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Old 17-10-2007, 16:02   #101
Jackari
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cmq l'antimafia esiste finchè esiste la mafia.
meditate.

ps. ho l'impressione che molti di voi non conoscano la situazione sicula per cui
hanno un pò di difficoltà a capire i punti di vista opposti.
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Old 17-10-2007, 16:09   #102
giannola
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tenetevelo...
ma infatti ce lo teniamo, non c'è alternativa.

Soprattutto dai discorsi che sono usciti nel 3d.

E' ovvio che ce lo teniamo visto che funziona che vado dall'onorevole X, per un pò di tornate gli dò dei voti e poi lui mi da un lavoro.

Se invece vado dall'onorevole antimafia che lavoro mi dà ?

Così è abbastanza elementare il concetto ?
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Lippi, perchè non hai convocato loro ?
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Old 17-10-2007, 16:10   #103
Ser21
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Votando un candidato onesto come la Borsellino o votando contro Cuffaro alle ultime regionali, si otteneva sicuramente un beneficio, quello di (provare a) impedire a gente dubbia e collusa con la mafia di continuare a governare.

Per me è già un fondamentale progresso se al governo ci va un onesto (e anzi impegnato nell'antimafia) invece di uno come cuffaro, se per voi non è così, a questo punto hai ragione, tenetevelo...
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Old 17-10-2007, 16:12   #104
giannola
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cmq l'antimafia esiste finchè esiste la mafia.
meditate.

ps. ho l'impressione che molti di voi non conoscano la situazione sicula per cui
hanno un pò di difficoltà a capire i punti di vista opposti.
vero
Ma neanche molti dei siciliani del forum accettano una cosa del genere, è come se avessero dei paraocchi, c'è solo il bianco o nero, o la gente (gli elettori) ci seguono oppure sono dei codardi che preferiscono cuffaro.

Mentre invece il consenso di deve cercare.
Se io voglio farmi votare devo promettere dei benefici agli elettori che devono darmi la loro preferenza.
Mica posso dire votatemi perchè IO sono onesto.


Evvabbè io sono onesto, sono antimafia e aderisco ad addiopizzo, in quanti mi voterebbero qui dentro ?
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Old 17-10-2007, 16:12   #105
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cmq l'antimafia esiste finchè esiste la mafia.
meditate.

ps. ho l'impressione che molti di voi non conoscano la situazione sicula per cui
hanno un pò di difficoltà a capire i punti di vista opposti.
Fidati,io la conosco e molto bene anche.
Però nn iniziare con i discorsi dei professionisti dell'antimafia...gia sciascia fece una figuraccia
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Old 17-10-2007, 16:14   #106
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vero
Ma neanche molti dei siciliani del forum accettano una cosa del genere, è come se avessero dei paraocchi, c'è solo il bianco o nero, o la gente (gli elettori) ci seguono oppure sono dei codardi che preferiscono cuffaro.

Mentre invece il consenso di deve cercare.
Se io voglio farmi votare devo promettere dei benefici agli elettori che devono darmi la loro preferenza.
Mica posso dire votatemi perchè IO sono onesto.


Evvabbè io sono onesto, sono antimafia e aderisco ad addiopizzo, in quanti mi voterebbero qui dentro ?
Rispetto a gente come cuffaro o il sindaco di palermo che ha criticato addiopizzo,io ti voterei.
Interessante il discorso di Impastato.Hai qlc info sulla sua attività politica e di come si stia sviluppando??
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Old 17-10-2007, 16:15   #107
sander4
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Rispetto a gente come cuffaro o il sindaco di palermo che ha criticato addiopizzo,io ti voterei.
Interessante il discorso di Impastato.Hai qlc info sulla sua attività politica e di come si stia sviluppando??
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Old 17-10-2007, 16:25   #108
giannola
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Rispetto a gente come cuffaro o il sindaco di palermo che ha criticato addiopizzo,io ti voterei.
Grazie, non me l'aspettavo.

Cmq veramente ho aderito ad addiopizzo.

http://www.addiopizzo.org/cambiaiconsumi.asp

Giannola Giorgio


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Interessante il discorso di Impastato.Hai qlc info sulla sua attività politica e di come si stia sviluppando??
al momento c'è questa manifestazione:

http://riberaonline.blogspot.com/200...saggio_23.html

inoltre

http://www.loschermo.it/articolo.php?idart=2304
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Old 17-10-2007, 16:37   #109
Jackari
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Fidati,io la conosco e molto bene anche.
Però nn iniziare con i discorsi dei professionisti dell'antimafia...gia sciascia fece una figuraccia
piucchealtro la figuraccia la fece chi commentò l'uscita di sciascia senza capire un ca**o di quanto sciascia aveva inteso dire.
gente che prima lo ha insultato, poi ne ha abusato il nome per i loro fini creando una associazione che usa il suo nome (ora non ricordo precisamente ma mi documenterò). ed usandolo anche se, una volta chiesto il permesso alla sig.ra Sciascia, questa (memore dei comportamenti dei tizi in questione e volendo probabilmente onorare la memoria del marito) aveva molto garbatamente invitato a sceglierne un altro.


ps. un consiglio. chi nn ha letto sciascia non può capire la sicilia ed i siciliani

Ultima modifica di Jackari : 17-10-2007 alle 17:14.
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Old 17-10-2007, 16:42   #110
sander4
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Mentre invece il consenso di deve cercare.
Se io voglio farmi votare devo promettere dei benefici agli elettori che devono darmi la loro preferenza.
Mica posso dire votatemi perchè IO sono onesto.


Evvabbè io sono onesto, sono antimafia e aderisco ad addiopizzo, in quanti mi voterebbero qui dentro ?
Per me l'onestà e l'essere contro la mafia di un candidato è già in sè un ENORME beneficio quando l'alternativa è collusione/collaborazione/favori alla mafia.

Se poi i candidati sono entrambi onesti e antimafia, è chiaro che l'onestà non è più beneficio ma cosa scontata, e pretendi molto di più, ma se non è così.

E come Ser, di fronte a candidati dubbi o mafiosi, non ci penserei due volte a votare, se si presenta, un cittadino onesto e antimafia, anche "sconosciuto".

E ora te lo chiederei io se è abbastanza semplice il concetto.
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Ultima modifica di sander4 : 17-10-2007 alle 16:52.
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Old 17-10-2007, 17:13   #111
Jackari
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I professionisti dell'antimafia

di Leonardo Sciascia

dal Corriere della sera , 10 gennaio 1987

Autocitazioni, da servire a coloro che hanno corta memoria o/e lunga malafede e che appartengono prevalentemente a quella specie (molto diffusa in Italia) di persone dedite all'eroismo che non costa nulla e che i milanesi, dopo le cinque giornate, denominarono «eroi della sesta»:

1) «Da questo stato d'animo sorse, improvvisa, la collera. Il capitano sentì l'angustia in cui la legge lo costringeva a muoversi; come i suoi sottufficiali vagheggiò un eccezionale potere, una eccezionale libertà di azione: e sempre questo vagheggiamento aveva condannato nei suoi marescialli. Una eccezionale sospensione delle garanzie costituzionali, in Sicilia e per qualche mese: e il male sarebbe stato estirpato per sempre. Ma gli vennero nella memoria le repressioni di Mori, il fascismo: e ritrovò la misura delle proprie idee, dei propri sentimenti... Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell'inadempienza fiscale, come in America. Ma non soltanto le persone come Mariano Arena; e non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere le mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto (...), sarebbe meglio se si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuoriserie, le mogli, le amanti di certi funzionari e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso». (II giorno della civetta , Einaudi, Torino, 1961).

2) «Ma il fatto è, mio caro amico, che l'Italia è un così felice Paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole vuol dire che già se ne è stabilita una in lingua... Ho visto qualcosa di simile quarant'anni fa: ed è vero che un fatto, nella grande e nella piccola storia, se si ripete ha carattere di farsa, mentre nel primo verificarsi è tragedia; ma io sono ugualmente inquieto». (A ciascuno il suo , Einaudi, Torino, 1966).

Il punto focale . Esibite queste credenziali che, ripeto, non servono agli attenti e onesti lettori, e dichiarato che la penso esattamente come allora, e nei riguardi della mafia e nei riguardi dell'antimafia, voglio ora dire di un libro recentemente pubblicato da un editore di Soveria Mannelli, in provincia di Catanzaro: Rubbettino. Il libro s'intitola La mafia durante il fascismo, e ne è autore Christopher Duggan, giovane «ricercatore» dell'Università di Oxford e allievo dì Denis Mack Smith, che ha scritto una breve presentazione del libro soprattutto mettendone in luce la novità e utilità nel fatto che l'attenzione dell'autore è rivolta non tanto alla «mafia in sé» quanto a quel che «si pensava la mafia fosse e perché»: punto focale, ancora oggi, della questione: per chi - si capisce- sa vedere, meditare e preoccuparsi; per chi sa andare oltre le apparenze e non si lascia travolgere dalla retorica nazionale che in questo momento del problema della mafia si bea come prima si beava di ignorarlo o, al massimo, di assommarlo al pittoresco di un'isola pittoresca, al colore locale, alla particolarità folcloristica. Ed è curioso che nell'attuale consapevolezza (preferibile senz'altro - anche se alluvionata di retorica - all'effettuale indifferenza di prima) confluiscano elementi di un confuso risentimento razziale nei riguardi della Sicilia, dei siciliani: e si ha a volte l'impressione che alla Sicilia non si voglia perdonare non solo la mafia, ma anche Verga , Pirandello e Guttuso.

