuttosto non pensa a investire nella nostra bellissima isola? Da noi c'è tanto da costruire".
E Berlusconi (secondo Di Carlo): "Vorrei, vorrei... Ma sa, già qui al Nord ci sono tanti siciliani che non mi lasciano tranquillo...". "La capisco - replica Bontate - ma adesso è tutto diverso. Lei ha già al suo fianco Dell'Utri, io le manderò qualcuno che le eviterà qualsiasi problema con quei siciliani> Berlusconi: "Non so come sdebitarmi, resto a sua disposizione per qualsiasi cosa".
E Bontate: "Anche noi siamo a sua disposizione. Se c'è un problema basta che ne parli con Dell'Utri".
Senonché, sia prima, sia durante il suo soggiorno a villa San Martino, Mangano avrebbe continuato a fare il furbo, organizzando estorsioni, financo ai danni di Berlusconi, e addirittura progettando sequestri ai danni degli ospiti del suo nuovo "padrone". Così almeno racconta un altro pentito, Salvatore Cucuzza, successore di Mangano alla guida del clan di Porta Nuova e suo compagno di cella dal 1983 al 1990. A quel punto - sostiene Cucuzza - Berlusconi si rivolse a Cinà per trattare direttamente con Bontate e Teresi e "raggiunse con loro un accordo per il versamento di una tangente di 50 milioni l'anno. La stessa cifra che veniva prima versata a Mangano". E Mangano, divenuto ormai superfluo per il Cavaliere, sarebbe stato liquidato. Fantasie? Farneticazioni di pentiti ansiosi di compiacere le solite "procure rosse"? Mica tanto. Almeno sui tentativi di sequestro di alcuni ospiti di villa San Martino, visto che sono gli stessi Dell'Utri e Berlusconi a indicarli come la ragione principale dell'allontanamento di Mangano dopo soli due anni di servizio (e dunque, si presume, nel 1976, visto che secondo Dell'Utri egli "rimase ad Arcore due anni").
Ma sull'addio di Mangano le versioni dei protagonisti non potrebbero essere più divergenti, contraddittorie ai limiti dell'inverosimile.
Tutto ruota intorno a un misterioso sequestro di persona: quello di Luigi D'Angerio, avellinese trapiantato a Milano e sedicente principe di Sant'Agata, subito dopo una cena a villa San Martino, chez Berlusconi. Un sequestro che risalirebbe alla notte di Sant'Ambrogio (7 dicembre) del 1975. Anche su quell'episodio, il primo rapimento in Brianza, le versioni divergono. E la dicono lunga sull'imbarazzo e la reticenza dei protagonisti di fronte a un capitolo così ingombrante della loro biografia. Eccole, in estrema sintesi.
Primo. Intervistato dal "Corriere della sera" (21 marzo 1994), Marcello Dell'Utri racconta: "Mangano rimase ad Arcore due anni. E si comportò benissimo. Trattava con i contadini, si occupava dei cavalli. Ma la notte di Sant'Ambrogio del 1975, dopo aver cenato con noi, il principe di Sant'Agata fu sequestrato vicino ad Arcore. C'era una nebbia terribile. L'auto dei rapitori andò a sbattere. E il principe riuscì a fuggire. Le indagini lanciarono sospetti su Mangano, svelarono che non aveva un passato immacolato. Fu allontanato. Poi finì in carcere". Ma le date non tornano: se - come dice Dell'Utri - l'avevano assunto nel '75 e l'hanno allontanato nel dicembre dello stesso anno, come faceva Mangano a restare a villa San Martino "due anni"? Infatti Berlusconi racconta una storia un po' diversa.
Secondo. "Avevo bisogno ad Arcore di un fattore, più precisamente di un responsabile della manutenzione dei terreni e della cura degli animali, cioè cavalli, avendo in animo di impostare una attività di allevamento di cavalli, attività poi non realizzata": chi parla è Berlusconi, interrogato il 26 giugno 1987 dal giudice istruttore Giorgio Della Lucia. "Ciò che mi determinò a non portare avanti detta attività fu la difficoltà di reperire uomini fidati, specialmente dopo una per me preoccupante scoperta circa il fatto che Mangano Vittorio si fosse poi rivelato un pregiudicato [ ... ]. Il Mangano si era sistemato con la sua famiglia ad Arcore, cioè nella mia villa [ ... ]. Poco tempo dopo, dopo un pranzo avvenuto nella mia villa, uno dei convitati, il signor Luigi D'Angerio, era stato vittima di un sequestro di persona, casualmente sventato dall'arrivo di una pattuglia dei carabinieri. Nell'ambito delle indagini seguite a questo sequestro emerse che Mangano era un pregiudicato [ ... ]. Non ricordo come il rapporto lavorativo del Mangano cessò, se cioè per prelevamento delle forze dell'ordine o per un suo spontaneo allontanamento. Ricordo comunque che qualche tempo dopo fu tradotto in carcere". Strano che Berlusconi, scoperto di aver assunto e ospitato in casa un mafioso pregiudicato, scarti l'ipotesi più naturale: quella di licenziarlo. E resti nel dubbio se Mangano se ne sia andato con le proprie gambe oppure trascinato a viva forza dai carabinieri. Strano anche che un evento di tale portata - l'irruzione dei carabinieri a villa San Martino per arrestare il factotum del padrone di casa, rivelatosi un pregiudicato mafioso - possa sfuggire alla memoria del padrone di casa medesimo. In ogni caso, secondo il Cavaliere, Mangano non rimase in villa due anni, ma "poco tempo".
Terzo. "Rapporti con la mafia - dichiara Berlusconi il 20 marzo 1994, intervistato dal "Corriere della sera" - ne ho avuti una volta sola, quando tentarono di rapire mio figlio Pier Silvio, che allora aveva cinque anni: portai la mia famiglia in Spagna e lì vissero molti mesi." Il tentato sequestro risale dunque al 1973 (essendo Pier Silvio nato il 28 aprile 1968), prima dell'arrivo di Mangano ad Arcore. Addirittura prima dell'acquisto di villa San Martino. E questa volta, a proposito del "fattore" mafioso, il Cavaliere rivela: "Lo licenziammo non appena scoprimmo che si stava adoperando per organizzare il rapimento di un mio ospite, il principe di Sant'Agata. E poco dopo venne scoperto anche il tentativo di rapire mio figlio". Una contraddizione via l'altra: se il tentato sequestro di Pier Silvio viene dopo quello di Sant'Agata, Pier Silvio doveva avere 7 anni e non 5. E sarebbe stato spedito in Spagna con madre e sorella addirittura nel '76, dopo la partenza di Mangano. E poi: perché, nel 1986, con la memoria molto più fresca per la maggior vicinanza ai fatti, Berlusconi esclude di aver licenziato Mangano, mentre ora afferma di averlo licenziato e scarta le altre due ipotesi formulate nel 1986 (allontanamento spontaneo o arresto da parte dei carabinieri)?
Quarto. I giornalisti Claudio Fracassi e Michele Gambino (Berlusconi. Una biografia non autorizzata, Roma, Avvenimenti, febbraio 1994) hanno raccolto una versione alternativa, di cui tacciono la fonte ma che almeno ha il pregio della coerenza logica e cronologica. Anche perché - come osserva Giuseppe Fiori (Il venditore, Milano, Garzanti, 1995) - "delle tante incriminazioni dello "stalliere" di Arcore, nessuna risulta collegata all'avventura del principe Sant'Agata". Ecco, dunque, la versione di Fracassi e Gambino: "Il fallito sequestro D'Angerio davanti alla villa di Arcore, secondo il nostro testimone, avvenne prima dell'assunzione di Mangano, e anzi ne fu la causa. Secondo questo racconto, Berlusconi rimase terrorizzato da quell'episodio, probabilmente convinto che i sequestratori avessero in mente di prendere lui e si fossero sbagliati. Di certo c'è che, nei giorni successivi a quell'episodio, Berlusconi partì per la Svizzera con l'amico e collaboratore Romano Comincioli, la moglie, i due figli e la governante. L'imprenditore tornò ad Arcore pochi giorni dopo, senza la famiglia [ ... ]. Fu qualche settimana dopo, secondo il racconto del nostro uomo, che Mangano arrivò alla villa, presentato da Dell'Utri su segnalazione di Cinà, un altro uomo di rispetto del clan di Mimmo Teresi e Stefano Bontate. E, stando a questa versione dei fatti, l'arrivo del boss avrebbe tranquillizzato Berlusconi; e infatti, di lì a poco, la famiglia fece rientro in Italia".
Quinto. La quarta versione si integra perfettamente con la cronologia ricostruita dai giornalisti Peter Gomez e Leo Sisti (L'intoccabile, cit.): il fallito sequestro D'Angerio avvenne sì nella notte di Sant'Ambrogio, ma non del 1975, bensì del 1974.
Ma l'incastro finisce qui. Perché, secondo Gomez e Sisti, in quel periodo Mangano era già da tempo alloggiato in villa, e forse quella sera a tavola con il Cavaliere, il principe e alcuni amici del Cavaliere (Fedele Confalonieri e Dell'Utri) c'era seduto anche lui, il "fattore" mafioso. Le indagini, comunque, lasciarono molto a desiderare, e non appurarono neppure con certezza l'elenco completo dei commensali. Anche perché la testimonianza di Berlusconi fu molto reticente: il futuro Cavaliere, al magistrato che gli chiedeva la lista completa degli invitati, "dimenticò" addirittura di nominare il suo stalliere mafioso. Una dimenticanza che lo rende poco credibile quando racconta di non aver sospettato, allora, chi veramente si era messo in casa. Il pentito Salvatore Cucuzza, poi, nel 1996 ha sostenuto che il vero obiettivo del tentato sequestro era Luigi Berlusconi, padre di Silvio e direttore generale della Banca Rasini: "Il sequestro era stato ideato da Nino e Gaetano Grado [due mafiosi siciliani amici di Mangano, Teresi e Bontate, residenti abitualmente a Milano in quegli anni], assieme a Totuccio Contorno [guardia del corpo di Bontate e futuro pentito, il secondo grande pentito dopo Buscetta] e Pietro Vernengo [altro boss palermitano]. Mangano doveva fare il basista. Ma quella sera Contorno, che guidava l'auto con a bordo i sequestratori, ebbe un incidente a causa della nebbia. Il padre di Berlusconi non venne rapito, ma fu sequestrato un altro ospite della villa". Il principe di Sant'Agata, appunto, che però riuscì a fuggire dopo pochi minuti, proprio grazie all'improvviso incidente.
Le indagini sull'”invito a cena con sequestro" non portano praticamente a nulla. Ed è per puro caso che gli inquirenti scoprono, il 27 dicembre 1974, che a villa San Martino abita il noto pregiudicato Vittorio Mangano: grazie al fatto che i carabinieri vanno a prelevarlo chez Silvio, sotto gli occhi della moglie e delle figlie, per eseguire la condanna appena subita dal "fattore" di Berlusconi a 10 mesi e 15 giorni di reclusione per truffa. Mangano resterà comunque in carcere appena tre settimane. Tant'è che il 22 gennaio 1975 è di nuovo a villa San Martino. Dove - rivelano Gomez e Sisti - "rimane ancora per un mese. Poi, a metà del 1975, quando il suo spessore criminale è ormai evidente anche agli occhi poco allenati degli investigatori di Milano, spontaneamente decide di fare le valigie. Una decisione motivata - questo è almeno quanto sosterrà lui con i magistrati - da ragioni di "sensibilità"". Una sensibilità che evidentemente non hanno avuto né Berlusconi né il suo segretario Dell'Utri, che si sono ben guardati dal cacciarlo, anche dopo il suo arresto.
"Un giornale locale - ricorda Mangano - pubblicò un articolo nel quale venivo descritto come un soggetto pericoloso collegato con ambienti di mafia. Mi preoccupai molto, soprattutto per l'immagine del dottor Berlusconi, che rischiava di uscirne offuscata. Ne parlai quindi con il dottor Dell'Utri, che mi fissò un appuntamento col dottor Confalonieri. Nel colloquio con lui io gli espressi la mia intenzione di lasciare la villa per lo stato di disagio che si era creato. Confalonieri mi lasciò libero di decidere e non mi chiese di andarmene." Quando però se ne sia andato per davvero, Mangano, da villa San Martino, non si sa con certezza. Basti pensare che nel tardo autunno del 1975 fu di nuovo arrestato. E quando fu scarcerato, il 6 dicembre 1975, elesse domicilio "in Arcore - via Villa San Martino 42". Una circostanza che Dell'Utri, smentito dallo stesso Mangano su tutta la linea, non riesce a spiegare con i giudici: "Mangano continuò comunque a frequentare Arcore e più precisamente la scuderia, dove teneva a pensione il suo cavallo, di nome Epoca".
Certo, tagliare i ponti con un personaggio del suo calibro, che aveva respirato per un paio d'anni l'aria di casa Berlusconi, non era facile. In quei due anni, aveva goduto di una certa libertà di azione. E, secondo le rivelazioni di alcuni pentiti, aveva addirittura preso l'abitudine di ricevere in villa uomini d'onore, alcuni dei quali latitanti. "Mangano mi spiegò - ha rivelato Salvatore Cancemi, già ottimo amico di Mangano - che nella tenuta di Arcore furono nascosti anche dei latitanti, fra cui i fratelli Grado, Giuseppe Contorno [soltanto omonimo di Totuccio] e Francesco Mafara." Anche il medico palermitano Gioacchino Pennino, ex politico democristiano nonché mafioso doc, che collabora da anni con la giustizia, ha confermato le accuse: "Gaetano Zarcone [un avvocato siciliano intimo amico di Bontate] mi spiegò che Mangano teneva i rapporti con Silvio Berlusconi, visto che faceva fittiziamente il guardiano in una sua villa vicino a Monza. Lì venivano ospitati tutti i latitanti della famiglia di Santa Maria del Gesù e forse di altre. A un certo punto però Berlusconi aveva interrotto questa consuetudine perché qualcuno di questi ospiti aveva trafugato dalla villa oggetti di valore. Ricordo che commentando queste vicende lo Zarcone diceva: "Come al solito, ni facimmu canusciri e schifari"...".
Dell'Utri, anziché smentire sdegnato queste ricostruzioni, fornisce loro a suo modo un certo grado di credibilità. E' vero, sostiene, che Mangano riceveva a villa San Martino un sacco di amici siciliani, ma lui non sapeva chi fossero e, riservato com'era, non faceva domande indiscrete: "C'erano molte persone che andavano a trovarlo... Io ebbi modo di vederne alcune, perché in quel periodo trascorrevo molto tempo in villa, visto che Berlusconi mi aveva incaricato di seguirne la ristrutturazione. Mangano a volte mi presentava delle persone dicendo che erano dei suoi amici, ma non mi faceva nessun nome. Non si fanno mai nomi quando si presenta una persona nel modo di Mangano ... ". Nulla da stupirsi se poi, nel numero, qualcuno se ne andava dalla villa con l'argenteria sotto la giacca: "Effettivamente nel 1974, quando Mangano stava già ad Arcore, furono rubati quadri e altri oggetti. L'episodio venne regolarmente denunciato".
Tutto sembra combaciare anche con il racconto di un altro collaboratore, Antonino Galliano, uomo d'onore del clan della Noce, di professione impiegato di banca, anch'egli citato da Gomez e Sisti: "Mangano venne licenziato col consenso di Cosa nostra, perché aveva finto un furto di quadri per potersi adoperare poi per ritrovarli, allo scopo di accrescere la propria credibilità agli occhi di Berlusconi ... ".

