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Ho letto il post di FRitz sul rabbino e credo che sia un pò ingenuotto...è impossibile smantellare delle città. Perchè un conto è spostare 9000 coloni, un altro è smantellare città di 20000 (e oltre) abitanti nella west bank..sarà quindi necessario scambiare territori in base alla composizione etnica o procedere ad un confine de facto lungo il tracciato del muro (che incorpora molte città abitate da israeliani)...non commento poi dei fantomatici piani marshall..sarebbero soldi fondamentalmente gettati dalla finestra, visto che la popolazione palestinese è ormai abituata ad un economia parassitaria basata sugli aiuti (specie a Gaza..le serre le hanno distrutte perchè non gli servono, tanto l'onu gli dà la farina e i generi alimentari, senza far fatica)..meglio il microcredito, che in India ha dato risultati notevoli.
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#1602 |
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#1603 | |
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Senior Member
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![]() Poi se la Turchia media, non ci vedo nulla di male...è un paese affidabile, come l'Egitto...sarei preoccupato se a mediare ci fosse l'Iran.
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#1604 |
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Senior Member
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In Turchia comandano da sempre i Dunmeh.
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#1605 | |
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Cmq non ho problemi a limitare le faccine, anche se non c'è scritto nel regolamento...userò qualche fagiano, ma solo perchè al fagiano sono affezionato e non ne posso proprio fare a meno.
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#1606 |
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#1607 |
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#1608 |
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Vittorio Arrigoni
Diario da Gaza, un giorno in ambulanza «Alla gente innocente di Gaza: la nostra guerra non è contro di voi ma contro Hamas, se non la smettono di lanciare razzi voi vi troverete in pericolo». E' la trascrizione di una registrazione che è possibile ascoltare rispondendo al telefono queste ore a Gaza. L'esercito israeliano la sta diffondendo illudendosi che i palestinesi non abbiano occhi e orecchi. Occhi per vedere che le bombe colpiscono quasi esclusivamente obiettivi civili, come moschee (15, l'ultima quella di Omar Bin Abd Al Azeez di Beit Hanoun) scuole, università, mercati, ospedali. Orecchie per non udire le urla di dolore e terrore dei bambini, vittime innocenti e eppure predestinate di ogni bombardamento. Secondo fonti ospedaliere, nel momento in cui sto scrivendo sono 120 i minori rimasti uccisi sotto le bombe, su un totale di 548 morti, più di 2700 feriti, decine e decine di dispersi. Due giorni fa all'ospedale della mezzaluna rossa nel campo profughi di Jabalia, la notte non è mai calata. Dal cielo gli elicotteri Apache hanno lanciato ordigni illuminanti in continuazione, tanto da non farci accorgere di una qualche differenza tra giorno e notte. Il cannoneggiare ripetuto di un tank posto a meno di un chilometro dall'ospedale ha crepato seriamente le mura dell'edificio, ma abbiamo resistito fino alla mattina. Verso le 10 circa, bombe sul campo incolto adiacente all'edificio, fuoco di mitragliatrice tutt'attorno: per i medici della mezzaluna rossa quello era un messaggio dell'esercito rivolto a noi -evacuazione immediata, pena la vita. Abbiamo trasferito i feriti in altre strutture ospedaliere e ora la base operativa delle ambulanze è sulla strada di Al Nady, il personale medico sta seduto sui marciapiedi in attesa delle chiamate, che si susseguono febbrilmente. Per la prima volta dall'inizio dell’attacco israeliano ho visto negli ospedali dei cadaveri di membri della resistenza palestinese. Un numero piccolo, di fronte alle centinaia di vittime civili, che dopo l'invasione di terra si sono moltiplicate esponenzialmente. Dopo l'attacco alla moschea di Jabalia (coinciso con l'entrata dei tank) che ha causato 11 morti e una cinquantina di feriti, per tutta la notte di sabato scortando le