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L’indagine è stata condotta prendendo in considerazione le seguenti categorie:
INSEGNANTE: scuola pubblica, 45 anni, sposata, 2 figli SEGRETARIA: settore servizi, 28 anni, single AUTOFERROTRANVIERE: azienda pubblica, 40 anni, sposato, 2 figli IMPIEGATO DI BANCA: 38 anni, sposato, 1 figlio METALMECCANICO: 50 anni, sposato, 3 figli INGEGNERE: 30 anni, sposato, 1 figlio Dalla retribuzione netta annua di ciascuna categoria sono state decurtate le voci di spesa relative a bollette, mutui, rate, ecc. Con la retribuzione annua restante è stato calcolato quanto le singole categorie campione possono acquistare in un ipotetico supermercato sottoforma di carrelli della spesa “virtuali”. Il dato relativo al potere d’acquisto tiene conto non solo dello stipendio, ma anche dei prezzi dei beni nei singoli paesi. Ingegnere Paese Retribuzione netta annua (in euro) Potere d'acquisto (numero di carrelli di spesa in un anno) Lussemburgo 46.680 32,0 Irlanda 32.620 21,2 Finlandia 29.260 17,5 Spagna 28.420 22,1 Germania 27.400 19,5 Francia 26.750 15,9 Austria 24.140 15,0 Belgio 22.090 14,9 Italia 21.000 13,5 Olanda 20.970 14,5 Grecia 18.550 13,4 Portogallo 12.770 10,5 Autoferrotranviere Paese Retribuzione netta annua (in euro) Potere d'acquisto (numero di carrelli di spesa in un anno) Lussemburgo 32.990 22,5 Irlanda 25.260 17,1 Germania 19.660 14,1 Finlandia 19.200 11,5 Olanda 18.170 12,5 Austria 16.400 11,2 Francia 16.310 9,9 Belgio 15.280 10,5 Spagna 13.900 10,1 Italia 13.610 9,5 Grecia 12.580 9,0 Portogallo 11.000 8,4 Insegnante Paese Retribuzione netta annua (in euro) Potere d'acquisto (numero di carrelli di spesa in un anno) Lussemburgo 42.750 28,9 Irlanda 28.700 18,5 Germania 26.930 18,5 Spagna 20.320 16,1 Finlandia 20.220 12,6 Olanda 19.110 13,0 Austria 18.450 11,9 Belgio 17.610 11,6 Francia 16.220 9,8 Grecia 14.820 10,6 Italia 14.070 10,0 Portogallo 11.000 8,1 Segretaria Paese Retribuzione netta annua (in euro) Potere d'acquisto (numero di carrelli di spesa in un anno) Lussemburgo 24.140 16,5 Bellgio 20.690 14,1 Irlanda 20.690 13,7 Finlandia 18.360 12,5 Olanda 17.710 12,0 Austria 17.710 12,0 Germania 17.710 12,3 Francia 16.960 10,5 Spagna 13.980 10,4 Italia 11.000 7,5 Grecia 9.510 6,5 Portogallo 6.990 5,7 Impiegato di banca Paese Retribuzione netta annua (in euro) Potere d'acquisto (numero di carrelli di spesa in un anno) Francia 48.000 28,5 Lussemburgo 41.380 27,6 Spagna 25.630 20,0 Germania 23.670 16,9 Irlanda 23.020 14,3 Belgio 22.650 15,2 Olanda 22.550 15,7 Austria 21.810 13,7 Finlandia 18.550 12,1 Italia 17.990 12,7 Grecia 13.330 9,7 Portogallo 10.160 8,9 Metalmeccanico Paese Retribuzione netta annua (in euro) Potere d'acquisto (numero di carrelli di spesa in un anno) Irlanda 26.370 17,3 Olanda 23.580 16,7 Lussemburgo 22.270 15,0 Belgio 21.060 14,9 Finlandia 20.780 12,9 Germania 19.850 13,6 Austria 18.640 11,8 Grecia 15.660 11,2 Spagna 13.610 10,7 Francia 13.610 9,0 Italia 11.000 7,0 Portogallo 8.110 6,8 Fonte: Elaborazioni Codacons per Intesaconsumatori Dati raccolti dalle associazioni dei consumatori di Lussemburgo, Irlanda, Olanda, Belgio, Finlandia, Germania, Austria, Grecia, Spagna, Francia, Italia e Portogallo. da www.codacons.it
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Il segreto dell'uomo politico è rendersi stupido come i suoi ascoltatori facendogli credere di essere intelligenti come lui. |
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Quote:
ad esempio la GB sul sito della CIA veniva data con un reddito simile a quello della spagna, poi dopo che ha partecipato all'invasione dell'Iraq ha avuto un balzo in avanti inspiegabile...statistiche a simpatia.... La germania fino all'anno scorso, veniva data più indietro della Francia proprio a motivo della riunificazione con la germania est, e non mi pare che l'anno passato sia stato di grande sviluppo... Comunque fra i 27147 della GB e i 27119 dell'italia la differenza è veramente minima e non è statisticamente significativa, la Gran Bretagna è in realtà molto avanti a noi, mentre fra germania e italia....c'è un vero abisso, non i pochi dollari riportati, che come detto non sono statisticamente significativi, in quanto fluttuanti da un anno all'altro, oviiamente fra l'essere avanti di 1 dollaro o l'essere indietro di 1 dollaro, non c'è una reale differenza Quote:
poi dopo Franco la crescita spagnola è continuata, quella italiana no. Lavoro nero non significa lavoro degli immigrati neri, ma lavoro non regolarizzato che sfugge alla tassazione. Quello in cui sono molto bravi gli italiani è nel taroccare le statistiche.