Nel 1977, a 36 anni, Marcello Dell'Utri lascia Berlusconi che - dirà lui stesso (vedi la sua deposizione al processo di Torino, che pubblichiamo da pagina 182) - lo pagava troppo poco. E trasloca da Arcore a Milano per andare a lavorare come dirigente nel gruppo di un siciliano di Sommatino (Caltanissetta) di 11 anni più anziano di lui: Filippo Alberto Rapisarda, uno spregiudicato finanziere amico di molti mafiosi, con alle spalle vari precedenti penali e persino un arresto. La sua holding, la Inim, ha sede nello splendido palazzotto di via Chiaravalle 7. E qui Marcello Dell'Utri e suo fratello gemello Alberto vanno ad abitare. La paga è buona - il doppio di quel che offre Berlusconi, allora piuttosto a corto di liquido - e il lavoro è tanto, visti i capitali che miracolosamente affluiscono nelle scatole cinesi rapisardiane dalla Sicilia degli "amici". Il gruppo Inim e la consorella Raca vengono definiti, in un rapporto della Criminalpol del 1981, "società commerciali gestite dalla mafia e di cui la mafia si serve per riciclare il denaro sporco provento di illeciti". Soci occulti sarebbero Vito Ciancimino, l'ex sindaco-imprenditore-mafioso di Palermo, e il suo amico e socio Francesco Paolo Alamia.
A raccomandare Marcello e Alberto all'amico Rapisarda presso quella simpatica compagnia di galantuomini è il solito Tanino Cinà. Uno che - spiegherà Rapisarda - "rappresentava il gruppo in odor di mafia facente capo a Bontate-Teresi-Marchese" e dunque "era difficilissimo potergli dire di no".
Ma l'esperienza dirigenziale dei due gemelli (Marcello alla Bresciano Costruzioni e Alberto alla Nuova Venchi Unica) durerà poco, meno di due anni. Sia la Bresciano che la Venchi finiranno in bancarotta (ovviamente fraudolenta): Alberto finirà in carcere a Torino insieme a Rapisarda e Alamia, mentre Marcello resterà indagato a piede libero, ma disoccupato. Solo, però, per pochi mesi. Poi, nel 1980, verrà riassunto dall'amico Silvio. Come dirigente alla Publitalia 80, la neonata concessionaria pubblicitaria dell'impero Fininvest. E negli anni '80, proprio per quel popò di frequentazioni mafiose o paramafiose, finirà sotto inchiesta per associazione mafiosa. L'inchiesta verrà poi archiviata nel 1989 dal giudice milanese Giorgio Della Lucia (tutt'oggi indagato con l'accusa di essersi fatto corrompere, in quegli anni, da Rapisarda).

