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#101 |
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Senior Member
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cmq l'antimafia esiste finchè esiste la mafia.
meditate. ps. ho l'impressione che molti di voi non conoscano la situazione sicula per cui hanno un pò di difficoltà a capire i punti di vista opposti. |
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#102 |
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Senior Member
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ma infatti ce lo teniamo, non c'è alternativa.
Soprattutto dai discorsi che sono usciti nel 3d. E' ovvio che ce lo teniamo visto che funziona che vado dall'onorevole X, per un pò di tornate gli dò dei voti e poi lui mi da un lavoro. Se invece vado dall'onorevole antimafia che lavoro mi dà ? Così è abbastanza elementare il concetto ?
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Utente gran figlio di Jobs ed in via di ubuntizzazione Lippi, perchè non hai convocato loro ? |
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#103 | |
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#104 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Oct 2005
Città: Palermo
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Ma neanche molti dei siciliani del forum accettano una cosa del genere, è come se avessero dei paraocchi, c'è solo il bianco o nero, o la gente (gli elettori) ci seguono oppure sono dei codardi che preferiscono cuffaro. Mentre invece il consenso di deve cercare. Se io voglio farmi votare devo promettere dei benefici agli elettori che devono darmi la loro preferenza. Mica posso dire votatemi perchè IO sono onesto. Evvabbè io sono onesto, sono antimafia e aderisco ad addiopizzo, in quanti mi voterebbero qui dentro ?
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Utente gran figlio di Jobs ed in via di ubuntizzazione Lippi, perchè non hai convocato loro ? |
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#105 | |
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Bannato
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Però nn iniziare con i discorsi dei professionisti dell'antimafia...gia sciascia fece una figuraccia |
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#106 | |
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Bannato
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Interessante il discorso di Impastato.Hai qlc info sulla sua attività politica e di come si stia sviluppando?? |
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#107 |
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Senior Member
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#108 | ||
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Senior Member
Iscritto dal: Oct 2005
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Cmq veramente ho aderito ad addiopizzo. http://www.addiopizzo.org/cambiaiconsumi.asp Giannola Giorgio Quote:
http://riberaonline.blogspot.com/200...saggio_23.html inoltre http://www.loschermo.it/articolo.php?idart=2304
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#109 | |
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Senior Member
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gente che prima lo ha insultato, poi ne ha abusato il nome per i loro fini creando una associazione che usa il suo nome (ora non ricordo precisamente ma mi documenterò). ed usandolo anche se, una volta chiesto il permesso alla sig.ra Sciascia, questa (memore dei comportamenti dei tizi in questione e volendo probabilmente onorare la memoria del marito) aveva molto garbatamente invitato a sceglierne un altro. ps. un consiglio. chi nn ha letto sciascia non può capire la sicilia ed i siciliani Ultima modifica di Jackari : 17-10-2007 alle 17:14. |
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#110 | |
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Senior Member
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Se poi i candidati sono entrambi onesti e antimafia, è chiaro che l'onestà non è più beneficio ma cosa scontata, e pretendi molto di più, ma se non è così. E come Ser, di fronte a candidati dubbi o mafiosi, non ci penserei due volte a votare, se si presenta, un cittadino onesto e antimafia, anche "sconosciuto". E ora te lo chiederei io se è abbastanza semplice il concetto. Ultima modifica di sander4 : 17-10-2007 alle 16:52. |
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#111 |
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Senior Member
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I professionisti dell'antimafia