ambulanze ci siamo resi conto della tremenda potenza distruttiva dei proiettili sparati dagli israeliani. A Bet Hanoun una famiglia che si stava scaldando nella propria casa dinnanzi ad un fornellino a legna è stata colpita da uno di questi micidiali colpi di cannone. Abbiamo raccolto 15 feriti, 4 casi disperati. Poi verso le 3 del mattino abbiamo risposto ad una chiamata d'emergenza: troppo tardi, davanti alla porta di un'abitazione tre donne in lacrime ci hanno messo in braccio una bambina di quattro anni avvolta da un lenzuolo bianco, il suo sudario, era già gelida. Ancora una famiglia colpita in pieno, questa volta dall'aviazione, a Jabalia, due adulti con in corpo schegge di esplosivo. I due figli hanno riportato ferite lievi, ma da come strillavano era evidente il trauma psicologico che stavano vivendo, qualcosa che li segnerà indelebilmente per tutta la vita più di uno sfregio su una guancia. Anche se nessuno si ricorda di citarli, sono migliaia i bambini afflitti da gravi turbe mentali procurate dal terrore dei continui bombardamenti, o peggio dalla vista dei genitori e dei fratellini dilaniati dalle esplosioni. I crimini di cui si sta macchiando Israele in queste ore vanno oltre i confini dell'immaginabile. I soldati non ci permettono di andare a soccorrere i superstiti di questa immensa catastrofe innaturale. Quando i feriti si trovano in prossimità dei mezzi blindati israeliani che li hanno attaccati, a noi sulle ambulanze della mezzaluna rossa non è concesso avvicinarci, i soldati ci bersagliano di colpi. Avremmo bisogno della scorta di almeno un'ambulanza della croce rossa, in coordinamento con i comandi militari israeliani, per poter correre a cercare di salvare vite: provate a immaginare quanto tempo porterebbe via una procedura del genere, una condanna a morte certa per dei feriti in attesa di trasfusioni o di trattamenti di emergenza. Tanto più che la croce rossa ha i suoi di feriti a cui pensare, non potrebbe in nessun modo rendersi disponibile ad ogni nostra chiamata. Ci tocca allora stazionare in una zona «protetta», eufemismo qui a Gaza, e attendere che i parenti ci portino i congiunti moribondi, spesso in spalla. Così è andata verso le 5.30 di stamane, abbiamo arrestato col motore acceso l'ambulanza al centro di un incrocio e indicato tramite telefono la nostra posizione ad uno dei parenti dei feriti. Dopo una decina di minuti di snervante attesa, quando aveva già deciso di ingranare la marcia ed evacuare l'area per andare a rispondere ad un'altra chiamata, abbiamo visto girare l'angolo e dirigersi verso di noi, lentamente, un carretto carico di persone sospinto da un mulo. Una coppia con i suoi due figlioletti. La migliore rappresentazione possibile di questa non-guerra. Questa non è una guerra perché non ci sono due eserciti che si danno battaglia su un fronte; è un assedio unilaterale condotto da forze armate (aviazione, marina, ed esercito) fra le più potenti del mondo, sicuramente le più avanzate in fatto di equipaggiamento militare tecnologico, che hanno attaccato una misera striscia di terra di 360 kmq, dove la popolazione si muove ancora sui muli e dove c'è una resistenza male armata la cui unica forza è quella di essere pronta al martirio. Quando il carretto si è fatto abbastanza vicino gli siamo andati incontro, e con orrore abbiamo scoperto il suo macabro carico. Un bimbo stava sdraiato con il cranio fracassato, gli occhi letteralmente saltati fuori dalle orbite, lo abbiamo raccolto che ancora respirava. Il suo fratellino invece presentava il torace sventrato, gli si potevano distintamente contare le costole bianche oltre i brandelli di carne lacera. La madre teneva poggiate le mani sul quel petto scoperchiato, come se cercasse di aggiustare qualcosa. Un ulteriore crimine, e nostro ennesimo personale lutto. L'esercito israeliano continua a prendere di mira le ambulanze. Dopo il dottore e l'infermiere morti a Jabalia 4 giorni fa, ieri è toccato ad un nostro amico, Arafa Abed Al Dayem, 35 anni, che lascia 4 figli. Verso le otto e mezza di ieri mattina abbiamo ricevuto una chiamata da Gaza city, due civili falciati dalla mitragliatrice di un tank; una delle nostre ambulanze della mezzaluna rossa è accorsa sul posto. Arafa e un infermiere hanno caricato i due ferti sull'ambulanza, hanno