Mangano, intanto, si è messo definitivamente in proprio. Risiede in pieno centro a Milano, albergo Gran Duca di York. E di lì dirige i suoi loschi traffici. Sempre in contatto con i vecchi amici. Almeno con Marcello Dell'Utri. Che, nel 1980, finisce sotto inchiesta del giudice Della Lucia per concorso in associazione mafiosa. Come pure Mangano, i cui telefoni vengono intercettati dal 5 al 15 febbraio '80. Dalle bobine salta fuori che, lungi dall'aver raffreddato i loro rapporti, l'epilogo delle vicende di Arcore li ha vieppiù riscaldati. Marcello e Vittorio si danno affettuosamente del tu ("Caro Marcello", "Caro Vittorio"). Ecco il racconto di quella istruttiva conversazione, tratto dal rapporto della Criminalpol del 13 aprile 1981: "Mangano parla cordialmente con tale dottor Dell'Utri e, dopo averlo salutato cordialmente, gli chiede se ha telefonato Tony Tarantino [uno che Dell'Utri definirà "uno che faceva affari di vario tipo, di piccolo cabotaggio, ma leciti"]. L'interlocutore risponde affermativamente e aggiunge che Tony Tarantino ha lasciato detto che avrebbe chiamato il Mangano in albergo alle ore 16. E Mangano riferisce allora a Dell'Utri che ha un affare da proporgli e che ha anche il "cavallo" [espressione spesso usata da Mangano per indicare partite di droga, come ricorderà Paolo Borsellino nell'intervista che pubblichiamo qui di seguito] che fa per lui. Dell'Utri sorride e gli risponde che per il cavallo occorrono i "piccioli" [cioè soldi] e lui non ne ha. Mangano non ci crede. Dell'Utri spiega allora che ha avuto dei problemi. Mangano con tono scherzoso gli dice di farsi dare i "piccioli" dal suo amico Silvio. Dell'Utri risponde che "quello "nu'sura" ["non paga", oppure - secondo Dell'Utri - "è un santo che suda, che significa: inutile insistere"] e gli spiega che, per via di suo fratello, ha dovuto pagare 8 milioni solo per le perizie contabili; nello stesso tempo lui stesso ha bisogno di soldi per gli avvocati perché è nei guai, sempre per via "d'u pazzu... dà"... Mangano chiede allora se suo fratello si trovi sempre a Torino [in carcere]. Dell'Utri risponde che suo fratello Alberto è sempre a Torino e che spera gli venga tolta la "camurrìa" [che si risolva il problema giudiziario], così potrà muoversi e lavorare [ ... ]. La conversazione si chiude e i due interlocutori fissano un appuntamento [ ... ] in albergo da Mangano, e cercheranno di "sbrogliare" una _situazione".
Interpellato dal pool di Palermo ("Come mai lei nel 1980 continuava a intrattenere questo tipo di rapporto con Mangano?"), Dell'Utri risponde con evidente imbarazzo: "Se nella telefonata ho adoperato un tono amichevole, ciò è stato solo perché in quel periodo Mangano faceva paura, ero cosciente della sua personalità criminale [ ... ]. Mi telefonava di tanto in tanto ed io – data la sua personalità - non potevo non rispondergli". Quanto al "cavallo", Dell'Utri sostiene che "Mangano voleva vendere il cavallo a Berlusconi, non voleva venderlo a me, anche perché in quel periodo ero sostanzialmente senza lavoro. Mangano si rivolgeva a me perché facessi da intermediario con Berlusconi". Una versione che lascia molto perplessa la Procura di Palermo, visto che "la frase di Mangano concernente "cavalli" da vendere al Dell'Utri è in altre coeve intercettazioni utilizzata dal Mangano per riferirsi a partite di droga. Ma anche da altre prove raccolte da questo Ufficio viene esattamente definita la natura dei rapporti fra il Mangano e il Dell'Utri, natura perfettamente corrispondente a quanto dichiarato dal Rapisarda". Il quale Rapisarda assicura che Dell'Utri riciclò al Nord svariati miliardi sporchi per conto della mafia. Un'accusa, questa, ripetuta da diversi collaboratori di giustizia. Impossibile, ovviamente, inseguire tutte le accuse, i sospetti, le ipotesi investigative che sono al centro del processo che vede imputato Marcello Dell'Utri a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa (per chi volesse saperne di più, c'è il libro L'onore di Dell'Utri, edito da Kaos nel 1997, che riporta il testo integrale della richiesta di rinvio a giudizio della Procura, poi accolta dal gip).
Abbiamo lasciato Mangano e Dell'Utri al telefono, nel 1980, a parlare di "cavalli". Passa il tempo e cambiano le alleanze (Mangano passa dal clan perdente della guerra di mafia, quello dei Bontate e degli Inzerillo, a quello vincente dei corleonesi).
Ma non le amicizie. E così, quando la Procura di Torino fa arrestare Marcello Dell'Utri nel maggio del '95 per le false fatture di Publitalia, e gli fa perquisire gli uffici e sequestrare le agende, scopre un appunto della sua segretaria in data 2 novembre 1993 (quand'era in piena gestazione il nuovo partito di Forza Italia). Un appunto che dice: "Mangano Vittorio sarà a Milano per parlare problema personale". E, nel foglio seguente: "Mangano verso il 30-11". Interrogato su quelle annotazioni, Dell'Utri confesserà serafico: "Mangano era solito venirmi ogni tanto a trovare, prospettandomi questioni di carattere personale, spesso attinenti a motivi di salute ... ".
Un anno e mezzo prima i corleonesi amici di Mangano hanno assassinato i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, memorie storiche del pool antimafia di Palermo, che si erano occupati di Mangano e dei suoi traffici al Nord. Borsellino, nella primavera del '92 lascia la Procura di Marsala (di cui era il capo) per ritornare in quella di Palermo con i gradi di procuratore aggiunto. E ha appena preso possesso del nuovo ufficio e ripreso in mano vecchi fascicoli quando, il 21 maggio 1992, rilascia un'intervista, la sua ultima intervista televisiva, al giornalista Fabrizio Calvi (pseudonimo di Jean Claude Zagdoun) e al regista jean-Pierre Moscardo per una tv francese. Un'intervista che avrà tante, forse troppe disavventure.