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Il segreto dell'uomo politico è rendersi stupido come i suoi ascoltatori facendogli credere di essere intelligenti come lui. Ultima modifica di CONFITEOR : 08-10-2005 alle 01:25. |
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Domenica 23 Ottobre 2005
«Dico no allo scontro tra civiltà» Pamuk: l’Europa? Una spinta per i diritti umani in Turchia dal nostro inviato LUCIA POZZI FRANCOFORTE - Solleva il braccio su cui ha inciso un numero indelebile. Così lo chiamavano ad Auschwitz: 175679. Si avvicina alla moglie, che gli è seduta di fianco, e prende la sua mano, la stringe, poi tremano tutti e due e si commuovono, piangono al ricordo di quell’epoca tremenda che è culminata nel campo di concentramento nel 1944 e che ha calpestato l’anima di un popolo. Sono due dei tanti venuti a sentire Orhan Pamuk alla Fiera del libro di Francoforte, che ieri ha aperto le porte alla gente comune oltre che al pubblico specializzato. Lo scrittore di Istanbul è accusato in patria di «aver denigrato pubblicamente l’identità turca» e il processo lo attende alla sbarra a dicembre. «Tradimento?», si chiede concitato Pamuk, «ma quale tradimento! Ho detto che un milione di armeni, nel 1915, sono stati uccisi nel mio Paese, e anche 30 mila curdi, e per questo sono perseguitato. E’ stato un massacro e nessuno osa parlarne. Ma io sono uno scrittore, è giusto che racconti il dolore e l’anima ferita della gente, è il mio lavoro». E’ su queste parole che lo spettatore ormai ottantunenne, Hajo G. Meyer, sente riaprirsi dentro la ferita profonda di quell’identità perduta nella Germania nazista, lui che è ebreo e che sa bene che cosa significhi subire senza appello l’arroganza e la violenza arbitraria di qualcuno. Accenna un applauso, per sostenere lo sforzo e cancellare la paura di chi, anche oggi, rischia di essere condannato a finire in carcere per aver osato esprimere un’opinione, ma l’emozione è più forte e non gli consente di interrompere quell’uomo che sta parlando sotto i riflettori delle tv e che domani riceverà il prestigioso premio dei librai tedeschi per la pace. I loro sguardi si incrociano ed ecco che proprio qui, nel cuore ferito di una Germania che è stata campo di sterminio per un popolo intero, si realizza un incontro d’anime nella condivisione di un dolore profondo e sempre vivo nella storia dell’umanità, che è inevitabilmente storia di oppressi e oppressori. «Se la Turchia vuole far parte dell’Unione europea deve riconoscere la libertà di parola», ha incalzato Pamuk, «perchè non è possibile che ancora oggi non si possa discutere di certi argomenti senza aver paura di essere incriminati. Importanti passi in avanti, verso una maggiore tutela dei diritti umani, sono stati fatti, ma la strada e ancora lunga. Molti turchi, però, sono pronti a lottare con me, perchè per fortuna si è acceso l’ottimismo legato alla speranza di entrare in Europa». Un occidente che a lui è vicino e che ha assorbito attraverso Dostoevskij, Mann, Woolf, Proust, Tolstoj. Un occidente che esprime il parametro delle libertà minime da rispettare e attraverso le quali «deve passare la modernizzazione della Turchia». Ma anche un occidente che «non è tanto lontano», perchè tra oriente e occidente i punti di contatto ci sono e il dialogo è certamente possibile: «Sono al polo opposto dello scontro tra civiltà teorizzato da Huntington», ha tagliato corto Pamuk. Lui che è di cultura islamica e che ha scritto libri di denuncia dell’integralismo e delle contraddizioni in cui questo fa cadere la politica (come ”Neve”, mentre in Italia Einaudi sta per ristampare in edizione economia ”Il mio nome è rosso” e in aprile arriverà sui nostri scaffali il suo ultimo libro, ”Istanbul”). Ma la sua prospettiva per il futuro è positiva, «perchè anche l’Europa può trarre vantaggio dal desiderio di pace che la Turchia porta con sè». E aggiunge: «Il futuro sta nell’integrazione e nella convivenza pacifica tra le culture. Questa è la vera sfida che dobbiamo saper cogliere e vincere insieme». (Il Messaggero)
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IL NOSTRO PAESE È IL SECONDO PARTNER COMMERCIALE DI ANKARA E QUELLO CON PIÙ PROMETTENTI GRADIENTI DI SVILUPPO