chiuso gli sportelli pronti a correre verso l'ospedale, quando sono stati centrati in pieno da un proiettile sparato da un carro armato. Il colpo ha decapitato uno dei feriti e ha ucciso anche il nostro amico; l’infermiere se l'è cavata ma è ora ricoverato nello stesso ospedale dove lavora. Arafa, maestro elementare, si offriva come volontario paramedico quando c'era carenza di personale. Siamo sotto una pioggia di bombe, nessuno se l'era sentita di chiamarlo in una situazione di così alto rischio. Arafa si era presentato da solo, e lavorava conscio dei pericoli, convinto che oltre la sua famiglia c'erano anche altri essere umani da difendere, da soccorrere. Ci mancano le sue burle, il suo irresistibile e contagioso sense of humor che rallegrava l'intero ospedale Al Auda di Jabalia anche nelle sue ore più cupe e drammatiche, quando sono più i morti e i feriti che confluiscono, e ci sente quasi colpevoli, inutili per non aver potuto fare qualcosa per salvarli, schiacciati come siamo da una forza micidiale inesorabile, la macchina di morte dell'esercito israeliano. Qualcuno deve arrestare questa carneficina, ho visto cose in questi giorni, udito fragori, annusato miasmi pestiferi, che se avessi mai un giorno una mia progenie, non avrò mai il coraggio di tramandare. C'è qualcuno là fuori? La desolazione del sentirsi isolati nell'abbandono è pari alla veduta di un quartiere di Gaza dopo un'abbondante campagna di raid aerei. Sabato sera mi hanno passato al telefono la piazza di Milano in protesta, ho passato a mia volta il cellulare agli eroici dottori e infermieri con cui stiamo lavorando, li ho visti rincuorarsi per un breve attimo. Le manifestazioni in tutto il mondo dimostrano che esiste ancora qualcuno in cui credere, ma le manifestazioni non sono ancora abbastanza partecipate per esercitare quella pressione necessarie affinché i governi occidentali costringano Israele in un angolo, ad assumersi le sue responsabilità come criminale di guerra e contro l'umanità. Moltissime le donne gravide terrorizzate che in queste ore stanno dando alla luce figli frutti di parti prematuri. Ne ho accompagnate personalmente tre a partorire. Una di queste, Samira, al settimo mese, ha dato alla luce uno splendido minuscolo bimbo di nome Ahmed. Correndo con lei a bordo verso l'ospedale di Auda e lasciandoci dietro negli specchietti retrovisori lo scenario di morte e distruzione dove poco prima stavamo raccogliendo cadaveri, ho pensato per un attimo che questa vita in procinto di fiorire potesse essere il beneaugurio per un futuro di pace e speranza. L'illusione si è dissolta col primo razzo che è caduto a fianco della nostra ambulanza, tornando da Auda al centro di Jabalia. Queste madri coraggio mettono tristemente al mondo creature le quali assorbono come prima luce nei loro occhi, nient'altro oltre il verde militare dei tanks e delle jeep e i lampi intermittenti che precedono le esplosioni. Quali prospettive di vita attendono bimbi che fin dal primo istante della loro nascita avvertono sofferenza e urla di disgrazia? restiamo umani. Vittorio Arrigoni
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#1609 | |
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#1610 |
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IL commento
Ostaggi di Hamas di BERNARD HENRY-LEVY Non essendo un esperto militare, mi astengo dal giudicare se i bombardamenti israeliani su Gaza potevano essere più mirati, meno intensi. Poiché da decenni non sono mai riuscito a distinguere fra morti buoni e cattivi o, come diceva Camus, fra «vittime sospette» e «carnefici privilegiati», sono evidentemente sconvolto, anch'io, dalle immagini dei bambini palestinesi uccisi. Detto questo, e tenuto conto del vento di follia che, una volta di più, come sempre quando si tratta di Israele, sembra impadronirsi di certi mass media, vorrei ricordare alcuni fatti. 1) Nessun governo al mondo, nessun altro Paese se non l'Israele attuale, vilipeso, trascinato nel fango, demonizzato, tollererebbe di vedere migliaia di granate cadere, per anni, sulle proprie città: in questa vicenda, la cosa più sorprendente, il vero motivo di stupore non è la «brutalità» di Israele, ma, letteralmente, il fatto che si sia trattenuto così a lungo. 