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Old 20-08-2008, 22:13   #81
greasedman
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http://www.youtube.com/watch?v=Jrg9XwNK220

per capire anche di chi e cosa stiamo parlando,ma poi ascoltate cosa dice alla fine,classica perla di estrazione fede-berlusconiana
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Old 20-08-2008, 22:45   #82
Hal2001
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Questo meschino attacco ad Ingroia e il ridicolo parallelismo con Mangano è il tuo bacio della morte, è la definitiva conferma che tu e la tua cricca siete un pericolo per questo paese, che bisogna combattervi come la peste.
Da incorniciare
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Old 21-08-2008, 00:49   #83
atinvidia284
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non si registrano incontri fra Mangano e Dell'Utri dopo il 1976
Alla peggio c'e' agli atti una telefonata (quella famosa del cavallo) dove Dell'Utri non si mostra felicissimo di sentire il Mangano e che risale al 1980 e prima che mangano venisse arrestato per traffico di stupefacenti.
Raga è da incorniciare anche la sua analisi psicologica-emozionale su Dell'Utri,che cerco di capire come sia stata dedotta,ma invano non riesco

Intercettazioni del 14 febbraio 1980, ore 15.44
Quote:
Il 14 febbraio 1980 la Criminalpol di Milano, che indaga sull’ex fattore di Arcore Vittorio Mangano per mafia e traffico di droga, intercetta una sua telefonata dalla sua camera all’Hotel Gran Duca di York con Marcello Dell’Utri, che risponde dall’abitazione di Filippo Alberto Rapisarda (all’epoca latitante in Venezuela presso il clan Cuntrera-Caruana), dove si è trasferito dopo aver perso il lavoro in seguito alla bancarotta della società da lui amministrata (Bresciano Costruzioni Sas) e all’arresto del gemello Alberto per il crac della Venchi Unica. Un mese dopo, Mangano verrà arrestato e resterà in carcere per 11 anni, condannato a 13 per mafia (processo Spatola), per droga (maxiprocesso a Cosa Nostra) e infine, in primo grado, a 2 ergastoli per triplice omicidio.

DELL’UTRI-Pronto?
MANGANO- Buonasera, il dottor DEL LUPI (errore di trascrizione della Polizia: si tratta di Marcello Dell’Utri, ndr)?
DELL’UTRI-Oh, caro Mister!
MANGANO-Minchia! Sempre occupato ‘sto telefono!
DELL’UTRI-Si, e per forza. Perché senza ufficio, questa è diventata casa, ufficio, tutte cose.
MANGANO-Ah, l’appartamento, lì è?
DELL’UTRI-Si, a casa.
MANGANO-Perbacco, allora mi dispiace averlo disturbato!
DELL’UTRI-Chi mi disturba? Io stavo lavorando qua, per cui … Dov’è, dov’è?
MANGANO-Sono in albergo. Ha telefonato Tony Tarantino?
DELL’UTRI-Mah, ieri c’ho parlato. Avevo telefonato io, però.
MANGANO-Oggi doveva telefonatre per darci l’appuntamento per me.
DELL’UTRI-Esatto, mi disse che alle quattro mi chiamava.
MANGANO-Alle 4. Io invece, siccome forse lui deve andare fuori, comunque …
DELL’UTRI-Eh, eh
MANGANO-Eh, ci dobbiamo vedere?
DELL’UTRI-Come no? Con tanto piacere!

MANGANO-perché io le devo parlare di una cosa …
DELL’UTRI- Benissimo

MANGANO- Anzitutto un affare.
DELL’UTRI-Eh beh, questi sono bei discorsi.
MANGANO-Il secondo affare che ho trovato per il suo cavallo …
DELL’UTRI-Davvero? Ma per questo dobbiamo trovare i piccioli (i soldi, ndr).
MANGANO-Eh va bè, questo è niente.
DELL’UTRI-No, questo è importante
MANGANO-Perché? Non ce ne hai?
DELL’UTRI-Senza picciolii non se ne canta messa.
MANGANO-Ne hai tanti di soldi. Non buttatevi indietro.
DELL’UTRI-No, non, non scherzo! Sono veramente in condizioni di estremo bisogno.
MANGANO-Vada dal suo principale! Silvio!
DELL’UTRI-Quello ‘n sura (non suda, non sgancia, ndr), manco se…
MANGANO-Non suda? Ma parola d’onore!
DELL’UTRI-E veramente … no, le dico tutto. Ho dovuto pagare per mio fratello soltanto otto milioni solo per la perizia contabile, sto uscendo pazzo, poi ho bisogno di soldi per me per gli avvocati perché sono nei guai … perché sempre per il discorso del pazzo là. Ci dico veramente, io me la prendo a ridere, perché insomma ad un certo punto …
MANGANO-Ah, va bè, si che si può fare?
DELL’UTRI-Anche perché uno … la salute, guarda, è veramente la cosa più importante, per cui dico … sono miliardiario perché c’ho la salute! Purtroppo bisognerà affrontare anche le situazioni …
MANGANO- E lui dov’è, sempre lì a Torino?
DELL’UTRI-Alberto, mio fratello. Si, a Torino. Si,si, a Torino.
MANGANO-A Torino.
DELL’UTRI-Adesso spero che entro un mese ci levano ‘sta camurria …
MANGANO-E rientra
DELL’UTRI-E rientra, insomma si può muovere, comincerà a lavorare … sa, eh ….
MANGANO-E l’ufficio?
DELL’UTRI-L’ufficio non c’è più, l’ho levato. Dov’ero prima io, lei ci venne.
MANGANO-Ho capito …
DELL’UTRI-La società falluta, è venuto il Tribunale, curatori sigilli, eccetera, ed hanno chiuso, tutto … e quindi sono in mezzo ad una strada.
MANGANO- E Tonino (Cinà, altro mafioso palermitano che sarà condannato insieme a Dell’Utri, ndr)l’ha inteso?
DELL’UTRI-Si, l’ho sentito.
MANGANO-E le ha detto qualcosa di me?
DELL’UTRI-No, niente. Mi ha detto che deve venire lui, a fine mese – inizio di Marzo. Si, m’ha detton che lei doveva venire, anche lui dice se vi sentite perché deve venire. Tutto qua, non mi ha detto altro.
MANGANO-Va bene. A che ora ci vediamo?
DELL’UTRI-Quando dice lei.
MANGANO-No, va bene.
DELL’UTRI-Dov’è lei. Al solito in Via Moneta?
MANGANO-Eh, si.
DELL’UTRI-Si?
MANGANO-Si.
DELL’UTRI-E allora si telefona a Tonino? Se mi telefona, aspettava la sua telefonata, oppure…?
MANGANO-No, perché lui mi pare che alle 4 telefona.
DELL’UTRI-Allora che fa? L’aspetto o non l’aspetto.
MANGANO-Si. Meglio è.
DELL’UTRI-Allora aspetto la telefonata di Tonino e ci dico alle 4 e mezza da lei. E’ giusto l’orario?
MANGANO-Magari …
DELL’UTRI-Magari 5?
MANGANO-Ma lo sa lei che può fare, dottore?
DELL’UTRI-Eh?
MANGANO-Può venire qua e lo lascia detto al ragazzo.
DELL’UTRI-No, perché sono solo. Non c’è nessuno. Qui non c’è nessuno.
MANGANO-Perché lui passa qua alle 4.
DELL’UTRI-Ah, passa lui?
MANGANO-Perciò può venire direttamente qua e chiamarlo.
DELL’UTRI-E allora lo fermasse e ci dici che sto arrivando.
MANGANO-Eh, allora aspetto qua.
DELL’UTRI-E’ logico.
MANGANO-E’ ora che la sbrogliamo ‘sta cosa.
DELL’UTRI-Va bene.
MANGANO-Va bene.
DELL’UTRI-OK
MANGANO-Arrivederci
Comunque signor Borghi mi sa che ha sbagliato sito,le do il link esatto [LINK]
E si ricordi che qui non siamo sulla tv o su uno dei giornali del padrone.
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Old 21-08-2008, 01:08   #84
claudioborghi
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Originariamente inviato da atinvidia284 Guarda i messaggi
Claudio Borghi scrive per IL GIOGNALE
Mai nascosto la cosa, mi pare... quello che faccio e chi sono e' noto e verificabile. Non mi pare la stessa cosa si possa dire di te.
Adesso siamo al paradosso che uno che si firma con nome e cognome e' meno credibile di uno che si firma pippo o pluto? Mah...


Quote:
Originariamente inviato da atinvidia284 Guarda i messaggi
A me sembra anche più che contento...
No, fammi capire, dopo tutto lo strepitare che dico solo falsita' l'unica cosa che mi contesti e' un'interpretazione di uno stato d'animo di una telefonata presa da una trascrizione?
Insisto che al di la' di una cortesia di maniera non mi sembra di vedere tutta questa felicita' nella telefonata, tant'e' vero che Dell'Utri comincia sin da subito a piangere miseria come per mettere le mani avanti caso mai fosse arrivata qualche richiesta, e i due non dimostrano frequenti contatti tant'e' vero che Mangano al telefono non sa degli spostamenti di ufficio di Dell'Utri ecc. ecc.

Tu ci vedi un dialogo piacevole fra amiconi? Bene, opinioni... magari avrai ragione tu, ma di opinioni si parla.
Se il massimo delle mie falsita' e' questo devo desumere che tutto il resto e' vero...
claudioborghi è offline   Rispondi citando il messaggio o parte di esso
Old 21-08-2008, 01:26   #85
Hal2001
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Cosa ne verrà fuori? Qualche DDL d'urgenza.

