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Un anno di assolutismo: una stima dei danni
Nepal pdf print E-mail Inviato da Paolo Tosatti mercoledì, 01 febbraio 2006 15:34 Foto: WN file photoSedici poliziotti e tre membri dell’esercito sono morti oggi in Nepal durante gli scontri causati da un raid notturno dei ribelli maoisti nella citta' di Tansen, capoluogo del distretto di Palpa, 300 chilometri a ovest di Kathmandu. Dozzine di persone sarebbero ancora disperse, e tra questi ci sarebbe anche il governatore della provincia. Secondo fonti Ansa e BBC, l’attacco sarebbe avvenuto poche ore prima che re Gyanendra apparisse in televisione per pronunciare di fronte alla nazione un discorso in favore della democrazia e di uno sforzo comune per la pace. Esattamente un anno fa, dopo aver sciolto il governo in carica e aver nominato un esecutivo di suo gradimento, ha assunto di fatto poteri assoluti. E da quel momento in Nepal molte delle libertà civili e politiche sono state soppresse, la libertà di stampa e di espressione è stata fortemente limitata, esponenti di partiti e movimenti politici di opposizione sono stati incarcerati o relegati in isolamento. Ciò ha contribuito a determinare la nascita di un forte movimento di protesta e contestazione: i mesi scorsi sono stati caratterizzati da una notevole tensione, sia a livello politico che a livello sociale, prodotta dall’attrito tra le sempre più frequenti manifestazioni di opposizione al regime - che stanno portando nelle piazze e nelle strade un numero crescente di persone e di organizzazioni che si battono per un ritorno del Paese alla democrazia - e la dura reazione del Governo e dell’esercito. Giornalisti e osservatori internazionali hanno più volte sottolineato come le notizie diffuse siano spesso frammentarie e incomplete, e come ormai da diversi mesi l’informazione relativa alla situazione nepalese sia fortemente limitata. In particolare nell’ultimo periodo si è palesata sempre più chiaramente la deriva autoritaria del regime, che ha portato a una recrudescenza degli scontri e delle violenze, non solo da parte delle forze che sostengono il sovrano, ma anche da parte dell’opposizione: decine di persone hanno perso la vita nei continui attacchi che vedono opporsi i ribelli alle forze regolari dell’esercito. In questo quadro si è inserita trasversalmente la guerriglia maoista, che da un decennio lotta per instaurare nel paese un regime comunista, e che ha dichiarato guerra a Gyanendra. Durante il discorso pronunciato oggi in televisione, Gyanendra ha affermato, secondo fonti BBC, che “le elezioni amministrative indette per l’8 febbraio sono il solo modo per garantire il rispetto dei diritti delle persone e della democrazia”, aggiungendo che "saranno elezioni libere e corrette". Ma il gruppo dei sette principali partiti di opposizione ha annunciato che intende boicottare queste votazioni, ritenute illegittime. Appare infatti evidente che attraverso queste consultazioni elettorali re Gyanendra intende ricercare una legittimazione e un consenso tra la popolazione e la base sociale, e che solo disertando i seggi l’opposizione potrà tentare di contrastarlo su questo terreno. Anche i ribelli maoisti si sono opposti con forza alle elezioni: due giorni fa, primo giorno di campagna elettorale, Dal Bahadur Rai, candidato del Janamukti Party, è stato vittima di un attentato nella sua residenza di Lalitpur, a pochi chilometri di distanza dalla capitale. Sempre secondo la BBC, alcuni uomini armati si sono introdotti nell’abitazione e hanno aperto il fuoco contro Rai, ferendolo e costringendolo a un ricovero in ospedale. Per quanto gli attentatori non siano stati identificati, è ragionevole supporre che si trattasse di agenti del fronte dei ribelli - che ha più volte minacciato di attentare alla vita di tutti coloro che si candideranno alle elezioni amministrative e che nelle scorse settimane, riporta la BBC, aveva ucciso già uno dei candidati e ne aveva rapito un altro. Il risultato di questi clima di violenza e di tensione non ha tardato ad arrivare: a una settimana dalle elezioni, ancora 1000 dei 4146 seggi disponibili risultano vacanti, e più di 600 persone hanno ritirato la propria candidatura. Molti di essi sono stati scortati dalla polizia in luoghi sicuri, nascosti in vari punti del Paese per sfuggire agli attentati. Appare comunque evidente che Gyanendra non intende rinunciare alle consultazioni elettorali tanto che nelle scorse settimane una nuova ondata di arresti ha colpito i partiti e le organizzazioni che si oppongono al regime. In particolare nella giornata del 20 gennaio, per prevenire una manifestazione antimonarchica, circa 15mila soldati e poliziotti hanno pattugliato le strade della capitale per far rispettare il coprifuoco imposto poche ore prima dalle autorità, mentre alcuni esponenti delle forze dell’ordine hanno circondato le abitazioni di almeno quattro leader