2) Il fatto che i Qassam di Hamas, e adesso i suoi missili Grad, abbiano provocato così pochi morti non prova che siano missili artigianali, inoffensivi o altro, ma che gli israeliani si proteggono, vivono rintanati nelle cantine dei loro edifici, nei rifugi: un'esistenza da incubo, in sospeso, al suono delle sirene e delle esplosioni. Sono stato a Sderot, lo so bene. 3) Il fatto che le granate israeliane facciano, al contrario, tante vittime non significa, come sbraitavano i manifestanti dello scorso week-end, che Israele si abbandoni a un «massacro» deliberato, ma che i dirigenti di Gaza hanno scelto l'atteggiamento inverso, di lasciare quindi le loro popolazioni esposte: una vecchia tattica dello «scudo umano » che fa sì che Hamas, come Hezbollah 2 anni fa, installi i propri centri di comando, i depositi d'armi, i bunker nei sotterranei di abitazioni, ospedali, scuole, moschee. Tattica efficace ma ripugnante. 4) Fra l'atteggiamento degli uni e quello degli altri esiste comunque una differenza capitale che non hanno diritto di ignorare coloro che vogliono farsi un'idea giusta e della tragedia e dei mezzi per porvi fine: i palestinesi sparano sulle città, in altre parole sui civili (e questo, in diritto internazionale, si chiama «crimine di guerra»); gli israeliani prendono come bersaglio obiettivi militari e, senza volerlo, provocano terribili danni civili (e questo, nel linguaggio della guerra, ha un nome: «danni collaterali» che, se pur orrendo, rimanda a una vera dissimmetria strategica e morale). 5) Poiché bisogna mettere i puntini sulle i, ricordiamo ancora un fatto al quale stranamente la stampa francese non ha dato risalto e di cui non conosco alcun precedente, in nessun'altra guerra, da parte di nessun altro esercito: le unità de Tsahal, durante l'offensiva aerea, hanno sistematicamente telefonato (la stampa anglosassone parla di 100.000 chiamate) ai cittadini di Gaza che vivono nei pressi di un bersaglio militare per invitarli ad andarsene. Che questo non cambi nulla rispetto alla disperazione delle famiglie, alle vite stroncate, alla carneficina, è evidente; ma che le cose si svolgano così non è, tuttavia, un dettaglio totalmente privo di senso. 6) Infine, quanto al famoso blocco integrale, imposto a un popolo affamato, che manca di tutto e precipitato in una crisi umanitaria senza precedenti (sic), di fatto non è proprio così: i convogli umanitari non hanno mai smesso di transitare, fino all'inizio dell'offensiva terrestre, per il punto di passaggio Kerem Shalom; solamente nella giornata del 2 gennaio, 90 camion di viveri e di medicinali hanno potuto, secondo il New York Times, entrare nel territorio. Tengo a ricordare (infatti, è inutile dirlo, anche se, secondo alcuni, sia meglio dirlo…) che gli ospedali israeliani continuano, nel momento in cui scrivo, ad accogliere e curare, tutti i giorni, i feriti palestinesi. Speriamo che i combattimenti cessino al più presto. E speriamo che al più presto i commentatori tornino in sé. Allora scopriranno che sono tanti gli errori commessi da Israele negli anni (occasioni mancate, lungo diniego della rivendicazione nazionale palestinese, unilateralismo), ma che i peggiori nemici dei palestinesi sono quei dirigenti estremisti che non hanno mai voluto la pace, mai voluto uno Stato e hanno concepito il proprio popolo solo come strumento e ostaggio (immagine sinistra di Khaled Mechaal il quale, il 27 dicembre, mentre si precisava l'imminenza della risposta israeliana tanto desiderata, non sapeva far altro che esortare la propria «nazione» a «offrire il sangue di altri martiri», e questo lo faceva dal suo confortevole esilio, ben nascosto, a Damasco). Oggi, delle due l'una. O i Fratelli musulmani di Gaza ristabiliscono la tregua che hanno rotto e dichiarano caduca una Carta fondata sul puro rifiuto dell'«Identità sionista», raggiungendo il vasto partito del compromesso che, Dio sia lodato, non smette di progredire nella regione, e allora la pace si farà. Oppure si ostinano a vedere nella sofferenza dei loro compagni solo un buon carburante per le loro passioni riacutizzate, il loro odio folle, nichilista, senza parole, e allora bisognerà liberare non solo Israele, ma i palestinesi, dall'oscura influenza di Hamas. (traduzione di Daniela Maggioni) 07 gennaio 2009 |