"Nel 1992 - racconta Calvi ai pm di Palermo che lo sentono come testimone il 26 aprile 1994 - conducevo una inchiesta giornalistica con Jean Pierre Moscardo sull'argomento dei rapporti fra criminalità e finanza in Europa. Per quanto riguarda l'Italia la nostra attenzione si soffermò in particolare sull'inchiesta giudiziaria milanese comunemente nota come indagine "San Valentino": indagine nel cui ambito erano emersi i nomi di importanti esponenti della criminalità organizzata, tra i quali quelli di Bono Giuseppe, Bono Alfredo, Zaza Michele, ecc. Ci interessavamo di questa inchiesta, poiché sapevamo che la stessa aveva riguardato anche un episodio francese, cioè la compravendita del casinò di Beaulieu. in relazione al quale si era sospettata la ingerenza di personaggi vicini alla criminalità organizzata.
Nel corso di questa inchiesta giornalistica, a un certo punto, abbiamo appreso che le indagini avevano accertato l'esistenza di rapporti tra un presunto mafioso, tale Mangano Vittorio, e Dell'Utri Marcello, un uomo che lavorava o aveva lavorato alle dipendenze dell'imprenditore Silvio Berlusconi. La cosa naturalmente ci incuriosì, e per questo motivo studiammo più attentamente gli atti del processo San Valentino che erano ormai consultabili perché pubblici. Per quanto riguardava la personalità di Mangano Vittorio pensammo di chiedere notizie al dott. Paolo Borsellino, che io personalmente conoscevo da dieci anni come uno dei magistrati più impegnati e più esperti in materia di criminalità organizzata di tipo mafioso. Fu questa l'origine dell'intervista che il dott. Borsellino accettò di darci, e che fu registrata nella sua casa di Palermo in via Cilea, il 21-5-1992, due giorni prima della strage di Capaci, in cui persero la vita il dott. Giovanni Falcone, la dott. Francesca Morvillo e gli uomini della loro scorta [ ... ].
Il dott. Borsellino non disse, fuori dall'intervista, nulla che io ricordi allo stato come particolarmente rilevante, all'infuori di una osservazione riguardante il possibile coinvolgimento del Mangano in sequestri di persona. Il dott. Borsellino disse, se ricordo bene, che il Mangano "era legato all'Anonima sequestri insieme a Pietro Vernengo"."
L'operazione San Valentino, scattata a Milano nella notte del 14 febbraio 1983, porta all'arresto di decine di mafiosi, fra i quali i fratelli Bono, Gaetano Fidanzati, Vittorio Mangano e Ugo Martello, ma anche al sequestro di conti correnti bancari, libretti al portatore, titoli di credito, azioni in capo a personaggi e imprese collusi con la mafia. Alcuni dei boss colpiti da mandato di cattura risultano correntisti della Banca Rasini, diretta per anni dal padre di Berlusconi e appartenente al finanziere Carlo Rasini che aveva concesso i primi crediti e le prime fidejussioni al giovane Silvio. L'operazione San Valentino nasce da un rapporto della Criminalpol di Milano, che si occupa a lungo dei rapporti fra Dell'Utri e Mangano, definito "pericolosissimo pregiudicato, schedato mafioso, coinvolto, interessato o cointeressato in imprese commerciali e finanziarie con vorticosi volumi d'affari su scala nazionale e internazionale". L'operazione riguarda varie città e varie procure d'Italia. Compresa quella di Palermo, dove se ne occupano personalmente Falcone e Borsellino (e molti atti di quell'indagine confluiranno nel processo a Dell'Utri, tutt'oggi in corso)...
("L'Odore dei soldi: origini e misteri delle fortune di Silvio Berlusconi", di Elio Veltri e Marco Travaglio, Editori Riuniti)

