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Old 22-12-2007, 09:51   #201
Dj Ruck
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Originariamente inviato da tecnologico Guarda i messaggi
ti stai allenando per fare il carramba?
in che senso scusa???
Dj Ruck è offline   Rispondi citando il messaggio o parte di esso
Old 26-12-2007, 22:32   #202
ania
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http://espresso.repubblica.it/dettag...oia/1875728/18

Quote:
Si può uccidere per noia
di Eugenio Scalfari


Il delitto di Perugia, maturato in quella lunga festa delle matricole che dura tre-cinque anni, a mio parere ha come movente il 'tedium vitae'

Ho seguito con ansiosa attenzione - credo come tutti - il giallo di Perugia, l'uccisione atroce della giovane studentessa inglese, gli indizi raccolti dalla Procura, l'arresto dei tre indiziati e i loro ritratti ricostruiti dai cronisti e dalle immagini televisive.

Trovo che l'analisi più significativa di quel mondo che egli ha definito "non luoghi studenteschi apolidi" si debba alla firma di Ilvo Diamanti nell'articolo pubblicato su 'Repubblica' di domenica scorsa.
[*]


Una diagnosi che va molto al di là del caso specifico perché rappresenta quella che è diventata, nelle società opulente dell'Occidente, una sorta di iniziazione giovanile: formare una 'insiemità' che non è nulla più di ciò che la parola esprime; stare insieme senza formare una comunità, stare insieme senza regole di sorta, senza nessuno che le emetta e nessuno che, ove mai ci fossero, le faccia rispettare. Infine: stare insieme per almeno tre anni e spesso per cinque, senza conoscersi se non per nome e per reciproca comodità e appagamento di bisogni, mangiare, bere, affittare una casa, fare l'amore dove si vuole e con chi si vuole.

Le autorità civili sono assenti, quelle religiose tenute alla larga, quelle universitarie si occupano soltanto di gestire i corsi di insegnamento, gli esami, i diplomi di laurea. La popolazione locale di solito affitta le proprie case alla popolazione studentesca in transito e si trasferisce in comuni vicini. Insomma, la libertà è assoluta, la responsabilità è ridotta allo zero.

In sostanza siamo davanti ad una festa delle matricole di goliardica memoria, con due enormi differenze: quella d'un tempo avveniva tra studenti che si conoscevano, con famiglie alle spalle nella stessa città, si svolgevano in realtà come una carnevalata della durata di qualche ora. Quella di oggi è invece un raduno di giovani provenienti da cinque continenti, con famiglie lontane migliaia di chilometri nello spazio e spesso anche nella conoscenza dei propri figli. Infatti non dura una notte, ma dura per anni. Questa lunga durata dell''insiemità' (che tra l'altro si svolge con continui mutamenti delle persone) non è dunque neppure un'iniziazione dall'adolescenza alla giovinezza matura, non si è mai saputo di iniziazioni di così lunga durata, né nell'epoca nostra, né nell'antichità greco-romana e tantomeno nelle comunità arcaiche che esistono ancora oggi attentamente studiate dall'antropologia.


Dunque 'insiemità' occasionale ma prolungata. Lunga vacanza dalle regole di ogni tipo, salvo quella di dare gli esami e ottenere il diploma. Ma che c'entra un efferato delitto con tutto questo? Un delitto senza motivo, senza una causale comprensibile, fatto quasi per gioco, scappato di mano, intenzionale e al tempo stesso preterintenzionale? Che c'entra?

Per fortuna il caso di Perugia non è molto frequente. Nell'ambito del programma Erasmus è pressoché l'unico, almeno per quanto se ne sa. Comunque, se non l'unico, uno dei pochi. Si potrebbe supporre che gli autori di quel delitto fossero in preda ad uno 'sballo', che il coltello assassino sia stato usato da una persona in preda ad un 'raptus'. Un 'raptus' che sarà magari un'eccezione tra gli studenti di Erasmus, ma non lo è invece affatto nelle cronache di questi mesi. Ce n'è in abbondanza nella provincia italiana e in particolare in quella padana e - di solito - non si tratta di 'raptus' momentanei ma duraturi, progetti coltivati per settimane o addirittura per mesi. 'Raptus' duraturi non sono noti alla psichiatria. Ricorrenti, questo sì; seriali; a corrente alternata, ma non a corrente continua.

Allora quale può essere la causa, il movente di tanto scempio di umanità?
Azzardo una risposta: la noia. Sembra un sentimento poco importante, di molto minor peso di altri assai più ineffabili e rapinosi ed è certo così quando ti arriva con lunghe intermittenze e riesci a scacciarla rapidamente da te. Ma se invece la noia è una tua frequente visitatrice, allora diventa una malattia, una delle più gravi malattie. Nei casi più dolorosi, che non sono affatto rari, il 'tedium vitae' può portare al suicidio. O al delitto, all'omicidio. Solo che in questo secondo caso, poiché l'onere della prova spetta all'accusa, provare che l'imputato di omicidio abbia ucciso per sfuggire alla noia è pressoché impossibile, neanche il tribunale più sofisticato arriverebbe ad una conclusione del genere.