Italia-Turchia, una partnership in continua evoluzione 25/10/2005 Il 19 ottobre si è svolto in Confindustria il seminario “La ricerca e l’alta tecnologia in Turchia”, che ha illustrato i rapporti in essere e potenziali fra high-tech italiano e turco e le prospettive che si delineano. L’incontro, al quale hanno partecipato l’ambasciatore turco a Roma e una folta schiera di tecnocrati di entrambi i Paesi, era presieduto da uno degli industriali italiani di maggior successo dei tempi recenti, l’ingegnere Pistorio, presidente onorario di STMicroelectronics (che ha portato ai fasti che si sanno in decenni di appassionata leadership), oggi vice presidente per l’innovazione e la ricerca dell’Associazione di Viale dell’Astronomia. Le presentazioni e la discussione che sono seguite hanno preso le mosse dalla illustrazione della situazione economica e industriale della Turchia, soprattutto per quanto riguarda l’alta tecnologia, e i rapporti in essere e possibili con realtà italiane, private e governative. Il quadro risultante, che doveva essere focalizzato su temi specialistici ma si è allargato al contesto più ampio delle relazioni fra i due Paesi, è stato di eccezionale interesse. Si sono comprese, al di là di tante analisi politiche (e di gossip più o meno fondati sull’amicizia fra il presidente del Consiglio italiano e il primo ministro turco Erdogan, inviti ai matrimoni dei figli, comunanze calcistiche…) le ragioni del forte appoggio del governo di Roma all’entrata della Turchia nell’Unione europea. Queste ragioni risultano sempre più condivisibili, dopo le perplessità iniziali dei non informati - ossia della maggioranza - e avranno certamente conseguenze durature nel quadro della complessa vicenda dei negoziati fra la Ue e il governo turco, che sono autorizzati da qualche settimana. E’ probabile che Roma diventi il principale sponsor di Ankara nei tortuosi passaggi della validation comunitaria, ancora più di Londra, che appoggia l’entrata della Turchia per ragioni geopolitiche generali - e forse per compiacere le strategie mediorientali ed europee di Washington (oltre che per indebolire Bruxelles più di quanto non abbia già fatto nel corso dei passati decenni) - ma non può vantare rapporti diretti con la Repubblica ottomana di importanza paragonabile a quelli dell’Italia. Anche se a Roma vi dovesse essere una cambio di maggioranza alle prossime elezioni politiche di primavera, l’appoggio italiano alla Turchia non dovrebbe mutare, a meno di un appiattimento del futuro governo al direttorio franco tedesco. E’ da considerare che, al di là di simpatie e assonanze, l’Italia è il secondo partner commerciale di Ankara e quello con più promettenti gradienti di sviluppo. La prossimità geografica, storica e socio-culturale dei due popoli è pienamente avvertita in Turchia molto più di quanto non sia da noi e questo non depone a favore della maturità geopolitica dell’opinione pubblica italiana e della sua élite. In Turchia l’Italia è ancora estremamente popolare in ogni settore, dai modelli comportamentali allo stile di vita, alla moda, ai prodotti industriali, al design, allo sport, alla politica, al difficile equilibrio fra confessione religiosa e laicità. Non esiste un problema di difficile inserimento di masse cospicue di immigrati turchi nel nostro Paese, come avviene in Germania, Olanda, Svizzera, Austria e Francia. E’ assente quella ostilità pregiudiziale delle opinioni pubbliche che altrove ha condizionato negativamente le varie posizioni governative circa il via libera ai negoziati per l’ammissione di Ankara alla Ue (non perché siamo meno xenofobi degli altri, ma perché abbiamo pochi turchi). Si tratta di un argomento che destato e desta risentimenti molto forti nella Penisola anatolica. Una volta tanto l’Italia si trova dalla parte giusta, almeno per i turchi e i suoi obiettivi interessi. Oltre 200 aziende italiane sono localizzate in Turchia, fra le quali molti grandi nomi, come Fiat, Pirelli, Eni, Magneti Marelli, Tim, Indesit, Menarini, Benetton, Generali, Cementir, Bialetti, Beretta, Alenia, Agusta. Altre 300 aziende turche