Perché l'IA agentica è la vera intelligenza artificiale
Da strumento che risponde a domande a sistema che agisce, pianifica e collabora: l'intelligenza artificiale agentica non è solo un'evoluzione tecnologica, ma un cambio di paradigma che ci costringe a riformulare una domanda molto più antica. Cosa significa davvero essere intelligenti?
di Rosario Grasso pubblicata il 08 Giugno 2026, alle 11:12 nel canale WebNegli ultimi mesi, partecipando a conferenze ed eventi dedicati alla tecnologia, ho notato che un termine ricorre con una frequenza sempre più insistente: IA agentica. Non come una parola di moda destinata a sparire nel giro di una stagione, ma come il centro di gravità attorno a cui ruotano le presentazioni dei grandi player del settore, dalle multinazionali del cloud alle startup più innovative. È il tema che domina i palchi di eventi come Google I/O, Microsoft Build, Computex. È la direzione in cui tutti, chi apertamente e chi meno, stanno convergendo. E c'è una ragione precisa per cui sta succedendo adesso.
Cosa si intende per IA agentica
Per capirlo, partiamo dall'inizio. L'intelligenza artificiale così come la conosciamo fino a oggi, ovvero quella dei chatbot, degli assistenti virtuali, dei modelli che rispondono alle nostre domande, funziona sostanzialmente come un'eco molto sofisticata. Le poniamo una domanda, elabora una risposta, si ferma. È uno strumento potente, capace di riassumere, tradurre, scrivere, generare immagini, ma rimane fondamentalmente reattivo: aspetta che qualcuno lo interpelli e risponde a ciò che gli viene chiesto, senza iniziativa propria.
L'IA agentica è qualcosa di strutturalmente diverso. Un agente AI non aspetta istruzioni passo dopo passo: riceve un obiettivo, lo scompone autonomamente in sotto-compiti, decide come affrontarli, utilizza strumenti come motori di ricerca, database aziendali, API esterne, altri agenti, e porta a termine il lavoro, riferendo i risultati. È la differenza tra un collaboratore a cui bisogna spiegare ogni singolo passaggio e uno a cui si affida un progetto con la certezza che trovi da solo la strada per completarlo. Non si tratta di un perfezionamento dell'IA tradizionale: è un cambio di ruolo.
In un sistema agentico complesso, più agenti lavorano in parallelo sotto la supervisione di un orchestratore. Ognuno si occupa di un compito preciso, comunica con gli altri e contribuisce a un risultato che nessuno di loro avrebbe potuto produrre da solo. È un'architettura che, come vedremo, assomiglia a qualcosa di molto familiare.
Cosa significa davvero "intelligenza"
Prima di andare avanti, vale la pena fermarsi su una parola che usiamo ogni giorno senza interrogarci troppo sul suo significato reale: intelligenza. L'idea comune è che l'intelligenza sia una qualità unitaria e totale (o ce l'hai o non ce l'hai), una specie di capacità cognitiva generale che scala uniformemente su tutti i domini. Ma non funziona così, né negli esseri umani né nelle macchine.
Un campione di scacchi non è necessariamente un buon chirurgo. Un matematico brillante può essere incapace di leggere le emozioni in una stanza. Un bambino di tre anni riesce a imparare la propria lingua madre con una facilità che ancora oggi sfida qualsiasi sistema artificiale, ma fatica con un'equazione di secondo grado. L'intelligenza, nella realtà, è la capacità di eseguire bene compiti specifici all'interno di un contesto definito. E più il contesto è preciso, più la prestazione può essere raffinata.
Se vogliamo trovare una definizione operativa di intelligenza che abbia senso sia per gli esseri biologici sia per le macchine, possiamo dirla così: qualcosa si può definire intelligente quando opera in modo il più possibile simile al cervello umano. Percepisce, ovvero, il contesto, adatta il comportamento, impara dall'esperienza e produce risultati utili nel mondo reale. Con questa lente, la domanda su quanto sia intelligente un sistema AI diventa molto più interessante.
