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Città: spero ancora per poco in italia
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ecco hanno abbassato il rating, adesso sono cavoli amari
Fitch declassa il rating dell'Italia
La valutazione dell'agenzia di rating classifica ora l'affidabilità dei titoli pubblici da "AA" a "AA-" STRUMENTI VERSIONE STAMPABILE I PIU' LETTI INVIA QUESTO ARTICOLO NEW YORK (USA) - Piccolo declassamento del debito pubblico italiano da parte dell'agenzia di rating internazionale Fitch. Il livello è stato spostato da "AA" a "AA-". L'outlook è stato rivisto a "Stabile" al posto dellla classificazione "Negativo" assegnata nel maggio 2006. DEBITO PUBBLICO - Fitch riconosce l'impegno dei «leaders» del governo Prodi per un «bilancio responsabile» ma ritiene che «sarà difficile che riuscirà ad attuare le forti riforme di bilancio necessarie per riportare l'avanzo primario al 3,5% del Pil nel breve o nel medio termine, come sarebbe necessario per riportare fermamente il debito pubblico su un percorso di discesa nei confronti del Pil». «Non è chiaro quanto dell'aumento a sorpresa del gettito fiscale sia strutturale o rappresenti un miglioramento soltanto ciclico che riflette l'attesa accelerazione della crescita del pil all'1,6% dal livello zero del 2005» aggiunge l'agenzia di rating. SFORZO SERIO - Lo sforzo di correzione dei conti del governo Prodi è «serio» secondo Fitch ma per quanto riguarda la correzione da 15 miliardi di euro previsti nella finanziaria 2007 ritiene che «una larga parte delle misure della correzione netta rifletta attesi miglioramenti dell'esazione fiscale e dell'efficienza della spesa pubblica». Ma, sottolinea Fitch, «mentre riconosciamo lo sforzo serio fatto in questi settori, è molto difficile valutare l'impatto e i tempi di questi miglioramenti di efficienza sull'andamento del bilancio». L'ANALISI - L'analista responsabile di Fitch per l'italia, Brian Coulton, in un'intervista al quotidiano britannico Daily Telegraph aveva anticipato la terndenza. «E' molto difficile trovare veri tagli alle spese nella Finanziaria- ha detto Coulton al quotidiano britannico - non c'è molto a livello di tasse straordinarie. Per quanto gli sforzi siano lodevoli, non riusciranno a raccogliere molto denaro rapidamente. Questo tipo di misure ci lascia piuttosto scettici come agenzia di rating». LA REPLICA DI PRODI - Immediata replica alla decisione di Fitch del presidente del Consiglio Romano Prodi: «Si tratta di un allarme ampiamente previsto e che ci ha spinto ad approntare una finanziaria rigorosa e impegnativa». Il premier assicura poi che i prossimi giudizi «vedranno registrare un segno positivo». 19 ottobre 2006 |
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#2 |
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Senior Member
Iscritto dal: Jan 2005
Città: Roma
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Dietro Slovenia e Portogallo... senza contare che la Spagna è ormai da tempo AAA...
