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Old 11-05-2007, 11:43   #1
easyand
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Italia covo di Al Quaeda

L'ESPRESSO DEL 10 MAGGIO 2007


di Fabrizio Gatti

Quattordici dei fondamentalisti coinvolti nella battaglia alle porte di Tunisi si erano formati nel nostro Paese. In una rete terroristica fra Milano e Varese, Roma e Napoli


Un primato da paura. L'Italia è entrata nel club dei Paesi che esportano il terrorismo di Al Qaeda. Lo confermano le indagini sugli scontri che hanno insanguinato la Tunisia tra il 23 dicembre 2006 e il 3 gennaio: 15 terroristi arrestati e 12 uccisi nella battaglia tra le località di Hamman Lif e Soliman, qualche chilometro a Sud della capitale. Secondo le informazioni consegnate dall'intelligence di Tunisi alle ambasciate europee, almeno 14 di loro, tutti arruolati nel Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento, si sono formati o hanno abitato in Italia. Oltre al comandante Abu Hashem, 38 anni, identificato subito dopo la sparatoria, l'elenco comprende un ex impiegato di banca che ha vissuto vicino a Roma, un trafficante di droga con base a Napoli e altri fondamentalisti a lungo ospitati tra Varese e Milano. La polizia tunisina ha messo sotto inchiesta anche un cittadino italiano: sarebbe l'intestatario dell'affitto di un appartamento in cui sono stati sequestrati esplosivi e armi.

Il commando manteneva stretti contatti con la Lombardia. Perso Abu Hashem, ferito nella battaglia e morto dopo la cattura, i suoi seguaci aspettano ora il rilascio del numero uno dei salafiti tunisini: Essid Sami Ben Khemais, 39 anni, arrestato nel 2001 dalla Digos di Milano e poi condannato. Lo sceicco 'Omar il pellegrino' come si faceva chiamare Ben Khemais, finirà di scontare la sua pena in giugno. Chiuderà i suoi conti con la giustizia italiana. Ma non potrà essere rimpatriato. Lo impedisce, secondo quanto ha rivelato la polizia, un provvedimento che Ben Khemais ha ottenuto perché i suoi diritti da detenuto in Tunisia non sarebbero garantiti. Finisce così che lo Stato può espellere lavoratori non in regola con i documenti, ma non gli attivisti di una rete che da anni predica l'odio, il razzismo e la superiorità della sua religione.

Gli investigatori di Tunisi hanno trovato agende con appunti e numeri di telefono che portano a Milano e Napoli. Il sospetto è che la falange tunisina del Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento dovesse entrare in azione in contemporanea con gli attentati di aprile ad Algeri e con quelli sventati dalle forze speciali in Marocco. Una serie di attacchi da rivendicare con la sigla di Al Qaeda nel Maghreb arabo. Anche la polizia marocchina durante le perquisizioni a Casablanca ha trovato appunti con indirizzi italiani e numeri di telefono di Napoli.

Campagna di attentati. Proprio in Marocco, un altro tunisino arrestato, Mohamed Ben Hedi M'Sahel, 38 anni, l'anno scorso aveva confessato piani di attacco in Italia, oltre che in Francia. Secondo il suo racconto, il gruppo stava organizzando attentati in una stazione del metrò a Milano e nella basilica di San Petronio a Bologna, scelta per l'affresco che raffigura il profeta Maometto. M'Sahel è l'esempio del fanatico reclutato e indottrinato in Italia. Arrivato negli anni Ottanta, a Milano spacciava droga ed era finito in carcere. Durante gli interrogatori, ha detto di essersi avvicinato alla pratica religiosa dopo il rilascio e di aver incontrato così i suoi arruolatori. Un lungo cammino che l'ha portato in Siria, con l'obiettivo di morire da kamikaze in Iraq. Per la guerra sull'Eufrate però non aveva abbastanza esperienza. Ed è stato dirottato nei campi di addestramento nel Sahara, lungo il confine tra Algeria e Mali.

