|
Senior Member
Iscritto dal: Nov 2006
Messaggi: 1886
|
Finché in Italia non saranno fatte leggi sul testamento biologico, sul suicidio assistito, sull'eutanasia [quindi mai], nelle cronache continueremo a leggere -purtroppo- di casi come questi.
http://ricerca.repubblica.it/repubbl...3LG_LF301.html
Quote:
Mestre, pensionato uccide moglie malata, poi si spara
11 giugno 2008
Ha sparato alla moglie malata uccidendola poi si è puntato la pistola addosso e ha tentato di farla finita.
Giorgio Brusegan, 77 anni, pensionato di Maerne di Martellago (Venezia) era stato ricoverato in gravissime condizioni all’ospedale di Mestre dove è deceduto nelle prime ore del pomeriggio per complicazioni. I medici hanno dovuto constatare il decesso senza poter intervenire chirurgicamente date le condizioni del ricoverato. La tragedia si è consumata in una villetta di Maerne, un piccolo centro non lontano da Mestre. Brusegan ha ucciso la moglie Lina Marangon di 78 anni, da tempo ammalata di Alzheimer. È questa quasi sicuramente la ragione della decisione dell’uomo di porre fine alle sofferenze della congiunte e anche alle sue, visto che accudiva lui stesso la malata. Il pensionato ha sparato con una pistola calibro 22 regolarmente denunciata. Sulla triste vicenda stanno indagando i carabinieri per accertare i particolari.
|
Quote:
Prima l' accarezza, poi le spara tre colpi
02 dicembre 2007
PRATO. Prima l’ha accarezzata con dolcezza. Poi le ha coperto il volto e il petto con un asciugamano e le ha sparato un colpo alla fronte e due al cuore con una pistola a tamburo. La moglie Mara Tani, 82 anni, era ricoverata, incosciente, nel reparto di medicina dell’ospedale di Prato da cinque giorni ma da almeno dodici anni era malata di Alzheimer. Il marito, Vitangelo Bini, 77 anni, vigile urbano in pensione, non riusciva più a sopportare di vederla soffrire. Ha messo fine all’agonia della moglie, davanti allo sguardo terrorizzato e incredulo delle altre cinque pazienti che con lei dividevano la stanza, e ha aspettato la polizia. Al Misericordia e Dolce hanno visto il pensionato, per la prima volta nella giornata di ieri, intorno alle 13. Bini, originario di Milano ma residente nell’immediata periferia di Prato, era andato all’ora del passo a trovare la moglie, malata terminale. E lì si era sfogato con una badante che assisteva una compagna di camera. «E’ malata da tanti anni - avrebbe riferito alla donna - ed è a letto dal 1999. Soffre ed è difficile vederla così. Giorno dopo giorno». E’ stato lo stesso Bini ore più tardi a ripetere, sotto choc, ai poliziotti che lo hanno arrestato per omicidio doloso che non ce la faceva più ad andare avanti in quella situazione e che quel terribile atto era in realtà un gesto di pietà verso la moglie, verso se stesso, verso i due figli, l’uno poliziotto, l’altra vigile urbano come il padre. E che quel gesto estremo lo stava meditando da tempo. Da giorni, forse da settimane, quel piano gli girava e rigirava nella testa. E infatti alle 17 quando è tornato in ospedale e si è presentato davanti al letto della moglie, nella stanza numero 3, letto 17, l’ex vigile non ha esitato. Sentiva che non poteva rimandare ancora. Non ce la faceva più a vedere la moglie con cui aveva condiviso una vita, che tutti riferiscono serena fino alla malattia di lei, ridotta a un vegetale e alimentata con un sondino. In una mano la pistola, regolarmente denunciata e in suo possesso da tanti anni, nell’altra un borsone con dentro i suoi effetti personali. Quel borsone Bini l’aveva preparato, a casa, per andare in carcere. «E’ entrato - racconta una delle testimoni che ha assistito alla scena dal suo letto - e si è avvicinato come sempre alla moglie. Le aveva accarezzato il volto all’ora di pranzo e gliel’ha riaccarezzato nel pomeriggio. Poi l’ha coperta con un asciugamano, ha avvicinato la pistola al corpo della donna e ha sparato un primo colpo». Parole che escono dalla bocca tremante della testimone, che si trovava proprio nel letto di fronte a quello di Mara Tani, pronunciate per i propri figli che le