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#3 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Sep 2003
Città: spero ancora per poco in italia
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e il belle che te sei solitamente sempre ottimista e ora te ne stai zitto neanche un commentino speranzoso p.s. ammetto che la finanziaria di padoa schioppa cosi come è fatta voleva forse essere il primo passo per un taglio consistente nel pubblico impiego che si potrebbe concretizzare nel prossimo futuro, quanto le bollette degli italiani saranno totalmente fuori controllo e l' unica via sarà tagliare proprio li, ma non capisco perchè noi europei non siamo in grado di farle subito le riforme Ultima modifica di sempreio : 19-10-2006 alle 13:41. |
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#4 |
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Member
Iscritto dal: Nov 2004
Città: Vicenza
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anche ovviamente S&P
Secondo le agenzia "sarà difficile riportare il deficit sotto il 3%" In dubbio i miglioramenti dell'esazione fiscale e della spesa pubblica Fitch e S&P declassano l'Italia Prodi: "Allarme previsto" Ma, secondo il premier, "I prossimi giudizi saranno di segno positivo" Il presidente del Consiglio Prodi ROMA - Le agenzie di valutazione finanziaria 'declassano' l'Italia. Fitch ha tagliato il rating dell'Italia da 'AA' a 'AA-'. A monte della decisione, spiega un portavoce dell'agenzia, la valutazione secondo la quale "sarà difficile per l'Italia riportare il deficit sotto il 3%. Dopo la retrocessione l'outlook è stato portato da negativo a stabile. Poco dopo anche Standard & Poor's ha declassato il debito pubblico italiano riducendolo da 'AA-' ad 'A+'. L'agenzia ha invece confermato il voto 'A1+' sul breve termine. Stabile l'outlook. Le motivazioni di S&P. "Il declassamento - spiega il portavoce Moritz Kraemer - riflette l'inadeguatezza della risposta data dal nuovo governo ai problemi strutturali economici e di bilancio dell'Italia". Decisamente significativo il titolo del documento sull'Italia è "Finanziaria italiana 2007: si chiude la porta su un'altra possibilità di risanamento". Le motivazioni di Fitch. Più 'morbida' Fitch: secondo l'agenzia lo sforzo di correzione dei conti del governo Prodi è "serio", ma per quanto riguarda la correzione da 15 miliardi di euro previsti nella finanziaria 2007 l'agenzia di rating ritiene che "una larga parte delle misure della correzione netta rifletta attesi miglioramenti dell'esazione fiscale e dell'efficienza della spesa pubblica". Ma, sottolinea Fitch, "mentre riconosciamo lo sforzo serio fatto in questi settori, è molto difficile valutare l'impatto e i tempi di questi miglioramenti di efficienza sull'andamento del bilancio". Le preoccupazioni sull'alto livello del debito pubblico, ricorda l'agenzia, "si erano attenutate in tempi recenti parallelamente al suo trend al ribasso. Ma, a causa di una crescita della spesa primaria pari al 2% del pil registrata tra il 2002 e il 2005 e ad una debole crescita economica, il profilo della riduzione del debito si è progressivamente assottigliato a partire dal 2002 e nel 2005 è aumentato del 2,4% del pil fino a toccare quota 106,4%, il primo incremento in dieci anni". Secondo Fitch, inoltre, "l'economia italiana ha sofferto di una significativa perdita di competitività negli ultimi anni come testimoniato da una forte crescita dei tassi di cambio reali e da un declino delle quote di mercato nell'export". E nonostante le riforme definite prioritarie dal nuovo governo "è difficile ipotizzare una crescita potenziale molto superiore all'1% nel medio termine". Fitch ritiene che il governo "il cui impegno nelle riforme fiscali non è in questione" troverà "difficile implementare le dure riforme fiscali necessarie a riportare l'avanzo primario al 3,5% del Pil nel breve-medio termine condizione necessaria per riportare il debito pubblico su un trend discendente". La replica di Prodi. Il presidente del Consiglio Prodi non contesta la decisione dell'agenzia di rating: "Siamo certi che i prossimi giudizi, quelli cioè che terranno conto delle politiche economiche di questo governo e non di come il Paese è stato lasciato dal precedente, vedranno registrare un segno positivo", afferma in comunicato. "L'analisi e il giudizio di agenzie di rating internazionali diffusi oggi sulla situazione dell'azienda Italia - ha aggiunto il premier - sono esattamente quelli da noi denunciati dal primo giorno di governo. Purtroppo si tratta di un allarme ampiamente previsto e che ci ha appunto spinto ad approntare un Dpef di ampia portata e una legge Finanziaria rigorosa e impegnativa".
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Sono contrario al matrimonio dei preti: se fanno figli, siamo finiti. (cit) |
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"mo va a fer dal pugnàt! THO' UN CUOCO .....(Daniele Luttazzi Raiperunanotte 25/03/2010) |
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#6 |
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è tempo di chiamare la banca
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W la finanza creativa!