LuVi
Sono d'accordo nel perfetto stile berlusconiano.
Ma la cosa più bella è che nessun TG oggi ha riportato le notizie.
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Old 21-08-2008, 01:41   #86
atinvidia284
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Originariamente inviato da claudioborghi Guarda i messaggi
Mai nascosto la cosa, mi pare... quello che faccio e chi sono e' noto e verificabile. Non mi pare la stessa cosa si possa dire di te.
Adesso siamo al paradosso che uno che si firma con nome e cognome e' meno credibile di uno che si firma pippo o pluto? Mah...
Ho fatto una semplice precisazione e non mi sembra di aver detto che tu sia meno credibile di...per esempio io fino a pochi giorni fà non lo sapevo.
Dovresti anzi essere contento che ti facciamo così tanta pubblicità

Quote:
Originariamente inviato da claudioborghi Guarda i messaggi
No, fammi capire, dopo tutto lo strepitare che dico solo falsita' l'unica cosa che mi contesti e' un'interpretazione di uno stato d'animo di una telefonata presa da una trascrizione?
Hai perso qualche post addietro mio e degli altri utenti

Quote:
Originariamente inviato da claudioborghi Guarda i messaggi
Insisto che al di la' di una cortesia di maniera non mi sembra di vedere tutta questa felicita' nella telefonata, tant'e' vero che Dell'Utri comincia sin da subito a piangere miseria come per mettere le mani avanti caso mai fosse arrivata qualche richiesta, e i due non dimostrano frequenti contatti tant'e' vero che Mangano al telefono non sa degli spostamenti di ufficio di Dell'Utri ecc. ecc.
Tu ci vedi un dialogo piacevole fra amiconi? Bene, opinioni... magari avrai ragione tu, ma di opinioni si parla.
Carina la tua interpretazione,si è passati dal fatto che dell'utri non fosse contento ad una cortesia di maniera..
Il dato di fatto è un altro:
Quote:
Interrogato nel 1996, ammette: “Nella telefonata ho adoperato un tono amichevole perchè Mangano faceva paura, ero cosciente della sua personalità criminale”. Ma due mesi dopo, 19 aprile 1980, Dell’Utri partecipa a Londra alle nozze di un altro narcotrafficante, Jimmy Fauci. E nel novembre 1993, mentre dà gli ultimi ritocchi a Forza Italia, riceve a Milano ben due visite di Mangano, appena scarcerato dopo 11 anni per mafia e droga. Ma non è finita. Perché, con buona pace di Guzzanti, è lo stesso Dell’Utri, il 29 novembre 2004 al Tribunale di Palermo, a smentire la passione equina di Mangano: “Peraltro non sapevo neanche di cavalli, perché era appassionato il Mangano di mastini napoletani che allevava lui e siccome lì ci volevano cani da guardia importanti, io ho pensato anche a questo…”.

Tale era il suo amore per i cani che – come ricorda Borsellino nell’intervista integrale – mentre lavorava a casa Berlusconi, “tra il ’74 e il ’75, Mangano restò coinvolto in un’indagine che riguardava talune estorsioni fatte in danno di talune cliniche private palermitane: ai titolari di queste cliniche venivano inviati dei cartoni con all’interno una testa di cane mozzata…”.
Ultima chicca: sempre al processo di Palermo, Dell’Utri ricorda che le mansioni di Mangano a casa Berlusconi erano ben diverse da quelle del fattore-stalliere: “Era un uomo di fiducia assoluta, tant’è che Berlusconi faceva accompagnare i bambini a scuola solo da lui, neanche dal suo autista, accompagnava qualche volta addirittura la moglie in città, a Milano, quindi una persona che fu rispettata… Dopo Mangano, Berlusconi si attrezzò con un corpo di guardia considerevole, che è sempre aumentato, sino ad essere oggi un esercito…”. Fedele Confalonieri conferma: “Fu da lì che (dopo l’allontanamento di Mangano da Arcore nel 1976, Berlusconi, ndr) cominciò a circondarsi di persone che potessero difendere lui e i suoi familiari , e anche la sua proprietà”.

Tripo colpo di scena: l’allevamento di cavalli ad Arcore non c’era (lo dice Berlusconi nel 1987); Mangano s’intendeva non di cavalli, ma di cani (lo dice Dell’Utri nel 2004); ad Arcore il mafioso Mangano non si occupava dei cavalli, ma del Cavaliere e dei suoi cari (lo dicono Dell’Utri e Confalonieri). E adesso, chi lo dice a Guzzanti?
Mi sembra quindi acceertato il tono amichevole che tu rifiutavi di ammettere...ora mi dirai perchè dell'utri aveva paura ed io riderò

Quote:
Originariamente inviato da claudioborghi Guarda i messaggi
Se il massimo delle mie falsita' e' questo devo desumere che tutto il resto e' vero...
Vedi post precedenti

Ultima modifica di atinvidia284 : 21-08-2008 alle 01:44.
atinvidia284 è offline   Rispondi citando il messaggio o parte di esso
Old 21-08-2008, 02:10   #87
claudioborghi
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Originariamente inviato da Ser21 Guarda i messaggi
Ti sei dimenticato di scrivere quello che la sentenza recita al rigo successivo.
M A C H E D I C I !!!!

Al rigo successivo c'e' tutto tranne quello che citi tu!!!
Prima di arrivare li' ci sono una fila di pagine!!!
Ma cosa leggi? I bigini delle sentenze?

Poi ti citavo la sentenza PROPRIO PERCHE' ESSENDO UNA SENTENZA DI CONDANNA e che si "beve" ogni cosa detta da qualsiasi pentito (e che penso proprio che nei gradi successivi non resistera' un secondo, anche senza Carnevale... mai vista una sentenza del genere, sembra scritta direttamente dal PM), PURE LI' si dice che non e' provato che Berlusconi si sia ripreso Mangano dopo aver scoperto che era un pregiudicato come invece tu affermavi con certezza (vedi: "informati, cazzo").
Quindi se NEMMENO LI' si afferma cio' posso direi A BUON DIRITTO dire che tu scrivi balle quando dici che Berlusconi si e' ripreso Mangano dopo aver saputo che era un pregiudicato. (non dico mafioso perche' non vi era al momento alcuna accusa di mafia).

Poi se Dell'Utri sapesse che era un poco di buono o meno non lo so, la sentenza di primo grado dice di si ma le ragioni per cui dice che la cosa e' "incontrovertibile" mi sembrano debolucce, comunque lo dira' l'appello e la cassazione. Io non ho la minima idea di cosa sapesse o non sapesse dell'Utri come penso non ce l'abbia tu.

Il discorso era:

"Mangano era gia stato individuato e arrestato dalla DDA,dopo è TORNATO da berlusconi,ergo,silvio sapeva benissimo chi fosse.
Il contrario non vale per Ciuro e Ingroia...ovviamente."

http://www.hwupgrade.it/forum/showpo...3&postcount=25


Io mi sono limitato a dimostrarti che

1) Mangano non era stato arrestato dalla DDA (che nemmeno esisteva) e in ogni caso non per mafia ma per reato comune.

2) Non risulta che sia mai tornato in servizio dopo l'arresto e in ogni caso non certo per l'"anno e mezzo" che citi tu, ergo non si puo' dire che silvio sapesse benissimo chi fosse.

Pertanto il paragone fra Berlusconi e Mangano con Ingroia e Ciuro regge perfettamente. Ambedue potrebbero aver avuto alle dipendenze un mafioso e non saperlo.

Solo che....

Berlusconi ci ha messo due anni a liberarsi di Mangano e Ingroia nove per Ciuro.

Mangano faceva lo stalliere di berlusconi e Ciuro faceva il braccio destro di Ingroia.

Berlusconi faceva l'imprenditore al nord e potrebbe non aver avuto 'sto gran occhio per riconoscere i mafiosi, Ingroia fa il pm a Palermo e un mafioso dovrebbe fiutarlo lontano un chilometro.

Pero'...

Berlusconi e' un criminale perche' aveva alle dipendenze Mangano
Ingroia e' un santo perche' "poverino aveva la talpa in casa".

Tutto qui. Opinioni dove ci sono opinioni e fatti dove ci sono fatti. Nessuna balla.

Io poi sono convinto che quando tu scrivi le, chiamamole imprecisioni, che ti ho evidenziato sia in buona fede... penso pero' che tu legga Travaglio in modo un po' acritico... non dimenticare che Ciuro era pure suo conoscente.
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Old 21-08-2008, 02:34   #88
claudioborghi
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Originariamente inviato da greasedman Guarda i messaggi
Berlusconi incolpa Mangano quando gli dicono che era fuori.
Aaaahhh adesso cambiamo versione? ok...

No, perche' io ero rimasto che si sentivano spesso...
Non eri tu quello che scrivevi:

"Un boss mafioso pluriomicida non è esattamente il tipo che puoi mettere alla porta quando lo decidi tu... e il fatto che abbiano poi continuato a sentirsi più volte (berlusconi era anche disposto a dargli i famosi 30 milioni, come si sente nella famosa intercettazione) ne è la riprova."

http://www.hwupgrade.it/forum/showpo...4&postcount=70

Non posso che ripetere: in occasione della bomba del 1986 Mangano NON era fuori, era in galera dal 1980 e ne usci' nel 1990, quindi il fatto che Berlusconi lo sospettasse (logico, era alle sue dipendenze e si era rivelato un malvivente) prova se mai che NON si sentivano ne una ne piu' volte (e nemmeno avrebbe potuto, essendo il tipo in galera) e che Berlusconi non fosse affatto aggiornato sulle condizioni di Mangano.
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Old 21-08-2008, 03:15   #89
claudioborghi
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Originariamente inviato da atinvidia284 Guarda i messaggi
Mi sembra quindi acceertato il tono amichevole che tu rifiutavi di ammettere...ora mi dirai perchè dell'utri aveva paura ed io riderò
Non mi mettere in bocca cose che non ho detto... mai pensato di non ammettere il tono amichevole, ho semplicemente detto (testuale) che "Dell'Utri non si dimostra felicissimo di sentire il Mangano".
Confermo in toto la mia impressione, ci puo' essere un tono amichevole e una cortesia di maniera ma l'impressione che ne traggo leggendo la trascrizione non e' certo di un uomo contento di ricevere quella telefonata.
Direi che la spiegazione di Dell'Utri di un tono amichevole derivante dal timore di "infastidire" un poco di buono e' perfettamente plausibile con la telefonata.
Ripeto: tu la pensi diversamente? Benissimo, pero' siamo nel pianeta delle opinioni. Le balle sono altra cosa.

Perche' dell'utri aveva paura? Posto che mi limito ad ipotizzare direi che la spiegazione puo' essere semplice, la telefonata e' del 1980 ed erano venuti fuori i precedenti del Mangano per truffa, porto di coltello e simili, era stato arrestato due volte e poteva ancora essere risentito per il fatto di essere stato allontanato dalla villa di Berlusconi. Mi sembrano motivi sufficenti per evitare di fare innervosire un tale interlocutore.
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Old 21-08-2008, 08:29   #90
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M A C H E D I C I !!!!