dell’opposizione - il presidente del Congresso Nepalese, Girija Prasad Koirala, il segretario generale del Partito Comunista del Nepal, Madhav Kumar Nepal, il suo vice Khadga Prasad Oli e Narayan Man Bijuchche, del Partito dei Contadini e Lavoratori del Nepal - comunicando loro che sarebbero stati agli arresti domiciliari per i prossimi 90 giorni. Secondo le fonti ufficiali la manifestazione era stata vietata per impedire infiltrazioni dei ribelli maoisti nei cortei, ma già nei giorni precedenti oltre 200 tra dirigenti politici, capi studenteschi e attivisti per i diritti umani erano stati arrestati in vista della protesta, le linee telefoniche erano state interrotte per impedire le comunicazioni ed era stato stabilito il divieto di circolazione nelle strade dopo le 21:00. Di fronte a questo grave stato di cose, ancora debole e inadeguata appare la reazione della comunità internazionale, anche se dopo le manifestazioni delle scorse settimane, alle proteste di alcuni osservatori dell’Onu presenti sul territorio, che hanno criticato soprattutto il blocco delle telecomunicazioni imposto dal regime, si sono aggiunti gli appelli di Human Rights Watch, di Amnesty International e della Commissione Internazionale dei Giuristi perché vengano esercitate delle pressioni sul Governo nepalese in vista di un suo impegno concreto in favore del rispetto e dell’applicazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Paolo Tosatti (Ultimo aggiornamento mercoledì, 01 febbraio 2006 18:29 )
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Ultima modifica di dantes76 : 19-04-2006 alle 20:31. |
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ESTERI
Nepal, polizia spara su manifestanti: morti e feriti a Katmandu Sono stati sparati prima candelotti di gas lacrimogeno, e poi proiettili veri e di gomma 20/4/2006 Scontro tra gli attivisti del movimento per la democrazia e la polizia nepalese KATMANDU. È finita tragicamente, con tre morti e 40 feriti, una odierna manifestazione di protesta contro re Gyanendra, a Katmandu. Dopo essersi raggruppati nei sobborghi migliaia di persone sono entrate nella capitale, in violazione del coprifuoco diurno. Ad attenderli c'erano centinaia di agenti di polizia che hanno sparato ad altezza d'uomo per disperdere la folla. Secondo fonti ospedaliere 12 feriti sono in gravissime condizioni; la loro situazione è resa ancor più drammatica per la mancanza di medici, bloccati a casa dal coprifuoco. Ieri altre 4 persone erano rimaste uccise nel corso di scontri a fuoco a Chandragadi, nella parte orientale del Paese. In totale i morti dall'inizio della protesta, giunta al quindicesimo giorno di sciopero generale, sono 18. La situazione sta peggiorando giorno dopo giorno in Nepal e secondo alcuni diplomatici stranieri il destino di re Gyanendra è segnato se non farà importanti concessioni. Una coalizione di sette partiti, alleati con i ribelli maoisti, chiede l'abdicazione del re, che nel febbraio del 2005 assunse i pieni poteri dando il ben servito al governo. Gyanendra giustificò il suo operato spiegando che l'esecutivo non era riuscito a porre fine alla rivolta dei guerriglieri maoisti, che a partire dal 1996 hanno fatto circa 13.000 vittime. La comunità internazionale sta seguendo con apprensione l'evolversi della situazione. In particolare l'India ha inviato nei giorni scorsi un delegato speciale nel tentativo di contribuire a trovare una soluzione alla crisi. Per calmare la piazza, nei giorni scorsi Gyanendra aveva proposto di far svolgere le elezioni nell'aprile del prossimo anno e ieri aveva fatto liberare due importanti prigionieri politici. Ma le forze dell'opposizione hanno respinto l'offerta e hanno ribadito che il monarca se ne deve andare. INDETTA PER DOMANI UN'ALTRA MANIFESTAZIONE L'opposizione nepalese, da oltre 15 giorni in piazza contro re Gyanendra ha indetto per domani una nuova manifestazione a Katmandu, a poche ore dall'uccisione di tre dimostranti da parte della polizia. «Chiediamo a tutti di partecipare in massa ad una manifestazione domani a mezzogiorno», si legge in un comunicato del «coordinamento del movimento di massa». «Il nostro movimento - si aggiunge - sta crescendo con successo nonostante l'uso eccessivo della forza da parte dello Stato». Uno spiraglio per la soluzione della crisi è venuto dalle dichiarazioni dell'inviato indiano Karan Singh che, al suo rientro in patria dopo una missione in Nepal, ha detto di attendersi a breve un annuncio del re. «Sono fiducioso che molto presto il re farà un annuncio che contribuirà considerevolmente a disinnescare la situazione», ha detto Singh aggiungendo che «la palla ora è nel campo del re». A segnalare la gravità della crisi è giunto oggi ANCHE l'annuncio del governo francese che sconsiglia «formalmente» ai suoi cittadini di recarsi in Nepal, dove la situazione è «preoccupante» LaStampa.it
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