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pazza!!! è colpa del mortazza!
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la serieta' al governo
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" Torno a ribadire, per chi ancora non ha capito e soprattutto per chi non ha voglia di capire, che noi non alzeremo le tasse ma le abbasseremo " Romano Prodi |
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#11 |
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infatti e' serio fare 16 condoni...
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“ Fiat iustitia, et pereat mundus”-המעז מנצח -
Ultima modifica di dantes76 : 19-10-2006 alle 15:27. |
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#12 | |
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L'Italia e il rischio Argentina
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correva il mese di Gennaio del 2006.... 30-01-2006 L'Italia e il rischio Argentina* Nouriel Rubini Sono stato fin dall’inizio un forte sostenitore dell’Unione monetaria europea. A preoccuparmi è però il fatto che sebbene sia riuscita a innescare un processo di convergenza per alcune variabili nominali (inflazione, tassi di interesse e così via), l’Unione monetaria si associa ora a un processo di crescente divergenza nelle performance economiche, in particolare per quello che riguarda i tassi di crescita. La diversità di risultati economici è un problema serio per alcuni paesi membri (Italia, Portogallo, Grecia) e potrebbe portare a un collasso della stessa Unione monetaria. Non sono un fautore di tale eventualità, ma senza appropriate politiche macroeconomiche e riforme strutturali, il rischio a medio termine di un crollo dell’Unione monetaria è serio I problemi di una crescita modesta La crescita economica nell’area euro è stata molto modesta negli ultimi anni. E questo è certamente un problema per l’Unione monetaria. Il tasso di crescita medio nel periodo 2001-2005 è stato di circa l’1 per cento. Si tratta di un problema tutto strutturale? La risposta è no, in quanto le rigidità strutturali e la crescita più lenta della popolazione implicano che la crescita potenziale dell’Eurozona è più vicina al 2 per cento che al 3,5 per cento degli Stati Uniti. Dunque, lo scarto tra il potenziale 2 per cento e il reale 1 per cento deve essere attribuito alle politiche macroeconomiche. Gli Stati Uniti hanno reagito alla recessione del 2001 tagliando i tassi a breve dal 6,5 all’1 per cento, trasformando un surplus di bilancio del 2,5 per cento del Pil in un deficit del 3,5 per cento e lasciando deprezzare il dollaro tra il 2002 e il 2004. Mentre la soluzione americana può essere stata eccessiva e senza scrupoli nel caso della politica di bilancio, la reazione dell’Europa è stata troppo timida. La Banca centrale europea, troppo preoccupata dell’inflazione, ha ridotto i tassi molto più lentamente e molto meno (fino al 2 per cento) rispetto alla Fed. La politica fiscale è stata modificata solo marginalmente e l’euro si è apprezzato fino all’inizio del 2005. Così, rigide politiche macro hanno contribuito a rendere molto debole la ripresa dell’Eurozona dopo la recessione del 2001. Più pericolosa per l’Unione monetaria è però la crescente diversità nei risultati economici e nei tassi di crescita all’interno dell’area euro. La Bce sostiene, basandosi su proprie ricerche, che non c’è una diversità nella crescita in quanto 1) la deviazione standard dei tassi di crescita all’interno dell’area euro non è aumentata dopo la nascita dell’Unione monetaria e 2) la dispersione dei tassi di crescita all’interno dell’Unione monetaria è simile a quella che si ritrova all’interno dei cinquanta Stati Usa. Queste statistiche sono però fuorvianti per una serie di ragioni. 1. Il tasso di crescita medio nell’Eurozona è sceso dal 2001 in poi. Perciò la dispersione (deviazione standard) dei tassi di crescita intorno a questa media più bassa, sarà inferiore. Si dovrebbe piuttosto guardare al coefficiente di variazione (la deviazione standard divisa per il tasso di crescita medio) per avere una corretta misura della dispersione. E quest’ultima misura mostra una crescita della divergenza. 