Al rigo successivo c'e' tutto tranne quello che citi tu!!!
Prima di arrivare li' ci sono una fila di pagine!!!
Ma cosa leggi? I bigini delle sentenze?
Quel Rigo è successivo a quello che hai quotato,basta aprire la sentenza,se non ci credi,leggila una volta tanto e facci sto favore di informarti.
Cmq,anche fosse 10 righe sotto,fa qualche differenza al fine di arrivare ad accertare che Dell'Utri sapeva benissimo che mangano era un mafioso ?
NO!
Quindi claudio il tuo disocrso perde di ogni significato.
Dell'utri sapeva che mangano era un mafioso,stop
claudio...basta
Quote:

Poi ti citavo la sentenza PROPRIO PERCHE' ESSENDO UNA SENTENZA DI CONDANNA e che si "beve" ogni cosa detta da qualsiasi pentito (e che penso proprio che nei gradi successivi non resistera' un secondo, anche senza Carnevale... mai vista una sentenza del genere, sembra scritta direttamente dal PM), PURE LI' si dice che non e' provato che Berlusconi si sia ripreso Mangano dopo aver scoperto che era un pregiudicato come invece tu affermavi con certezza (vedi: "informati, cazzo").
Invece,come dice la sentenza stessa,dell'utri sapeva benissimo chi si stava portando in casa Berlusconi.
Anche se lo ripeti 1000 volte,questa falsità non diventerà realtà claudio,sei su un forum non su Il giornale.
Devi accettare che anche se ripeti 100 volte una balla,essa resterà sempre una balla.
La balla è che dell'utri non sapeva chi fosse Mangano.
nella sentenza leggiamo chiaramente :
Quote:
Peraltro, è bene non dimenticare che il dato concernente l’allontanamento di Mangano da Arcore non riguarda la posizione dell’imputato Dell’Utri il quale non ha mai interrotto i suoi rapporti con il Mangano, pur essendo ben consapevole, alla luce delle sue stesse ammissioni, della caratura criminale del personaggio.
O sei in malafede oppure la devi smettire di dire che Dell'Utri non sapeva chi fosse mangano.

PS: il tuo atto d'accusa ai giudici che hanno scritto la sentenza,dimostra quanto tu sia obbiettivo in ciò che valuti.
Quote:

Quindi se NEMMENO LI' si afferma cio' posso direi A BUON DIRITTO dire che tu scrivi balle quando dici che Berlusconi si e' ripreso Mangano dopo aver saputo che era un pregiudicato. (non dico mafioso perche' non vi era al momento alcuna accusa di mafia).
Come gia detto sopra,"conosceva la caratura criminale di mangano",carta canta borghi,anche se ripeterai 100000 volte la tua versioen,sempre una panzana resta

Quote:

Poi se Dell'Utri sapesse che era un poco di buono o meno non lo so, la sentenza di primo grado dice di si ma le ragioni per cui dice che la cosa e' "incontrovertibile" mi sembrano debolucce, comunque lo dira' l'appello e la cassazione. Io non ho la minima idea di cosa sapesse o non sapesse dell'Utri come penso non ce l'abbia tu.
Appunto,non sai nulla.
Io invece lo so,forse sarebbe il caso che tu ti informassi?
Come fai a parlare di questi argomenti,affermando poi "Io non ho la minima idea di cosa sapesse o non sapesse dell'Utri " ?
Come fai a dibattere di qualcosa che non conosci ?
Forse dibatti solo nella speranza di difendere l'indifendibile,cavillando su delle inezie ed inventandoti delle notizie ? Il classico metodo da disinformazione mirata
Quote:
Il discorso era:

"Mangano era gia stato individuato e arrestato dalla DDA,dopo è TORNATO da berlusconi,ergo,silvio sapeva benissimo chi fosse.
Il contrario non vale per Ciuro e Ingroia...ovviamente."

http://www.hwupgrade.it/forum/showpo...3&postcount=25


Io mi sono limitato a dimostrarti che

1) Mangano non era stato arrestato dalla DDA (che nemmeno esisteva) e in ogni caso non per mafia ma per reato comune.

2) Non risulta che sia mai tornato in servizio dopo l'arresto e in ogni caso non certo per l'"anno e mezzo" che citi tu, ergo non si puo' dire che silvio sapesse benissimo chi fosse.
Te l'ho gia detto,dell'utri sapeva benissimo chi fosse mangano ed è inversimile che non abbia informato berluscvoni.
è inutile che sbatti i piedi e continui a urlare ai quattro venti che berlusconi non sapeva nulla,è una balla Capisco che ti sia autoconvinto di questa falsità ma forse sarebbe il caso di informarsi....

Quote:
Pertanto il paragone fra Berlusconi e Mangano con Ingroia e Ciuro regge perfettamente. Ambedue potrebbero aver avuto alle dipendenze un mafioso e non saperlo.
Ti rimando alle perfette parole di un altro utente riguardo un bacio della morte...questa frase è densa di significato ed è esattamente in linea col pensiero forzista.
Ovviamente questo tipo di ragionamento non ha alcun senso visto che berlusconi si avvantaggiava dall'avere mangano in casa,ingroia evidentemente no.....
Solo borghi può pensare che una talpa favorisca l'indagante
Quote:
Solo che....

Berlusconi ci ha messo due anni a liberarsi di Mangano e Ingroia nove per Ciuro.
Due e mezzo ? Ma che dici! mangano è trimasto in contatto con dell'utri fino agli anni 80....altro che !Successivamente è subentrato Cinà....inutile che vada avanti,tanto non capiresti,non sapendo nulla della vicenda.

Quote:
Mangano faceva lo stalliere di berlusconi e Ciuro faceva il braccio destro di Ingroia.
Ingroia era il danneggiato,berlusconi era favorito.
claudio.....
Quote:
Berlusconi faceva l'imprenditore al nord e potrebbe non aver avuto 'sto gran occhio per riconoscere i mafiosi, Ingroia fa il pm a Palermo e un mafioso dovrebbe fiutarlo lontano un chilometro.
Si...e dell'utri invece sapeva chi era mangano e nonostante questo lo portò da Silvio
Altro che Ingroia e Berlusconi....a claudio.....
Quote:
Pero'...

Berlusconi e' un criminale perche' aveva alle dipendenze Mangano
Ingroia e' un santo perche' "poverino aveva la talpa in casa".
Ma sai cos'è una talpa ?
Ma che logica ha poi sta storia della talpa secondo te ?
La talpa favoriva dell'utri visto che informava Aiello....
Secondo te Ingroia voleva incastrare dell'utri e si serviva di una talpa che riferiva ad una persona che riprotava a dell'utri ? Ma ti rendi conto che non ha alcuna logica ?!
Cioè...se dell'utri,ingroia,ciuro erano tutti d'accordo,perchè il PM non ha chiesto l'archiviazione.
Claudio...ma che stia dicendo ?
Quote:
Tutto qui. Opinioni dove ci sono opinioni e fatti dove ci sono fatti. Nessuna balla.
Si certo...infatti per rispondere a questo mio psot hai accuratamente evitato di quotare l'intero posto....questo è il tuo metodo per rigirare tutto il discorso e accampare dei ragionamenti che hanno un senso pari a 0.
Riprovaci ancora claudio,magari su Il Giornale,li di sicuro trovi qualcuno che se la beve...


Quote:
Io poi sono convinto che quando tu scrivi le, chiamamole imprecisioni, che ti ho evidenziato sia in buona fede... penso pero' che tu legga Travaglio in modo un po' acritico... non dimenticare che Ciuro era pure suo conoscente.
Questa è la perla finale.
L'unica imprecisione è la DDA,intendevo drie che era gia a consocenza delle FDO che si occupano di mafia....

Cmq Claudio,sarebbe interessante se tu rispondessi pubnto su punto...invece di fare un quote selettivo.
E' la seconda volta che te lo dico....vediamo se ne sarai in grado.

Ultima modifica di Ser21 : 21-08-2008 alle 08:34.
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Old 21-08-2008, 08:47   #91
gardos
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Sospendendo i commenti sul tutto in attesa della sentenza...
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Originariamente inviato da Ser21 Guarda i messaggi
Un DDL che aiuta dell'utri,accusato di MAFIA,sarebbe troppo anche per l'italia.
...illuso.
Quote:
Originariamente inviato da claudioborghi Guarda i messaggi
Certo che no, cosi' come non fa automaticamente di Berlusconi un criminale avere uno stalliere che poi si scopre essere mafioso.

Diciamo pero' che se uno non riesce a scoprire il mafioso che ha sotto gli occhi per anni vuoi che sia bravo a fare il PM??
Emh...silvio(e marcello) lo sapeva prima di assumerlo chi era...
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Si prega i gentili lettori di attenersi alle sole parole presenti nel messaggio nel tentativo di comprendere il pensiero dell'autore.Siete calorosamente invitati ad evitare letture della mente,voli pindarici o presunte letture tra le righe nel tentativo vano di capire quale potrebbe essere l'opinione dell'autore riguardo ad argomenti non trattati da esso.
Si prega inoltre,sebbene dovrebbe essere pratica standard,di leggere con attenzione tutte le parole utilizzate.
Grazie.
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Old 21-08-2008, 08:47   #92
kaysersoze
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Più che claudio borghi mi sembri niccolò ghedini...

In questa discussione sei stato letteralmnte disarmante perle tue affermazioni, paragoni e accostamenti, dopo aver letto questo threa anche un bambino capirebbe la natura ambigua del nano, ma soprattutto capirebbe che tra mangano e Dell'Utri c'erano ottimi rapporti e continuativi sia prima che dopo l'arresto e che una persona come dell'utri non poteva non sapere dell'appartenenza di mangano alla grande famiglia di cosa nostra!!!

Borghi con tutta onestà la tua credibilità sta scendendo allo zero assoluto.....
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"E maggior fortuna sarebbe, se in Italia ci fossero più toscani e meno italiani." C.Malaparte
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Old 21-08-2008, 08:59   #93
Ser21
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Originariamente inviato da claudioborghi Guarda i messaggi
Aaaahhh adesso cambiamo versione? ok...