L'ultima intervista di Paolo Borsellino >> http://www.youtube.com/watch?v=2z_adJrX7vE
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Old 26-09-2009, 11:34   #52
-kurgan-
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Quella dell'eroe viene fuori perche' quando sto tizio era in fin di vita gli inquirenti gli promettevano di farlo tornare a casa se avesse inventato delle accuse su Berlusconi (metodi da inquisizione) e lui non lo fece.
ci sono delle condanne per qualcuno per queste affermazioni gravi che hai scritto? anche in primo grado?
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Old 26-09-2009, 11:48   #53
luxorl
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Quindi PURE IN UN PROCESSO DOVE HANNO DATO NOVE ANNI A DELL'UTRI, non ci sono prove di stori differenti rispetto alla sequenza logica: mangano nel personale della casa di berlusconi, emerge a seguito di indagini sul personale per un episodio delittuoso (un tentato rapimento) che si trattava di un pregiudicato (NB. truffatore, non mafioso ne pluriomicida, almeno a quell'epoca) e a seguito di cio' viene allontanato.
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DELL’UTRI, LE ACCUSE DEL PG
Nella requisitoria di Nino Gatto al processo d’appello la ricostruzione dei rapporti con Cosa Nostra e Berlusconi

di Giuseppe Lo Bianco

Cosa Nostra spa, agenzia protettiva per gli imprenditori milanesi terrorizzati dall’anonima sequestri. Nasce così il contatto tra la mafia e Silvio Berlusconi attraverso Vittorio Mangano, il fattore di Arcore, inviato da Palermo per “proteggere” Silvio Berlusconi, stella nascente dell’imprenditoria milanese, grazie all’interessamento di Marcello Dell’Utri e Tanino Cinà, che si erano conosciuti nel capoluogo siciliano negli anni ’60 sui campi di calcio della Bacigalupo, società sportiva semiprofessionista. Nella seconda giornata di requisitoria del processo d’appello a Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado a nove per associazione mafiosa, il procuratore generale Nino Gatto parte dalle origini del rapporto tra Dell’Utri e le cosche per raccontare alla Corte presieduta da Claudio Dell’Acqua il lungo percorso di frequentazione dei boss del giovane bancario siciliano poi attratto dall’estro e dalle fortune del futuro presidente del Consiglio.

Restano fuori dall’aula le polemiche che hanno segnato l’altro processo a Dell’Utri, quello in cui è stato assolto e che rischia di saltare per la designazione a consulente della commissione Antimafia da parte del centro destra del suo presidente, Salvatore Scaduti.
Gatto parte appunto dal ruolo di Vittorio Mangano e Tanino Cinà, quest’ultimo uomo d’onore della famiglia di Palermo Centro che negli anni successivi, con il rapporto ormai stabilizzato con il gruppo Fininvest, invierà a Berlusconi una cassata di undici chili e ottocento grammi in segno di riconoscenza , come è emerso dalle intercettazioni telefoniche disposte dalla Procura. E per superare le obiezioni della difesa sulle date delle affiliazioni mafiose (Mangano, è’ stato detto, in quel periodo non era uomo d’onore) il pg sostiene che il rapporto venne avviato all’inizio a titolo personale, con Cinà e Dell’Utri comunque consapevoli della caratura del personaggio e della sua assoluta fedeltà.