Perché il cervello umano è ancora il riferimento
L'essere umano è la specie più intelligente del pianeta non perché abbia i muscoli più forti, i sensi più acuti o la maggiore capacità di sopravvivenza immediata: su questi fronti, infatti, molte altre specie ci superano ampiamente. La nostra superiorità cognitiva dipende da un organo da circa 1,4 kg che consuma appena 20 watt di energia: il cervello. E il segreto del cervello non sta nella sua dimensione, ma nella sua architettura connessa.
Il cervello umano contiene circa 86 miliardi di neuroni. Ogni neurone può essere connesso a migliaia di altri attraverso strutture chiamate sinapsi, i punti di contatto tra cellule nervose. Si stima che il numero totale di connessioni sinaptiche nel cervello adulto superi i 100 trilioni. Non è la quantità di neuroni che determina la complessità del pensiero, ma la rete di relazioni tra di loro. Il segnale si propaga attraverso questa rete come un'impulso elettrico che si genera quando un neurone riceve abbastanza stimoli dalle connessioni in entrata e "scarica" verso quelle in uscita. In questo modo si trasmette l'informazione.
Ciò che rende il cervello straordinario è la sua plasticità: le connessioni si rafforzano o si indeboliscono in base all'uso, all'esperienza, all'apprendimento. Ogni volta che si impara qualcosa di nuovo, qualcosa cambia fisicamente nella struttura del cervello. Questa capacità di riconfigurare la propria architettura in risposta all'esperienza è ancora oggi uno degli obiettivi più ambiziosi e difficili da replicare dell'intelligenza artificiale.
La frontiera di questa sfida si vede bene in progetti come Neuralink, l'azienda fondata da Elon Musk che sta sviluppando interfacce dirette tra cervello e macchina, dispositivi impiantabili capaci di leggere l'attività elettrica neuronale e trasmetterla a un computer, o viceversa. I primi test sull'uomo hanno mostrato che è possibile controllare un cursore sullo schermo con il solo pensiero, o digitare testo senza muovere le mani. È ancora un campo agli albori, ma dimostra quanto la comprensione dell'elettrofisiologia cerebrale stia aprendo porte che fino a pochi anni fa sembravano fantascienza. Studi di questo tipo, di cui Neuralink ne è solo l'incarnazione più commerciale ma ne sono in corso di varia natura, evidenziano come ci sia una correlazione tra il modo di operare del cervello e i sistemi informatici.
Gli agenti AI come i neuroni del cervello
Torniamo all'IA agentica, e proviamo a guardarla con la stessa lente con cui abbiamo osservato il cervello. Il parallelismo è più preciso di quanto sembri. In un sistema multi-agente, ogni agente è specializzato in un compito specifico: uno cerca informazioni, uno le analizza, uno interagisce con l'utente, uno monitora la sicurezza, uno esegue codice. Nessun agente sa tutto, ma insieme producono un risultato che nessuno potrebbe ottenere da solo. Esattamente come i neuroni: nessuna singola cellula nervosa "sa" fare una cosa, ma la rete che formano tra loro genera pensiero, memoria, linguaggio, emozione.
L'analogia diventa ancora più interessante se si considera il problema delle allucinazioni nei modelli AI tradizionali. Un grande modello linguistico generalista come quelli alla base dei chatbot più diffusi deve rispondere a qualsiasi domanda su qualsiasi argomento con un singolo sistema. Il risultato è che il modello tende a "riempire i buchi" con informazioni plausibili ma non necessariamente accurate, producendo errori che l'utente non riesce sempre a identificare. È il costo dell'ambizione di sapere tutto.
Un agente specializzato, al contrario, lavora su un perimetro definito con strumenti precisi e dati verificati. Non deve fingere di sapere ciò che non sa, perché il suo compito non è sapere tutto ma fare bene una cosa specifica. Questa delimitazione del contesto riduce drasticamente gli errori, aumenta l'affidabilità e rende il comportamento del sistema molto più prevedibile e controllabile. Più il contesto è ristretto, più l'agente può essere preciso. Più gli agenti specializzati collaborano, più il sistema complessivo diventa potente. Esattamente come nel cervello.