Invece il caso è possibile e molte volte accade. Soprattutto quando la noia si combina col gioco. La cosiddetta roulette russa è un terribile gioco vagheggiato da audaci profondamente annoiati. Ma un altro gioco assai più frequente è quello del sadismo erotico quando, in cerca di emozioni, si spinge tanto oltre da sfiorare l'omicidio. La coltre di noia è evidentemente così pesante ed intollerabile che per bucarla bisogna che la trasgressione sia enorme. E gratuita. Trasgressione per trasgredire. Per sfuggire all'insopportabile tedio.

Ha scritto Cioran in uno dei suoi tanti aforismi: "Per sfuggire alla noia si può anche uccidere". Lui infatti morì suicida da vecchio: aveva resistito per tutta la vita a quella tentazione.

Secondo me a Perugia quegli assassini - qualunque sia stato - si annoiavano. È terribile, ma credo che le cose siano andate proprio così.
(16 novembre 2007)

http://www.repubblica.it/2007/11/sez...nti-citta.html
[*]
Quote:

Quando gli studenti si prendono le città
di ILVO DIAMANTI


IL DELITTO di Perugia è destinato a lasciare una traccia profonda sull'opinione pubblica. È divenuto e resterà argomento di prima pagina, per i giornali, le tivù, i blog. Per i dialoghi di vita quotidiana. Perché riguarda dei giovani, studenti universitari, provenienti da diversi paesi. Perché è avvenuto a Perugia. Interessa molti, tutti. Perché quasi in ogni famiglia c'è un figlio (spesso "unico") o una figlia (unica) che, finite le scuole dell'obbligo, proseguono gli studi. Vanno all'Università. E, sempre di più, si "allontanano" da casa. Si recano in un'altra città.

Dove risiedono, per alcuni anni, per alcuni giorni della settimana, per alcuni mesi l'anno. Per un periodo, spesso, si recano all'estero, dove proseguono gli studi, utilizzando il "programma Erasmus". Per la maggior parte dei giovani l'esperienza universitaria costituisce un passo - non l'ultimo - verso l'età adulta (in una società che non vorrebbe invecchiare).

Perugia, sotto questo profilo, è una città speciale. Attraente, per i giovani e le loro famiglie. Perché è di taglia medio-piccola. Bellissima. Tanta storia, arte e cultura, comunicate dal paesaggio urbano. È, dunque, una città piccola, ma con una università qualificata e cosmopolita. Ai genitori suggerisce un ambiente di studio e di vita "sicuro". Agli studenti: una permanenza interessante e divertente. Per questo, episodi drammatici e violenti, come la morte della giovane Meredith, se avvengono a Perugia sorprendono particolarmente. Anche se possono avvenire e, infatti, avvengono dovunque.

Tuttavia, Perugia soffre di una sindrome da "spaesamento", comune a molti altri centri urbani in cui è cresciuta, da qualche tempo, la presenza universitaria. D'altronde, le "città universitarie" di taglia piccola e minuscola sono numerose, in Italia. Soprattutto nel Centro. Nella zona intorno a Perugia. Penso, anzitutto, alla "mia" Urbino: 14.000 abitanti e circa 18.000 studenti, compresi molti stranieri. E poi: Camerino, Macerata. Sull'altro versante: Cassino, Siena. Per limitarci alle università "storiche".

Però, negli ultimi anni, si sono moltiplicate. In Italia, attualmente, si contano 94 Università (una quindicina sorte nell'ultimo biennio) e circa 130 Istituti di Alta formazione artistica e musicale. Senza contare le numerose sedi locali. D'altronde, quasi tutti i giovani, dopo le superiori, tentano di conseguire la laurea. Tre anni più, spesso, altri due. Perlopiù lontano da casa.

Quasi un rito di passaggio alla conquista dell'autonomia. Come, un tempo, per gli uomini, il servizio militare. Per cui, insieme alle Università, si sono sviluppate vere e proprie "zone" per studenti. Quartieri giovanili. Città nelle città. Anzi, talora la stessa città è confluita nell'Università. Come Perugia.

Dove i residenti si sono trasferiti in periferia, dopo aver "ceduto" (o meglio "affittato") il centro storico agli studenti. Così, sono sorte città quasi totalmente abitate da studenti universitari. Dove il commercio, l'economia, l'edilizia, ruotano completamente intorno a loro. Per non parlare dei locali (fast food, pizzerie, birrerie, pub).

A Urbino, quando vedi passare uno della mia età, non hai dubbi: o è un turista (ma allora è sbracato e armato di guida) oppure è un docente. Non c'è alternativa. Una città nella città, dicevamo. Però non è esatto. Perché la città, per essere tale, deve avere una popolazione con solidi legami sociali e locali. Radicata e proiettata nel contesto. Una città, per essere tale, deve essere abitata da una popolazione la cui vita è orientata da istituzioni, regole, autorità.