Ma tornando al discorso: non mi faccio nemmeno l'illusione che quei miei due libri, cui i passi che ho voluto ricordare, siano serviti - a parte i soliti venticinque lettori di manzoniana memoria (che non era una iperbole a rovescio, dettata dal cerimoniale della modestia poiché c'è da credere che non più di venticinque buoni lettori goda, ad ogni generazione un libro) - siano serviti ai tanti, tantissimi che l'hanno letto ad apprender loro dolorosa e in qualche modo attiva coscienza del problema: credo i più li abbiano letti, per così dire, «en touriste», allora; e non so come li leggano oggi. Tant'è che allora il «lieto fine» - e se non lieto edificante - era nell'aria, per trasmissione del potere a quella cultura che, anche se marginalmente, lo condivideva: come nel film In nome della legge, in cui letizia si annunciava nel finale conciliarsi del fuorilegge alla legge.

Ed è esemplare la vicenda del dramma La mafia di Luigi Sturzo. Scritto, nel 1900, e rappresentato in un teatrino di Caltagirone, non si trovò, tra le carte di Sturzo, dopo la sua morte, il quinto atto che lo, completava; e lo scrisse Diego Fabbri, volgarmente pirandelleggiando e, con edificante conclusione. Ritrovati più tardi gli abboni di Sturzo per, il quinto atto, si scopriva la ragione per cui la «pièce» era stata dal, suo autore chiamata dramma (il che avrebbe dovuto essere per Fabbri, avvertimento e non a concluderla col trionfo del bene): andava a finir, male e nel male, coerentemente a quel che don Luigi Sturzo sapeva e, vedeva. Siciliano di Caltagirone, paese in cui la mafia allora soltanto, sporadicamente sconfinava, bisogna dargli merito di aver avuto, chiarissima nozione del fenomeno nelle sue articolazioni, implicazioni e, complicità; e di averlo sentito come problema talmente vasto, urgente e, penoso da cimentarsi a darne un «esempio» (parola cara a san Bernardino), sulla scena del suo teatrino. E come poi dal suo Partito Popolare sia, venuta fuori una Democrazia Cristiana a dir poco indifferente al, problema, non è certo un mistero: ma richiederà, dagli storici, un'indagine e un'analisi di non poca difficoltà. E ci vorrà del tempo; almeno quanto ce n'è voluto per avere finalmente questa accurata, indagine e sensata analisi di Christopher Duggan su mafia e fascismo.

Nel primo fascismo. idea, e il conseguente comportamento, che il primo fascismo ebbe nei riguardi della mafia, si può riassumere in una specie di sillogismo: il fascismo stenta a sorgere là dove il socialismo è debole: in Sicilia la mafia è già fascismo. Idea non infondata, evidentemente: solo che occorreva incorporare la mafia nel fascismo vero e proprio. Ma la mafia era anche, come il fascismo, altre cose. E tra le altre cose che il fascismo era, un corso di un certo vigore aveva l'istanza rivoluzionaria degli ex combattenti dei giovani che dal Partito Nazionalista di Federzoni per osmosi quasi naturale passavano al fascismo o al fascismo trasmigravano non dismettendo del tutto vagheggiamenti socialisti ed anarchici: sparute minoranze, in Sicilia; ma che, prima facilmente conculcate, nell'invigorirsi del fascismo nelle regioni settentrionali e nella permissività e protezione di cui godeva da parte dei prefetti, dei questori, dei commissari di polizia e di quasi tutte le autorità dello Stato; nella paura che incuteva ai vecchi rappresentanti dell'ordine (a quel punto disordine) democratico, avevano assunto un ruolo del tutto sproporzionato al loro numero, un ruolo invadente e temibile. Temibile anche dal fascismo stesso che - nato nel Nord in rispondenza agli interessi degli agrari, industriali e imprenditori di quelle regioni e, almeno in questo, ponendosi in precisa continuità agli interessi «risorgimentali» - volentieri avrebbe fatto a meno di loro per più agevolmente patteggiare con gli agrari siciliani e quindi con la mafia. E se ne liberò, infatti, appena, dopo lì delitto Matteotti, consolidatosi nel potere: e ne fu segno definitivo l'arresto di Alfredo Cucco (figura del fascismo isolano, di linea radical-borghese e progressista, per come Duggan e Mack Smith lo definiscono, che da questo libro ottiene, credo giustamente, quella rivalutazione che vanamente sperò di ottenere dal fascismo, che soltanto durante la repubblica di Salò lo riprese e promosse nei suoi ranghi).

Nel fascismo arrivato al potere, ormai sicuro e spavaldo, non è che quella specie di sillogismo svanisse del tutto: ma come il fascismo doveva, in Sicilia, liberarsi delle frange «rivoluzionarie» per patteggiare con gli agrari e gli esercenti delle zolfare, costoro dovevano - garantire al fascismo almeno l'immagine di restauratore dell'ordine - liberarsi delle frange criminali più inquiete e appariscenti.

Le guardie del feudo. E non è senza significato che nella lotta condotta da Mori contro la mafia assumessero ruolo determinante i campieri (che Mori andava solennemente decorando al valor civile nei paesi "mafiosi"): che erano, i campieri, le guardie del feudo, prima insostituibili mediatori tra la proprietà fondiaria e la mafia e, al momento della repressione di Mori, insostituibile elemento a consentire l'efficienza e l'efficacia del patto.

Mori, dice Duggan, «era per natura autoritario e fortemente conservatore», aveva «forte fede nello Stato», «rigoroso senso del dovere». Tra il '19 e il '22 si era considerato in dovere di imporre anche ai fascisti il rispetto della legge: per cui subì un allontanamento dalle cariche nel primo affermarsi del fascismo, ma forse gli valse - quel periodo di ozio - a scrivere quei ricordi sulla sua lotta alla criminalità in Sicilia dal sentimentale titolo di Tra le zagare, oltre che la foschia che certamente contribuì a farlo apparire come l'uomo adatto, conferendogli poteri straordinari, a reprimere la virulenta criminalità siciliana.

Rimasto inalterato il suo senso del dovere nei riguardi dello Stato, che era ormai lo Stato fascista, e alimentato questo suo senso del dovere da una simpatia che un conservatore non liberale non poteva non sentire per il conservatorismo in cui il fascismo andava configurandosi, l'innegabile successo delle sue operazioni repressive (non c'è, nei miei ricordi, un solo arresto effettuato dalle squadre di Mori in provincia di Agrigento che riscuotesse dubbio o disapprovazione nell'opinione pubblica) nascondeva anche il giuoco di una fazione fascista conservatrice e di un vasto richiamo contro altra che approssimativamente si può dire progressista, e più debole.

Sicché se ne può concludere che l'antimafia è stata allora strumento di una fazione, internamente al fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato e incontrastabile. E incontrastabile non perché assiomaticamente incontrastabile era il regime - o non solo: ma perché talmente innegabile appariva la restituzione all'ordine pubblico che il dissenso, per qualsiasi ragione e sotto qualsiasi forma, poteva essere facilmente etichettato come «mafioso». Morale che possiamo estrarre, per così dire, dalla favola (documentatissima) che Duggan ci racconta. E da tener presente: l'antimafia come strumento di potere. Che può benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando.

E ne abbiamo qualche sintomo, qualche avvisaglia. Prendiamo, per esempio, un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi - in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei - come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra (che sono tanti, in ogni paese, in ogni città: dall'acqua che manca all'immondizia che abbonda), si può considerare come in una botte di ferro. Magari qualcuno molto timidamente, oserà rimproverargli lo scarso impegno amministrativo; e dal di fuori. Ma dal di dentro, nel consiglio comunale e nel suo partito, chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un'azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo seguiranno. Ed è da dire che il senso di questo rischio, di questo pericolo, particolarmente aleggia dentro la Democrazia Cristiana: «et pour cause», come si è tentato prima dl spiegare. Questo è un esempio ipotetico.

Ma eccone uno attuale ed effettuato. Lo si trova nel «notiziario straordinario n. 17» (10 settembre 1986) del Consiglio Superiore della Magistratura. Vi si tratta dell'assegnazione del posto di Procuratore della Repubblica a Marsala al dottor Paolo Emanuele Borsellino e dalla motivazione con cui si fa proposta di assegnargliela salta agli occhi questo passo: "Rilevato, per altro, che per quanto concerne i candidati che in ordine di graduatoria precedono il dott. Borsellino, si impongono oggettive valutazioni che conducono a ritenere, sempre in considerazione della specificità del posto da ricoprire e alla conseguente esigenza che il prescelto possegga una specifica e particolarissima competenza professionale nel settore della delinquenza organizzata in generale e di quella di stampo mafioso in particolare, che gli stessi non siano, seppure in misura diversa, in possesso di tali requisiti con la conseguenza che, nonostante la diversa anzianità di carriera, se ne impone il "superamento" da pane del più giovane aspirante".