No, perche' io ero rimasto che si sentivano spesso...
Non eri tu quello che scrivevi:

"Un boss mafioso pluriomicida non è esattamente il tipo che puoi mettere alla porta quando lo decidi tu... e il fatto che abbiano poi continuato a sentirsi più volte (berlusconi era anche disposto a dargli i famosi 30 milioni, come si sente nella famosa intercettazione) ne è la riprova."

http://www.hwupgrade.it/forum/showpo...4&postcount=70

Non posso che ripetere: in occasione della bomba del 1986 Mangano NON era fuori, era in galera dal 1980 e ne usci' nel 1990, quindi il fatto che Berlusconi lo sospettasse (logico, era alle sue dipendenze e si era rivelato un malvivente) prova se mai che NON si sentivano ne una ne piu' volte (e nemmeno avrebbe potuto, essendo il tipo in galera) e che Berlusconi non fosse affatto aggiornato sulle condizioni di Mangano.

Leggi va...e vediamo se capisci come sono andate le cose...
Quote:
Marcello Dell’Utri ha silenziosamente attraversato le vicende italiane degli ultimi decenni. È stato alto dirigente di uno dei gruppi economici che hanno fatto la storia del Paese. È stato il costruttore di una nuova formazione politica divenuta immediatamente il primo partito nazionale. È stato, infine, imputato di mafia: per dieci lunghi anni la procura della Repubblica di Palermo lo ha indagato, lo ha mandato sotto processo, ha infine chiesto la sua condanna a undici anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Sabato 11 dicembre 2004 i giudici della seconda sezione del Tribunale di Palermo (Leonardo Guarnotta presidente, Giuseppe Sgadari e Gabriella Di Marco a latere) hanno pronunciato la sentenza di primo grado: condanna a nove anni di reclusione, interdizione perpetua dai pubblici uffici.

I fatti che hanno portato alla richiesta di condanna sono contenuti nel documento che viene presentato, pressoché integralmente, in questo volume: la monumentale requisitoria dei pubblici ministeri Domenico Gozzo e Antonio Ingroia, pronunciata davanti al Tribunale in 16 udienze, dal 5 aprile all’8 giugno 2004, dopo un lunghissimo dibattimento a cui ha dato un importante contributo la professionalità dell’avvocato di parte civile del Comune di Palermo, Ennio Tinaglia.

È il racconto di una lunga storia prima imprenditoriale e poi anche politica, sempre al fianco di Silvio Berlusconi. Ma una storia che si è sviluppata, secondo l’accusa, con la presenza costante e determinante della più potente organizzazione criminale italiana, Cosa nostra.

Questa presenza ha dunque condizionato, in ultima analisi, alcuni passaggi cruciali delle vicende di Silvio Berlusconi, della Fininvest, di Forza Italia. Per questo, anche al di là degli esiti processuali, che potranno anche cambiare nei successivi gradi di giudizio, vale la pena di rendere accessibile e disponibile questa requisitoria. Perché qualunque lettore possa conoscere una ricostruzione dei fatti che i giornali e le tv non hanno mai compiutamente raccontato.

1.
Marcello Dell’Utri nasce a Palermo l’11 settembre 1941. Cresce e studia nella città siciliana, trasferendosi a Milano nei primi anni Sessanta per frequentare l’università. Qui incontra il giovane Silvio Berlusconi, di cinque anni più anziano di lui. Comincia a occuparsi seriamente di calcio, sogna di diventare un tecnico, un arbitro o un allenatore. Nel 1965 va a vivere a Roma, impiegato per un paio d’anni come direttore del centro sportivo Elis, una struttura dell’Opus Dei.

Torna a Palermo nel 1967, per stare vicino al padre. La passione per lo sport lo porta a fondare e dirigere l’Athletic Club Bacigalupo, che in pochi anni diventa un crocevia della “Palermo bene”, ma anche della Palermo mafiosa. Nel 1970 il padre, che lo vuole “sistemato” in banca, lo fa assumere alla Cassa di risparmio delle province siciliane, la Sicilcassa. Dapprima lavora a Catania, poi alla filiale di Belmonte Mezzagno, a metà strada tra Palermo e Corleone, infine al Credito agrario di Palermo.

La svolta nella sua vita arriva nel marzo del 1974: chiamato da Berlusconi, vecchio compagno d’università che sta facendo fortuna, lascia subito la Sicilia e si trasferisce a Milano, come segretario particolare del giovane imprenditore. Inizia una carriera e una vicenda professionale e politica che arriva fino a oggi. Sempre scandita, secondo i magistrati palermitani, da contatti con uomini di Cosa nostra.

È presso il club calcistico Bacigalupo che si registrano i primi rapporti certi tra Dell’Utri ed esponenti mafiosi. In quegli anni egli frequenta Gaetano Cinà detto Tanino, esponente della famiglia di Malaspina e coimputato di Dell’Utri (condannato a sette anni per associazione mafiosa); e Vittorio Mangano, che diverrà capo della famiglia di Porta Nuova. Cinà, figura rimasta silenziosa e in disparte nei lunghi anni delle indagini e del dibattimento, è l’uomo chiave di questa storia: personaggio vicino a Stefano Bontate, negli anni Settanta capo indiscusso di Cosa nostra, è l’anello di congiunzione tra Dell’Utri e l’organizzazione criminale, il punto di riferimento costante per Dell’Utri dentro l’universo mafioso.

Tutto nasce quando Silvio Berlusconi, nella prima metà degli anni Settanta, riceve le prime minacce mafiose: gli giungono richieste di soldi e “avvertimenti” che avrebbero potuto sequestrarlo o rapire uno dei suoi figli. Erano anni in cui i sequestri di persona erano molto frequenti (103 nella sola Lombardia, tra il 1974 e il 1983). Eppure il giovane imprenditore non denuncia, non chiede protezione alle autorità, non avverte la polizia; si ricorda invece dell’amico siciliano conosciuto dieci anni prima all’università, lo chiama e lo convince a venire al Nord, al suo fianco. Dell’Utri lascia la banca e si trasferisce ad Arcore, nella villa che Berlusconi aveva comprato, con l’aiuto determinante dell’avvocato Cesare Previti, dalla marchesina Casati Stampa. Dell’Utri, dopo un consulto con Cinà, porta con sé Vittorio Mangano, che arriva a Milano pochi mesi dopo di lui e dal 1 luglio 1974 è assunto come “fattore” della villa: in realtà è l’assicurazione sulla vita e sui beni stipulata da Berlusconi, attraverso Dell’Utri, con Cosa nostra.

Così Dell’Utri consegna Berlusconi nelle mani dell’organizzazione criminale: perché questa offre sì protezione, ma poi pretende un rapporto più intenso. Suggellato da un vertice ai massimi livelli: Berlusconi nel 1974 incontra ad Arcore – con la regia di Dell’Utri e, dietro di lui, di Cinà – nientemeno che il capo di Cosa nostra, Stefano Bontate, presenti i mafiosi Mimmo Teresi e Francesco Di Carlo. Bontate, chiamato "il principe di Villagrazia", era piaciuto a Berlusconi, secondo i racconti che circolavano tra gli uomini di Cosa nostra: lo aveva trovato ben diverso da come si immaginava i boss, un uomo nient’affatto rozzo, anzi intelligente e "affascinevole", testimonia Antonino Galliano riferendo le confidenze ricevute da Cinà.

Berlusconi comincia a versare somme di denaro a Cosa nostra per la sua protezione: il denaro, a partire dalla metà degli anni Settanta, passa da Dell’Utri a Cinà e arriva a Mimmo Teresi e Stefano Bontate. Secondo un testimone diretto e ben introdotto nell’ambiente dei palermitani a Milano – il finanziere Filippo Alberto Rapisarda – Cosa nostra chiede però presto a Dell’Utri e Berlusconi un rapporto più stretto: offre denaro, proveniente dai giganteschi profitti che Cosa nostra comincia a realizzare in quegli anni grazie al traffico di eroina, da reinvestire e riciclare in business puliti.

Tra il 1975 e il 1979, in effetti, avviene una complicatissima e per niente trasparente riorganizzazione societaria del gruppo Berlusconi, che si apre con la nascita, il 21 marzo 1975, della Finanziaria d’investimento-Fininvest e prosegue poi con la moltiplicazione delle società: tre diverse Fininvest si susseguono e s’incrociano tra loro e infine compare, a controllarle, un bizantino sistema di 23 holding. In questi anni determinanti, dal 1975 fino al 1983, nelle casse del gruppo entra un fiume di miliardi di lire di cui è impossibile ricostruire la fonte. La provenienza è rimasta ignota anche dopo due poderose perizie: quella del consulente della Banca d’Italia Francesco Giuffrida, per l’accusa, e quella del docente della Bocconi Paolo Iovenitti, per la difesa.

Perfino il professor Iovenitti, che pure ha ricevuto l’incarico da Dell’Utri, è costretto ad ammettere durante il processo di Palermo che alcune delle operazioni finanziarie del gruppo Berlusconi sono inspiegabile e "potenzialmente non trasparenti". E che ha dovuto realizzare la sua consulenza senza una parte dei documenti contabili: quelli che pure erano stati ritirati da un avvocato di Berlusconi nel 1998 presso la fiduciaria Bnl “Servizio Italia” e relativi ai mandati fiduciari posti in essere dal 1975 in poi.

Secondo alcuni collaboratori di giustizia, è Stefano Bontate il socio occulto della Fininvest, che vi avrebbe investito grandi capitali. Non c’è però la prova piena del riciclaggio di denaro mafioso da parte della Fininvest (tanto è vero che, per questa accusa, le posizioni di Berlusconi e Dell’Utri, dopo un’indagine a Palermo, sono state archiviate). C’è però, secondo l’accusa, una prova incompleta, ma pienamente coerente con le dichiarazioni dei testimoni, tra cui Rapisarda e Francesco Di Carlo. Lo stesso consulente Iovenitti ha ammesso anomalie finanziarie e comunque non ha fatto luce sulla provenienza di quei capitali. Bastava una consulenza che spiegasse chiaramente i flussi di denaro: invece, a trent’anni dai fatti, su quei flussi è stata stesa ancora una fitta cortina fumogena. Perché? Non certo, rispondono i magistrati dell’accusa, per coprire reati fiscali o finanziari, ormai prescritti.