2. La deviazione standard tra il 1999 e il 2005 è stabile perché le tre grandi economie europee (Germania, Italia e Francia) sono crescite poco tutte e tre insieme. Così, la bassa dispersione è dovuta a una scarsa crescita delle tre maggiori economie, ma la distanza tra questi paesi che restano indietro e gli altri dell’area euro è cresciuta. 3. Gli Stati Uniti sono molti diversi dai paesi dell’Unione Europea su due aspetti fondamentali. Primo, se si verifica una recessione in Texas, la gente fa i bagagli e si sposta verso gli Stati con più alto tasso di crescita e occupazione, cioè c’è una maggiore mobilità del lavoro negli Stati Uniti rispetto all’Eurozona. In secondo luogo, il federalismo fiscale (il cambiamento automatico e discrezionale in tasse, spesa e trasferimenti) implica che una caduta di un dollaro nel prodotto di stato Usa nel corso di una recessione regionale porti a una riduzione di soli 60 centesimi nel suo reddito effettivo. In altre parole, il prodotto nazionale lordo degli Stati americani diverge molto meno di quanto non faccia prodotto interno lordo. Questo non accade in Europa, dove spese e trasferimenti a livello europeo sono molto limitati. Minacce per l’Unione monetaria Insomma, esistono seri divari di crescita all’interno dell’area euro. E la diversità nei risultati economici porta a gravi tensioni nella politica fiscale e monetaria. Rallentamento della crescita e difficoltà ad attuare aggiustamenti nelle politiche di bilancio in periodi di crescita mediocre, comportano l’emergere in alcuni paesi di deficit di bilancio. Queste persistenti violazioni del Patto di stabilità rappresentano una minaccia di medio termine per l’Unione monetaria e per la credibilità della Bce. Inoltre, i divari economici e le tensioni che ne conseguono aumentano le pressioni politiche sulla Bce perché stimoli maggiormente la crescita, come dimostra la reazione dei ministri delle Finanze alla decisione della Bce nel dicembre 2005 di alzare i tassi di 25 punti base. Il divario nella crescita è anche una grave minaccia per l’Unione monetaria. Sempre più commentatori notano come i diversi paesi reagiscano in modo diverso a queste sfide. Daniel Gros ha mostrato che la Germania ha reagito con ristrutturazione industriale, taglio del costo del lavoro e "deflazione competitiva". Per parte mia, sostengo che l’Italia ha fatto poco e sperimenta una "stagdeflazione", ovvero una combinazione di stagnazione e deflazione. In Italia il costo del lavoro, come ha dimostrato Gros, è cresciuto del 20 per cento se paragonato a quello tedesco, mentre la quota italiana nel commercio è caduta del 20 per cento, sempre in confronto alla Germania. Problemi di competitività simili riguardano Grecia, Portogallo e Spagna. Inoltre, Gros nota correttamente che i divari di crescita del Pil sono stati attenuati dalle bolle dei mercati immobiliari in paesi come Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Grecia: bassi tassi di interesse a breve e a lungo termine ( un puzzle o "conundrum" sul mercato mondiale dei bond) hanno determinato una bolla insostenibile. La perdita di competitività della Spagna è oggi nascosta dalla bolla del mercato immobiliare, ma una volta scoppiata la bolla, i gravi problemi diverranno evidenti. Sfortunatamente, la mancanza di serie riforme fa crescere il rischio che l’Italia possa finire come l’ argentina. Non è inevitabile, ma se l’Italia non intraprende le riforme necessarie, non si può escludere una sua uscita dall’Unione monetaria nei prossimi cinque anni. Come l’ argentina, l’Italia affronta infatti una crescente perdita di competitività dovuta a una moneta sopravvalutata, con rischio di caduta delle esportazioni e crescita del deficit di parte corrente. Il rallentamento della crescita peggiorerà deficit e debito pubblico e lo renderà potenzialmente insostenibile nel tempo. E se la svalutazione non può essere usata per ridurre i salari reali, la sopravvalutazione del tasso reale di cambio sarà annullata attraverso un lungo e penoso