sono di proprietà italiana. Il numero di ambedue le tipologie è triplicato negli ultimi dieci anni. La situazione economica e finanziaria del Paese è molto migliorata dopo la crisi del 2001. L’inflazione è “solo” del 10%, dal 77% degli anni Novanta. Il Pnl è cresciuto del 25% negli ultimi tre anni, e oggi è poco meno di quello della Spagna (e di metà di quello italiano). Il suo incremento è caratterizzato da tassi “asiatici”, 8.5% nel 2004. Le aziende turche sono 1.2 milioni (quelle italiane 4.2 milioni), il telefoni cellulari sono posseduti dal 54% della popolazione (102% in Italia, ossia più di un telefonino per abitante), gli internet subscribers sono 10.3 milioni (22.6 gli italiani). A livello microeconomico la situazione è persino ancora più favorevole. Come ha detto l’ingegnere Pistorio con molto calore ed entusiasmo, il lavoratore medio turco ha uno skill poco inferiore a quello del suo collega italiano e costa un decimo, mentre un ingegnere è professionalmente del tutto equivalente (spesso è formato all’estero, se non altro come master) e costa la metà. Gli investimenti esteri nel Paese, in continua ascesa, arriveranno a 43 miliardi di dollari nel 2005, di gran lunga più che in Italia. La Repubblica anatolica diventa così la destinazione preferenziale per gli investimenti nell’area del Vicino e Medio Oriente e probabilmente dell’intero bacino mediterraneo se si esclude la Francia (ma bisognerebbe fare bene i conti). Una delle tante conseguenze è che il valore della borsa turca è raddoppiato in poco più di un anno. Il commercio con l’estero complessivo è di 115 miliardi di dollari; con l’Italia è a 7.1 miliardi, il che fa del nostro Paese il secondo partner dopo la Germania. Il tessuto industriale turco è ampio e diversificato, del tutto comparabile a quello di un Paese europeo di media grandezza e destinato a divenire uno dei maggiori dell’area euromediterranea. In prospettiva, la Turchia è destinata ad assumere il ruolo di seconda potenza della Ue, dopo la Germania, e non solo in termini demografici, per i quali sarà a breve il primo -72 milioni di abitanti in crescita sostenuta a fronte di 80 milioni di tedeschi in regressione di natalità. Quest’ultima e anche la precedente (il superamento a breve medio termine dell’Italia prima e della Francia dopo) possono essere annoverate fra le ragioni principali della freddezza francese e tedesca e si aggiungono al peso degli immigrati. Le prospettive di una cooperazione con l’Italia sono quindi eccellenti. Per incrementarle ancora, Confindustria sta preparando la sua terza missione in grande stile all’estero - dopo Cina e India - proprio in Turchia, il 23-25 novembre prossimi. Sarà capitanata anche questa volta dal presidente Ciampi. La piena concordanza sul tema fra Quirinale, Palazzo Chigi e viale dell’Astronomia dovrebbe propiziare un esito della missione ancora più favorevole delle due manifestazioni predenti. L’iniziativa ha incontrato molto interesse da parte delle aziende italiane, con 300 prenotazioni fino ad ora. La questione del potenziamento della Turchia e del ruolo che può giocare l’Italia non ha solo una valenza economica, ma straordinarie riverberazioni geopolitiche. In primis, per la posizione strategica del Paese, che ne fa uno dei pilastri occidentali dell’area euromediterranea e in particolare il principale bastione Nato nei confronti dell’ area di instabilità islamica del Medio Oriente e dell’Asia Centrale. La Turchia fa parte dell’Alleanza Atlantica da 50 anni e ne condivide tutti gli impegni operativi, i requisiti tecnici e i protocolli di interoperabilità. Allo stesso tempo Ankara è il leader di una etnia che si protende dal Mediterraneo alla Cina e comprende 220 milioni di orgogliosi turcofoni, sui quali sultani, generali a sei stelle (in Turchia esistevano fino a poco tempo fa) e primi ministri più o meno democraticamente eletti hanno sempre avuto un’influenza decisiva (come in Afghanistan, che è nato sotto la tutela kemalista, negli anni Venti, anche se nessuno lo dice, o lo sa). Le forze armate turche sono poderose, soprattutto perché ancora disposte a combattere la guerra vera chiamandola col suo nome - e non