stringevano la mano ma che hanno lasciato muti tutti i parenti dei pazienti ricoverati nel reparto e in attesa di entrare a trovare i propri cari. Ma torniamo in quella camera. Appena Bini ha sparato il primo colpo due pazienti, le uniche in grado di farlo sulle cinque presenti, hanno cominciato ad urlare. Nel frattempo l’uomo si era seduto accanto alla moglie e aveva appoggiato la pistola sul comodino pronto per costituirsi. Ed è stato in quel momento, ma erano passati pochi secondi, che ha ripreso la pistola e l’ha puntata al petto della moglie. Due nuovi colpi, per sincerarsi di averla veramente liberata dalla prigione della malattia. E’ entrata un’infermiera. Sono partite le prime chiamate al 113. E anche Bini era tra quelli che con il cellulare cercava di mettersi in contatto con gli agenti. Poi la cronaca che si ripete per ogni omicidio. Il sangue, lo sgomento, l’arrivo della polizia, l’arresto, la testimonianza del pensionato, quella dei testimoni. Le lacrime di chi ha assistito alla scena, il magistrato - in questo caso era di turno il sostituto Laura Canovai -, la stanza sequestrata. Ma anche qualcosa di diverso. La pietà di tutti verso quest’uomo. L’impossibilità di pronunciare parole dure di condanna. Perfino il capo della squadra mobile Francesco Nannucci ha esitato nel pronunciare le parole omicidio colposo.
Ilenia Reali
|
Quote:
Piuttosto, uccidimi...
24 giugno 1998
MONZA - Glielo aveva chiesto lei. Elena, sua moglie, la sua vita. Al terzo giorno di carcere Ezio Forzatti, il professore che ha staccato il respiratore che teneva viva la sua donna, in quello che per lui potrebbe anche essere l' ultimo giorno di prigione, prima di uscirne con l' unico obbligo di non lasciare l' Italia, come chiede la Procura, si confessa con il suo avvocato. Non un amico, perchè l' ingegner Forzatti di amici non ne ha, ma un legale che i parenti gli hanno mandato in cella. E a Claudio Zerbini, con la serenità di chi pensa di avere fatto solo quello che doveva, con la tranquillità quasi irreale di chi non fa i conti con le conseguenze come fossero una propaggine volgare, dice che era stata Elena, la moglie a chiederglielo: "Se va male, non mi lasciare in quelle condizioni". Era stata breve e travolgente, l' evoluzione della malattia. Ma le febbri dell' inverno, le piccole emorragie che comparivano sulla pelle, avevano forse portato Elena ed Ezio - sempre insieme e spesso da soli - a parlare di un pericolo futuro, così come accade che si parli del destino. Ne avevano riparlato quando lei era entrata in ospedale e prima che l' inattesa emorragia cerebrale la costringesse a sottoporsi in fretta a un intervento chirurgico. Elena l' aveva ripetuto: "Se qualcosa va male, non mi lasciare in quelle condizioni". Non lo voleva lei, e non lo voleva Ezio Forzatti: amava sua moglie moltissimo - ha ripetuto con naturalezza all' avvocato - e non poteva sopportare di vederla in quelle condizioni. Non erano, per chi giudica con i parametri della medicina e non del sentimento, condizioni disperate: la donna era in coma, ma era stata operata da meno di 24 ore, nessuno aveva ancora parlato di morte cerebrale. Certo, ha riferito Forzatti, in reparto i medici delle previsioni le avevano fatte e avevano detto che, comunque sarebbe andata, la metà del cervello era stata lesa irremediabilmente. Se dunque Elena fosse sopravvissuta, la sua sarebbe stata la vita di una cerebrolesa. Domenica mattina, dunque, il professor Forzatti è uscito di casa all' alba, in tasca la vera nuziale. Ha preso quella, ma anche la Beretta 7.65 che teneva, per difesa, sul comodino. Ma era tanto poco convinto di dover usare la pistola, che l' ha tenuta scarica, poco più che un giocattolo, capace solo di far paura. Entrato con la minaccia in rianimazione, ha quindi cercato di infilare all' anulare l' anello, quel simbolo che al dito di Elena aveva infilato 25 anni prima, nel Duomo di Monza. Ma le mani erano già troppo gonfie e lì, forse, l' ingegnere ha perso la testa. Ha messo tutto insieme: la promessa ad Elena, il terrore di vederla