Nelle città universitarie ciò non avviene. Gli studenti sono "popolazione" di passaggio. Non hanno radici locali. Né la prospettiva di restarvi per la vita. Pagano affitti alti per un appartamento condiviso con altri studenti. Non lo possono percepire come "casa propria". Case, strade, piazze: per questi giovani di vent'anni, "lontani da casa", sono uno "scenario". Dove trascorrono il tempo, dopo lo studio. E si divertono senza responsabilità.

Per contro, gli abitanti "veri" beneficiano di questa situazione, perché la "città degli studenti" è un luogo di consumo remunerativo. Da sfruttare al massimo. Ma, al tempo stesso, ne soffrono. Perché la vita diviene, inevitabilmente, poco sicura. E, al tempo stesso, cara. Mentre si diffondono commerci e traffici illeciti. E crescono il "rumore". La confusione. Il giorno e soprattutto le notti. Che tendono a diventare sempre più "bianche". Sempre più lunghe. Le relazioni fra studenti e residenti, per questo, risultano difficili. Delineano due mondi distinti.

D'altronde, il municipio si occupa, soprattutto, della vita e della sicurezza dei "suoi" residenti. Che, perlopiù, abitano in periferia; all'esterno della "città universitaria". Quindi, le istituzioni intervengono solo di fronte a "eccessi" davvero "eccessivi" (visto che l'eccesso, dove non esistono limiti, diventa norma). Il problema maggiore diventa non di "polizia", ma di "pulizia". Visto lo stato miserevole in cui restano strade e piazze, dopo alcune "feste", particolarmente riuscite.

Le autorità di Ateneo, da parte loro, si occupano di quel che avviene dentro alle aule e alle mura dell'università, durante gli orari di svolgimento delle attività accademiche. Università e istituzioni procedono, perlopiù, senza incrociarsi. Così, gli studenti appaiono quasi apolidi, privi di cittadinanza.

L'idea del "campus" americano, spesso evocata, qui non regge. Perché negli Usa il campus è direttamente governato dall'Ateneo. Uno spazio pensato e organizzato per gli studenti. In funzione della loro formazione, della loro vita e della loro sicurezza. Nelle "città universitarie", invece, i giovani sono affidati, principalmente, alla regolazione dei consumi e del mercato. Non funziona, per loro, neppure il vincolo sociale e comunitario. Perché non sono una società e neppure una comunità. Ma una umanità immersa in relazioni, in larga parte, transitorie. Fitte ma senza impegno.

Pensiamo ai personaggi principali della tragica vicenda di Perugia. La vittima: Meredith, una giovane inglese. Le persone coinvolte: Amanda, giovane statunitense; il suo ragazzo, Raffaele, pugliese; infine, Patrick, il musicista congolese. Insomma: un mondo sperduto nel contesto locale. Un glocalismo senza radici, senza legami sociali e comunitari, come ha osservato Francesco Ramella.

Un retroterra che, certamente, non può venir considerato la "causa" di episodi tragici, come questo. Ma li rende possibili, spiegabili. Così come, più che altrove, alimenta i casi di depressione. Che, talora, sfociano nel suicidio. I giovani. Lontani dalla famiglia, dalle istituzioni, dalle regole. In un ambiente dove le occasioni di "evasione" sono diffuse; dove i "limiti" si perdono. Sono più vulnerabili. Esposti a momenti di depressione. Solitudine. D'altronde, sono studenti.

Debbono rispettare scadenze, "compiti", esami. Perché, va precisato, l'impegno loro richiesto dall'Università è rilevante. Ma la distanza fra l'Università e la vita nella "città universitaria" diviene, talora, una frattura. E può generare fallimenti molto dolorosi. Perché minano l'autostima dei giovani. E il loro rapporto con i genitori. Che investono molto sui loro "figli unici", dal punto di vista finanziario e del progetto familiare.

Queste "città universitarie": non sono città. I quartieri studenteschi delle medie e grandi città. Non sono quartieri. Sono "zone senza sovranità". Senza autorità. Senza comunità. Un po' centro commerciale, un po' villaggio turistico, un po' "pub diffuso". Verrebbe da evocare quelli che Marc Augé definisce i "non-luoghi". Ma ci sembra improprio. Perché questi "luoghi" hanno un'identità e radici storiche profonde. Solo che i "nuovi" residenti ne sono estranei. Peraltro, si tratta di ambiti dove le persone intrattengono relazioni fitte. Ma, perlopiù, temporanee, poco impegnative. Meglio, allora, parlare di "luoghi apparenti", popolati da una "gioventù apolide". "Città artificiali" in cui cresce una generazione di "non-cittadini".


(11 novembre 2007)

Ultima modifica di ania : 27-12-2007 alle 15:10.
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Old 27-12-2007, 11:58   #203
lowenz
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L'Avatar di lowenz
 
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Città: Berghem Haven
Messaggi: 13528
Ottimi articoli (anche se calcano un po' la mano).

Cmq è vero, si può uccidere per gioco e per noia, è un'ipotesi che i tribunali dovranno iniziare a prendere in considerazione seriamente.
lowenz è offline   Rispondi citando il messaggio o parte di esso
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