di Leonardo Sciascia dal Corriere della sera , 10 gennaio 1987 Autocitazioni, da servire a coloro che hanno corta memoria o/e lunga malafede e che appartengono prevalentemente a quella specie (molto diffusa in Italia) di persone dedite all'eroismo che non costa nulla e che i milanesi, dopo le cinque giornate, denominarono «eroi della sesta»: 1) «Da questo stato d'animo sorse, improvvisa, la collera. Il capitano sentì l'angustia in cui la legge lo costringeva a muoversi; come i suoi sottufficiali vagheggiò un eccezionale potere, una eccezionale libertà di azione: e sempre questo vagheggiamento aveva condannato nei suoi marescialli. Una eccezionale sospensione delle garanzie costituzionali, in Sicilia e per qualche mese: e il male sarebbe stato estirpato per sempre. Ma gli vennero nella memoria le repressioni di Mori, il fascismo: e ritrovò la misura delle proprie idee, dei propri sentimenti... Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell'inadempienza fiscale, come in America. Ma non soltanto le persone come Mariano Arena; e non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere le mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto (...), sarebbe meglio se si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuoriserie, le mogli, le amanti di certi funzionari e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso». (II giorno della civetta , Einaudi, Torino, 1961). 2) «Ma il fatto è, mio caro amico, che l'Italia è un così felice Paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole vuol dire che già se ne è stabilita una in lingua... Ho visto qualcosa di simile quarant'anni fa: ed è vero che un fatto, nella grande e nella piccola storia, se si ripete ha carattere di farsa, mentre nel primo verificarsi è tragedia; ma io sono ugualmente inquieto». (A ciascuno il suo , Einaudi, Torino, 1966). Il punto focale . Esibite queste credenziali che, ripeto, non servono agli attenti e onesti lettori, e dichiarato che la penso esattamente come allora, e nei riguardi della mafia e nei riguardi dell'antimafia, voglio ora dire di un libro recentemente pubblicato da un editore di Soveria Mannelli, in provincia di Catanzaro: Rubbettino. Il libro s'intitola La mafia durante il fascismo, e ne è autore Christopher Duggan, giovane «ricercatore» dell'Università di Oxford e allievo dì Denis Mack Smith, che ha scritto una breve presentazione del libro soprattutto mettendone in luce la novità e utilità nel fatto che l'attenzione dell'autore è rivolta non tanto alla «mafia in sé» quanto a quel che «si pensava la mafia fosse e perché»: punto focale, ancora oggi, della questione: per chi - si capisce- sa vedere, meditare e preoccuparsi; per chi sa andare oltre le apparenze e non si lascia travolgere dalla retorica nazionale che in questo momento del problema della mafia si bea come prima si beava di ignorarlo o, al massimo, di assommarlo al pittoresco di un'isola pittoresca, al colore locale, alla particolarità folcloristica. Ed è curioso che nell'attuale consapevolezza (preferibile senz'altro - anche se alluvionata di retorica - all'effettuale indifferenza di prima) confluiscano elementi di un confuso risentimento razziale nei riguardi della Sicilia, dei siciliani: e si ha a volte l'impressione che alla Sicilia non si voglia perdonare non solo la mafia, ma anche Verga , Pirandello e Guttuso. Ma tornando al discorso: non mi faccio nemmeno l'illusione che quei miei due libri, cui i passi che ho voluto ricordare, siano serviti - a parte i soliti venticinque lettori di manzoniana memoria (che non era una iperbole a rovescio, dettata dal cerimoniale della modestia poiché c'è da credere che non più di venticinque buoni lettori goda, ad ogni generazione un libro) - siano serviti ai tanti, tantissimi che l'hanno letto ad apprender loro dolorosa e in qualche modo attiva coscienza del problema: credo i più li abbiano letti, per così dire, «en touriste», allora; e non so come li leggano oggi. Tant'è che allora il «lieto fine» - e se non lieto edificante - era nell'aria, per trasmissione del potere a quella cultura che, anche se marginalmente, lo condivideva: come nel film In nome della legge, in cui letizia si annunciava nel finale conciliarsi del fuorilegge alla legge. Ed è esemplare la vicenda del dramma La mafia di Luigi Sturzo. Scritto, nel 1900, e rappresentato in un teatrino di Caltagirone, non si trovò, tra le carte di Sturzo, dopo la sua morte, il quinto atto che lo, completava; e lo scrisse Diego Fabbri, volgarmente pirandelleggiando e, con edificante conclusione. Ritrovati più tardi gli abboni di Sturzo per, il quinto atto, si scopriva la ragione per cui la «pièce» era stata dal, suo autore chiamata dramma (il che avrebbe dovuto essere per Fabbri, avvertimento e non a concluderla col trionfo del bene): andava a finir, male e nel male, coerentemente a quel che don Luigi Sturzo sapeva e, vedeva. Siciliano di Caltagirone, paese in cui la mafia allora soltanto, sporadicamente sconfinava, bisogna dargli merito di aver avuto, chiarissima nozione del fenomeno nelle sue articolazioni, implicazioni e, complicità; e di averlo sentito come problema talmente vasto, urgente e, penoso da cimentarsi a darne un «esempio» (parola cara a san Bernardino), sulla scena del suo teatrino. E come poi dal suo Partito Popolare sia, venuta fuori una Democrazia Cristiana a dir poco indifferente al, problema, non è certo un mistero: ma richiederà, dagli storici, un'indagine e un'analisi di non poca difficoltà. E ci vorrà del tempo; almeno quanto ce n'è voluto per avere finalmente questa accurata, indagine e sensata analisi di Christopher Duggan su mafia e fascismo. Nel primo fascismo. idea, e il conseguente comportamento, che il primo fascismo ebbe nei riguardi della mafia, si può riassumere in una specie di sillogismo: il fascismo stenta a sorgere là dove il socialismo è debole: in Sicilia la mafia è già fascismo. Idea non infondata, evidentemente: solo che occorreva incorporare la mafia nel fascismo vero e proprio. Ma la mafia era anche, come il fascismo, altre cose. E tra le altre cose che il fascismo era, un corso di un certo vigore aveva l'istanza rivoluzionaria degli ex combattenti dei giovani che dal Partito Nazionalista di Federzoni per osmosi quasi naturale passavano al fascismo o al fascismo trasmigravano non dismettendo del tutto vagheggiamenti socialisti ed anarchici: sparute minoranze, in Sicilia; ma che, prima facilmente conculcate, nell'invigorirsi del fascismo nelle regioni settentrionali e nella permissività e protezione di cui godeva da parte dei prefetti, dei questori, dei commissari di polizia e di quasi tutte le autorità dello Stato; nella paura che incuteva ai vecchi rappresentanti dell'ordine (a quel punto disordine) democratico, avevano assunto un ruolo del tutto sproporzionato al loro numero, un ruolo invadente e temibile. Temibile anche dal fascismo stesso che - nato nel Nord in rispondenza agli interessi degli agrari, industriali e imprenditori di quelle regioni e, almeno in questo, ponendosi in precisa continuità agli interessi «risorgimentali» - volentieri avrebbe fatto a meno di loro per più agevolmente patteggiare con gli agrari siciliani e quindi con la mafia. E se ne liberò, infatti, appena, dopo lì delitto Matteotti, consolidatosi nel potere: e ne fu segno definitivo l'arresto di Alfredo Cucco (figura del fascismo isolano, di linea radical-borghese e progressista, per come Duggan e Mack Smith lo definiscono, che da questo libro ottiene, credo giustamente, quella rivalutazione che vanamente sperò di ottenere dal fascismo, che soltanto durante la repubblica di Salò lo riprese e promosse nei suoi ranghi). Nel fascismo arrivato al potere, ormai sicuro e spavaldo, non è che quella specie di sillogismo svanisse del tutto: ma come il fascismo doveva, in Sicilia, liberarsi delle frange «rivoluzionarie» per patteggiare con gli agrari e gli esercenti delle zolfare, costoro dovevano - garantire al fascismo almeno l'immagine di restauratore dell'ordine - liberarsi delle frange criminali più inquiete e appariscenti. Le guardie del feudo. E non è senza significato che nella lotta condotta da Mori contro la mafia assumessero ruolo determinante i campieri (che Mori andava solennemente decorando al valor civile nei paesi "mafiosi"): che erano, i campieri, le guardie del feudo, prima insostituibili mediatori tra la proprietà fondiaria e la mafia e, al momento della repressione di Mori, insostituibile elemento a consentire l'efficienza e l'efficacia del patto. Mori, dice Duggan, «era per natura autoritario e fortemente conservatore», aveva «forte fede nello Stato», «rigoroso senso del dovere». Tra il '19 e il '22 si era considerato in dovere di imporre anche ai fascisti il rispetto della legge: per cui subì un allontanamento dalle cariche nel primo affermarsi del fascismo, ma forse gli valse - quel periodo di ozio - a scrivere quei ricordi sulla sua lotta alla criminalità in Sicilia dal sentimentale titolo di Tra le zagare, oltre che la foschia che certamente contribuì a farlo apparire come l'uomo adatto, conferendogli poteri straordinari, a reprimere la virulenta criminalità siciliana. Rimasto inalterato il suo senso del dovere nei riguardi dello Stato, che era ormai lo Stato fascista, e alimentato questo suo senso del