soffrire, la fine anche della loro unione. Sulla carta, le accuse delle quali il professor Forzatti deve rispondere sono pesantissime: violenza privata, porto d' arma da fuoco, omicidio volontario aggravato dal fatto di aver ucciso il coniuge. Ma si è già capito che, in questa storia, peseranno più le attenuanti delle aggravanti: ha ucciso la moglie, sì, ma l' ha fatto per motivi di particolare valore morale. L' intendimento traspare dalla decisione che i pubblici ministeri Vincenzo Fiorillo e Giovanni Gerosa hanno già preso: oggi, quando alle 10 entreranno in carcere insieme al giudice per le indagini preliminari Patrizia Gallucci per il primo interrogatorio, chiederanno la convalida dell' arresto ma in realtà accetteranno anche la liberazione dell' uomo ad una condizione, e cioè il divieto d' espatrio. Spiegano, i magistrati, che non sussistono le esigenze che giustificano la custodia cautelare (pericolo di inquinamento delle prove, di reiterazione del reato) e che l' unico altro, teorico pericolo, quello della fuga, può essere arginato con il ritiro del passaporto. Anche questi tre giorni di cella appaiono più diretti a tutelare l' omicida da se stesso, che la società da lui. L' ingegnere, del resto, l' ha ripetuto al suo avvocato: in carcere sta bene. Ritiene che sia il luogo giusto, quello che gli consente di pensare a quello che ha fatto. Senza rimorsi, senza la ricerca di spiegazioni che possano determinare una condanna più breve. Elena lo avrebbe lasciato, trascinata dalla malattia; lui voleva esserci quando la morte sarebbe arrivata. Ha staccato quella macchina, la macchina che ormai poteva dare solo un' effimera speranza, ha abbracciato Elena forte forte, ha pianto. Quello che accadrà adesso non importa più.
Stacca la spina alla moglie malata
22 giugno 1998
MONZA - Attaccati a una macchina si può vivere giorni, settimane, mesi. Ma Ezio Forzatti, laurea in ingegneria, di professione insegnante, a vedere la moglie ridotta a una larva non ha resistito più di 24 ore. Elena Moroni, la donna che aveva sposato quando lui aveva 24 anni e lei 21, la donna che era tutta la sua famiglia, tutta la sua vita, era entrata in coma. Un' emorragia cerebrale si era abbattuta su un corpo malato di piastrinopenia autoimmunitaria e, venerdì sera, un immediato intervento al cervello era stato l' ultimo, disperato, probabilmente inutile tentativo. L' elettroencefalogramma era ormai piatto. Elena, 46 anni, insegnante elementare, stava in un lettino, nel reparto di rianimazione dell' ospedale San Gerardo di Monza, attaccata alle macchine come all' unica fonte di vita. Ezio il professore - così lo chiamano tutti in paese - ha voluto staccare lui stesso quel filo: non garantiva più nessuna speranza, solo la sopravvivenza. E poi Ezio non sopportava più che sua moglie soffrisse. Alle 6.30 di ieri mattina, domenica, si presenta all' ospedale. Per accedere alla rianimazione, primo piano, blocco B, di quest' ospedale moderno e di fama, bisogna suonare il campanello. Ezio Forzatti lo fa e la dottoressa del turno di notte gli apre la porta. Chiede di vedere la moglie e fa capire che la vedrà a tutti i costi: anche a costo di usare la Beretta 7.65 - scarica, ma questo si scoprirà solo dopo - che ha portato con sé. Con la pistola puntata, il medico di guardia deve fare strada e accompagnare Forzatti al capezzale della moglie; quindi il professore pretende di essere lasciato da solo. Lui e sua moglie: per il tempo di staccare la spina, di evitare che in Elena, attraverso il respiratore, arrivi ancora quell' alito di vita artificiale; il tempo di tenerla stretta abbracciata per l' ultima volta. Così lo vedono, da fuori, gli infermieri che hanno smesso con le pulizie, i poliziotti della guardia ma anche quelli arrivati dal commissariato. Cercano di entrare, di intervenire. Ma quella pistola, adesso che "Elena non soffre più", Ezio Forzatti la punta contro di sé. Vuole essere sicuro che la moglie sia morta, che nessuno più cerchi di prolungare un' esistenza senza speranze, pretende che sia chiamato un altro