con pudici gerundi anglofoni declinanti il suo contrario (peace-keeping, enforcing, mantaining…). La Marina turca è in crescita e già si trova su livelli quantitativi eguali se non superiori a quella italiana. L’aviazione dispone di velivoli da combattimento F-16 prodotti in loco ed esportati, con un grado di quasi completa autonomia. L’esercito è una formidabile macchina da guerra che schiera quattro armate e dieci corpi d’armata (quando gli omologhi occidentali, Us Army compreso, ragionano ormai in termini esclusivi di brigate, tre livelli più in basso) che mettono in campo 400mila uomini, più 800mila riserve. I soldati fanno quindici mesi di solida naja in oasi di tranquillità come i confini con l’Iraq, la Siria, il Caucaso o il Kurdistan, a bordo di 3.300 carri da battaglia, 4.800 blindati, 1.600 pezzi di artiglieria, 50 elicotteri d’attacco, 300 da trasporto, eccetera. Tuttavia, le stesse forze armate sono arretrate sul piano tecnologico e hanno un’estrema necessità di modernizzazione, da conseguirsi, secondo i desiderata del governo, attraverso una crescente autonomia propositiva, progettuale e produttiva. Questa passa attraverso l’acquisizione di know-how esterno da parte di strutture ad hoc che sono state costituite dal governo di Ankara, dotate di strutture e fondi e messe in condizione di operare. Più in generale, l’industria della Difesa è considerata l’asse portante del sistema di tecnologia avanzata del Paese e il principale polo di sviluppo per una crescita complessiva del suo sistema produttivo. Il governo le ha assegnato una missione precisa in tal senso e i militari si sono messi in marcia con ottomana determinazione (per esempio mediante le “Fondazioni militari”, organismi castrensi privatizzati che operano con estrema libertà e spregiudicatezza in un regime di estremo favore finanziario, normativo e fiscale, anche in campo internazionale). Per una serie di ragioni storiche e contingenti, il corrispondente comparto italiano è oggi visto con molto favore per agevolare questa crescita e per modernizzare le dotazione dei reparti operativi, adeguandoli in particolare agli ambienti Network-centric moderni. La preferenza è determinata dal patrimonio di alte tecnologie in possesso del medesimo comparto, che si accompagna all’assenza di condizionamenti politici di qualsiasi genere da parte del governo di Roma. L’attuale governo islamico di Ankara vuole svincolarsi il più possibile dalla esclusiva dipendenza dalle forniture high-tech americane e israeliane (molto imbarazzante per gli islamici al potere) che caratterizza il procurement delle sue forze armate. I francesi andrebbero ovviamente ancora meglio, ma sono troppo invadenti. E poi c’è la questione del velo proibito nelle scuole e la posizione critica sull’accesso di Ankara alla Ue al quale abbiamo accennato. Pure i tedeschi, una volta ammirati e idolatrati, sono in disgrazia per la tiepidezza sul tema dell’ammissione, soprattutto oggi che è diventata cancelliere frau Merkle, dichiaratamente ostile alla Turchia nella Ue. La penetrazione dell’industria militare italiana è da’altra parte molto consolidata e poggia su solide basi. Il recente importante contratto per l’acquisizione di dieci velivoli Atr-72 antisommergibili per la Marina turca (programma Meltem 3) è solo l’ultimo esempio. Le opportunità sono in genere assai interessanti e diversificate. Il mercato militare turco può essere considerato quello con il gradiente potenziale di sviluppo più significativo per l’industria italiana insieme all’India, ma rispetto a questo a svariate ore di volo in meno e livelli di comprensione culturale in più. Le tre tipologie di iniziative italiane nel Paese auspicate dall’ingegnere Pistorio nel simposio di Confindustria (vendere in Turchia, produrre in loco manufatti da distribuire in Europa e altrove, utilizzare la disseminazione dei turcofoni in Asia Centrale per penetrare l’Asia) trovano piena applicazione anche nelle strategie auspicabili da parte dell’industria della Difesa e più in generale in quella con elevata valenza strategica.* da paginedidifesa.it Andrea Tani* (L'Avanti)
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