dovere da una simpatia che un conservatore non liberale non poteva non sentire per il conservatorismo in cui il fascismo andava configurandosi, l'innegabile successo delle sue operazioni repressive (non c'è, nei miei ricordi, un solo arresto effettuato dalle squadre di Mori in provincia di Agrigento che riscuotesse dubbio o disapprovazione nell'opinione pubblica) nascondeva anche il giuoco di una fazione fascista conservatrice e di un vasto richiamo contro altra che approssimativamente si può dire progressista, e più debole. Sicché se ne può concludere che l'antimafia è stata allora strumento di una fazione, internamente al fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato e incontrastabile. E incontrastabile non perché assiomaticamente incontrastabile era il regime - o non solo: ma perché talmente innegabile appariva la restituzione all'ordine pubblico che il dissenso, per qualsiasi ragione e sotto qualsiasi forma, poteva essere facilmente etichettato come «mafioso». Morale che possiamo estrarre, per così dire, dalla favola (documentatissima) che Duggan ci racconta. E da tener presente: l'antimafia come strumento di potere. Che può benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando. E ne abbiamo qualche sintomo, qualche avvisaglia. Prendiamo, per esempio, un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi - in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei - come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra (che sono tanti, in ogni paese, in ogni città: dall'acqua che manca all'immondizia che abbonda), si può considerare come in una botte di ferro. Magari qualcuno molto timidamente, oserà rimproverargli lo scarso impegno amministrativo; e dal di fuori. Ma dal di dentro, nel consiglio comunale e nel suo partito, chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un'azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo seguiranno. Ed è da dire che il senso di questo rischio, di questo pericolo, particolarmente aleggia dentro la Democrazia Cristiana: «et pour cause», come si è tentato prima dl spiegare. Questo è un esempio ipotetico. Ma eccone uno attuale ed effettuato. Lo si trova nel «notiziario straordinario n. 17» (10 settembre 1986) del Consiglio Superiore della Magistratura. Vi si tratta dell'assegnazione del posto di Procuratore della Repubblica a Marsala al dottor Paolo Emanuele Borsellino e dalla motivazione con cui si fa proposta di assegnargliela salta agli occhi questo passo: "Rilevato, per altro, che per quanto concerne i candidati che in ordine di graduatoria precedono il dott. Borsellino, si impongono oggettive valutazioni che conducono a ritenere, sempre in considerazione della specificità del posto da ricoprire e alla conseguente esigenza che il prescelto possegga una specifica e particolarissima competenza professionale nel settore della delinquenza organizzata in generale e di quella di stampo mafioso in particolare, che gli stessi non siano, seppure in misura diversa, in possesso di tali requisiti con la conseguenza che, nonostante la diversa anzianità di carriera, se ne impone il "superamento" da pane del più giovane aspirante". Per far carriera. Passo che non si può dire un modello di prosa italiana, ma apprezzabile per certe delicatezze come «la diversa anzianità», che vuoi dire della minore anzianità del dottor Borsellino, e come quel «superamento», (pudicamente messo tra virgolette), che vuoi dire della bocciatura degli altri, più anziani e, per graduatoria, più in diritto di ottenere quel posto. Ed è impagabile la chiosa con cui il relatore interrompe la lettura della proposta, in cui spiega che il dottor Alcamo -che par di capire fosse il primo in graduatoria - è «magistrato di eccellenti doti», e lo si può senz'altro definire come «magistrato gentiluomo», anche perché con schiettezza e lealtà ha riconosciuto una sua lacuna «a lui assolutamente non imputabile»: quella di non essere stato finora incaricato di un processo di mafia. Circostanza «che comunque non può essere trascurata», anche se non si può pretendere che il dottor Alcamo «piatisse l'assegnazione di questo tipo di procedimenti, essendo questo modo di procedere tra l'altro risultato alieno dal suo carattere». E non sappiamo se il dottor Alcamo questi apprezzamenti li abbia quanto più graditi rispetto alta promozione che si aspettava. I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso. In quanto poi alla definizione di «magistrato gentiluomo», c'è da restare esterrefatti: si vuol forse adombrare che possa esistere un solo magistrato che non lo sia? visto che l'avete chiamato in ballo eccovi l'articolo di sciascia. leggetelo prima, poi magari, commentatelo. a me pare che il giudizio espresso sull'autore sia almeno superficiale. |