Il deserto africano è il nuovo fronte di Al Qaeda annunciato dal messaggio di fine dicembre del vice di Osama Bin Laden, l'egiziano Ayman Al Zawahiri. Gli accampamenti dei terroristi sono in continuo movimento per non essere localizzati dai satelliti spia. L'organizzazione raccoglie libici, tunisini, algerini, marocchini, mauritani e maliani. E i soldi per comprare armi, carburante e mantenere i vecchi fuoristrada Toyota non mancano. Il Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento e le sigle alleate di Marocco e Mauritania stanno finanziando l'addestramento dei terroristi con i soldi pagati nel 2003 dal governo di Berlino. Era il riscatto versato dalla Germania per il rilascio di 14 turisti tedeschi, svizzeri e olandesi rapiti sei mesi prima. Facevano parte di una spedizione di 32 europei in vacanza, sequestrati tra febbraio e marzo in Algeria. In maggio l'esercito algerino ne aveva liberati 17 con un attacco alle loro prigioni. E i rapitori in fuga avevano attraversato il Sahara sconfinando in Mali. La Germania non ha mai rivelato a quanto ammontasse la somma consegnata ai terroristi. Secondo indiscrezioni, decine di milioni di euro: il Gruppo salafita aveva chiesto 4,6 milioni per ogni ostaggio.

Che quei soldi siano ancora in circolazione lo dimostrerebbe una lettera che i servizi di intelligence algerini hanno consegnato ai colleghi francesi. Era tra la posta sequestrata che due ufficiali di collegamento di Al Qaeda dovevano far arrivare al nuovo comandante dei salafiti algerini, Abdelmalek Droukdal, autoproclamatosi con un messaggio del 3 gennaio 2007 'emiro di Bin Laden nel Maghreb'. La lettera, firmata dal capo della rete mauritana, chiedeva al Gruppo salafita i soldi e l'appoggio militare promessi nel 2003 da un predecessore di Droukdal, un ex legionario francoalgerino conosciuto con il nome di battaglia di 'Abderrazak il parà'. 'Il parà' è il terrorista che aveva organizzato il sequestro dei turisti e aveva gestito la trattativa con il governo tedesco.

I dossier di Parigi. Secondo i rapporti dell'intelligence francese, che 'L'espresso' ha potuto consultare, la frattura all'interno del Gruppo salafita algerino costituisce il principale pericolo non solo nell'Africa sahariana. Ma anche in Europa, per la ramificazione della rete in Italia, Francia, Belgio e Gran Bretagna. La linea di Hassan Hattab, il capo storico dei salafiti algerini favorevole alla riconciliazione nazionale, è stata più volte sconfessata dai suoi comandanti militari. Il primo è stato proprio Abderrazak, con il rapimento dei turisti: attaccato con il suo battaglione dall'esercito del Ciad e messo in fuga nel deserto, alla fine di un intrigo internazionale, l'ex legionario è stato consegnato all'Algeria dal colonnello Gheddafi. Poi è toccato a Nabil Saharaoui confermare l'adesione alla guerra dichiarata da Bin Laden contro ebrei e cristiani nel mondo: l'esercito algerino l'ha ucciso dopo quasi un mese di bombardamenti e retate intorno al suo nascondiglio tra le montagne. Adesso è la volta dell'emiro Droukdal, che si fa chiamare Abu Mossab e ha una grande ambizione: esportare la strategia algerina in Tunisia e Marocco.

Sapere nei dettagli cosa è successo intorno a Tunisi è impossibile. Il presidente Ben Alì, al potere dal 1987, tiene il Paese sotto il pugno di ferro del suo governo. Anche il maggior partito di opposizione, en-Nahda, che ha condannato l'azione dei salafiti, è fuorilegge e circa seicento sostenitori sono da anni rinchiusi nelle carceri di massima sicurezza. Osservatori internazionali come Amnesty International e Human Rights Watch accusano le autorità tunisine di arresti arbitrari e tortura. E proprio questa è la ragione per cui l'Italia non potrà rimpatriare il leader salafita quando sarà scarcerato in giugno. Il regime di Ben Alì però non è riuscito a impedire la diffusione del malcontento. Un ingrediente esplosivo dimostrato dal numero di persone fermate dopo la battaglia vicino a Tunisi: duemilaseicento, soprattutto giovani, molti studenti universitari.