Cosa nostra era ormai da tempo a Milano. La sua base era un ufficio a pochi passi dal Duomo, in via Larga, punto di riferimento per uomini come Ugo Martello, Robertino Enea, i fratelli Pippo e Alfredo Bono. Frequentavano quell’ufficio, quando passavano a Milano, anche i palermitani importanti, da Stefano Bontate a Tommaso Buscetta... Milano era la capitale degli affari. Da lì si poteva entrare in contatto con imprenditori dinamici, pieni d’idee e spregiudicati quanto basta: prima attraverso le minacce, poi magari con accordi di reciproca soddisfazione. Perché i piccioli e i danee, a Palermo come a Milano, non puzzano.

In questo clima Dell’Utri sbarca al Nord. E anche lì continua le sue frequentazioni mafiose. La sera del 24 ottobre 1976, per esempio, il boss catanese Antonino Calderone festeggia il suo compleanno a Milano, al ristorante “Le colline pistoiesi”. Sono presenti a tavola i mafiosi Gaetano e Antonino Grado, ma anche Mangano e Dell’Utri. Questi ammette la cena, spiegando però che non conosceva i commensali. I fratelli Grado, grandi trafficanti di droga, secondo il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo erano gli stessi che un paio d’anni prima avevano progettato il rapimento del figlio di Berlusconi, Piersilvio.

2.
Nell’autunno del 1976 Vittorio Mangano appare però pubblicamente compromesso per le sue vicende criminali: era stato arrestato una prima volta il 27 dicembre 1974 e, rilasciato il 22 gennaio successivo, era stato riaccolto ad Arcore; arrestato di nuovo il 1 dicembre 1975, quando viene rimesso in libertà, sul registro del carcere segna come domicilio "via San Martino 42, Arcore", cioè casa Berlusconi. La situazione è ormai imbarazzante. Così nell’ottobre 1976 Mangano lascia l’impiego presso Arcore. Poche settimane dopo se ne va anche Dell’Utri.

Berlusconi è ormai un imprenditore che ha costruito un piccolo impero immobiliare sotto il segno del Biscione. Intuisce il danno d’immagine che gli può provocare la diffusione della notizia d’aver accolto in casa un mafioso. In più, forse teme possibili indagini di polizia. Rompe rapidamente, dunque, con la coppia Dell’Utri-Mangano. Mantiene però gli impegni presi con Bontate: continua a versare il suo “regalo” a Cosa nostra (la famiglia Pullarà sostitusce Mangano nell’esazione). E cerca nuove protezioni.
Nel gennaio 1978 si iscrive alla P2 di Licio Gelli. Sotto le ali di quel club, otterrà massicci fidi bancari anche senza adeguate garanzie; e tenterà di sviluppare alcuni affari in Sardegna in cui sono coinvolti piduisti e personaggi della criminalità organizzata romana e siciliana, tra cui Flavio Carboni, faccendiere romano nelle mani della malavita della capitale e frequentatore di mafiosi del rango di Pippo Calò, l’inviato di Cosa nostra nella capitale. Sono questi gli anni in cui la criminalità organizzata penetra dentro la massoneria e alcune logge diventano camera di compensazione tra i diversi poteri, luogo d’incontro tra politici, imprenditori e mafiosi (come lo stesso Bontate, anch’egli iscritto a una loggia massonica).

3.
E Dell’Utri? Dopo il licenziamento da parte di Berlusconi, Marcello attraversa un periodo di smarrimento. Accarezza l’idea di prendersi un anno sabbatico, di lasciare tutto per trasferirsi in Spagna, a studiare teologia presso l’università di Navarra, o presso i Gesuiti in Italia. È il solito Cinà a tirarlo fuori dai guai, preoccupato per l’amico ("Si vuole fare prete", aveva capito, sintetizzando un po’ rozzamente una crisi più complessa). Nel 1977 lo fa assumere da Filippo Alberto Rapisarda, in quegli anni a capo, a Milano, di un grande gruppo immobiliare, stimato il terzo in Italia e considerato un luogo privilegiato di passaggio dei capitali mafiosi.

Dell’Utri diventa dirigente della Bresciano, un’azienda del gruppo Rapisarda, benché egli stesso ammetta alla signora Bresciano di non sapere neanche da che parte si cominci a dirigere un’azienda. Il suo gemello, Alberto Dell’Utri, viene posto al vertice di un’altra società di Rapisarda, la Venchi Unica. Non è un’esperienza fortunata: in breve tempo, tutto il gruppo Rapisarda finisce nell’imbuto di un colossale fallimento. Marcello è incriminato a piede libero, Alberto è arrestato a Torino, Rapisarda fugge all’estero, nel Venezuela dei Caruana, grandi trafficanti di droga, e poi a Parigi (con un passaporto intestato a "Dell’Utri Alberto").

Passato da Berlusconi a Rapisarda, Dell’Utri trasferisce la sua abitazione nel lussuoso palazzetto di quest’ultimo, nella centralissima via Chiaravalle, a Milano. Ma non interrompe i vecchi rapporti. Con Vittorio Mangano, per esempio: nel 1980, in una telefonata intercettata dalla Criminalpol, Dell’Utri parla con l’amico di "affari" e di "cavalli". È la telefonata a cui fa riferimento Paolo Borsellino nella sua ultima intervista prima di essere ucciso, quando spiegherà che per "cavalli" si intendono partite di droga.

Nell’aprile dello stesso anno, Dell’Utri fa un salto a Londra, dove partecipa alla festa di matrimonio di Jimmy Fauci, mafioso siciliano che gestisce in Gran Bretagna il traffico di droga per il clan Caruana. Dell’Utri ammette: "Mi portò Cinà, non sapevo chi fosse lo sposo, mi trovavo a Londra per visitare una mostra sui vichinghi".

4.
Nel 1983 Dell’Utri lascia Rapisarda (che parla di tradimento) e ritorna al servizio di Berlusconi, il quale lo inserisce al vertice di Publitalia 80, l’azienda nata un paio d’anni prima con la mission di raccogliere pubblicità per le reti televisive del Biscione. Perché questo ritorno? E come mai, questa volta, in una posizione così importante?

Quello che approda a Publitalia è lo stesso Dell’Utri che al momento del licenziamento, nel 1976, si era sentito dire da Berlusconi di non essere in grado di dirigere un’azienda. Lo stesso che aveva apertamente ammesso i suoi limiti manageriali con la signora Bresciano. Lo stesso che, negli anni con Rapisarda, aveva aggiunto al suo curriculum professionale un’unica esperienza di rilievo: il fallimento della Bresciano. Eppure ora è posto a capo della società più delicata del gruppo, quella che fa il fatturato per tutta la Fininvest.

Per capirne le ragioni, è necessario comprendere la grave crisi attraversata da Berlusconi nei primi anni Ottanta. Nel 1981, con la pubblicazione degli elenchi degli iscritti alla loggia segreta di Licio Gelli, scoppia lo scandalo P2 e Berlusconi si ritrova di nuovo esposto ai possibili attacchi della stampa e alle possibili indagini della magistratura, anche a causa dei suoi rapporti con personaggi della P2 legati alla mafia. Quella stessa mafia che Dell’Utri gli aveva portato in casa nel 1974 e che lui aveva creduto di allontanare licenziandolo.

Non solo. Proprio in quegli anni, Cosa nostra "si era fatta sotto" di nuovo, e pesantemente, con l’imprenditore di successo ormai entrato nel business televisivo: "Gli stavano tirando il radicone", racconta il collaboratore di giustizia Angelo Siino, ossia gli avevano fatto forti richieste di denaro.
In Sicilia erano cambiati gli equilibri: Bontate era stato sconfitto e ucciso (proprio nel 1981) al culmine della guerra di mafia che lo aveva contrapposto ai corleonesi di Totò Riina; e i Pullarà, della stessa famiglia di Bontate ma alleati dei corleonesi, avevano cominciato a gestire a loro modo le relazioni con la Fininvest. Quanto a Vittorio Mangano, già fuori gioco, nel 1983 è oltretutto di nuovo arrestato, nell’ambito dell’operazione San Valentino che non solo scopre, proprio sull’asse Milano-Palermo, molti mafiosi, ma individua per la prima volta anche alcuni “colletti bianchi” della mafia al Nord.

Per Berlusconi, stretto tra scandalo P2 e nuove pretese di Cosa nostra, è un momento delicato e difficile. Superato, secondo i magistrati di Palermo, attraverso una ristrutturazione complessiva dei rapporti tra la Fininvest e la mafia, che prevede anche il ritorno di Dell’Utri al fianco di Berlusconi, ormai "vittima consapevole" di Cosa nostra.
Totò Riina, nuovo uomo forte dell’organizzazione criminale dopo l’uccisione di Bontate, eredita i contatti a suo tempo stretti da quest’ultimo e li rimodula, avviando una fase nuova nei delicati rapporti tra la Fininvest e la Sicilia. È sempre Tanino Cinà, gran padrino di Dell’Utri, a mediare anche questo cruciale passaggio, offrendo ai nuovi capi di Cosa nostra ancora una volta Dell’Utri come l’uomo che può risolvere la crisi.

Lo rivelano, dall’interno, alcuni collaboratori di giustizia che raccontano come, a metà degli anni Ottanta, all’orecchio di Riina fosse giunta l’eco della controversia tra Mangano e i Pullarà, motivata dal fatto che questi ultimi gli avevano scippato il rapporto con Berlusconi. C’era stato addirittura un acceso scontro verbale in carcere tra l’ex “stalliere” e Giovan Battista Pullarà. Il nuovo capo di Cosa nostra decide di estromettere sostanzialmente i Pullarà (anche se, per non scontentarli, lascia a loro una parte dei soldi pagati dalla Fininvest) e di utilizzare quel rapporto a beneficio dell’intera organizzazione.
Viene istituzionalizzato (sicuramente a partire almeno dal 1986) il versamento a Cosa nostra di 200 milioni di lire all’anno, ma tornando a impostare i rapporti secondo i principi dell’“impresa amica” e del “regalo”, che sarà infatti puntualmente fatto giungere ai boss anche negli anni delle stragi di mafia: certamente fino al 1993 o, secondo altri riscontri (tra cui le agende di Dell’Utri che documentano i suoi rapporti con Cinà), fino al 1995. Il “regalo” passa dalla Fininvest a Gaetano Cinà, da Cinà a Pierino Di Napoli, da Di Napoli a Raffaele Ganci, infine da Ganci a Riina, che poi provvede a ripartirlo tra i vari mandamenti di Cosa nostra “interessati”: come San Lorenzo (nel cui territorio vi è la sede palermitana delle Fininvest) e Resuttana (dove sono posizionate alcune delle antenne siciliane del gruppo).