Cosa succede dietro le quinte: CPU, GPU e i token
Per capire davvero come funziona un sistema di IA agentica e perché richiede tanta potenza di calcolo è utile scendere un momento sul piano tecnico, senza perdersi nei dettagli. Quando si scrive un messaggio a un sistema AI, le parole non vengono elaborate così come sono. Vengono prima convertite in token, cioè unità numeriche che rappresentano pezzi di testo, a volte una parola intera, a volte una sua parte. È il linguaggio che le macchine capiscono davvero: non lettere, non parole, ma sequenze di numeri.
Questa conversione, e tutto il calcolo matematico che segue, ovvero miliardi di moltiplicazioni tra matrici di numeri che rappresentano le relazioni tra i token, è il lavoro delle GPU, le unità di elaborazione grafica. Le GPU non sono nate per l'AI, ma la loro architettura composta da migliaia di piccoli core in grado di eseguire calcoli in parallelo le rende perfette per questo tipo di operazioni massive e ripetitive. Una GPU moderna può eseguire decine di trilioni di operazioni al secondo, e i sistemi AI più potenti ne usano migliaia in parallelo.
Ma le GPU da sole non bastano. In un sistema agentico complesso, qualcuno deve orchestrare il tutto: decidere quale agente attivare, in quale sequenza, con quali dati, monitorare lo stato di ogni processo, gestire le eccezioni e garantire che i risultati di un agente vengano passati correttamente al successivo. Questo lavoro di coordinamento logicamente sequenziale, ricco di decisioni condizionali e gestione della memoria, è il dominio della CPU. La CPU è il direttore d'orchestra: non suona nessuno strumento, ma senza di lei i musicisti non producono musica, solo rumore. In un sistema AI moderno, CPU e GPU lavorano in stretta sinergia: la CPU gestisce il flusso logico e l'orchestrazione degli agenti, le GPU eseguono il calcolo pesante dell'inferenza. Togliere uno dei due significa rompere l'equilibrio.
Ed è per questi motivi che, con l'avvento preponderante dell'IA agentica, le CPU tornano a essere fondamentali, anche nei data center dove tutti questi calcoli devono essere gestiti. Non a caso Jensen Huang, CEO di NVIDIA, ha incentrato il suo keynote al Computex proprio sulle nuove tecnologie Vera e Vera Rubin.
Il gap che ancora separa le macchine dall'uomo
A questo punto, la domanda che si pone naturalmente è: quanto siamo lontani dal momento in cui i sistemi artificiali potranno eguagliare o superare l'intelligenza umana? La risposta onesta è: molto più di quanto i titoli dei giornali lascino intendere. Non perché l'AI non stia progredendo a una velocità straordinaria, ma perché il cervello umano è un sistema di una complessità che ancora non siamo riusciti a replicare nemmeno lontanamente.
Simulare fedelmente anche solo la rete neuronale di un topo richiederebbe una potenza di calcolo e un consumo energetico enormemente superiori a quelli disponibili oggi. Il cervello umano, con i suoi 100 trilioni di sinapsi, ciascuna dinamica e modificabile, che operano in parallelo con un consumo di 20 watt, è ancora il sistema di elaborazione più efficiente e complesso che conosciamo. Costruire qualcosa di equivalente in silicio richiederebbe un salto tecnologico di proporzioni che ancora non riusciamo a quantificare con precisione.
Ma c'è una prospettiva diversa da cui guardare questa questione, e forse è quella più importante. Negli ultimi 150 anni, l'essere umano ha inventato la penicillina, l'aereo, la bomba atomica, il computer, internet, le criptovalute e l'intelligenza artificiale. Nessuna di queste cose esisteva in natura. Nessuna era deducibile dall'osservazione del mondo così com'era. Sono state immaginate, costruite e rese reali dalla capacità umana di concepire ciò che non è ancora mai esistito, di fare un salto nel vuoto verso qualcosa che prima di essere inventato non poteva nemmeno essere descritto. L'essere umano deve ancora spiegare, e spiegarsi, tante cose rispetto alla sua evoluzione, e al suo ruolo nel mondo: nessuna di queste è deducibile dall'osservazione della realtà per così com'è, ed ipoteticamente risolvibile con l'intelligenza artificiale.