Per far carriera. Passo che non si può dire un modello di prosa italiana, ma apprezzabile per certe delicatezze come «la diversa anzianità», che vuoi dire della minore anzianità del dottor Borsellino, e come quel «superamento», (pudicamente messo tra virgolette), che vuoi dire della bocciatura degli altri, più anziani e, per graduatoria, più in diritto di ottenere quel posto. Ed è impagabile la chiosa con cui il relatore interrompe la lettura della proposta, in cui spiega che il dottor Alcamo -che par di capire fosse il primo in graduatoria - è «magistrato di eccellenti doti», e lo si può senz'altro definire come «magistrato gentiluomo», anche perché con schiettezza e lealtà ha riconosciuto una sua lacuna «a lui assolutamente non imputabile»: quella di non essere stato finora incaricato di un processo di mafia. Circostanza «che comunque non può essere trascurata», anche se non si può pretendere che il dottor Alcamo «piatisse l'assegnazione di questo tipo di procedimenti, essendo questo modo di procedere tra l'altro risultato alieno dal suo carattere». E non sappiamo se il dottor Alcamo questi apprezzamenti li abbia quanto più graditi rispetto alta promozione che si aspettava.

I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso. In quanto poi alla definizione di «magistrato gentiluomo», c'è da restare esterrefatti: si vuol forse adombrare che possa esistere un solo magistrato che non lo sia?

visto che l'avete chiamato in ballo eccovi l'articolo di sciascia.
leggetelo prima, poi magari, commentatelo. a me pare che il giudizio espresso sull'autore sia almeno superficiale.
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Old 17-10-2007, 17:17   #112
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La mafia e la sicilia sono di una complessità disarmante.
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Old 17-10-2007, 17:28   #113
Ser21
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I professionisti dell'antimafia

di Leonardo Sciascia

dal Corriere della sera , 10 gennaio 1987

Autocitazioni, da servire a coloro che hanno corta memoria o/e lunga malafede e che appartengono prevalentemente a quella specie (molto diffusa in Italia) di persone dedite all'eroismo che non costa nulla e che i milanesi, dopo le cinque giornate, denominarono «eroi della sesta»:

1) «Da questo stato d'animo sorse, improvvisa, la collera. Il capitano sentì l'angustia in cui la legge lo costringeva a muoversi; come i suoi sottufficiali vagheggiò un eccezionale potere, una eccezionale libertà di azione: e sempre questo vagheggiamento aveva condannato nei suoi marescialli. Una eccezionale sospensione delle garanzie costituzionali, in Sicilia e per qualche mese: e il male sarebbe stato estirpato per sempre. Ma gli vennero nella memoria le repressioni di Mori, il fascismo: e ritrovò la misura delle proprie idee, dei propri sentimenti... Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell'inadempienza fiscale, come in America. Ma non soltanto le persone come Mariano Arena; e non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere le mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto (...), sarebbe meglio se si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuoriserie, le mogli, le amanti di certi funzionari e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso». (II giorno della civetta , Einaudi, Torino, 1961).

2) «Ma il fatto è, mio caro amico, che l'Italia è un così felice Paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole vuol dire che già se ne è stabilita una in lingua... Ho visto qualcosa di simile quarant'anni fa: ed è vero che un fatto, nella grande e nella piccola storia, se si ripete ha carattere di farsa, mentre nel primo verificarsi è tragedia; ma io sono ugualmente inquieto». (A ciascuno il suo , Einaudi, Torino, 1966).

Il punto focale . Esibite queste credenziali che, ripeto, non servono agli attenti e onesti lettori, e dichiarato che la penso esattamente come allora, e nei riguardi della mafia e nei riguardi dell'antimafia, voglio ora dire di un libro recentemente pubblicato da un editore di Soveria Mannelli, in provincia di Catanzaro: Rubbettino. Il libro s'intitola La mafia durante il fascismo, e ne è autore Christopher Duggan, giovane «ricercatore» dell'Università di Oxford e allievo dì Denis Mack Smith, che ha scritto una breve presentazione del libro soprattutto mettendone in luce la novità e utilità nel fatto che l'attenzione dell'autore è rivolta non tanto alla «mafia in sé» quanto a quel che «si pensava la mafia fosse e perché»: punto focale, ancora oggi, della questione: per chi - si capisce- sa vedere, meditare e preoccuparsi; per chi sa andare oltre le apparenze e non si lascia travolgere dalla retorica nazionale che in questo momento del problema della mafia si bea come prima si beava di ignorarlo o, al massimo, di assommarlo al pittoresco di un'isola pittoresca, al colore locale, alla particolarità folcloristica. Ed è curioso che nell'attuale consapevolezza (preferibile senz'altro - anche se alluvionata di retorica - all'effettuale indifferenza di prima) confluiscano elementi di un confuso risentimento razziale nei riguardi della Sicilia, dei siciliani: e si ha a volte l'impressione che alla Sicilia non si voglia perdonare non solo la mafia, ma anche Verga , Pirandello e Guttuso.

Ma tornando al discorso: non mi faccio nemmeno l'illusione che quei miei due libri, cui i passi che ho voluto ricordare, siano serviti - a parte i soliti venticinque lettori di manzoniana memoria (che non era una iperbole a rovescio, dettata dal cerimoniale della modestia poiché c'è da credere che non più di venticinque buoni lettori goda, ad ogni generazione un libro) - siano serviti ai tanti, tantissimi che l'hanno letto ad apprender loro dolorosa e in qualche modo attiva coscienza del problema: credo i più li abbiano letti, per così dire, «en touriste», allora; e non so come li leggano oggi. Tant'è che allora il «lieto fine» - e se non lieto edificante - era nell'aria, per trasmissione del potere a quella cultura che, anche se marginalmente, lo condivideva: come nel film In nome della legge, in cui letizia si annunciava nel finale conciliarsi del fuorilegge alla legge.

Ed è esemplare la vicenda del dramma La mafia di Luigi Sturzo. Scritto, nel 1900, e rappresentato in un teatrino di Caltagirone, non si trovò, tra le carte di Sturzo, dopo la sua morte, il quinto atto che lo, completava; e lo scrisse Diego Fabbri, volgarmente pirandelleggiando e, con edificante conclusione. Ritrovati più tardi gli abboni di Sturzo per, il quinto atto, si scopriva la ragione per cui la «pièce» era stata dal, suo autore chiamata dramma (il che avrebbe dovuto essere per Fabbri, avvertimento e non a concluderla col trionfo del bene): andava a finir, male e nel male, coerentemente a quel che don Luigi Sturzo sapeva e, vedeva. Siciliano di Caltagirone, paese in cui la mafia allora soltanto, sporadicamente sconfinava, bisogna dargli merito di aver avuto, chiarissima nozione del fenomeno nelle sue articolazioni, implicazioni e, complicità; e di averlo sentito come problema talmente vasto, urgente e, penoso da cimentarsi a darne un «esempio» (parola cara a san Bernardino), sulla scena del suo teatrino. E come poi dal suo Partito Popolare sia, venuta fuori una Democrazia Cristiana a dir poco indifferente al, problema, non è certo un mistero: ma richiederà, dagli storici, un'indagine e un'analisi di non poca difficoltà. E ci vorrà del tempo; almeno quanto ce n'è voluto per avere finalmente questa accurata, indagine e sensata analisi di Christopher Duggan su mafia e fascismo.

Nel primo fascismo. idea, e il conseguente comportamento, che il primo fascismo ebbe nei riguardi della mafia, si può riassumere in una specie di sillogismo: il fascismo stenta a sorgere là dove il socialismo è debole: in Sicilia la mafia è già fascismo. Idea non infondata, evidentemente: solo che occorreva incorporare la mafia nel fascismo vero e proprio. Ma la mafia era anche, come il fascismo, altre cose. E tra le altre cose che il fascismo era, un corso di un certo vigore aveva l'istanza rivoluzionaria degli ex combattenti dei giovani che dal Partito Nazionalista di Federzoni per osmosi quasi naturale passavano al fascismo o al fascismo trasmigravano non dismettendo del tutto vagheggiamenti socialisti ed anarchici: sparute minoranze, in Sicilia; ma che, prima facilmente conculcate, nell'invigorirsi del fascismo nelle regioni settentrionali e nella permissività e protezione di cui godeva da parte dei prefetti, dei questori, dei commissari di polizia e di quasi tutte le autorità dello Stato; nella paura che incuteva ai vecchi rappresentanti dell'ordine (a quel punto disordine) democratico, avevano assunto un ruolo del tutto sproporzionato al loro numero, un ruolo invadente e temibile. Temibile anche dal fascismo stesso che - nato nel Nord in rispondenza agli interessi degli agrari, industriali e imprenditori di quelle regioni e, almeno in questo, ponendosi in precisa continuità agli interessi «risorgimentali» - volentieri avrebbe fatto a meno di loro per più agevolmente patteggiare con gli agrari siciliani e quindi con la mafia. E se ne liberò, infatti, appena, dopo lì delitto Matteotti, consolidatosi nel potere: e ne fu segno definitivo l'arresto di Alfredo Cucco (figura del fascismo isolano, di linea radical-borghese e progressista, per come Duggan e Mack Smith lo definiscono, che da questo libro ottiene, credo giustamente, quella rivalutazione che vanamente sperò di ottenere dal fascismo, che soltanto durante la repubblica di Salò lo riprese e promosse nei suoi ranghi).