E’intorno alla metà degli anni Settanta, sostiene il pg, che Mangano, ormai diventato uomo d’onore, si trasforma nell’ambasciatore di Cosa Nostra ad Arcore per proteggere, adesso con l’avallo di Cosa Nostra, il futuro presidente del Consiglio. Una data che il pg colloca tra il 1974 e il 1975 nell’incontro alla Edilnord raccontato da Franco Di Carlo, al quale avrebbe partecipato Berlusconi in persona insieme con Stefano Bontade e Mimmo Teresi, i capi di Cosa Nostra di quel periodo, giunti da Palermo. Avviene qui la consacrazione, dice il pg, della protezione mafiosa, avallata dalla presenza dei massimi vertici di Cosa Nostra. Così Berlusconi si consegna a Cosa Nostra, che pretende sempre una contropartita. E che il futuro premier fosse perfettamente consapevole della caratura dei personaggi con cui aveva a che fare, Gatto lo evince dall’intercettazione telefonica del 28 novembre del 1986, quando Berlusconi e Dell’Utri commentano un attentato subito dall’imprenditore in via Rovani.


Berlusconi sospetta di Vittorio Mangano, già’ andato via da Arcore, ma a telefono minimizza, dice è stato un atto quasi ‘’gentile’’, una cosa da nulla; Dell’Utri promette di informarsi e lo chiama due giorni dopo per rassicurarlo: Mangano è dentro, in prigione, e quindi non può’ essere stato lui. “Ma comunque non preoccuparti, c’è da stare tranquilli”.
E Berlusconi non si sorprende, nè minaccia denunce, sostiene il pg, dando quindi l’impressione di conoscere perfettamente la caratura e le dinamiche di quei personaggi.

Il pg cita anche le dichiarazioni del pentito Giuseppe Calderone, fratello del capo-mafia di Catania poi assassinato, che ha rivelato di essere stato presente ad una cena, al ristorante di Milano Le Colline Pistoiesi, gestito dal fratello del calciatore Gori: era il giorno del suo compleanno, al tavolo, con lui, c’era il boss Nino Grado, ad un certo punto entrarono Vittorio Mangano e Marcello Dell’Utri, quest’ultimo vestito in modo elegante. “Mangano me lo presentò dicendo: è il mio principale’’. La requisitoria riprende il 9 ottobre

(il Fatto Quotidiano 26 settembre 2009)
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luxorl è offline  
Old 26-09-2009, 12:17   #54
Ja]{|e
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Questo era stato postato?

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Salvate il soldato Dell’Utri
di Marco Travaglio




“Nei processi non patteggiate mai, non parlate mai e fate passare più tempo possibile: magari intanto muore il pm, o il giudice, o un testimone...”. Così dieci anni fa Marcello Dell’Utri erudiva i colleghi imputati e i discepoli in un circolo delle Marche. Aveva appena patteggiato 2 anni e mezzo definitivi in Cassazione per false fatture e frode fiscale. Poi se n’era pentito e aveva licenziato i suoi avvocati. I fatti successivi gli han dato ragione. Da allora ha subìto vari processi: estorsione, calunnia aggravata, mafia. Ma ad oggi non ha riportato condanne definitive (gliene basterebbe una sola per superare i 3 anni di cumulo-pena e finire in carcere).

Tirare in lungo, a dispetto dei programmi e proclami del Pdl per una giustizia più rapida, gli è convenuto parecchio. Il processo di Milano che lo vedeva imputato per estorsione insieme al boss Vincenzo Virga s’è chiuso dopo due condanne, un annullamento in Cassazione e una nuova sentenza d’appello che ha riformulato l’accusa in “minaccia grave”, ormai caduta in prescrizione. L’appello a Palermo per concorso esterno in mafia ha appena imboccato una fulminea dirittura d’arrivo, con l’incredibile rifiuto della Corte di ammettere le nuove prove emerse dal fronte Ciancimino (compresa le lettere che Provenzano avrebbe scritto a Berlusconi per fargliele recapitare da Dell’Utri): il presidente Guido Dell’Acqua ha una gran fretta di raggiungere il Tribunale di Caltanissetta, dov’è stato promosso. E, a furia di “far passare più tempo possibile”, rischia addirittura di evaporare in zona Cesarini l’appello del “Dell’Utri-bis”, in corso a Palermo per un presunto complotto di falsi pentiti che l’onorevole imputato avrebbe imbeccato per calunniare i veri pentiti che accusano lui. In primo grado Dell’Utri era stato generosamente assolto. In appello però s’è imbattuto in un presidente inflessibile: Salvatore Scaduti, giudice conservatore di Magistratura Indipendente, celebre per aver ribaltato in appello le assoluzioni di Andreotti (prescrizione per il reato commesso fino al 1980) e Contrada (condanna a 9 anni). Sentenze inossidabili, poi confermate in Cassazione. Ora anche Dell’Utri rischia grosso. Ma, proprio in extremis, Scaduti è stato nominato consulente della commissione Antimafia. Se il Csm desse l’ok alla sua nomina, collocandolo subito fuori ruolo, il processo ripartirebbe da zero e riposerebbe in pace grazie alla solita prescrizione.

A rendere più imbarazzante il tutto, c’è un dettaglio: a proporre Scaduti all’Antimafia è stato il Pdl. Cioè il partito di Dell’Utri e di alcuni suoi avvocati. Scaduti, per la sua carriera, merita questa e altre promozioni. Ma, per un’esigenza di giustizia e per risparmiargli inutili malignità, il Csm dovrebbe autorizzarla a condizione che, prima, il giudice concluda il suo lavoro. Altrimenti si consacrerebbe una singolare versione dell’antico “promoveatur ut amoveatur”: l’imputato fa promuovere il suo giudice per far saltare il suo processo.

(Vignetta di Franzaroli)
Ja]{|e è offline  
Old 26-09-2009, 12:51   #55
Max 9000
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Quella dell'eroe viene fuori perche' quando sto tizio era in fin di vita gli inquirenti gli promettevano di farlo tornare a casa se avesse inventato delle accuse su Berlusconi (metodi da inquisizione) e lui non lo fece.
Agli occhi di Berlusconi, visto come normalmente la gente non esiti a spifferare balle su di lui a scopo di vantaggio personale (Travaglio ne e' l'esempio principe), posso capire che un tale comportamento "anomalo" di una persona nei suoi confronti abbia provocato l'origine di questo termine infelice.
Certo, se lo hanno detto Berlusconi e Dell'Utri che i magistrati con "metodi da inquisizione" hanno fatto di tutto per indurre l'eroico Mangano ad inventarsi accuse contro Berlusconi, dobbiamo sicuramente pendere dalle loro labbra coma fai tu, giusto?

Ma non ti vergogni almeno un po' di quello che scrivi?
Max 9000 è offline  
Old 26-09-2009, 14:48   #56
HenryTheFirst
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Sicuro, basta ricordare quale fu la prima conseguenza politica di quegli omicidi...