medico - il dottor Andrea Imperatore, il medico di fiducia - minaccia altrimenti di sparare contro sé stesso. Il dottor Imperatore arriva, conferma all' amico che Elena è morta, Ezio ritorna l' uomo tranquillo e il rispettabile insegnante che tutti conoscono. Consegna la pistola, si fa mettere le manette, incrocia il suocero e gli dice soltanto: "Ho staccato il respiratore". Poi via, prima verso una caserma, poi dentro al carcere. La notte passa con i sedativi, lo stato di choc, dicono gli agenti, appare evidente. Stamattina ci sarà l' interrogatorio da parte del pubblico ministero Vincenzo Fiorillo. I reati dei quali deve rispondere sono omicidio volontario e porto abusivo di arma da fuoco. Fino a poco tempo fa quella di Elena e Ezio era una storia qualsiasi: lui origine valtellinese, arrivato in Brianza con la famiglia alla ricerca di un lavoro. Figlio unico, presto orfano di padre che comunque era riuscito a studiare e a diventare ingegnere, così come c' è scritto sul campanello di casa. Aveva però sempre insegnato, ora all' istituto tecnico commerciale di Gorgonzola. Lei, di Monza, maestra elementare, un fratello più giovane, la madre morta quando lei era bambina. Si erano sposati da 25 anni, avevano scelto di non avere figli, vivevano in una villetta alla periferia della città, in via Buonarroti 191, tra altre villette, campi e capannoni industriali. Pochi, tra i vicini, li conoscevano. Per tutti, comunque, erano "brave persone, che lavoravano", "parlavano poco e solo se necessario", lei - dicono - "era bella, magra e con i capelli neri". Pochissimi sapevano del dramma che li aveva colpiti. Un dramma che si era infilato nelle vene: infido, inarrestabile, coi capillari che si rompevano in tutto il corpo e quasi esplodevano. In quella casa con i muri di pietra, con i fiori in giardino e la ghiaia che sembra spazzata, tenevano regolarmente la pistola: ma Ezio aveva solo il permesso per la detenzione, non quello di portarla con sé, era una precauzione, non una passione per le armi. "La moglie - tenta di spiegare un cugino - era l' unica persona che gli fosse rimasta. Quello di Ezio è stato un gesto d' amore. So che l' hanno portato in carcere... sono disgrazie che capitano".
CINZIA SASSO
Non rinnego un gesto d'amore ero pronto anche al carcere
25 aprile 2002
MILANO - «Se mi condanneranno, tornerò in carcere. Sono un uomo che rispetta la legge, ma anche una persona che non rinnega un gesto d' amore, seppure disperato. Un gesto verso la donna che amavo e di cui rispondo solo al tribunale della coscienza. La mia pena ho iniziato a scontarla da quel giorno, con la mia enorme sofferenza». L' ingegner Ezio Forzatti a metà mattina è una voce e un' ombra dietro le tapparelle grigie chiuse sul mondo, protetto da una siepe di edere e ligustri, oltre il terrazzo sostenuto da grigi pilastri di pietra e ombreggiato da una palma e da un grande albicocco. È solo, nella casa di Monza dove l' amore per Elena era diventato assoluto, dopo venticinque anni di vita in comune. Ed ha scelto di aspettare qui, lontano dal clamore e dai riflettori, l' ora della sentenza. La notizia della definitiva liberazione, un' assoluzione che nemmeno lui probabilmente si aspettava, arriva all' ora di pranzo. Con una telefonata dei suoi avvocati, che alle due del pomeriggio passano a trovarlo e sono le uniche persone che si vedono sfilare. Un lampo attraversa gli occhi chiari e profondi dell' ingegnere. Ma lui trattiene le emozioni. E dice, con quella cortesia antica che non ha mai perso e l' autocontrollo di sempre: «Desidero rientrare nella vita di tutti i giorni, tenendo il mio dolore nel privato. Un dolore che è tutto mio. Ringrazio per l' attenzione che c' è per me, ma non mi interessa. Adesso, per favore, lasciatemi in pace. Vorrei non essere obbligato a ripetere ancora quei momenti, ritengo di avere il diritto di non essere costretto a ricordare quella domenica mattina». Ma non ha intenzione di nascondersi. Non si è mai nascosto. Non è andato a rifugiarsi tra i monti della Valtellina, lasciati dai suoi nel