Il commando, secondo i documenti sequestrati, stava preparando attacchi eclatanti. Ambasciate, tra cui quella italiana. Soprattutto alberghi. Per mettere l'economia turistica tunisina in ginocchio. E da lì ripetere l'esperienza algerina. Il progetto di Sassi Lassaad, nome vero Abu Hashem, aveva l'appoggio del comando dei salafiti in Algeria. Gran parte dei suoi uomini si sono addestrati lì. Lui li comandava grazie al suo carisma di capo religioso, oltre che di combattente. Una reputazione dimostrata anche dai contatti che manteneva in Italia. Il suo nome appare già il 12 maggio 1998 in un'informativa della Digos di Milano su un gruppo di algerini, tunisini e libici scoperto perché uno di loro aveva tentato di spacciare una banconota da centomila lire falsa. Era uno dei tanti modi per finanziare la rete. Altri due terroristi al fianco di Sassi Lassaad, a Milano erano conosciuti per le loro lezioni segrete. Sono i fratelli Riabi, arruolati secondo le indagini di polizia e carabinieri, proprio nella cellula lombarda di Ben Khemais. Tra i loro allievi reclutati c'è il primo pentito italiano di Al Qaeda, Jelassi Riad. Un incidente di percorso.

Gli affari del regista. Le indagini in Italia avevano convinto molti salafiti sotto inchiesta a fuggire altrove. Tra questi, anche il comandante ucciso. Il gruppo però non ha abbandonato il suo progetto. Rovesciare il regime e colpire in Tunisia gli interessi dei Paesi amici. La prima sparatoria della battaglia di Capodanno è cominciata per caso. "La voce che circola", racconta a 'L'espresso' un testimone che chiede l'anonimato, "è che un panettiere si sia insospettito per la quantità di pane che alcuni clienti avevano comprato. Lui ha chiamato la polizia. I poliziotti hanno intercettato l'auto e c'è stato il primo conflitto a fuoco". La caccia ai terroristi è continuata. E il 3 gennaio a Solimane, 30 chilometri a sud di Tunisi, le forze speciali hanno attaccato il nascondiglio. All'inizio il governo ha parlato di criminali. Poi di trafficanti di droga. A quel punto tutti i tunisini, in patria e all'estero, avevano capito cosa stava succedendo. Il comandante Lassaad aveva rifornito i suoi uomini di mitra, mortai e razzi anticarro. E questo è un mistero per gli investigatori di Tunisi. Perché ufficialmente i controlli di dogana sono ferrei. Ma i maghrebini all'estero sanno che basta pagare qualcosa in più alle società di trasporto del clan Trabelsi, la famiglia della moglie del presidente. E i container passano la frontiera senza essere aperti. "Sarà un caso", dice un'altra fonte locale, "ma subito dopo la battaglia, la rivista sportiva stampata da un parente della first lady ha sospeso le pubblicazioni".

La gerarchia salafita tra Italia, Europa e Maghreb però non si ferma a tunisini e algerini. Sopra di loro la rete di Al Qaeda ha messo un regista. Di lui gli 007 europei conoscono pochissimo. Soltanto i soprannomi e il particolare che è un uomo avanti con l'età. Va spesso in Siria. Da lì dirige l'ufficio che valuta i volontari. E sceglie tra chi è abbastanza preparato per entrare in Iraq e chi ha bisogno di qualche mese di addestramento nel Sahara. Ma quella non è la sua unica attività. Ufficialmente, dicono i terroristi arrestati che l'hanno incontrato, gestisce un ristorante in Polonia. E una rete commerciale in mezza Europa. Italia compresa. n

Rigore al call center

Le norme antiterrorismo in Italia hanno anche i loro eccessi. In provincia di Varese

il passaporto straniero non vale come documento di riconoscimento. È obbligatorio il permesso di soggiorno valido. La norma
è stata applicata dalla questura ai centri telefonici pubblici: i clienti devono essere sempre identificati, così chi non ha permesso di soggiorno non può telefonare. Anche se è in regola con i documenti: è la condizione degli stranieri appena arrivati, oppure in transito, o soltanto in vacanza in Italia. Se il gestore del centro telefonico non scrive sul registro il numero di permesso
di soggiorno, rischia la sospensione