L'elezione di Scalfaro a Presidente della Repubblica
Stai insinuando relazioni tra Scalfaro e la mafia?
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John Donuts
HenryTheFirst è offline  
Old 26-09-2009, 16:27   #57
claudioborghi
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Stai insinuando relazioni tra Scalfaro e la mafia?
No, noto che lo stesso metodo allusivo che si applica a berlusconi potrebbe applicarsi con molta più' suggestione ad altra parte politica.

Esempio:

Il risultato politico immediato delle stragi di mafia e' stata la nomina di scalfaro.

Scalfaro ha sempre combattuto per dare potere alla sinistra, anche con nomine mirate dei senatori a vita e membri della consulta, senza contare la trappola del governo dini, non votato dagli italiani.

La sinistra non ha mai approvato nessun provvedimento fondamentale contro la mafia, in compenso ha promosso l'indulto, nominato ministro della giustizia il testimone di nozze del boss campanella e nominato come sottosegretario alla giustizia "kavvocato del killer di falcone, giovanni brusca, di nomina IDV.

L'idv ha come riferimento travaglio, che e' amico di ingroia, un pm che si e' distinto nella costruzione di processi contro gli avversari di sinistra ed idv.

Ingroia aveva come braccio destro un fiancheggiatore di provenzano, esistono sue telefonate mentre parla con un fior di mafioso che gli stava ristrutturando la casa e ha messo sotto inchiesta eroi che hanno catturato i capi della mafia come il capitano ultimo.

Ingroia ha guidato il processo contro dell'utri.

Come va? Suona bene?

Ecco, la maggior parte delle cose che leggo qui sull'accostamento Berlusconi - mafia suonano molto più tirate per i capelli di un accostamento scalfaro mafia.
claudioborghi è offline  
Old 26-09-2009, 16:35   #58
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Certo che riuscire a far passare Ingroia per delinquente ce ne vuole, eh....
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Old 26-09-2009, 16:53   #59
Gufoz
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MANGANO: http://it.wikipedia.org/wiki/Vittorio_Mangano

Nel 1957 abbandonò gli studi al terzo anno di istituto tecnico industriale; nel 1964 si sposò ed ebbe la prima figlia (la seconda nel 1967). Dal 1965 in poi entrò nelle cronache giudiziarie. Cinque anni prima di trasferirsi a Milano subì tre arresti e vari procedimenti penali per truffa, emissione di assegni a vuoto, ricettazione, lesioni volontarie, tentata estorsione; subisce le prime condanne[1]: per assegni a vuoto dalla Pretura di Milano (15 gg di reclusione), per truffa dalla Corte d'appello di Palermo (1 anno e 4 mesi; pena condonata).[2]

Nel 1973 tramite Marcello Dell'Utri che l'aveva conosciuto anni prima venne assunto come "stalliere", con funzioni di amministratore, nella villa di Arcore di Silvio Berlusconi, nella quale visse e lavorò fino al 1975. La Procura della Repubblica di Palermo sostiene che Dell'Utri era a conoscenza dei precedenti penali di Mangano. Al tempo in cui Dell'Utri, infatti, lasciò l'impiego in banca per diventare collaboratore di Berlusconi, e successivamente chiamò Mangano ad Arcore, la locale stazione dei Carabinieri ricevette un'informativa dai loro colleghi palermitani che segnalava Mangano quale persona con precedenti giudiziari e Dell'Utri quale persona che era informato di ciò.[3]

Mangano lasciò la villa di Arcore nel 1976 (a suo dire di propria iniziativa), mentre Berlusconi con la famiglia si trasferì prima in Svizzera e poi in Spagna.[4]

Lo stesso Berlusconi, in un'intervista[5] al Corriere della Sera rilasciata nel 1994, dirà che "rapporti con la mafia ne ho avuti una volta soltanto, vent'anni fa, quando tentarono di rapire mio figlio Piersilvio, che allora aveva 5 anni: portai la mia famiglia in Spagna, e vissero lì molti mesi" e, in riferimento specifico a Mangano, aggiunse che "è lo stesso uomo che licenziammo non appena scoprimmo che si stava adoperando per organizzare il rapimento di un mio ospite, il principe di Santagata. E fu poco dopo che venne scoperto anche il tentativo di rapire mio figlio".

Il 28 novembre 1986 una bomba esplose nella villa di Berlusconi in via Rovani a Milano, provocando ingenti danni con lo sfondamento dei muri perimetrali e il crollo del pianerottolo del primo piano. Berlusconi parlando al telefono con Dell'Utri accusò Mangano,[6] [7] il quale in realtà si trovava in carcere in Sicilia a scontare una condanna (l'attentato è ascrivibile altresì alla mafia catanese, come risulta dalle dichiarazioni del pentito Antonino Galliano, un affiliato del clan della Noce).[8][9]

Tommaso Buscetta e Totò Contorno, durante il maxiprocesso di Palermo (1986-1987), lo indicarono come "uomo d'onore" appartenente a Cosa Nostra, nella "famiglia" di Pippo Calò, il capo della "famiglia" di Porta Nuova (della quale aveva fatto parte lo stesso Buscetta).

Il nome di Mangano viene citato per la prima volta dal Procuratore della Repubblica Paolo Borsellino in una intervista rilasciata il 19 maggio 1992[10] (due mesi prima di essere ucciso nell'attentato di via d'Amelio), riguardante i rapporti tra mafia, affari e politica. Borsellino affermò che Mangano era "uno di quei personaggi che ecco erano i ponti, le teste di ponte dell'organizzazione mafiosa nel Nord Italia".[11] [12]

Il 19 luglio 2000 Mangano fu condannato all'ergastolo per il duplice omicidio di Giuseppe Pecoraro e Giovambattista Romano, quest'ultimo vittima della "lupara bianca" nel gennaio del 1995. Di questo secondo omicidio Mangano sarebbe stato l'esecutore materiale.[13]

Mangano, malato di tumore, morì pochi giorni dopo la sentenza, il 23 luglio 2000, in carcere, dove già da cinque anni stava scontando la pena a cui era stato precedentemente condannato (traffico di stupefacenti, estorsione).[14]

Verrà inoltre sospettato di aver rapito il principe Luigi D'Angerio dopo una cena alla villa di Silvio Berlusconi, il 7 dicembre 1974.