L'intelligenza artificiale, per quanto potente, è ancora fondamentalmente un sistema che estrae pattern da ciò che è già stato. Impara da dati esistenti, generalizza da esempi passati, ottimizza in spazi di problema già definiti. È straordinariamente brava a farlo meglio e più velocemente degli esseri umani. Ma la domanda a cui nessuno sa ancora dare una risposta è un'altra: un sistema artificiale potrà mai fare il salto che ha fatto l'uomo ogni volta che ha inventato qualcosa che non aveva precedenti? Potrà immaginare ciò che non è mai stato? Potrà, un giorno, inventare qualcosa di cui noi oggi non riusciamo nemmeno a intuire la forma?
Forse sì. Forse è proprio lì che l'IA agentica con la sua capacità di combinare agenti specializzati in modi sempre nuovi, di esplorare spazi di soluzione che nessun singolo cervello umano potrebbe percorrere, porta i semi di qualcosa di radicalmente nuovo. O forse l'immaginazione, intesa come capacità di concepire il non ancora esistente, rimarrà ancora a lungo il territorio più esclusivo dell'intelligenza biologica. Nel frattempo, la partita è appena cominciata.










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3 Commenti
Gli autori dei commenti, e non la redazione, sono responsabili dei contenuti da loro inseriti - infoDetta così sembra descrivere il contrario, l'intelligenza si mostra proprio nella capacità di risolvere problemi nuovi, anche se in un contesto definito. Non compiti specifici, ma compiti qualsiasi.
Ad un certo punto si infila un paragrafo su Neuralink che sembra non c'entrare assolutamente nulla col discorso... E in effetti Neuralink non ha molto a che vedere con l'intelligenza, è un sistema per interfacciarsi con i segnali elettrici del cervello, principalmente in uscita, per muovere bracci robotici, cursori, ecc...
Sull'intelligenza degli LLM e le sue incarnazioni agentiche, il grande scoglio da superare è l'apprendimento continuo, anche se questo probabilmente crea più problemi di quelli che risolve. Un modello addestrato, statico, lo possiamo controllare, ha un allineamento verificabile, un modello plastico che si addestra di continuo no.
Sono d'accordo sul punto centrale "capacità di risolvere problemi nuovi", mentre non sono d'accordo su "Non compiti specifici, ma compiti qualsiasi".
In realtà esistono diversi tipi di intelligenza... e ognuno di noi ne ha una più sviluppata di altre. Credo che l'autore si riferisse a questo, per dire che le varie intelligenze (agenti) coordinati sono la vera "intelligenza".
E quì si scatena un dubbio che mi assilla fin da quando ho iniziato a leggere di IA. Se il mio input è relativo a una specifica area, perchè non addestrare solo quella invece di rifare un training completo?
In realtà esistono diversi tipi di intelligenza... e ognuno di noi ne ha una più sviluppata di altre.
sì, ma se scrivi "L'intelligenza, nella realtà, è la capacità di eseguire bene compiti specifici" non stai descrivendo l'intelligenza, un robot industriale è in grado di eseguire bene compiti specifici. Diventa intelligente quando gli lancio sul bancone una cosa che non ha mai visto prima e la gestisce, magari anche male, ma con modalità non previste dalla sua programmazione.
Ci sono i modelli specializzati infatti, anche in quelli che usiamo tutti i giorni. Un modello che riconosce immagini o che scrive codice non è stato addestrato nello stesso modo di uno che genera testi, anche se ci sono modelli multimodali che fanno un po' tutto, ma dentro poi hanno il mixture of expert che di fatto sono modelli specializzati che vengono scelti di volta in volta da un router. Un modello che genera musica è stato addestrato sulla musica. Poi ci sono quelli super specializzati come Alphafold che risolvono praticamente un unico problema, relativo al dispiegamento delle proteine.
Il training completo di un modello non si fa spesso, mi pare che OpenAI lo abbia fatto con GPT 5.5, probabilmente perché ci sono stati cambi importanti di architettura, altrimenti si continua ad addestrare il modello precedente.
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