Che i rapporti siano distesi e cordiali – ben diversi da quelli che di solito intercorrono tra estorsore e vittima di un’estrosione – è testimoniato da alcune telefonate intercettate nel 1986, come quella in cui Cinà, al telefono con Alberto Dell’Utri, gemello di Marcello, racconta delle cassate siciliane inviate per Natale da Palermo a Milano, alla sede della Fininvest: quella per Berlusconi, grandissima, pesava più di 11 chili e Cinà ci aveva fatto scrivere sopra dal pasticciere "Canale 5, in numero e in lettere".

Ma Riina non pensa solo ai soldi, bensì anche e soprattutto alla “politica”: il vecchio rapporto con Dell’Utri e Berlusconi potrebbe diventare un buon canale per arrivare a Bettino Craxi allora presidente del Consiglio, ipotizza Riina, che comincia ad accarezzare l’idea di mandare un avvertimento alla Dc per i tentennamenti dimostrati nel sostegno a Cosa nostra.

I primi anni Ottanta, quelli del ritorno di Dell’Utri al gruppo Berlusconi, sono anche gli anni in cui la Fininvest sviluppa il suo impero televisivo. Fa incetta di emittenti in tutta Italia: anche in Sicilia, dove nasce Rete Sicilia che ritrasmette i programmi di Canale 5 e che ha nel suo consiglio d’amministrazione, accanto ad Adriano Galliani, un certo Antonio Inzaranto, nominato addirittura presidente senz’altra competenza se non quella di essere cognato della nipote di Tommaso Buscetta; Trinacria tv, che trasmette Italia 1, è invece domiciliata presso la Parmafid, una fiduciaria dietro cui si muovono personaggi come Joe Monti e Antonio Virgilio, arrestati nel 1983 come “colletti bianchi” della mafia, considerati i terminali milanesi del riciclaggio di Cosa nostra (condannati in primo grado e in appello, sono poi assolti in Cassazione da Corrado Carnevale, allora chiamato “giudice ammazzasentenze”); Sicilia televisiva, infine, l’emittente che ritrasmette Retequattro, è avviata da due fratelli, i costruttori Filippo e Vincenzo Rappa, amici di Dell’Utri poi processati per mafia (il secondo sarà condannato).

La Parmafid è considerata dai magistrati palermitani lo strumento fiduciario attraverso cui Antonio Virgilio gestisce da Milano il denaro di Cosa nostra per conto di Pippo e Alfredo Bono, della famiglia di Bolognetta. Ebbene, proprio la Parmafid controlla, fino al 1994, una quota consistente delle holding che a loro volta controllano la Fininvest.

Il 28 novembre 1986 scoppia una piccola bomba contro la cancellata della sede milanese della Fininvest, in via Rovani. È la seconda: una simile era scoppiata il 26 maggio 1975. Dalle telefonate (intercettate) si capisce che Berlusconi e Fedele Confalonieri siano convinti che sia stato anche questa volta Mangano (che invece è, di nuovo, in carcere): "Una cosa rozzissima, ma fatta con molto rispetto, quasi con affetto...", dice Berlusconi. E chiede conto di ciò al suo collaboratore, evidentemente considerato il responsabile in azienda del ramo, lo specialista in questo genere di cose. Dell’Utri non delude le attese. Due giorni dopo, il 30 novembre, telefona al capo: Mangano non c’entra, "assolutamente è proprio da escludere". Comunque non c’è da preoccuparsi, c’è "da stare tranquillissimi". E spiega: "Ho visto Tanino... che è qui a Milano". Berlusconi non chiede chi è Tanino. Evidentemente sa bene chi è Cinà e prende atto con un monosillabo: "Ah!".

La spiegazione dell’attentato arriva dall’interno di Cosa nostra. Sono i catanesi di Nitto Santapaola, questa volta, a entrare in campo a gamba tesa: attentati, messaggi telefonici, lettere minatorie. Riina è stato avvertito ed è d’accordo: lascia fare i catanesi, che potranno magari ritagliarsi una fetta del denaro pagato dalla Fininvest. A lui la pressione su Berlusconi serve però soprattutto in vista della sua strategia “politica”: lascia che creino problemi a Berlusconi per far poi risaltare le capacità di coloro che li risolvono, cioè Dell’Utri e Cinà, che possono così stringere ancor più il loro rapporto con Berlusconi, che Riina vuole utilizzare come ponte per arrivare a Craxi. Alle elezioni del 1987, infatti, per la prima volta Cosa nostra ritira il suo sostegno ai democristiani e fa affluire i suoi voti al Psi, apprezzato per il suo garantismo.

E Dell’Utri continua a fare il mediatore tra le pretese di Palermo e le possibilità di Milano. Un mestiere difficile, che necessariamente incappa in momenti di crisi. L’altalenante rapporto tra Berlusconi e Dell’Utri, infatti, sul finire degli anni Ottanta ha un altro periodo di raffreddamento. Le minacce proseguono, evidentemente perché i mafiosi non sono soddisfatti delle risposte ottenute. Il 17 febbraio 1988 Silvio Berlusconi fa al telefono (intercettato) una confessione drammatica all’amico imprenditore Renato Della Valle: "Sono messo male fisicamente. E poi c’ho tanti casini in giro, a destra, a sinistra. Ce n’ho uno abbastanza grosso, per cui devo mandar via i miei figli, che stan partendo adesso per l’estero, perché mi han fatto estorsioni... in maniera brutta. (...). Una cosa che mi è capitata altre volte, dieci anni fa, e... sono ritornati fuori. (...) Sai, siccome mi hanno detto che se, entro una certa data, non faccio una roba, mi consegnano la testa di mio figlio a me e espongono il corpo in piazza del Duomo. (...) E allora son cose poco carine da sentirsi dire e allora, ho deciso, li mando in America e buona notte".

Non si sa se poi Berlusconi abbia fatto o no "la roba" che gli chiedevano "entro una certa data". Ma certamente raffredda i rapporti con Dell’Utri. Questa volta Marcello non viene licenziato, ma tenuto a distanza. Lo racconta Mariapia La Malfa, moglie di Alberto Dell’Utri, in una telefonata del luglio 1988 a Rita dalla Chiesa: "Per vent’anni Berlusconi ha sempre trascorso i capodanni con Craxi e Dell’Utri, ma da quando c’è Previti non invita più Marcello...". Secondo i magistrati palermitani, si ripete la scena degli anni Settanta: Dell’Utri ha rimesso Berlusconi nelle mani di Cosa nostra, eppure le minacce continuano, perché la mafia alza sempre la posta e questa volta vuole arrivare a Craxi.

Nel 1991, subito dopo la sua ennesima scarcerazione, Mangano cerca di riallacciare i rapporti con Dell’Utri e la Fininvest. Ma viene bloccato da Totò Cancemi, capo della sua famiglia mafiosa, che per conto di Riina in persona gli chiede di farsi da parte, in nome del "bene di tutta Cosa nostra": Riina vuol gestire lui stesso, direttamente, il rapporto con Berlusconi.

Intanto i catanesi continuano le loro pressioni. A partire dal 1990 bersagliano di minacce e attentati incendiari i magazzini Standa di Catania. La reazione è ancora una volta “privata”: nessuna denuncia e, apparentemente, nessun riscatto pagato. In realtà alcuni titolari di magazzini in franchising ammettono di avere versato la loro parte, un miliardo. Berlusconi invece nega tutto e minimizza perfino i danni subiti. Ma è Dell’Utri, secondo diversi collaboratori di giustizia, che come al solito s’incarica di risolvere, in maniera riservata, il problema: riceve a Milano un emissario delle famiglie catanesi e poi scende personalmente in Sicilia dove nell’autunno 1991 incontra, a Messina, Santapaola in persona, allora latitante.

In questo periodo, segnala l’accusa, il gruppo Berlusconi acquisisce "appalti in Sicilia senza conflitti con la locale imprenditoria mafiosa, anzi entrando in società con alcuni imprenditori che sono risultati legati a Cosa nostra": è il caso della società di costruzioni Coge, riconducibile a Paolo Berlusconi, che realizza lavori, per esempio, nell’isola di Favignana.

In questi stessi anni accade anche un fatto che, secondo l’accusa, mette bene in rilievo i metodi professionali di Dell’Utri e i suoi rapporti siciliani. Nel 1990 il dirigente di Publitalia stringe un contratto di sponsorizzazione con la squadra femminile della Pallacanestro Trapani. Lo sponsor è la Birra Messina, che s’impegna per circa 1 miliardo e mezzo di lire. Ma Dell’Utri pretende che metà della cifra versata dallo sponsor gli sia restituita, in contanti e in nero, a titolo di intermediazione. Il proprietario della squadra, Vincenzo Garraffa, si rifiuta e a quel punto Dell’Utri dapprima lo minaccia ("Ci pensi, perché abbiamo uomini e mezzi per convincerla a pagare") e poi gli manda, a fare un convincente “recupero crediti”, il boss di Cosa nostra di Trapani, Vincenzo Virga. Per questo fatto Dell’Utri è già stato condannato nel 2004 a Milano a due anni di reclusione, in primo grado, per tentata estorsione.

Anche i Graviano, boss di Brancaccio, mandanti dell’assassinio di padre Pino Puglisi e protagonisti nel 1992-93 della strategia stragista di Cosa nostra, hanno contatti con Dell’Utri. L’accusa individua rapporti tra il manager di Publitalia e tre siciliani, Giuseppe D’Agostino, Francesco Piacenti e Carmelo Barone. Il primo viene arrestato il 27 gennaio 1994 in un ristorante di Milano, Gigi il Cacciatore, insieme ai capifamiglia, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano.