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#1611 |
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Senior Member
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Nei territori governati dall'Anp, represse le proteste «pro-Hamas»
La Cisgiordania stanca di guerre resta in silenzio sull'invasione di Gaza Un leader di Fatah: «Paghiamo ancora il prezzo della seconda intifada: per un'altra rivolta la gente non è pronta» DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME — «Io abito proprio nel mezzo della Cisgiordania », dice Zmiro Hamdan, che da una vita fa il portaborse ai deputati arabi della Knesset: «La prima sera dei raid aerei, ho dormito a Gerusalemme. E neanche la sera dopo volevo tornare a casa: quando qui si vota qualcosa contro la nostra gente, i primi con cui se la prendono siamo noi. Mi trovo sempre la macchina sfondata di sassate. Qualcuno che m'insulta. Stavolta no, invece. Torno a casa tutte le sere, senza problemi. Magari mi fermano per strada, per sapere. Magari mi gridano che questo massacro di Gaza è un crimine. Dico anch'io che lo è. E infatti i nostri deputati hanno votato contro. Però non ho paura. Non so perché, ma mi lasciano stare». Don't cry for me, Palestina. La guerra delle pietre non c'è più. Al massimo, si fa la guerra con le scritte. Su una casa all'ingresso di Hebron, l'altra notte qualcuno ha graffitato: «Hebron è la città di Hamas». Lo spray nero è durato lo spazio d'un mattino, quando sono arrivati i solerti attivisti dell'Autorità palestinese, l'Anp, e hanno sbianchettato in modo islamicamente più corretto: «Hebron è la città di Khalil Al Rahman », nome del profeta Ibrahim. Territori silenziosi. Nell'assordante quiete mediorientale che circonda la tragedia della Striscia — gli Hezbollah libanesi che non si danno troppo da fare, l'iraniano Ahmadinejad di poche, insolite parole —, è la calma della Cisgiordania a stupire di più. Sugli ulivi non volano molte pietre. La pax del Fatah regna sovrana e guai a chi solidarizza troppo. A parole i leader dell' Anp s'indignano. "È una vergogna per tutta l'umanità!» (Abu Mazen). «Siamo tutti cittadini di Gaza!» (Saeb Erekat). Nei fatti, loro stanno là a pigliare le bombe e questi, qua, stanno a disarmare le proteste. Anche all'università di Bir Zeit, cuore di tutte le intifade, l'ennesima manifestazione degli studenti integralisti s'è fermata presto e, a respingerla, ha trovato i manganelli e gli scudi della polizia palestinese, quella addestrata in Giordania coi soldi americani. La giornata della rabbia, venerdì scorso, s'è ridotta a qualche scazzottata. «Diffidiamo chiunque dall'avvicinarsi ai nostri check-point — è stato l'avvertimento del capitano Adnan Dameert, portavoce delle guardie fedeli al Fatah —. Ci sono già abbastanza morti a Gaza, per averne qui». I sondaggi dei canali tv palestinesi dicono che la West Bank è un solo corpo con «la resistenza di Hamas», ma quasi nessuno fiata: «Non vogliamo scontrarci con l'Autorità palestinese — riconosce Abdullah Dwaik, fratello del portavoce (in prigione) che Hamas ha designato come presidente al posto di Abu Mazen —, non è il momento di mostrare le divisioni ». Leggenda popolare o no, raccontano che qualche leader del Fatah abbia festeggiato le tribulazioni degli avversari islamici. E gira una barzelletta feroce su Tzipi Livni e Abu Mazen seduti al bar, un tizio che li riconosce e chiede che ci facciano lì e loro che rispondono: «Stiamo decidendo d'ammazzare mille palestinesi e un israeliano». «Ma perché l'israeliano?». «Hai visto? — Abu Mazen entusiasta strizza l'occhio alla collega — Dei palestinesi non importa niente a nessuno!». E almeno finora uno dei fallimenti politici di Khaled Meshaal, capo di Hamas latitante a Damasco, sembra l'appello alla «terza intifada », caduto per ora nel vuoto. «La nostra gente non è pronta a una nuova campagna di rivolta contro Israele — dice Tayseer Nasrallah, leader del Fatah a Nablus —. Siamo tutti stanchi. E stiamo pagando ancora il prezzo dell'intifada numero due: sa quanti ragazzi hanno perso anni di scuola, quante imprese hanno perso contratti d'affari, quante famiglie hanno perso i figli più giovani? Una terza intifada richiede molta preparazione. E la gente non è pronta». Nasrallah è una voce interessata, lo ammette: «Hamas teme la nostra reazione, se