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#112 |
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la mafia e' la sicilia,
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“ Fiat iustitia, et pereat mundus”-המעז מנצח -
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#113 |
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#114 | |
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Attenzione,nn metterti su un piedistallo perchè io di sciascia nn ho detto un bel nulla. E cmq nn basta 1 articolo per capirlo...ci vogliono anni di letture... |
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#115 | |
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Senior Member
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un motivo in più per iniziare comunque dall'articolo mi pare chiaro che sciascia avvertiva del pericolo che derivava dal potere dell'antimafia (sia dal punto di vista mediatico sia dall'interno delle istituzioni), potere talmente forte da sovvertire le regole costituite. e qui si può leggere che tali regole erano e sono in realtà deboli e sovvertibili a seconda del vento che soffia. non è sbagliato poi il parallelismo con il periodo fascista che, tra l'altro serve a farci capire che, il fascismo non è una fase estemporanea della nostra storia, ma è anzi latente nella nostra mentalità e cultura (o forse mancanza di cultura). per questo ho richiamato l'attenzione sull'accusa di ipergarantismo mossa nei confronti di giannola. la stragrande maggioranza crede che il garantismo (o il liberalismo) serva solo ai delinquenti (qui si nota come chi ritiene ciò si ritiene un non delinquente a prescindere) e non al cittadino. purtroppo, per via dell'effetto mediatico, chi è liberale adesso è un berlusconiano, poichè s'ignora cosa sia il liberalismo, la sua contrapposizione storica con il potere monarchico prima, il fascismo, il comunismo poi, l'esperienza dei paesi anglosassoni. |
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#116 | ||
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Iscritto dal: Jun 2005
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Dall'articolo a me pare chiaro, invece, che partendo da un avvertimento generico di un'antimafia che può diventare essa stessa un potere e in realtà non agire, in teoria giusto, va a prendere come esempio (oltre ad Orlando) proprio Paolo Borsellino!! ovvero chi ha sacrificato la vita per combattere la mafia!!! sferrando contro di lui un pesante, diretto, preciso attacco.
E per cosa? Perchè veniva promosso per il suo eccellente, durissimo, concreto lavoro di lotta alla mafia, quindi per i suoi meriti e impegno sul campo che gli costò la vita. Le ultime parole dell' ultimo intervento pubblico di Borsellino, «Tutto incominciò con quell'articolo sui professionisti dell'antimafia» poi fanno capire come tale attacco, da una persona così autorevole, permise a molti furbi di strumentalizzare il resto attaccando con gli stessi toni anche Falcone, e i pochi che come lui hanno veramente combattuto contro la mafia. Recentemente si era riaperta la polemica sull'articolo, dato che Pierluigi Battista sul Corriere chiedeva scuse per Sciascia. Riporto un'introduzione di Barbacetto e la risposta-testimonianza di Dalla Chiesa. Quote:
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Ultima modifica di sander4 : 17-10-2007 alle 20:38. |
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#117 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Jun 2005
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Il garantismo, quando ovviamente è applicato a tutti ed in ogni occasione, è importante, vero. Per l'effetto mediatico direi però ciò che noto io (e da anni) è che invece chi è legalitario e tiene al rispetto dei giudici e delle leggi diventa giustizialista e/o comunista, e chi come giudice fa il suo dovere (due esempi, Caselli e Bocassini, trasformati in "comunisti") diventa un perseguitatore politico rosso, o che i giudici di Tangentopoli diventano "assassini", tanto che si è arrivati (Bonfrisco (Fi)) a gridare "Sei un assassino" a D'Ambrosio proprio nel Senato. Ultima modifica di sander4 : 17-10-2007 alle 21:44. |
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#118 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Jul 2006