5.
Intanto l’Italia è arrivata a una svolta. Dopo Mani pulite, il sistema dei partiti si sgretola. Contemporaneamente, Cosa nostra in Sicilia rompe definitivamente con i suoi tradizionali referenti politici (Salvo Lima e gli andreottiani) e, dopo la conferma in Cassazione delle condanne del maxiprocesso di Palermo, dichiara guerra allo Stato. Inizia la stagione delle stragi: nel 1992 sono uccisi i democristiani Salvo Lima e Ignazio Salvo, considerati “traditori”, e i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. L’anno seguente l’attacco si trasferisce sul continente: un’autobomba tenta d’uccidere il giornalista Maurizio Costanzo, poi seguono gli attentati di Firenze, Roma, Milano.
È in questo clima drammatico che Silvio Berlusconi, preoccupato per la sorte delle sue aziende rimaste senza sostegno politico, decide di "scendere in campo", di buttare nella mischia la potenza delle sue tv e di fondare Forza Italia. Ma è Dell’Utri, che fino a quel momento non si è mai occupato di politica, il primo a pensare a un impegno diretto, a spingere il suo capo in questa direzione e poi a costruire il partito, usando la struttura organizzativa di Publitalia. Non solo precede Berlusconi, ma è anche il solo dirigente del gruppo a non avere dubbi, anzi a lottare contro le cautele e le resistenze degli altri consiglieri del presidente (Gianni Letta, Fedele Confalonieri, Maurizio Costanzo, Enrico Mentana...). Lo testimonia un consulente di Dell’Utri, Ezio Cartotto, ingaggiato in segreto per studiare nuove modalità d’intervento politico della Fininvest in previsione del crollo dei partiti amici.

Poi, tra il 1993 e il 1994, si consuma un drammatico contrappunto Milano-Palermo. Mentre il sistema politico implode e le stragi prostrano l’Italia, Cosa nostra, che come dice Riina ha "fatto la guerra per fare la pace", è alla ricerca di nuovi referenti politici. Anche in questo tesissimo momento, Dell’Utri ha un compito delicato: garantire ancora una volta il rapporto tra Milano e Palermo, mediare tra le richieste di Cosa nostra e le disponibilità del nascente partito di Forza Italia.

Alcuni tra i boss, dopo aver fondato il movimento Sicilia libera, si stavano avviando a sostenere una Lega del Sud, un movimento che avrebbe dovuto nascere, con appoggi massonici, dalla federazione delle diverse leghe sorte nelle regioni meridionali: avrebbe dovuto contrapporsi alla Lega Nord, ma di fatto concorrere insieme ad essa alla spartizione del Paese; e soprattutto avrebbe dovuto essere sensibile alle esigenze “politiche” di Cosa nostra. Dentro l’organizzazione criminale si svolge, allora, un’ampia consultazione, qualcosa di simile alle elezioni primarie, in cui le famiglie mafiose sono chiamate a esprimere la loro preferenza tra il progetto “sudista” e indipendentista di Sicilia libera e quello “milanese” e nazionale di Marcello Dell’Utri. Prevale quest’ultimo, giudicato più serio ed efficace.

Il capo di Cosa nostra dopo l’arresto di Riina, Bernardo Provenzano, si assume la responsabilità di dare il proprio appoggio al nuovo soggetto politico, a proposito del quale vi erano stati contatti con Dell’Utri: "Finalmente, si prospetta un discorso serio e che possiamo andare avanti". La lunga stagione delle stragi s’interrompe e inizia la fase dell’inabissamento di Cosa nostra.

Provenzano prende la sua decisione perché ha avuto adeguate garanzie di risoluzione dei problemi dell’organizzazione criminale: "Pressione giudiziaria, sequestro dei beni, collaboratori di giustizia, regime carcerario duro". Si stringe così un nuovo patto che prevede, da una parte, "garanzie politiche" (Provenzano promette che "entro dieci anni si sistemava tutto") e, dall’altra, l’appoggio elettorale e la realizzazione della "strategia dell’inabissamento" ("Perché se noi continuavamo a fare attentati... a spargere sempre violenza, a fare azioni eclatanti, i riflettori delle forze dell’ordine e dell’opinione pubblica era sempre a controllare, a guardare, a giudicare a noi e le persone che ci dovevano aiutare... Per cui era importantissimo, se non vitale, che Cosa nostra intraprendesse un periodo di quiete, di tranquillità, in modo che non destasse attenzione nell’opinione pubblica né alle forze dell’ordine e della magistratura in modo particolare": così racconta l’ultimo dei grandi collaboratori di giustizia, Nino Giuffrè).

Dell’Utri costruisce in pochi mesi il partito di Forza Italia che nel 1994 ottiene un clamoroso successo e porta Berlusconi per la prima volta al governo. Naturalmente i magistrati di Palermo non pretendono di spiegare con i rapporti siciliani tutto il successo di Forza Italia, che è spiegabile solamente con una complessa somma di concause politiche, economiche e sociali. Ma aggiungono a queste gli elementi emersi nelle indagini su Dell’Utri e i suoi rapporti con Cosa nostra. Concludendo che "Dell’Utri interviene come sa, secondo il suo stile, “alla grande”, senza mezzi termini, facendosi in prima persona protagonista e artefice di un progetto politico, quello che poi sfocerà nella nascita del movimento Forza Italia. Movimento rispetto al quale, intendiamo ribadirlo una volta per tutte (...), il pubblico ministero ha il massimo rispetto, così come ha il massimo rispetto nei confronti dei suoi militanti e dei suoi elettori. (...) La condotta e le finalità di Dell’Utri sono assai meno commendevoli di quelle degli altri fondatori del movimento politico; anzi, è provato che quelle di Dell’Utri furono direttamente condizionate da Cosa nostra, e dalla precipua finalità di agevolare la realizzazione degli interessi di Cosa nostra. Ed è per via di Dell’Utri soprattutto, e del ruolo da lui esercitato, che il movimento politico di Forza Italia fin dal suo sorgere costituì un punto di “interesse politico” per Cosa nostra: non certo perché Forza Italia fosse il partito della mafia, ma perché Forza Italia era il partito di Dell’Utri e quello a Cosa nostra bastava".

I rapporti con la mafia proseguono anche negli anni successivi. Nel 1999, per le elezioni europee, Cosa nostra fa circolare tra i suoi uomini l’ordine di sostenere e votare proprio Dell’Utri, che dev’essere aiutato anche in relazione ai guai giudiziari che gli sono piovuti addosso (nel 1997 è iniziato il processo palermitano per collusioni con la mafia). Nella nuova Cosa nostra di Provenzano, Dell’Utri gode di un’inedita autorevolezza: "Una straordinaria conferma", sostengono i magistrati di Palermo, "dell’attuale vigenza dei “patti” stipulati a suo tempo, fin dal 1994".

6.
La lunga requisitoria presentata in questo volume è la storia di un uomo, Marcello Dell’Utri, e della sua lunga attività di mediatore tra un imprenditore del Nord e Cosa nostra. Un incredibile romanzo, il plot di un grande film. A costruire questa storia non sono solo le testimonianze dei collaboratori di giustizia, i tanto vituperati “pentiti”, vittime di una campagna di delegittimazione che dura ormai da più d’un decennio. No, nel processo – come ciascuno può leggere in queste pagine – sono confluiti dati oggettivi, documenti societari, rapporti di polizia, intercettazioni telefoniche e ambientali, racconti e contributi di semplici testimoni, perfino ammissioni degli imputati.

Finito il processo, però, si apre – o almeno dovrebbe aprirsi – la riflessione giornalistica, civile, morale, politica in senso alto. Ma in Italia questo non succede. Lo constata Barbara Spinelli, dopo la sentenza, in un suo commento (Il sonno morale) sulla prima pagina della Stampa di domenica 12 dicembre 2004: "Sia in caso d’assoluzione che di condanna, i processi italiani sono vissuti con atteggiamento politico piuttosto che morale, e si svolgono tutti in un’atmosfera rarefatta dove non hanno spazio né la coscienza né i principi, né il giusto né l’ingiusto". A parte i commenti dei politici (assolutori e antigiudici da destra, cauti e chissà perché quasi imbarazzati da sinistra), la società italiana non ha ritenuto di fare una riflessione libera, autonoma da ogni schieramento preconfezionato. Eppure, "non esistono solo la coscienza personale di Berlusconi e di Dell’Utri. Esiste anche", argomenta Spinelli, "la coscienza del Quarto Potere incarnato da stampa, radio e televisione, ed esiste la coscienza dei liberi adulti cittadini-elettori. Per costoro il dilemma non può essere semplicemente accantonato, a partire dal momento in cui la magistratura cessa d’occuparsi in esclusiva dei casi e li restituisce al pubblico spazio". Barbara Spinelli continua: "Una volta pronunciata la sentenza, anche se solo di primo grado, si può tornare a commentare e giudicare con criteri politici". E invece: "Non ci s’indigna, se i tribunali certificano la collusione tra mafia e politica, se denuncia i meandri di un’impresa che ha mescolato affari illeciti e politica".

Perché se è vero che il processo di Palermo ha avuto come imputato, accanto a Tanino Cinà, il solo Marcello Dell’Utri e che esclusivamente sue sono le responsabilità penali accertate nel dibattimento, un Paese civile non può sfuggire, fuori dal piano giudiziario, a questioni impronunciabili: che imprenditoria è mai cresciuta in Italia, nella ricerca di soluzioni “private” alle minacce della criminalità organizzata e nelle commistioni finanziarie con il denaro sporco? E che nuova élite politica si è mai consolidata, se deve far catenaccio con personaggi compromessi, senza riuscire a far valere alcuna autonomia di giudizio?

La vicenda penale riguarda Marcello Dell’Utri, ma quella morale e politica coinvolge direttamente il suo datore di lavoro: Silvio Berlusconi, "vittima consapevole". L’imprenditore poi diventato presidente del Consiglio mostra di sapere in che gioco è stato messo da Dell’Utri (lo provano oggettivamente le intercettazioni telefoniche). E perché si è rifiutato di rispondere alle domande dei pubblici ministeri, il 26 novembre 2003, perdendo così la possibilità di sgombrare il campo da tanti equivoci e misteri?