processo di deflazione di salari e prezzi. La deflazione, però, manterrà alti i tassi reali e renderà più acuta la crisi di crescita e di bilancio. Senza le necessarie riforme, il circolo vizioso della stagdeflazione imporrà all’Italia l’uscita dall’Unione monetaria, il ritorno alla lira e il ripudio del debito denominato in euro. Alcuni sostengono che l’Italia o altri paesi dell’Unione monetaria nella sua stessa situazione non usciranno dal sistema perché una forte svalutazione della nuova lira, necessaria per riguadagnare competitività, renderebbe il valore reale del debito in euro troppo alto e perciò insostenibile per lo Stato, il settore privato e le famiglie. Ma basta guardare a quello che è successo in argentina: ha svalutato e dati gli effetti di bilancio del deprezzamento sul debito in dollari, è stata costretta a "pesizzare" il suo debito in dollari. Allo stesso modo, l’Italia sarebbe costretta a "lirizzare" il suo debito in euro. Se l’Italia dovesse uscire dall’Unione monetaria il ripudio interno e verso l’estero, privato e pubblico, del debito denominato in euro sarebbe inevitabile. E uno Stato sovrano può fare tutto ciò – uscita dall’Unione monetaria, ritorno alla valuta nazionale e ripudio del debito in euro – senza tener conto dei vincoli legali e formali imposti dal Trattato dell’Unione monetaria con le clausole sulla non ammissibilità di una uscita dall’Unione. Non è fantascienza, l’ argentina lo dimostra. Gli effetti di sistema Quali sarebbero gli effetti di sistema di una eventuale uscita dell’Italia dall’Unione monetaria? Sarebbero estremamente pesanti sul mercato europeo dei capitali perché l’Italia dovrebbe ripudiare parte del debito verso l’estero - la parte del suo debito in euro in mano ai non residenti. Gli effetti di contagio su altri mercati europei dei capitali e sulle banche sarebbero gravi. Né si potrebbe agitare lo spauracchio delle regole della Banca centrale, perché la Bce sarebbe costretta a monetizzare la crisi indotta di liquidità e di solvivibilità per evitare un effetto sistemico sui mercati finanziari europei. In conclusione, l’Unione monetaria può funzionare, e ha funzionato, per i paesi della zona euro che hanno intrapreso la strada delle riforme. Ma se l’Italia e altri paesi europei non cambiano le loro politiche per perseguire serie riforme economiche che garantiscano loro una rinnovata competitività e crescita, saranno alla fine costretti a uscire dall’Unione monetaria. Sarebbe un disastro, ma è un disastro inevitabile se le politiche non cambiano. Personalmente, sono pessimista sul fatto che tali cambiamenti possano esserci, considerati i politici e le politiche finora adottate in paesi come l’Italia. * La versione originale e integrale dell'intervento è disponibile sul BLOG dell'autore. Tratto da :Lavoce.info Link all'articolo http://tinyurl.com/txxob
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madonna, se dovessimo guardare in questo momento l' economia reale saremo messi molto ma molto peggio, solo che ci salviamo un pò (per ora) intanto perchè siamo nell' area euro e soprattutto la nostra economia è ancora molto chiusa rispetto a quella americana, ma le tigri asiatiche sono li li sul collo |
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il bello è che fino a poco tempo fa prodi era sicuro che le agenzie avrebbero lasciato il rating invariato, certo ora il debito pubblico è sempre meno sostenibile e fra la finanziaria e l' aumento dei tassi sul debito da pagare siamo in ...... |
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#18 | |
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ma non scherziamo l' italia per gran parte è un sistema parastatale da decenni, non produciamo più nulla di nuovo, viviamo di banche, assicurazioni, se se ne andassero anche quei pochi soldi dei risparmiatori italiani in una settimana saremo fottuti, no ormai è chiaro il quadro della situazione |
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#19 | |
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#20 | |
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