dopoguerra per venire a cercare fortuna in Brianza. Ha ripreso a insegnare elettrotecnica ai ragazzi delle superiori, con i quali gli capita di parlare di filosofia. Il suo nome è scritto in grande sul campanello della villetta, il numero di telefono e l' indirizzo li ha lasciati sulla guida del telefono, come fa chi non ha niente da temere, chi ha bisogno di normalità anche nelle piccole cose. E al dito mignolo della mano sinistra porta ancora la fede nuziale di lei. La sua è stata sepolta con Elena. Aveva solo lei, nel cuore e nella testa, quando il 21 giugno 1998 fece irruzione all' ospedale di Monza, puntò una pistola (scarica) contro le infermiere e staccò i fili del respiratore. «Elena stava morendo - scrisse l' ingegner Forzatti in un memoriale - e nessuno poteva più fare niente per lei, nessuno faceva più niente per lei. Ci ho pensato tutta una notte, restava una sola cosa da fare, che toccava a me fare: mettere fine a quella agonia inumana, innaturale e intollerabile. No, non sono pentito. Con mia moglie il discorso era emerso, tempo addietro. Le avevo dato la mia assicurazione che l' avrei fatto, se si fosse presentato il caso. E sono convinto che in quella situazione lei non avrebbe voluto restare un secondo di più». Ancora: «Rigetto in maniera categorica e definitiva l' appellativo di uxoricida, che denota con evidenza situazioni, sentimenti ed intenzioni agli antipodi di questa vicenda. Non voglio nessun apparentamento né con questioni etiche come la sacralità della vita, né con questioni sociali come la difficoltà di fornire risposte alla sofferenza e alla solitudine». Parole, queste ultime, che si rincorrono sia nella biografia dell' ingegnere sia in quella dei suoi cari. Elena era rimasta orfana di madre a quattro anni e aveva passato un lungo periodo in collegio, lui era figlio unico e aveva perso il padre all' inizio degli anni Settanta. Si erano sposati giovanissimi, mentre ancora studiavano. E figli non ne erano arrivati, anche se Elena considerava come se fossero suoi tutti i bambini cui insegnava alle elementari. «Non ho voluto abbandonare mia moglie, non ho voluto lasciarla sola - spiegò sempre l' ingegner Forzatti - Perché non essere soli non significa avere qualcuno con cui parlare, o avere qualcuno al tuo fianco, o qualcuno che vive con te. Significa avere qualcuno cui affidare, con fiducia e con gioia, letteralmente la tua vita, sapendo che l' altro farà di questo mandato, ad ogni costo, la sua prima cura. Non so se la solitudine sia la cosa peggiore. Di certo per e per Elena stare assieme era la nostra maggiore ricchezza. Ho voluto, nell' unico modo che mi era rimasto, onorare il privilegio di avere vissuto venticinque anni della mia vita a fianco di una persona sensibile, intelligente e colta, ma anche seria, generosa e coraggiosa. Più seria, generosa e coraggiosa di quanto io non sia mai stato e non sarò mai. La mia unica alternativa era non fare nulla».
- LORENZA PLEUTERI
|
Quote:
Spara alla moglie malata e si suicida
12 maggio 2005
PALERMO - Dopo aver asciugato l' ultima posata del pranzo è andato in camera da letto. Ha indossato l' abito scuro della festa, ha scritto una lettera ai figli e ha poggiato una pistola calibro nove sulla testa della moglie, malata da dieci anni di Alzheimer. Paolo Reina ha fatto fuoco. Poi ha telefonato al medico: «Ho trovato finalmente una cura per Elisabetta, non soffrirà più. Ho trovato una supposta di piombo. Un' altra è pronta per me». La dottoressa ha fatto un cenno all' infermiera, che ha subito avvertito il 113. Erano le 15,52. «Adesso devo salutarla», ha detto il signor Reina al medico. E dopo aver posato la cornetta si è sparato in bocca. Quando i poliziotti sono arrivati nell' appartamento al quarto piano della palazzina di via Giorgio d' Antiochia 14, una parallela di via Ammiraglio Rizzo, Paolo Reina era disteso su un letto. Sua moglie Elisabetta nell' altro. Insieme, come lo erano stati in quarant' anni di matrimonio, fra le gioie di tre figli e le sofferenze degli ultimi anni. Ma sempre insieme. «Lei è