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quando la procura di Milano opera in modo da farsi, dopo anni di processo, dichiarare incompetente e rinviare il processo a PErugia.... quando i pm si dividono in bande e si criticano ferocemente e pubblicamente tra di loro (e non possono farlo) per motivi che nessuno riesce a capire, facendo a gara a chi è più antimafioso....rendendo possibile il ricorso al legittimo sospetto.... quando si prosegue in processi dove è inquisito un giudice senza spostare la competenza in altre sedi..... quando i pubblici ministeri operano come operava l'allora pm di pietro e quando i ministri operano come opera l'attuale di pietro... quando i ministri che abbandonano i prefetti diventano vicepresidenti del CSM http://it.wikipedia.org/wiki/Virginio_Rognoni... qualche dubbio sul corretto operato della magistratura viene a tutti. la magistratura per non essere criticata dovrebbe mettersi al riparo da ogni sospetto e non è che siccome uno fa i processi contro la mafia non può essere criticato e non basta proclamarsi antimafioso per esserlo veramente.... mi sembra quasi di vivere in una dimensione parallella ps.: meno male che c'è l'articolo di sciascia postato integralmente. come ca**o fate a dire che è contro borsellino? ![]() ps2: non postate i commenti. leggetelo ![]() a me interessa poco di come l'articolo, travisato, sia stato recepito dalla società del tempo. chè se l'ora non hanno capito un ca**o noi non dobbiamo mica ripetere l'errore. andiamo alla fonte. Ultima modifica di Jackari : 17-10-2007 alle 22:21. |
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#119 | |
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Borsellino e sciascia si sono anche incontrari e lo scrittore,come ricorda il magistrato,gli chiese scusa e discussero della questione,convenendo su ogni punto.Fu un errore di sciascia citare Borsellino come scrisse Bocca su cds,e fu un errore che sciascia mise per iscritto in un paio di corrispondenze con lui. Ovviamente divennero grandi amici. Aggiungo che i "professionisti" dell'antimafia sn la cosa peggiore,si lavano la bocca con la parola antimafia ma poi nei fatti danno la procura a giammanco e trasferiscono caselli,oppure ammazzano le sentenze o peggio ancora propongono un pm alla superprocura gettandolo in pasto agli squali...o magari votano contro nel plenium del csm,facendo perdere la superprocura... Di esempi ne possiamo fare all'infinito,purtroppo. Non ho capito invece l'affermazione sulla procura di Marsala.Non sto dicendo che hai criticato Borsellino,semplicemente nn ho capito a cosa potessi alludere. PS:Aggiungo che riguardo il fulcro della questione tra sciascia e borsellino,il meccanismo utilizzato,cioè della maggior predisposizione ad indagare sulla mafia,è stato a mio dire giusto.In generale nella vita,si merita il posto chi è più bravo,non chi è più anziano e questo a prescindere dal tipo di lavoro. Inoltre,se nn ricordo male,il candidato era abbastanza anziano ed in età di pensionamento quindi si sarebbero persi anni preziosi per dover poi passare la procura a borsellino un paio di anni più tardi. Ultima modifica di Ser21 : 17-10-2007 alle 22:38. |
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#120 | ||
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La Cassazione, in sede cautelare, ovvero sui ricorsi presentati contro gli ordini di cattura emessi nel 1996, aveva respinto la questione di competenza territoriale. Le sentenze in questione: 26.6.1996 (depositata il 29.8.96) sul ricorso proposto da Attilio PACIFICO avverso l'ordinanza 15.5.1996 del G.I.P. presso il Tribunale di Milano 16.4.1996 (depositata il 23.5.1996) (IV sezione, sentenza n. 1616) sul ricorso proposto da Renato SQUILLANTE avverso l'ordinanza 11 marzo 1996 emessa dal G.I.P presso il Tribunale di Milano. In queste la cassazione dava l'OK alla procura di Milano sulla competenza. Inoltre e soprattutto il 27 gennaio 2003 le sezioni riunite avevano respinto la richiesta di trasferire i processi "toghe sporche" (Imi-Sir/Lodo Mondadori e Sme-Ariosto) a Brescia per legittimo sospetto. E in quella sentenza, delle sezioni riunite (presiedute da Marvulli) c'è anche scritto che «Allo stato la competenza per territorio del giudice (di Milano) non può ritenersi illegittimamente determinata». E risottolineo che riguardava anche Sme-Ariosto! Incollo maggiori dettagli sulle sentenze del 1996, contenute nella Richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Previti, data 3 Settembre 1997 fonte http://www.camera.it/_dati/leg13/lav...08/lettera.htm. Quote:
La vera colpa della procura Milanese è quella di aver processato Berlusconi. Lo stesso per chi ha osato processare altri politici potenti, come Andreotti o Dell'Utri, non s'adda fa. Ultima modifica di sander4 : 17-10-2007 alle 23:49. |
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