Nel fascismo arrivato al potere, ormai sicuro e spavaldo, non è che quella specie di sillogismo svanisse del tutto: ma come il fascismo doveva, in Sicilia, liberarsi delle frange «rivoluzionarie» per patteggiare con gli agrari e gli esercenti delle zolfare, costoro dovevano - garantire al fascismo almeno l'immagine di restauratore dell'ordine - liberarsi delle frange criminali più inquiete e appariscenti.

Le guardie del feudo. E non è senza significato che nella lotta condotta da Mori contro la mafia assumessero ruolo determinante i campieri (che Mori andava solennemente decorando al valor civile nei paesi "mafiosi"): che erano, i campieri, le guardie del feudo, prima insostituibili mediatori tra la proprietà fondiaria e la mafia e, al momento della repressione di Mori, insostituibile elemento a consentire l'efficienza e l'efficacia del patto.

Mori, dice Duggan, «era per natura autoritario e fortemente conservatore», aveva «forte fede nello Stato», «rigoroso senso del dovere». Tra il '19 e il '22 si era considerato in dovere di imporre anche ai fascisti il rispetto della legge: per cui subì un allontanamento dalle cariche nel primo affermarsi del fascismo, ma forse gli valse - quel periodo di ozio - a scrivere quei ricordi sulla sua lotta alla criminalità in Sicilia dal sentimentale titolo di Tra le zagare, oltre che la foschia che certamente contribuì a farlo apparire come l'uomo adatto, conferendogli poteri straordinari, a reprimere la virulenta criminalità siciliana.

Rimasto inalterato il suo senso del dovere nei riguardi dello Stato, che era ormai lo Stato fascista, e alimentato questo suo senso del dovere da una simpatia che un conservatore non liberale non poteva non sentire per il conservatorismo in cui il fascismo andava configurandosi, l'innegabile successo delle sue operazioni repressive (non c'è, nei miei ricordi, un solo arresto effettuato dalle squadre di Mori in provincia di Agrigento che riscuotesse dubbio o disapprovazione nell'opinione pubblica) nascondeva anche il giuoco di una fazione fascista conservatrice e di un vasto richiamo contro altra che approssimativamente si può dire progressista, e più debole.

Sicché se ne può concludere che l'antimafia è stata allora strumento di una fazione, internamente al fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato e incontrastabile. E incontrastabile non perché assiomaticamente incontrastabile era il regime - o non solo: ma perché talmente innegabile appariva la restituzione all'ordine pubblico che il dissenso, per qualsiasi ragione e sotto qualsiasi forma, poteva essere facilmente etichettato come «mafioso». Morale che possiamo estrarre, per così dire, dalla favola (documentatissima) che Duggan ci racconta. E da tener presente: l'antimafia come strumento di potere. Che può benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando.

E ne abbiamo qualche sintomo, qualche avvisaglia. Prendiamo, per esempio, un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi - in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei - come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra (che sono tanti, in ogni paese, in ogni città: dall'acqua che manca all'immondizia che abbonda), si può considerare come in una botte di ferro. Magari qualcuno molto timidamente, oserà rimproverargli lo scarso impegno amministrativo; e dal di fuori. Ma dal di dentro, nel consiglio comunale e nel suo partito, chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un'azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo seguiranno. Ed è da dire che il senso di questo rischio, di questo pericolo, particolarmente aleggia dentro la Democrazia Cristiana: «et pour cause», come si è tentato prima dl spiegare. Questo è un esempio ipotetico.

Ma eccone uno attuale ed effettuato. Lo si trova nel «notiziario straordinario n. 17» (10 settembre 1986) del Consiglio Superiore della Magistratura. Vi si tratta dell'assegnazione del posto di Procuratore della Repubblica a Marsala al dottor Paolo Emanuele Borsellino e dalla motivazione con cui si fa proposta di assegnargliela salta agli occhi questo passo: "Rilevato, per altro, che per quanto concerne i candidati che in ordine di graduatoria precedono il dott. Borsellino, si impongono oggettive valutazioni che conducono a ritenere, sempre in considerazione della specificità del posto da ricoprire e alla conseguente esigenza che il prescelto possegga una specifica e particolarissima competenza professionale nel settore della delinquenza organizzata in generale e di quella di stampo mafioso in particolare, che gli stessi non siano, seppure in misura diversa, in possesso di tali requisiti con la conseguenza che, nonostante la diversa anzianità di carriera, se ne impone il "superamento" da pane del più giovane aspirante".

Per far carriera. Passo che non si può dire un modello di prosa italiana, ma apprezzabile per certe delicatezze come «la diversa anzianità», che vuoi dire della minore anzianità del dottor Borsellino, e come quel «superamento», (pudicamente messo tra virgolette), che vuoi dire della bocciatura degli altri, più anziani e, per graduatoria, più in diritto di ottenere quel posto. Ed è impagabile la chiosa con cui il relatore interrompe la lettura della proposta, in cui spiega che il dottor Alcamo -che par di capire fosse il primo in graduatoria - è «magistrato di eccellenti doti», e lo si può senz'altro definire come «magistrato gentiluomo», anche perché con schiettezza e lealtà ha riconosciuto una sua lacuna «a lui assolutamente non imputabile»: quella di non essere stato finora incaricato di un processo di mafia. Circostanza «che comunque non può essere trascurata», anche se non si può pretendere che il dottor Alcamo «piatisse l'assegnazione di questo tipo di procedimenti, essendo questo modo di procedere tra l'altro risultato alieno dal suo carattere». E non sappiamo se il dottor Alcamo questi apprezzamenti li abbia quanto più graditi rispetto alta promozione che si aspettava.

I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso. In quanto poi alla definizione di «magistrato gentiluomo», c'è da restare esterrefatti: si vuol forse adombrare che possa esistere un solo magistrato che non lo sia?

visto che l'avete chiamato in ballo eccovi l'articolo di sciascia.
leggetelo prima, poi magari, commentatelo. a me pare che il giudizio espresso sull'autore sia almeno superficiale.

Attenzione,nn metterti su un piedistallo perchè io di sciascia nn ho detto un bel nulla.
E cmq nn basta 1 articolo per capirlo...ci vogliono anni di letture...
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Old 17-10-2007, 17:40   #115
Jackari
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Attenzione,nn metterti su un piedistallo perchè io di sciascia nn ho detto un bel nulla.
E cmq nn basta 1 articolo per capirlo...ci vogliono anni di letture...
ecco bravo
un motivo in più per iniziare

comunque dall'articolo mi pare chiaro che sciascia avvertiva del pericolo che derivava dal potere dell'antimafia (sia dal punto di vista mediatico sia dall'interno delle istituzioni), potere talmente forte da sovvertire le regole costituite. e qui si può leggere che tali regole erano e sono in realtà deboli e sovvertibili a seconda del vento che soffia.
non è sbagliato poi il parallelismo con il periodo fascista che, tra l'altro serve a farci capire che, il fascismo non è una fase estemporanea della nostra storia, ma è anzi latente nella nostra mentalità e cultura (o forse mancanza di cultura).
per questo ho richiamato l'attenzione sull'accusa di ipergarantismo mossa nei confronti di giannola. la stragrande maggioranza crede che il garantismo (o il liberalismo) serva solo ai delinquenti (qui si nota come chi ritiene ciò si ritiene un non delinquente a prescindere) e non al cittadino.
purtroppo, per via dell'effetto mediatico, chi è liberale adesso è un berlusconiano, poichè s'ignora cosa sia il liberalismo, la sua contrapposizione storica con il potere monarchico prima, il fascismo, il comunismo poi, l'esperienza dei paesi anglosassoni.
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Old 17-10-2007, 18:47   #116
sander4
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Dall'articolo a me pare chiaro, invece, che partendo da un avvertimento generico di un'antimafia che può diventare essa stessa un potere e in realtà non agire, in teoria giusto, va a prendere come esempio (oltre ad Orlando) proprio Paolo Borsellino!! ovvero chi ha sacrificato la vita per combattere la mafia!!! sferrando contro di lui un pesante, diretto, preciso attacco.

E per cosa? Perchè veniva promosso per il suo eccellente, durissimo, concreto lavoro di lotta alla mafia, quindi per i suoi meriti e impegno sul campo che gli costò la vita.