della licenza e quindi la chiusura del locale. Il caso è stato segnalato con un ricorso dall'avvocato Domenico Tambasco di Milano, al quale si è rivolta la principale società di telefonia di Varese alla quale la questura
ha contestato di non aver annotato il numero di permesso di soggiorno di sette clienti. "Questa prassi amministrativa", spiega l'avvocato, "è in palese violazione non solo dei principi costituzionali secondo cui la libertà di ogni forma di comunicazione è inviolabile, ma anche delle norme del testo unico dell'immigrazione. Norme che garantiscono a tutti gli stranieri presenti in Italia le garanzie e i diritti fondamentali della persona". La Regione Lombardia ha inoltre imposto con una legge a tutti i centri telefonici lombardi l'obbligo del gabinetto pubblico: chi non ha lo spazio o gli impianti per costruirlo, dovrà chiudere.
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Old 11-05-2007, 12:23   #2
drakend
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Non sorprende per niente che l'Italia sia la spina nel fianco del blocco occidentale con il suo sistema giudiziario da barzelletta. E' sempre lo stesso discorso... tutti i nodi tornano al pettine prima o poi.
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Old 11-05-2007, 12:54   #3
Chevelle
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Avanti così Quarto mondo
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Old 11-05-2007, 13:08   #4
giannola
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Vuoi vedere passati dall'essere uno stato di diritto all'essere uno stato canaglia ?

Adesso Bush ha la scusa per importare la vera democrazia anche nel nostro paese.
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Utente gran figlio di Jobs ed in via di ubuntizzazione
Lippi, perchè non hai convocato loro ?
giannola è offline   Rispondi citando il messaggio o parte di esso
Old 11-05-2007, 13:14   #5
LUVІ
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Mò me vado a iscrive ai terroristi.

LuVi
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Old 11-05-2007, 13:34   #6
Fides Brasier
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Originariamente inviato da LUVІ
Mò me vado a iscrive ai terroristi.
Ocio che se ti sente un poliziotto filippino t'arrestano per vent'anni
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E' il tuo sguardo che mi fa capire cosa mi puoi fare E le tue labbra accese e accattivanti mi fanno barcollare e l'adrenalina sale! Vorrei un altro pianeta disperso per noi due è solo un modo per dirti cosa ti farei!! E' il tuo odore che mi fa impazzire ho questa strana voglia di renderti il mio cibo Ma non temere sono solo un tipo strano che vuole la tua carne in preda all'essere animale Vorrei un altro pianeta disperso per noi due e come un tuono nel cielo sparire come Dei..
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Old 11-05-2007, 13:38   #7
Marco83_an
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Old 11-05-2007, 13:45   #8
fabio80
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Non sorprende per niente che l'Italia sia la spina nel fianco del blocco occidentale con il suo sistema giudiziario da barzelletta. E' sempre lo stesso discorso... tutti i nodi tornano al pettine prima o poi.
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Old 11-05-2007, 13:55   #9
++CERO++
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Mò me vado a iscrive ai terroristi.

LuVi
Incitazione al terrorismo
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Old 11-05-2007, 22:09   #10
Chevelle
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Città: Fogliano (GO)
Messaggi: 190
Speriamo che ora Bush non abbia la scusa per bombardare anche l' Italia
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Old 11-05-2007, 22:13   #11
FastFreddy
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Vuoi vedere passati dall'essere uno stato di diritto all'essere uno stato canaglia ?

A giudicare da come trattiamo il terrorismo noi, più che stato canaglia direi stato coniglio.
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La mia config: Asus Z170 Pro gaming, Intel i5 6600k @4.5Ghz, cooler master 212x, corsair vengeance 8Gb ddr4 2133, SSD sandisk ultra II 480Gb, Gainward GTX960 4Gb, Soundblaster Z, DVD-RW, ali Corsair CX750M, Case Thermaltake Suppressor F31
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Old 11-05-2007, 22:13   #12
roverello
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Città: Forlì
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Speriamo che ora Bush non abbia la scusa per bombardare anche l' Italia
Finchè non completerà l'esportazione attuale non prenderà in esame la nostra pratica. Nel frattempo avrà finito il mandato.
Se però decidesse, metto una guida laser per bombe teleguidate indovinate dove?
Non vorrete mica che esporti la democrazia a casa mia, che devo ancora estinguere il mutuo.
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