Il pentito Salvatore Cancemi divulgò la notizia che la compagnia Fininvest di Berlusconi, attraverso Marcello Dell'Utri e Mangano, pagò a Cosa Nostra 200 milioni di lire (100.000 €) annualmente e in base agli accordi presi con Cancemi.[15]

L'8 aprile 2008 Marcello Dell'Utri durante un’intervista ha suscitato molte polemiche definendo Mangano un uomo che fu "a suo modo un eroe" perché, a suo dire, pur malato terminale di tumore si rifiutò di inventare dichiarazioni contro Berlusconi o lo stesso Dell'Utri nonostante i benefici che ciò avrebbe potuto portargli.[16] Il giorno dopo (9 aprile) lo stesso Berlusconi durante la trasmissione televisiva Omnibus su La7 sostiene questa tesi commentando: "Su Vittorio Mangano ha detto bene Dell'Utri: quando era in carcere ed era malato, i pm gli dicevano che se avesse detto qualcosa su Berlusconi sarebbe andato a casa e lui eroicamente non inventò mai nulla su di me, i pm lo lasciarono andare a casa solo il giorno prima della sua morte. Mangano era una persona che con noi si è comportata benissimo, stava con noi e accompagnava anche i miei figli a scuola. Poi ha avuto delle disavventure che lo hanno portato nelle mani di una organizzazione criminale, ma non mi risulta che ci siano sentenze definitive nei suoi confronti. Poi quando era in carcere fu aggredito da un male che lo fece gonfiare in maniera spropositata. Quindi bene dice Dell'Utri nel considerare eroico un comportamento di questo genere", posizione ribadita poi intervenendo a 28 minuti, trasmissione di RadioDue dello stesso giorno.

Se Mangano fosse stato "stroncato" già all'inizio della sua carriera criminale ne avremmo guadagnato tutti! L'unico modo per porre fine alla mafia è usare i suoi metodi. O righi dritto secondo le regole dello Stato o ti stronco la vita alla prima caxxata! E per me niente pentiti!
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Old 26-09-2009, 17:41   #60
Vincenzo1968
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Per molti anni... seh...

ma vi rendete conto che tutto 'sto cancan con cui ci sfracellate le gonadi da duemila anni e' perche' Berlusconi (che allora aveva meno di quarant' anni e cantieri aperti in mezza lombardia con tonnellate di dipendenti) prese, fra le persone che assunse per una villa che aveva un milione di metri quadri di terreno con galoppatoi, scuderie ecc e che quindi aveva bisogno di una marea di personale, un tizio che, neanche due anni dopo, non appena si rivelo' essere un poco di buono (comune, il reato era truffa) venne allontanato. Fine della storia.

Quella dell'eroe viene fuori perche' quando sto tizio era in fin di vita gli inquirenti gli promettevano di farlo tornare a casa se avesse inventato delle accuse su Berlusconi (metodi da inquisizione) e lui non lo fece.
Agli occhi di Berlusconi, visto come normalmente la gente non esiti a spifferare balle su di lui a scopo di vantaggio personale (Travaglio ne e' l'esempio principe), posso capire che un tale comportamento "anomalo" di una persona nei suoi confronti abbia provocato l'origine di questo termine infelice.

Io comunque (che non assumo mille persone) quando ho bisogno di una domestica, di una babysitter o di un giardiniere non chiedo il casellario giudiziario, magari sbaglio, visti gli sfracellamenti mi sa che mi conviene farlo.

Marco Travaglio è così bravo a inventare bugie! Al punto da infinocchiare associazioni come DJV(l'associazione dei giornalisti tedeschi):

http://italiadallestero.info/archives/3612
Quote:
I sette membri del consiglio direttivo federale della DJV, l’associazione dei giornalisti tedeschi, quest’anno hanno assegnato il premio per la libertà di stampa al giornalista e autore italiano Marco Travaglio.

Michael Konken, presidente federale della DJV, ha motivato la decisione dichiarando: “Assegnamo il premio a Marco Travaglio, un collega che si è contraddistinto per il coraggio critico e l’impegno dimostrato nel combattere per la libertà di stampa in Italia.

Travaglio ha saputo denunciare pubblicamente i tentativi dei politici italiani, in particolare di Silvio Berlusconi, di influenzare il lavoro dei media e di ostacolare lo sviluppo di un giornalismo critico. Le critiche di Travaglio si sono orientate anche ai colleghi italiani con lo scopo di incoraggiarli a non sottomettersi alla censura. “Il premio della DJV per la libertà di stampa è il riconoscimento più adatto a Marco Travaglio,” ha dichiarato Konken. “Travaglio deve dare coraggio ai giornalisti italiani affinché possano svolgere la loro funzione di vigilanza e non cadano vittima di intimidazioni”.

Il premio della DJV per la libertà di stampa consiste in 7.500 Euro e sarà conferito a Marco Travaglio a Berlino alle 18:30 del 28 aprile 2009 presso il Palazzo della Bundespressekonferenz (ufficio stampa federale). I rappresentanti dei media sono invitati a partecipare alla cerimonia.

Con questo premio la DJV onora personalità o istituzioni che si impegnano in prima persona in battaglie per il mantenimento e la creazione della libertà di stampa. I precedenti vincitori sono stati il giornalista serbo Miroslav Filipovic, la giornalista russa Olga Kitowa e la redazione del giornale “Berliner Zeitung”. Filipovic ha ricevuto il premio per aver scoperto i crimini di guerra serbi in Kosovo, Kitowa è stata premiata per la sua difficile battaglia contro la corruzione in Russia e la redazione del “Berliner Zeitung” per l’impegno dimostrato nel difendere la libertà di stampa in Germania e l’indipendenza editoriale da Mecom Group, la casa editrice che l’ha rilevata.
Pensa un po': gli hanno assegnato il premio per la libertà di stampa!
E non solo! All'epoca riuscì a infinocchiare anche Montanelli. Guarda questo video dove Montanelli chiama in diretta(Raggio Verde) e ringrazia Travaglio per aver detto la verità(facendo fare una figura di m..da a Feltri):

http://www.youtube.com/watch?v=1BoJtPp9oQY


Sarei curioso di sentire una tua risposta a questa domanda:
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Originariamente inviato da Max 9000 Guarda i messaggi
Certo, se lo hanno detto Berlusconi e Dell'Utri che i magistrati con "metodi da inquisizione" hanno fatto di tutto per indurre l'eroico Mangano ad inventarsi accuse contro Berlusconi, dobbiamo sicuramente pendere dalle loro labbra coma fai tu, giusto?
Vincenzo1968 è offline  
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