Le ultime parole dell' ultimo intervento pubblico di Borsellino, «Tutto incominciò con quell'articolo sui professionisti dell'antimafia» poi fanno capire come tale attacco, da una persona così autorevole, permise a molti furbi di strumentalizzare il resto attaccando con gli stessi toni anche Falcone, e i pochi che come lui hanno veramente combattuto contro la mafia.

Recentemente si era riaperta la polemica sull'articolo, dato che Pierluigi Battista sul Corriere chiedeva scuse per Sciascia. Riporto un'introduzione di Barbacetto e la risposta-testimonianza di Dalla Chiesa.


Quote:
Originariamente inviato da Gianni Barbacetto
Vent'anni dopo, una nuova polemica su una brutta polemica scatenata da Leonardo Sciascia. Con la solita esclusione dei fatti.

Chiedere scusa a Sciascia, come chiede Pierluigi Battista sul Corriere? Ma per che cosa? Innanzitutto i fatti, come sempre oscurati e dimenticati nelle polemiche giornalistiche italiane.

1. Leonardo Sciascia, scrittore siciliano che ha insegnato che cos'è la mafia a più generazioni, il 10 gennaio 1987 pubblica sul Corriere un lungo articolo titolato: "I professionisti dell'antimafia". Nella prima parte discute di un libro di Christopher Duggan sulla mafia durante il fascismo, sostenendo che che l'antimafia può raggiungere «un potere incontrastato e incontrastabile» e trasformarsi in uno «strumento di potere». Nella seconda parte dà concretezza a queste astratte riflessioni, portando due esempi. Quello del sindaco di Palermo Leoluca Orlando (senza farne il nome) e (con nome e cognome) quello di Paolo Borsellino, appena diventato procuratore di Marsala «per meriti antimafia». Sciascia era stato spinto a scrivere dal magistrato candidato procuratore che, benché avesse maturato un'anzianità maggiore, era stato sconfitto da Borsellino. La competenza e la professionalità avevano finalmente battuto, forse per la prima volta, le ragioni dell'anzianità.

2. Nessuna reazione all'intervento di Sciascia. Finché il Coordinamento antimafia di Palermo (300 iscritti) emette un duro comunicato che critica Sciascia, afferma che con quell'intervento lo scrittore si è messo ai margini della società civile e lo qualifica come un «quaquaraquà». Sciascia, scrive il Coordinamento, per una «certa affinità di cultura», ha nel suo cuore non Orlando, ma un sindaco come Vito Ciancimino, «che gestiva la cosa pubblica in nome e per conto della mafia».

3. A questo punto scoppia la polemica. Violentissima nei confronti del Coordinamento. Per difendere Sciascia si muove uno schieramento compatto e bipartisan di giornalisti, intellettuali, politici, di destra e di sinistra (fino a Rossana Rossanda sul Manifesto). I toni sono da difesa della libertà d'espressione contro la dittatura della maggioranza, da battaglia contro il conformismo dell'antimafia. Ma in realtà gli intellettuali che cercano di capire le ragioni del Coordinamento si contano sulle dita di un paio di mani: Corrado Stajano, Nando dalla Chiesa, Eugenio Scalfari, Giampaolo Pansa, Stefano Rodotà, Franco Rositi.
Sulla scia di Sciascia si muove anche tutta la palude siciliana e nazionale che coglie un'occasione ghiotta (e insperata) per attaccare i magistrati attivi contro Cosa nostra e i movimenti antimafia. A un congresso della Dc siciliana, accusata di connivenze con la mafia, il pubblico grida all'oratore: «Cita Sciascia, cita Sciascia!».

4. Il 2 gennaio 2006 Pierluigi Battista, a seguito di due precedenti articoli di Attilio Bolzoni su Repubblica e di Sandra Amurri sull'Unità, riprende la polemica e chiede a chi vent'anni fa criticò Sciascia di chiedere scusa allo scrittore. Interviene di rincalzo Piero Ostellino, che da direttore del Corriere vent'anni fa curò la regia giornalistica dell'intervento di Sciascia.

5. Reagisce, sull'Unità, Nando dalla Chiesa, che cerca di ristabilire i fatti: Sciascia non fece un generico intervento contro l'antimafia che può diventare strumento di potere (in astratto, può essere certamente vero); ma attaccò direttamente Paolo Borsellino, colpevole di aver fatto carriera per meriti antimafia. E per quali meriti si deve far carriera, in questo Paese? Per meriti di mafia?
La reazione del Coordinamento antimafia di Palermo fu certamente eccessiva e sbagliò i toni, ma il comunicato fu scritto di getto da un ragazzo di vent'anni, indignato per il fatto che, nella Palermo dove era normale morire di mafia, l'intellettuale simbolo se la prendesse con un magistrato come Borsellino, non con chi faceva carriera per meriti di mafia o di ossequio ai poteri. Chi ricorda, oggi, il clima tremendo di quegli anni in Sicilia, gli anni dei morti ammazzati per strada, gli anni del maxiprocesso a Cosa nostra, gli anni degli attacchi ai movimenti antimafia... Il Giornale di Sicilia finì per pubblicare gli elenchi degli iscritti al Coordinamento antimafia: un'intimidazione pesante.

6. Borsellino cinque anni dopo fu ucciso da Cosa nostra. Culmine della carriera di un professionista dell'antimafia. Davvero Sciascia si riconciliò con Borsellino, prima della strage di via D'Amelio? Di certo Borsellino tornò su quell'episodio nel suo ultimo discorso pubblico prima di morire, la sera del 25 giugno 1992 alla Biblioteca comunale di Palermo. Il magistrato parlò, quella sera, con un'intensità mai vista: parlò dei tempi brevi che doveva darsi, dell'amico Giovanni Falcone appena ucciso, del «giuda» che lo aveva tradito al Csm, dell'interminabile campagna di delegittimazione dei magistrati antimafia di Palermo: «Tutto cominciò con quell'articolo sui professionisti dell'antimafia», scandì, prima di ricevere dodici, interminabili minuti d'applausi, con cui i mille presenti, in piedi e con la pelle d'oca, vollero fargli sentire da vivo quel sostegno che Falcone non aveva potuto sentire.
Qualcuno dei sostenitori di Sciascia ha mai chiesto scusa a Borsellino? (gianni barbacetto)


Quote:
Originariamente inviato da Nando dalla Chiesa
Chiedere scusa a Sciascia per avere criticato il suo celebre articolo contro i professionisti dell'antimafia di vent'anni fa? Recitare il mea culpa come chiede Pierluigi Battista sul «Corriere» dell'altro ieri? In questi casi è sempre bene non rispondere di getto. E rimettere in fila tutti i dati di realtà conosciuti. E poi pensarci. E poi pensarci ancora. Per evitare di reiterare un gioco delle parti. L'ho fatto. E sono giunto alla conclusione che non ci sia da chiedere scusa di nulla. Non per ostinazione. Ma per un ricordo che ho ben vivo nella mente. Incancellabile. Di quelli che segnano il tuo modo di ragionare (e di far memoria) per tutta la vita.

Partirò dunque da quella sera del 25 giugno del '92. Biblioteca comunale di Palermo. Dibattito organizzato dalla rivista «Micromega» sullo stato della lotta alla mafia dopo la strage di Capaci, in cui era stato ucciso Giovanni Falcone. A un certo punto arrivò Paolo Borsellino. In ritardo perché si era dimenticato dell'impegno. Accolto da un applauso lunghissimo. Prese quasi subito la parola, aspirando una sigaretta dopo l'altra. Misurando le parole, ma usandole con una forza inconsueta. Ero seduto alla sua destra, credo che tra noi ci fossero due oratori, ce n'erano sette stipati su una predella che normalmente non avrebbe contenuto più di quattro sedie. Lo guardavo come attratto da una calamita (tutti lo guardavano così). Man mano che parlava tutti capimmo che Borsellino stava consegnando ai presenti un documento orale a futura memoria. Parlò del suo amico ucciso, parlò delle indagini, dei tempi veloci che egli stesso doveva darsi. Parlò del giudice che aveva tradito Falcone nel Csm, riservandogli un termine («giuda») che giunse sui presenti come una staffilata; insieme con l'immagine, nitidissima per tutti, del magistrato palermitano al quale si riferiva. Poi fece la ricostruzione storica della campagna volta a distruggere e delegittimare i magistrati palermitani impegnati sulla trincea della lotta alla mafia. A un certo punto fece una pausa e disse: «Tutto incominciò con quell'articolo sui professionisti dell'antimafia». Lo disse con un tono sprezzante e amareggiato, esistono le registrazioni di quella serata. Fu l'ultimo intervento pubblico di Borsellino. Il testamento morale di un giudice che, con il lucido istinto dell'animale braccato, sentiva che avrebbe seguito la stessa sorte dell'amico e che perciò pesò con quella gravità le sue parole. E che comunicò questo suo presagio anche alle mille persone presenti. Che infatti vollero fargli sentire da vivo l'applauso che Falcone non aveva potuto sentire. Dodici, interminabili minuti di applausi. In piedi, con le lacrime agli occhi e la pelle d'oca che non se ne andava.