innocente, lei merita tanto - ha scritto Paolo Reina della sua sposa su un foglietto a quadretti - lei merita una degna e bella sepoltura. Per me nulla». Ha aggiunto: «Io sono un vigliacco e uno sconfitto. Sono cosciente e lucido rispetto a quello che faccio». La sofferenza della moglie l' aveva ormai piegato. «Nessuno poteva immaginare questa tragedia», dicono i figli della coppia, Valerio, Francesco Paolo e Giuseppa, al capo della squadra mobile Giuseppe Gualtieri. Paolo Reina, tornitore in pensione, aveva 67 anni, due in più di sua moglie, Elisabetta Valenti, casalinga. «Un uomo tranquillo, amante della vita. Quando poteva, faceva un giro in bicicletta nel quartiere per tenersi in forma», racconta il cognato Paolo: «Da dieci anni si dedicava interamente all' assistenza di mia sorella. Naturalmente non era solo, poteva contare sul sostegno dei figli. Valerio, addirittura, viveva ancora con loro. E poi c' eravamo tutti noi. Non riesco a darmi pace. Ciò che più mi sorprende è quella pistola, non sapevo ne avesse una». Gli accertamenti della polizia hanno comunque fugato ogni dubbio a proposito dell' arma: Reina la deteneva legalmente per uso sportivo. Ieri Valerio ha pranzato con i suoi genitori. Poi, intorno alle 14,30, è andato via. Il padre l' ha salutato dalla finestra. «Tutto come ogni giorno», dice il giovane ai poliziotti della sezione Omicidi della squadra mobile. Paolo Reina era uscito al mattino, aveva fatto alcune telefonate da casa. I condomini lo ricordano così: «Sereno, sorridente e pronto alla battuta». Ma ieri il pensionato aveva probabilmente già deciso di mettere fine alla sofferenza della moglie. è drammatico il racconto della dottoressa Rosa Riccardi, l' ultima persona che il signor Reina ha cercato al telefono, l' unica alla quale ha comunicato la sua scelta: «Gli facevo continue domande, volevo farlo parlare quanto più a lungo possibile. Intanto la mia collaboratrice chiamava il 113». La dottoressa, che ha lo studio in via Don Orione, a poche centinaia di metri da via Giorgio d' Antiochia, è poi corsa a casa dei Reina insieme con un' amica. è arrivata quando i poliziotti delle Volanti stavano salendo nello stabile. Al quarto piano la porta era socchiusa. Dietro, c' era una sedia. Nel corridoio sembrava tutto apparentemente normale. In cucina, nel salone tutto in perfetto ordine. La camera da letto, rivestita di immagini sacre, custodiva il segreto di quell' omicidio-suicidio. Gli uomini del 118 sono entrati anche loro, ma per marito e moglie non c' era più nulla da fare.
- SALVO PALAZZOLO
|
Quote:
Spara alla moglie malata
22 ottobre 2003
ROMA. «Ho ucciso mia moglie. Aveva l’Alzheimer. Ma senza di lei non posso stare». Alla sua Noemi, Alvaro Colabona, avvocato in pensione di 77 anni, ha sparato un colpo dritto al cuore. Ha usato la Beretta calibro 9, da anni conservata in un cassetto. Non ce la faceva più a vederla soffrire. Pensava di suicidarsi, ma alla fine non l’ha fatto. Poco dopo le 13 di ieri, il dramma che da tempo si consumava tra le pareti di un appartamento alla periferia ovest di Roma, è diventato tragedia. Alvaro Colabona ha sparato. Noemi Lolli Ghetti, 72 anni, sorella dell’armatore ligure Lolli Ghetti, ancora una volta si era trascinata verso la stanza da bagno. Il marito l’ha fermata davanti alla porta, l’ha abbracciata, l’ultima tenerezza, l’ultimo saluto, e le ha sparato. Poi l’ha composta sul letto e ha chiamato il genero e i figli. L’omicidio di Noemi, Colabona l’ha confessato al telefono alla polizia. Ha continuato a raccontare tutta la sua disperazione fino al pomeriggio negli uffici del commissariato Spinaceto al dirigente e al sostituto procuratore Salvatore Vitello. «Adesso riposa in pace. Dorme serena». Una coppia discreta. Così ne parlano i vicini. Persone distinte. Da circa trent’anni vivevano in quella palazzina di via Giuseppe Perego. Sono i figli a raccontare una storia d’amore lunga una vita. Ma Noemi Lolli Ghetti, si era ammalata di Alzheimer due anni fa. Un calvario sempre più insopportabile. Per la donne e per il marito.