scatena i Territori. E Fatah non ha voglia di spendersi troppo per Gaza, dopo che ci hanno buttati tutti fuori». Ma la storia dei festeggiamenti? «Sì, è vera. Non è bello, ma qualcuno l'ha fatto». Cinismo strisciante. «Sono scioccato dalla non-reazione della Cisgiordania — scuote la testa Abdel Sattar Qassem, politologo dell'università An Najah, amico di Hamas —. Una vergogna. Non capisco: la gente ha più paura dell' Anp che d'Israele? Credo c'entri la paura di perdere un lavoro, un favore, amici che contano. Aspettano tutti di vedere chi vince. Se la spunta Israele, qui partono le vendette contro Hamas. Ma se Hamas resiste, e io credo ce la faccia, allora la terza intifada può partire». Sogni, liquida Nasrallah: «Hamas non è Hezbollah e Gaza non è il Libano. Non c'è una Siria o un Iran che arrivano all' ultimo, come la cavalleria dei film, e salvano tutti. Hamas è in una prigione. E la sconfitta è scritta». Francesco Battistini 07 gennaio 2009 |
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#1612 |
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Senior Member
Iscritto dal: Oct 2001
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ti posso fare un collegamento pittoresto dicendoti che l'80% dei bombardamenti sono pianificati da un segugio cercatore di tartufi..che preme il bottone col suo pene...
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#1613 |
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Senior Member
Iscritto dal: Aug 2003
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#1614 |
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Caro Luvi,
leggendo il tuo post mi è venuta una rabbia disumana nel sapere che Hamas ha messo in pericolo le vite anche degli aiutanti della croce rossa, in quanto utilizzava le autoambulanze per scortare armi e uomini. Dopo vari filmati di miliziani che usano i mezzi della crocerossa, fregandosene del pericolo che potevano creare ai medici, si è deciso di proibirne l'uso per chiari scopi militari. Prima fanno radunare la popolazione civile in una scuola Onu e sparano dal cortile della stessa aspettando la risposta Israeliana e poi usano i mezzi della crocerossa condannando cosi a morte medici e infermieri.
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#1615 |
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Quanto sei ironico. LOL
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#1616 | |
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#1617 |
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Iscritto dal: Apr 2003
Città: nord Italia
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No questo è quello che vede la gente che vive in quei posti e che è terrorizzata da questi uomini verdi che la fanno da padrone.
Se non la pensi come loro, sei morto. Ti ricordi il ragazzino ucciso perchè si opponeva a fare usare ad Hamas il giardino di casa sua per lanciare razzi ?
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#1618 |
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#1619 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Oct 2003
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Sta di fatto che tu ed altri l'avete presa talmante a cuore che fin ad ora pendete dalle labbra di Thasal per le informazioni e dal Likud per le opinioni. E' solo "noi o loro". A questo punto, se continuaste a postare senza voler fare alcun dibattito, o state lavorando per l'Hasbara o, almeno, rendetevi conto che fate il loro gioco. A parte ciò, la questione è un territorio occupato trasformato in campo di concentramento e messo alla fame. Forse che il diritto internazionale si applichi solo ai Goym?
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#1620 | ||
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Inoltre dubito che avessero svariate migliai di militanti. Le operazioni del Mossad per assassinare personaggi nemici di Israele in giro per il mondo sono sicuramente criminali perchè violano la sovranità e la legge dei paesi in cui vengono fatte, ma dubito che la stragrande maggioranza delle vittime siano agnellini. Operazioni del genere sono costose e rischiose, non vedo perchè il Mossad dovrebbe preoccuparsi di pesci piccoli o addirittura gente innocente.
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