Ripartiamo da lì: «Tutto incominciò con quell'articolo sui professionisti dell'antimafia». Un articolo spartiacque, dunque. D'altronde chi lo aveva criticato cinque anni prima aveva ben capito quale ne sarebbe stata la forza dirompente. Aveva ben intuito l'effetto che avrebbe prodotto, nel pieno di una carneficina e nel preciso momento in cui si aprivano spazi istituzionali di una nuova coscienza e responsabilità antimafiosa, quell'attacco a chi si stava impegnando su una frontiera rischiosa e cruciale come quella siciliana. Tanto più se l'attacco veniva da uno scrittore che con i suoi romanzi aveva insegnato a leggere la mafia a un paio di generazioni e che quindi si sarebbe prestato a meraviglia per essere usato contro il nascente movimento antimafia. Il che puntualmente accadde. Come già era accaduto e come ancora sarebbe accaduto in quegli anni. Nemmeno per il «Corriere», fra l'altro, quell'intervento fu un episodio. Oltre al modo in cui venivano trattati Falcone e Borsellino (per avere difeso i quali dagli articoli di via Solferino dovetti subire due processi per reati d'opinione), brillò in quei giorni un editoriale non firmato (e dunque riconducibile alla direzione di allora, quella di Piero Ostellino) nel quale si affermava che accanto alla mafia tradizionale si stava affermando «un meccanismo di clientele e parentele che... rischia di trasformarsi in una sorta di mafia, sia pure di segno contrario e in nome di nobilissimi principi». Era la teoria della nuova, più nobile mafia composta anche dai familiari delle vittime (le «parentele»)!

Di tutto questo, nel lungo articolo di Pier Luigi Battista, non si trova traccia. E in certa misura è comprensibile. Battista non era alla biblioteca di Palermo quella sera e quindi tramanda la versione del Borsellino pacificamente riconciliatosi con Sciascia. Battista non ha vissuto, per fortuna sua, quegli anni nel fuoco dello scontro diretto e quindi può condannare, impeccabilmente, il coordinamento antimafia di Palermo per avere, in un furente e improvvido comunicato, messo Sciascia «ai margini della società civile» e averlo definito un «quaquaraquà». Chissà che si immagina che fosse quel coordinamento antimafia. Non sa che era fatto da studenti stanchi di terrore e lapidi e complicità, da donne mai prima impegnate in politica, da qualche poliziotto voglioso di dare giustizia a un grappolo di colleghi assassinati. Gente semplice, non intellettuali, che per rabbia, la rabbia del «tradimento», usò parole assurde. Ma che difese le ragioni dell'antimafia con generosità, e Dio sa quanto fu difficile difenderle tra gli studenti dopo che l'auto della scorta di Borsellino ne uccise due davanti al liceo Meli.

Si può restituire il contesto storico di allora contrapponendo a Sciascia quel coordinamento audace e smandrappato? Facendo l'elenco minimo di chi dissentì dallo scrittore siciliano e indicando in Sciascia l'anticonformista che dovette pagare il prezzo della sua libertà, sostenuto solo dai radicali (e dal «Corriere», si intende)? Credo che non si possa. Credo, anzitutto, che non si possa negare al lettore l'informazione dirimente, poiché è da qui, dal racconto fedele dei fatti, che inizia il garantismo: ossia la frase con cui lo scrittore chiudeva quel suo celebre articolo, e che ne rappresentava il succo (egli scrisse infatti per protestare contro la nomina di Borsellino a procuratore capo a Marsala). Concludeva sdegnato Sciascia: «I lettori comunque prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per fare carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso». La carriera di Borsellino, insomma. Era questo l'oggetto del fondo di Sciascia, che fra l'altro non conteneva mai l'espressione «professionisti dell'antimafia», che fu invece tutta farina del sacco del «Corriere» di allora. E nemmeno credo che si possa evitare di riandare agli schieramenti veri di allora. Coordinamento antimafia, il circolo «Società civile» di Milano e pochi intellettuali (Stajano, Rodotà, Rositi, oltre a Pansa) da un lato; tutti i partiti, tutti i sindacati, tutti i direttori di giornale (Scalfari escluso) dall'altro, avvinti in un intreccio surreale, che univa complicità aperte, omertà di partito, bisogno di una legalità «ben temperata», rispetto sacro per il maestro di pensiero, diffidenze verso i pool di magistrati nati nei processi al terrorismo. Altro che «il vuoto» intorno a Sciascia, come afferma Battista. Pochi e con poco potere contro un intero sistema. Chi era anticonformista?

No, il problema non furono gli «sciasciani di borgata» (come dice e disse Leoluca Orlando, comprensibilmente preoccupato di riconoscere la grandezza intellettuale dell'interlocutore). Il problema furono gli sciasciani di palazzo, e che Palazzo. A loro, a chi diede loro un aiuto insperato, è difficile oggi chiedere scusa. Sia chiaro: viene ben da pensare ogni tanto, vedendo certi esempi di retorica antimafiosa, che Sciascia avesse una qualche ragione. Ma non vi è certo bisogno delle analisi di Sciascia per provare fastidio per la retorica in generale. Il fatto è che nel caso specifico (l'unico su cui sì può misurare il senso concreto della polemica) la «retorica» era quella che aveva legittimato la «carriera» di Borsellino. Una «carriera» che non doveva costituire un precedente. E che infatti, grazie a quella polemica, non fu un precedente per Giovanni Falcone, boicottato strenuamente - con il contributo del «giuda» - nel Csm. Poi la carriera di Borsellino, la sua celebre carriera, finì. Nel modo che sappiamo. E lui appena prima di finirla disse in pubblico: «Tutto è incominciato con quell'articolo sui professionisti dell'antimafia». Non è che per caso qualcuno deve chiedere scusa a Borsellino?
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sander4
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per questo ho richiamato l'attenzione sull'accusa di ipergarantismo mossa nei confronti di giannola. la stragrande maggioranza crede che il garantismo (o il liberalismo) serva solo ai delinquenti (qui si nota come chi ritiene ciò si ritiene un non delinquente a prescindere) e non al cittadino.
purtroppo, per via dell'effetto mediatico, chi è liberale adesso è un berlusconiano, poichè s'ignora cosa sia il liberalismo, la sua contrapposizione storica con il potere monarchico prima, il fascismo, il comunismo poi, l'esperienza dei paesi anglosassoni.

Il garantismo, quando ovviamente è applicato a tutti ed in ogni occasione, è importante, vero.

Per l'effetto mediatico direi però ciò che noto io (e da anni) è che invece chi è legalitario e tiene al rispetto dei giudici e delle leggi diventa giustizialista e/o comunista, e chi come giudice fa il suo dovere (due esempi, Caselli e Bocassini, trasformati in "comunisti") diventa un perseguitatore politico rosso, o che i giudici di Tangentopoli diventano "assassini", tanto che si è arrivati (Bonfrisco (Fi)) a gridare "Sei un assassino" a D'Ambrosio proprio nel Senato.
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Jackari
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Il garantismo, quando ovviamente è applicato a tutti ed in ogni occasione, è importante, vero.

Per l'effetto mediatico direi però ciò che noto io (e da anni) è che invece chi è legalitario e tiene al rispetto dei giudici e delle leggi diventa giustizialista e/o comunista, e chi come giudice fa il suo dovere (due esempi, Caselli e Bocassini, trasformati in "comunisti") diventa un perseguitatore politico rosso, o che i giudici di Tangentopoli diventano "assassini", tanto che si è arrivati (Bonfrisco (Fi)) a gridare "Sei un assassino" a D'Ambrosio proprio nel Senato.
quando i giudici si comportano nel modo con cui si sono comportati nella nomina a procuratore di Marsala di Borsellino.... (vediamo se dite che ce l'ho con Borsellino)....

quando la procura di Milano opera in modo da farsi, dopo anni di processo, dichiarare incompetente e rinviare il processo a PErugia....

quando i pm si dividono in bande e si criticano ferocemente e pubblicamente tra di loro (e non possono farlo) per motivi che nessuno riesce a capire, facendo a gara a chi è più antimafioso....rendendo possibile il ricorso al legittimo sospetto....

quando si prosegue in processi dove è inquisito un giudice senza spostare la competenza in altre sedi.....


quando i pubblici ministeri operano come operava l'allora pm di pietro
e quando i ministri operano come opera l'attuale di pietro...


quando i ministri che abbandonano i prefetti diventano vicepresidenti del CSM
http://it.wikipedia.org/wiki/Virginio_Rognoni...

qualche dubbio sul corretto operato della magistratura viene a tutti.
la magistratura per non essere criticata dovrebbe mettersi al riparo da ogni sospetto e non è che siccome uno fa i processi contro la mafia non può essere criticato
e non basta proclamarsi antimafioso per esserlo veramente....
mi sembra quasi di vivere in una dimensione parallella

ps.: meno male che c'è l'articolo di sciascia postato integralmente. come ca**o fate a dire che è contro borsellino?

ps2: non postate i commenti. leggetelo
a me interessa poco di come l'articolo, travisato, sia stato recepito dalla società del tempo. chè se l'ora non hanno capito un ca**o noi non dobbiamo mica ripetere l'errore. andiamo alla fonte.