7.
Ecco, dunque, perché può essere utile pubblicare in volume questa requisitoria, questo lunghissimo e complesso documento giudiziario. Non certo per ossessione “giustizialista”. Anzi, per proporre semmai un uso non giudiziario anche delle carte giudiziarie. Non ci interessa, qui, la valutazione penale dei fatti raccontati, delle testimonianze presentate; non ci interessa, a rigore, neppure se la sentenza sia di condanna o d’assoluzione. Ci interessa, su tutt’altro piano che quello giudiziario – il piano della vita, della convivenza civile, dunque anche della politica – rendere disponibile a tutti i cittadini la conoscenza di fatti che comunque hanno a che fare, per la natura dei protagonisti, con la storia di questo Paese. Non per invocare sanzioni o pretendere condanne, ma per fare quello che è proprio del giornalismo: far conoscere vicende, raccontare personaggi, svelare retroscena.

Vicende, personaggi, retroscena che, in questo caso, segnano la storia del Paese, toccano il cuore della politica italiana, eppure – incredibilmente – non hanno mai avuto uno spazio adeguato sui giornali o nelle tv. Ecco dunque questo documento, pubblicato per rendere disponibile a tutti la conoscenza di vicende troppo poco o per niente raccontate dai media. La requisitoria di Nico Gozzo e Antonio Ingroia contiene una mole imponente di informazioni, frutto di anni e anni di ricerche, di centinaia di testimonianze e di documenti che sarebbe un delitto seppellire in un archivio polveroso, consegnandole all’oblio.
Certo, non è usuale che – in questo come in altri casi del recente passato – agli strumenti giornalistici si sostituiscano atti giudiziari. Non è normale. Ma, di fronte all’enormità della vicenda italiana, saltano anche i generi letterari per raccontarla. Il giornalismo, dopo aver pazientemente percorso la strada del resoconto e dell’inchiesta, della cronaca e del reportage, finisce per doversi avventurare in nuovi percorsi. In qualche caso il giornalismo cerca di realizzarsi nella fuga (ma solo apparente) della fiction, o della satira. In altri casi, all’opposto, si rifugia nell’iperrealismo dei documenti, ritraendosi per lasciar parlare le carte. Dopo tante ricerche, inchieste, reportage e campionari di storie e personaggi italiani, la soggettività cerca di sparire, quasi addolorata per la mostruosità dei propri risultati, e lascia il campo ai freddi fatti, ai nudi documenti.

Ecco dunque, strappato al buio degli scaffali palermitani asciugati dallo scirocco, questo materiale per una storia dei rapporti tra Milano e Palermo, tra gli affari e la criminalità, tra i poteri illegali e la politica. Nodi in gran parte non sciolti. Ed elementi non secondari, in un Paese che, più in generale, ha avuto per sette volte come presidente del Consiglio un uomo che, secondo una sentenza ormai definitiva, è stato, almeno fino al 1980, in rapporti con Cosa nostra. Milano-Palermo, Palermo-Roma. L’impresa e la politica e la criminalità. La storia non si scrive con le sentenze, si sente ripetere, ma chi vorrà scrivere la vera storia d’Italia dovrà pur rendere conto anche dei fatti emersi nelle aule di giustizia.

(Da Dossier Dell'Utri, Kaos edizioni, 2005)
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Old 21-08-2008, 09:48   #94
claudioborghi
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Quel Rigo è successivo a quello che hai quotato,basta aprire la sentenza,se non ci credi,leggila una volta tanto e facci sto favore di informarti.
Perdonami, ma io la sentenza l'ho aperta eccome, da dove credi che abbia preso il mio quote? Ce l'ho davanti agli occhi in questo momento in pdf con tutte le sue deliranti 1771 pagine. Proprio per questo ho la CERTEZZA che TU non sappia di cosa stai parlando e che quoti i bigini, dato che ci sono esattamente tre pagine di mezzo.
Per il resto e' inutile che confondi le acque: il punto e' uno e stringente ed originava la discussione.

http://www.hwupgrade.it/forum/showpo...3&postcount=25

"Mangano era gia stato individuato e arrestato dalla DDA,dopo è TORNATO da berlusconi,ergo,silvio sapeva benissimo chi fosse.
Il contrario non vale per Ciuro e Ingroia...ovviamente."


Non ci sono chiacchere, la domanda e' (tuo errore sulla DDA a parte):

"Mangano e' stato ripreso a lavorare da Berlusconi dopo essere stato arrestato, in modo tale che fosse certo che Silvio sapesse di avere a che fare con un poco di buono e nonostante cio' continuasse a tenerselo?"

SI - NO

Poi discutiamo sul resto
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Old 21-08-2008, 10:02   #95
Ser21
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Perdonami, ma io la sentenza l'ho aperta eccome, da dove credi che abbia preso il mio quote? Ce l'ho davanti agli occhi in questo momento in pdf con tutte le sue deliranti 1771 pagine. Proprio per questo ho la CERTEZZA che TU non sappia di cosa stai parlando e che quoti i bigini, dato che ci sono esattamente tre pagine di mezzo.
Per il resto e' inutile che confondi le acque: il punto e' uno e stringente ed originava la discussione.

http://www.hwupgrade.it/forum/showpo...3&postcount=25

"Mangano era gia stato individuato e arrestato dalla DDA,dopo è TORNATO da berlusconi,ergo,silvio sapeva benissimo chi fosse.

Il contrario non vale per Ciuro e Ingroia...ovviamente."


Non ci sono chiacchere, la domanda e' (tuo errore sulla DDA a parte):

"Mangano e' stato ripreso a lavorare da Berlusconi dopo essere stato arrestato, in modo tale che fosse certo che Silvio sapesse di avere a che fare con un poco di buono e nonostante cio' continuasse a tenerselo?"

SI - NO

Poi discutiamo sul resto

Silvio gia sapeva con chi aveva a che fare,visto che dell'utri conosceva Mangano dagli anni 60' e "conosceva la sua caratura criminale".
Sarà la quinta volta che te lo scrivo ma tu ogni volta fai finta di niente,eviti di quotare la parte in cui ti dimostro che gia lo conosceva e riproponi la stessa domanda.In loop,perennemente da 3 pagine.

Claudio,ti consiglio di lasciar perdere...stai cavillando su delle stupidaggini,per altro sbagliando anche in questo caso ripetutamente,ma soprattutto stai facendo una figura barbina e la tua credibilità è scesa sotto lo zero.

Cmq ancora una volta hai effettuato un quote selettivo,lasciando perdere ciò che ti dava torto.
E' la palese ed inequivocabile dimostrazione che non sei in grado di argomentare punto su punto di questa vicenda,appunto perchè ti mancano le consocenze.

E' tanto difficile per te ammettere di non sapere un H di queste vicessitudini di B and co ?
Oppure,se invece la questione la conosci,perchè non mi ribatti punto su punto a ciò che ho scirto negli ultimi 2 post di riposta ai tuoi ?

Dai claudio....siamo su un forum,nn su canale 5...ciò che io scrivo,anceh se non lo quoti,sempre scirtto rimane,non è che non quotandolo automaticamente,ciò che ho scritto,scompare
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Old 21-08-2008, 10:13   #96
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Borghi con tutta onestà la tua credibilità sta scendendo allo zero assoluto.....
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Old 21-08-2008, 10:34   #97
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<<Si prega di abolire le notizie per non disturbare le opinioni>> cit.
Leggo l'attuazione della perfetta linea disinformativa che tanto piace (destra o sinistra) al nostro paese.
Creare una cortina fumosa affinchè non si parli dei fatti, ma la notizia sia l'opinione.
Cosi un magistrato ha un collaboratore mafioso, il tiro si sposta dalle sue indagini (FATTI) a forzati paralleli con il caso Mangano.
Fortunatamente c'è qualcuno a cui piace ancora informarsi sui FATTI, scaricando nello sciaquone la pellicola protettiva degli "opinion maker".
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Old 21-08-2008, 10:41   #98
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"Mangano e' stato ripreso a lavorare da Berlusconi dopo essere stato arrestato, in modo tale che fosse certo che Silvio sapesse di avere a che fare con un poco di buono e nonostante cio' continuasse a tenerselo?"

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Old 21-08-2008, 10:53   #99
greasedman
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Aaaahhh adesso cambiamo versione? ok...

No, perche' io ero rimasto che si sentivano spesso...
Non eri tu quello che scrivevi:

"Un boss mafioso pluriomicida non è esattamente il tipo che puoi mettere alla porta quando lo decidi tu... e il fatto che abbiano poi continuato a sentirsi più volte (berlusconi era anche disposto a dargli i famosi 30 milioni, come si sente nella famosa intercettazione) ne è la riprova."
ma che cambiare versione, ma se lo ha ammesso persino dell'utri e ci sono anche le prove... come fai a negare che abbiano continuato a sentirsi?
Come fai a dire che non sapevano chi fosse già da prima, quando gli portava in casa gli mafiosi? E poi perchè secondo te la "testa di ponte del traffico di droga al nord" dovrebbe prendersi su da palermo per andare in brianza a tener dietro a dei cavalli imbizzarriti, per giunta a casa di berlusconi?

Prima mi ero perso questa:
Quote:
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Questa l'ho sempre trovata bellissima... Berlusconi e' un criminale perche' teneva in stalla Mangano
già, perchè tu sei convinto che Mangano ad arcore lavorasse nella stalla...


Irrecuperabile. Quelli come te vanno combattuti e basta.
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Old 21-08-2008, 10:57   #100
Ser21
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"Mangano e' stato ripreso a lavorare da Berlusconi dopo essere stato arrestato, in modo tale che fosse certo che Silvio sapesse di avere a che fare con un poco di buono e nonostante cio' continuasse a tenerselo?"

SI - NO
No ma Dell'Utri ha continuato a tenere rapporti con Mangano e cmq dopo Mangano ha tenuto rapporti con Cinà.

secondo te claudio per quale motivo dell'utri aveva questi contatti?

Cmq Claudio,è la terza volta che editi il quote ad una mia risposta.
E' irritante vedere che salti a piè pari ogni cosa che io riporti a dimostrazione della tesi che dell'utri sapeva gia prima,durante e dopo con chi avesse a che fare: mangano-cinà.

Il tuo modo di comportarti non ti fa onore,sappilo e te lo stiamo dicendo in almeno 10 utenti.

Continua così,bravo...
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