Le sue condizioni si erano aggravate negli ultimi mesi. Ad alcuni vicini, l’anziano avvocato aveva raccontato la sua angoscia. «A volte non ci riconosce». Ma nessuno aveva immaginato quale dolore si consumasse in quella casa. Nessuno prima di ieri aveva sentito niente, nessuno si era accorto che in quell’appartamento, al secondo piano dell’elegante palazzina, si consumava un dramma. Pochi sapevano che Noemi Lolli Ghetti era gravemente malata. Ieri, prima di sparare, Colabona aveva anche preparato una lettera per i figli, i primi ad arrivare nell’appartamento. Nel suo computer l’anziano avvocato aveva offerto un’ultima spiegazione, con l’intenzione di farla finita: «E’ un atto di amore nei confronti della mamma che adesso riposa in pace». Colabona è stato arrestato con l’accusa di omicidio volontario, il pm Salvatore Vitello gli ha concesso i domiciliari. L’uomo, impietrito dal dolore, poco dopo aver ucciso la moglie, ha scritto alcune annotazioni per i figli: andare in banca e pensare ai beni di famiglia, cose da fare nel caso lo avessero trovato morto. Ma poi non ha trovato il coraggio per premere il grilletto.
Alvaro Colabona, negli uffici della polizia, è rimasto composto. Il suo cuore malato, quattro by pass, ha resistito. Adesso tornerà a casa. Noemi non sarà lì ad aspettarlo.
- Valentina Errante
|
Quote:
Spara alla moglie malata dopo vent' anni di cure
04 ottobre 2003
MILANO - Aldo Petroni, 71 anni compiuti a maggio, da quasi vent' anni curava con amore la sua Angelina. La trattava «da regina», come aveva confidato lei stessa alla dirimpettaia, innamorato come il primo giorno. Per aiutare e assistere la moglie di 73 anni, malata di sclerosi multipla, bloccata su una carrozzella e ormai quasi incapace anche di parlare, aveva lasciato anzitempo il lavoro da magazziniere e rinunciato alla sua sola passione, la caccia. Per lei ha tenuto duro, ha stretto i denti anche quando ha cominciato a stare male pure lui, con la schiena a pezzi tenuta dritta da un corsetto di ferro, i problemi all' intestino, le mille medicine da prendere, gli acciacchi dell' età, nuovi esami da affrontare. Ma ieri mattina, alle otto e dieci, è crollato. Con la sua vecchia Beretta, Aldo ha sparato alla compagna, ancora a letto, in pigiama, nella linda casa in una palazzina di Monza. Poi ha telefonato ai carabinieri, dicendo d' un fiato: «Ho ammazzato mia moglie». E mentre l' operatore localizzava la chiamata, partita dal quarto piano di via Buonarroti 24, si è steso a fianco della sua Angelina, si è infilato la canna della pistola in bocca e ha tirato il grilletto. «Erano due persone che si volevano molto bene - è l' epitaffio del prete che li seguiva, don Alberto - bastava guardarli, per capirlo. Basta pensare a tutti i sacrifici che lui ha fatto per lei, senza mai lamentarsi, senza mostrare segni di cedimento. Questo bene, purtroppo, si è trasformato in male. è stato un momento di debolezza, di scoraggiamento. Una situazione che mai mi sarei immaginato». Nessuno, al condominio, si aspettava l' epilogo tragico di questa storia di amore e di sofferenze. Non le due figlie della coppia, Daniela e Silvana, che avevano messo su famiglia altrove ma correvano dai genitori appena potevano. Non i ragazzi che ogni mattina andavano a prendere la donna malata per portarla a fare ginnastica. Non la colf rumena, in questi giorni in ferie, che arrivava alle 9 e si sobbarcava i lavori più pesanti. E Angelina Bosisio, brianzola di Agrate, ex impiegata, sapeva tenere duro. «Era serena, sorridente e gentile, nonostante la situazione. Parlava con molta fatica, per via della malattia. Però aveva sempre parole buone per gli altri. Non è stata lei a volere quello che è successo». Aldo, originario di Venezia, era invece «più chiuso, introverso. Ma per lei stravedeva. In casa, per tenerle compagnia, canticchiava». Probabilmente si è convinto che non sarebbe stato più capace di badare alla moglie e ha avuto paura di un futuro sempre più incerto.
- LORENZA PLEUTERI
|
Ultima modifica di ania : 05-02-2009 alle 21:29.
|