Ultima modifica di Jackari : 17-10-2007 alle 22:21.
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Old 17-10-2007, 22:33   #119
Ser21
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quando i giudici si comportano nel modo con cui si sono comportati nella nomina a procuratore di Marsala di Borsellino.... (vediamo se dite che ce l'ho con Borsellino)....

quando la procura di Milano opera in modo da farsi, dopo anni di processo, dichiarare incompetente e rinviare il processo a PErugia....

quando i pm si dividono in bande e si criticano ferocemente e pubblicamente tra di loro (e non possono farlo) per motivi che nessuno riesce a capire, facendo a gara a chi è più antimafioso....rendendo possibile il ricorso al legittimo sospetto....

quando si prosegue in processi dove è inquisito un giudice senza spostare la competenza in altre sedi.....


quando i pubblici ministeri operano come operava l'allora pm di pietro
e quando i ministri operano come opera l'attuale di pietro...


quando i ministri che abbandonano i prefetti diventano vicepresidenti del CSM
http://it.wikipedia.org/wiki/Virginio_Rognoni...

qualche dubbio sul corretto operato della magistratura viene a tutti.
la magistratura per non essere criticata dovrebbe mettersi al riparo da ogni sospetto e non è che siccome uno fa i processi contro la mafia non può essere criticato
e non basta proclamarsi antimafioso per esserlo veramente....
mi sembra quasi di vivere in una dimensione parallella

ps.: meno male che c'è l'articolo di sciascia postato integralmente. come ca**o fate a dire che è contro borsellino?

ps2: non postate i commenti. leggetelo
a me interessa poco di come l'articolo, travisato, sia stato recepito dalla società del tempo. chè se l'ora non hanno capito un ca**o noi non dobbiamo mica ripetere l'errore. andiamo alla fonte.
Sull'articolo di sciascia mi pare che la tua lettura sia la più condivisibile.Non volevo darti dell'ignorante riguardo sciascia.

Borsellino e sciascia si sono anche incontrari e lo scrittore,come ricorda il magistrato,gli chiese scusa e discussero della questione,convenendo su ogni punto.Fu un errore di sciascia citare Borsellino come scrisse Bocca su cds,e fu un errore che sciascia mise per iscritto in un paio di corrispondenze con lui.
Ovviamente divennero grandi amici.

Aggiungo che i "professionisti" dell'antimafia sn la cosa peggiore,si lavano la bocca con la parola antimafia ma poi nei fatti danno la procura a giammanco e trasferiscono caselli,oppure ammazzano le sentenze o peggio ancora propongono un pm alla superprocura gettandolo in pasto agli squali...o magari votano contro nel plenium del csm,facendo perdere la superprocura...
Di esempi ne possiamo fare all'infinito,purtroppo.
Non ho capito invece l'affermazione sulla procura di Marsala.Non sto dicendo che hai criticato Borsellino,semplicemente nn ho capito a cosa potessi alludere.


PS:Aggiungo che riguardo il fulcro della questione tra sciascia e borsellino,il meccanismo utilizzato,cioè della maggior predisposizione ad indagare sulla mafia,è stato a mio dire giusto.In generale nella vita,si merita il posto chi è più bravo,non chi è più anziano e questo a prescindere dal tipo di lavoro.
Inoltre,se nn ricordo male,il candidato era abbastanza anziano ed in età di pensionamento quindi si sarebbero persi anni preziosi per dover poi passare la procura a borsellino un paio di anni più tardi.

Ultima modifica di Ser21 : 17-10-2007 alle 22:38.
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Old 17-10-2007, 23:35   #120
sander4
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Originariamente inviato da Jackari
quando la procura di Milano opera in modo da farsi, dopo anni di processo, dichiarare incompetente e rinviare il processo a PErugia....
Guardiamo i fatti.

La Cassazione, in sede cautelare, ovvero sui ricorsi presentati contro gli ordini di cattura emessi nel 1996, aveva respinto la questione di competenza territoriale.

Le sentenze in questione:

26.6.1996 (depositata il 29.8.96) sul ricorso proposto da Attilio PACIFICO avverso l'ordinanza 15.5.1996 del G.I.P. presso il Tribunale di Milano

16.4.1996 (depositata il 23.5.1996) (IV sezione, sentenza n. 1616) sul ricorso proposto da Renato SQUILLANTE avverso l'ordinanza 11 marzo 1996 emessa dal G.I.P presso il Tribunale di Milano.

In queste la cassazione dava l'OK alla procura di Milano sulla competenza.

Inoltre e soprattutto il 27 gennaio 2003 le sezioni riunite avevano respinto la richiesta di trasferire i processi "toghe sporche" (Imi-Sir/Lodo Mondadori e Sme-Ariosto) a Brescia per legittimo sospetto.

E in quella sentenza, delle sezioni riunite (presiedute da Marvulli) c'è anche scritto che «Allo stato la competenza per territorio del giudice (di Milano) non può ritenersi illegittimamente determinata». E risottolineo che riguardava anche Sme-Ariosto!

Incollo maggiori dettagli sulle sentenze del 1996, contenute nella Richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Previti, data 3 Settembre 1997 fonte http://www.camera.it/_dati/leg13/lav...08/lettera.htm.

Quote:
2 - SULLA COMPETENZA TERRITORIALE

La competenza territoriale appartiene allo stato degli atti all'autorità giudiziaria di Milano sulla scorta delle seguenti pronunzie della Suprema Corte di Cassazione:

1. 16.4.1996 (depositata il 23.5.1996) sul ricorso proposto da Renato SQUILLANTE avverso l'ordinanza 11 marzo 1996 emessa dal G.I.P presso il Tribunale di Milano, relativamente al capo A (cfr. allegato n. 14):
«La condotta offensiva, attribuita allo Squillante, come dirigente dell'ufficio giudiziario, consiste nella trasgressione sistematica del dovere di garantire a scopi istituzionali quella vigilanza che a lui competeva a presidio della legalità dell'organizzazione e dell'azione corretta dei componenti della medesima».
«Ed ancora, la condotta antidoverosa ipotizzata è stata identificata nel piegare l'organizzazione dell'ufficio e la gestione del medesimo a vantaggio di un gruppo economico ("in quanto stabilmente retribuito perché ponesse le sue pubbliche funzioni al servizio degli interessi degli erogatori ... società aventi sede a Milano..."), in modo da far risultare l'ufficio stesso in un rapporto strumentale rispetto ad interessi estranei all'amministrazione della giustizia, e far apparire il proprio ruolo e quello di alcuni componenti dell'organizzazione giudiziaria in stretto collegamento con persone esponenziali del gruppo imprenditoriale».
«In violazione dei doveri... tipici della funzione giudiziaria in tutti i procedimenti e in ogni altra attività in cui ne fosse richiesto...», avrebbe procurato al gruppo il favore di componenti della amministrazione della giustizia, («impegnandosi ad intervenire su appartenenti agli uffici giudiziari... in modo da favorire le società predette...)», nonché determinato una credibilità diffusa di influenza di detto gruppo sull'andamento della giustizia in settori di interesse delle società».
«Il tutto è stato addebitato allo Squillante in ragione di una strumentalità inquinante da costui posta in essere in favore del gruppo imprenditoriale costituito dalle società aventi sede in Milano, assecondando gli interessi delle società stesse secondo determinazioni, ideazioni ed una complessiva concertazione illecita incentrata nel luogo stesso di collocazione e di diffusione degli scopi delittuosi, cioè in Milano».
Ciò posto, come risulta dal testo stesso dell'ordinanza impugnata, attraverso la stigmatizzazione indiziaria degli elementi utilizzati per la ricostruzione dell'intera vicenda (rapporti costanti e frequentazioni tra Squillante, Previti, Pacifico, intreccio di interessi finanziari riferibili all'attività delle società milanesi nonché dei su nominati, modalità e circostanze inerenti alle intense comunicazioni e motivazioni delle medesime, aderenza di un determinato ambiente giudiziario rispetto agli interessi del gruppo rappresentati da personaggi di significativo rilievo, interferenza nell'attività giudiziaria in corso, giacenze finanziarie all'estero) -, la condotta corruttiva contestata allo Squillante, ed ai compartecipi, va oltre alla individualizzazione di singoli atti formali, ed attiene al substrato dell'attività complessiva inerente al suo ufficio, caratterizzata illecitamente dalla deviazione rispetto ai doveri fondamentali della struttura giudiziaria».
«Ed allora, identificato nella suddetta condotta il veicolo dell'offesa dell'interesse tutelato i due episodi di materiale dazione del denaro, indicati dal "teste", costituiscono solo momenti della complessiva vicenda corruttiva, ed assumono il più riduttivo ruolo di momenti satisfattivi dell'ampio disegno corruttivo dello Squillante, d'intesa con gli esponenti del gruppo economico di Milano».
«Al fine di definire più puntualmente l'addebito corruttivo dello Squillante, questo Collegio non può trascurare di considerare come l'inquinamento di un'organizzazione, di natura professionale, quale quella giudiziaria, possa manifestarsi in un lento e progressivo condizionamento delle sue scelte rispetto a gruppi economici attraverso la creazione di collegamenti anomali con i suoi componenti verso i quali si viene a determinare un rapporto di "simpatia" ovvero di condivisione dei subvalori a costoro riferibili, sulla base di procurate occasioni di incontri, di regalie, di mondanità, di soddisfacimento di esigenze di gratificazione individuali di ogni specie. E ciò non può non risultare di più agevole ed incisivo risultato ove l'attività possa giovarsi di un esponente, qualificato e quindi di vertice, dell'organizzazione stessa, potendo non solo "intervenire sugli altri appartenenti" dell'ufficio, non solo garantire una copertura di complicità, ma determinare motivazioni per la rimozione di ogni remora psicologica a livello individuale di slealtà verso l'organizzazione, nella commistione che il capo dell'ufficio determina tra potere formale, che distorce, e potere informale indirizzato alla cura di interessi antinomici, che nell'esercizio di quello dissimula».
«Da quanto sopra, s'impone una più approfondita rilettura normativa delle ipotesi criminose di corruzione, tutte le volte che abbiamo come riferimento fatti non solo di mercimonio dei doveri dell'ufficio in relazione ad atti squisitamente formali, ma coinvolgenti la condotta in genere del pubblico ufficiale di favoritismo e quindi antidoverosa (Cass. sez. 6, 29 ottobre 1992, P.m. in proc. Riso, CED Cass. 193821, 193822; idem, 14 marzo 1996, Varvarito); e ciò soprattutto quando, come nel caso in esame, la corruzione, investendo i doveri di base di un'organizzazione («professionale», in quanto sono ad essa affidate scelte di valore, come le decisioni giudiziarie), comporta la sistematica abdicazione delle sue finalità legali, e la formazione di una subcultura che sostituisce quelle finalità con gli scopi illeciti posti a base del mercimonio dell'ufficio».
«Ed il suddetto inquinamento costituiva la ragione, come risulta dall'ordinanza impugnata, dell'inserimento dello Squillante nell'assetto degli interessi del gruppo economico di Milano, dal quale il medesimo risultava destinatario di denaro ed utilità patrimoniali».
«La localizzazione dell'accordo e quindi della relativa promessa di denaro e di altre utilità in Milano trova, d'altra parte, conferma laddove, nell'ordinanza impugnata, richiamando - il giudice - alcune intercettazioni ambientali di particolare valore indiziario (come quella del «bar Mandara»), viene fatto riferimento agli incontri tra lo Squillante ed i massimi esponenti del gruppo societario in questione, incontri avente ad oggetto la gestione e l'esito di affari economici».
«In considerazione di quanto sopra, allo stato procedimentale deve riconoscersi la competenza territoriale dell'autorità giudiziaria di Milano, luogo di intreccio degli illeciti interessi e dell'accordo corruttivo.

.2. 26.6.1996 (depositata il 29.8.96) sul ricorso proposto da Attilio PACIFICO avverso l'ordinanza 15.5.1996 del G.I.P. presso il Tribunale di Milano, relativamente al capo B (cfr. allegato n. 17):
«Esaminando i motivi dedotti in ordine di pregiudizialità logica va anzitutto disattesa l'eccezione diretta a contestare la competenza territoriale dell'A.G. di Milano».

«Al riguardo l'impugnata ordinanza, partendo dall'incontestato assunto della non individualità allo stato del luogo di perfezionamento degli accordi corruttivi e della non utilità, per la dislocazione estera, del luogo di effettuazione dei versamenti a favore degli avvocati indagati (che comunque è bene aggiungere, non integrerebbe, per l'identità dei destinatari, la dazione consumativa della corruzione), e premessa quindi la necessità, per stabilire la competenza territoriale, di far ricorso alle regole suppletive di cui all'articolo 9 c.p.p., rileva la non praticabilità dei criteri di cui al primo e al secondo comma del citato articolo, in base, da un lato, all'irrilevanza del luogo della condotta commissiva od omissiva del pubblico ufficiale, non facente parte della fattispecie della corruzione, e, dall'altro, alla presenza di indagati aventi residenza, dimora o domicilio in luoghi diversi, pervenendo così alla conclusione della necessaria applicazione del criterio residuale, di cui all'ultimo comma dell'articolo 9 c.p.p., della priorità di iscrizione nel registro previsto dall'articolo 335 c.p.p. conducente alla competenza dell'A.G. di Milano».
Nel ricorso si contesta tale argomentazione in base al rilievo che tutti i soggetti corrotti (magistrati, funzionari e incaricati dello studio legale che patrocino l'IMI nella causa civile con i Rovelli) hanno quantomeno il domicilio in Roma, onde potrebbe e dovrebbe trovare applicazione nella specie il criterio del forum rei, che identifica il foro competente in quello di Roma, da spostarsi poi ex articolo il c.p.p., per il prospettato coinvolgimento di magistrati appartenenti al distretto della Corte di appello di Roma, a quello di Perugia».
«Nei motivi aggiunti si richiama altresì, come ricordato in narrativa, il criterio del reato più grave, ex coord. disp. artt. 12 e 16 c.p.p., in relazione al falso per soppressione che sarebbe sostanzialmente contenuto nella contestazione e per il quale le indagini, già chiuse con archiviazione, risulterebbero riaperte».
«Le suesposte obiezioni sono destituite di fondamento».
«Quanto, invero all'invocata praticabilità del forum rei, rilevasi che il riferimento ai soggetti corrotti fatto nel ricorso, oltre ad essere contenutisticamente lacunoso e inidoneo, venendo prospettata con relativa attendibilità la comunanza in Roma solo del domicilio dei soggetti stessi, laddove, come emerge palesemente dal tenore del cpv. articolo 9 c.p.p., i criteri della residenza, della dimora o del domicilio vanno applicati in graduale successione fra di loro (v. in relazione alla medesima previsione del vecchio codice, Cass. 18.1.1979, Sammartino), è soggettivamente parziale, ricavandosi chiaramente dalla contestazione il concorso anche di altri corruttori (tra i quali in primo luogo gli eredi Rovelli), per i quali la comunanza suddetta non è dedotta (né, per quanto attiene agli eredi Rovelli, ravvisabile». «L'affermazione dell'ordinanza sulla diversità dei luoghi di residenza, dimora o domicilio dei vari soggetti sottoposti alle indagini, non può dunque ritenersi validamente confutata e superata dai rilievi del ricorrente».
«Circa poi l'argomentazione facente leva sul reato più grave, deve senz'altro respingersi la tesi che nella contestazione mossa all'indagato sia sostanzialmente contenuto anche il reato di falso per soppressione, in riferimento alla sparizione della procura speciale autenticata, posta che tale sparizione è messa nella contestazione in alternativa all'ipotesi minore dell'omesso deposito, risultando così priva, per definizione, della consistenza della gravità indiziaria. Al momento dell'emissione dell'ordinanza applicativa della misura peraltro, un procedimento aperto per il falso de quo era stato archiviato per obiettiva infondatezza della notitia criminis (v. ordinanza 13.5.1996 del GIP del Tribunale di Roma, allegata sub 8 ai motivi aggiuntivi del ricorrente); né risulta in alcun modo che le relative indagini fossero state riaperte (nulla provando in proposito la richiesta del 29.5.96 presentata dal difensore dell'Acampora al GIP del Tribunale di Roma per il rilascio di copie degli atti relativi alla riapertura delle indagini nella vicenda relativa alla assenza della procura rilasciata dall'IMI ai propri difensori, e, in particolare, l'annotazione a mano ivi fatta a margine dal P.M. che riserva la decisione al P.M. di Milano, ormai titolare, che, anzi, lascia supporre la perdurante assenza di qualunque presupposto per la competenza, sulla vicenda stessa, della A.G. di Roma)».
«Deve pertanto ritenersi correttamente individuata nell'ordinanza impugnata, allo stato degli atti, la competenza territoriale del GIP del Tribunale di Milano».
Detto questo, se la Cassazione per 11 anni non ha nulla da dire sulla competenza territoriale, se non per ribadire nella sentenza del 2003, peraltro esplicitamente riferita anche a SME-ARIOSTO, che la competenza è legittimamente a Milano, per poi all'ultimo momento!! cambiare idea, mandando il processo a donnine, è colpa della procura di Milano???


La vera colpa della procura Milanese è quella di aver processato Berlusconi. Lo stesso per chi ha osato processare altri politici potenti, come Andreotti o Dell'Utri, non s'adda fa.
__________________

Ultima modifica di sander4 : 17-10-2007 alle 23:49.
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