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#21 | |
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Iscritto dal: May 2001
Messaggi: 992
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La Spagna che ha fatto le riforme con Aznar, per quest'anno prevede una crescita del 3% del PIL. http://it.biz.yahoo.com/040630/26/2ulgi.html L'Inghilterra che ha fatto le riforme con Blair, una crescita tra il 3% e il 3,5%. http://sole.ilsole24ore.com/radiocor...sentazione.htm Per gli USA, crescita al 3,9%. http://www.macroagenda.it/usapil.htm Indebitarsi per "non far buttar sangue ai cittadini", ha senso se l'indebitamento serve a rilanciare l'economia.. se quel che oggi si spende in più rispetto a quel che si ha, servirà a creare domani più ricchezza di quella che si spenderà. In Germania, in Francia e in Italia, il deficit attuale non servirà a creare più ricchezza domani.. è un deficit improduttivo, fatti di aumenti di spesa pubblica.. essì: purtroppo proprio con questo governo, che doveva tagliare la spesa pubblica improduttiva, la spesa per il personale pubblico (stipendi) è aumentata del 5,6%.. più dell'inflazione.. invece di diminuire, aumenta. |
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#22 | |
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Senior Member
Iscritto dal: May 2001
Messaggi: 992
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Nel merito, cosa ne pensi? |
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#23 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Sep 2003
Città: spero ancora per poco in italia
Messaggi: 1491
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non cambierà mai nulla qui in italia, forse in germania le cose miglioreranno ma qui |
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#24 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Jun 2001
Città: Pavia
Messaggi: 25049
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l'avrebbero fatto saltare in aria
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//\\ Vendo =>
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#25 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Sep 2003
Città: spero ancora per poco in italia
Messaggi: 1491
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#26 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Apr 2002
Messaggi: 280
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Non ho studiato bene la situazione attuale di Francia e Germania da questo punto di vista. Ma ti posso dire che in Italia il problema fondamentale è questo. L'Italia non gode di vantaggi comparati, non gode di grosse economie di scala se non all'interno dei pochi distretti industriali, allora come aumentare la crescita ? Abbassare ulteriormente il costo del lavoro è improponibile uno perchè il consumo interno è gia bassissimo e con un livello di inflazione abbastanza alto, cmq più alto di Francia e Germania. (tra l'altro quella italiana si dovrebbe definire più che stagnazione stagflazione) Innanzitutto bisognerebbe incentivare nelle imprese una rivoluzione del ciclo produttivo che guardi più all'innovazione tecnologica che all'abbassamento dei costi medi e marginali. Incentivare la ricerca a livello nazionale creando sinergie tra le università e le imprese. Aumentando poi la specializzazione della mano d'opera e la formazione. quindi ti domando come fai a migliorare la specializzazione se impieghi persone solo con contratti a termine o in misura cmq spropositata? Come fai ad incentivare la ricerca se tagli i fondi alle università? Questo governo si è mosso nella direzione esattamente opposta e invece di creare benessere ha solo peggiorato situazioni già gravi. La Germania gode di vantaggi comparati, ha delle grosse economie di scala in comparti tra l'altro strategici e in più ha sempre puntato sull'innovazione tecnologica. Non si può più fare una politica di minimizzazione sel livello del prezzo in Europa perchè i cinesi ci distruggono! |
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#27 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Apr 2002
Messaggi: 280
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Guarda sull'inizio del tuo intervento sono d'accordo con te, ma la spesa pubblica non è qualcosa da osteggiare in tutti i modi, ci sono paese come la Svezia che hanno un ricarico fiscale del 65% che hanno una qualita dei servizi e della vita eccellenti ed un 'economia molto più sana della nostra, e nessuno in Svezia si lamenta del livello della tassazione perchè ? |
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#28 |
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Senior Member
Iscritto dal: Nov 2000
Città: Franciacorta (BRESCIA)
Messaggi: 692
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ci vuole tanta fantasia.....e poka obiettività
ad affermare simili considerazioni:
"Fare le riforme economiche necessarie, senza concedere il potere di veto a nessuno." a questo proposito vorrei far ricordare che negli ultimi anni ,...la CGIL ha soltato osservato "ACCORDI SEPARATI" e sottoscritti da "altre" confederazioni "buoniste" .......!! Affermare che possa dettare dei Diktat con relativi Veti,..penso sia frutto di strumentalizzazioni liberiste e non conformi ai fatti reali dei nostri ultimi anni. Io ho visto la CGIL solatanto nelle piazze , ad esprimere il dissenso di politiche che hanno portato una balcanizzazione Sindacale a scapito dei lavorartori tutti...... ciao
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Bye...... MâíÎÅñÐrë ® |
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#29 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Sep 2003
Città: spero ancora per poco in italia
Messaggi: 1491
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65% di carico fiscale ma dove le hai prese queste cifre su paperino economia, secondo la svezia la gente lavora fino a 65anni, le risorse del sottosuolo non gli mancano, ma soprattutto la spesa pubblica non è ripartita come qui in italia |
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#30 |
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Senior Member
Iscritto dal: Nov 2000
Città: Franciacorta (BRESCIA)
Messaggi: 692
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Il contendere.......
EPIFANI:
''L'impressione e' che sia in atto, nella Confindustria, un tentativo del vecchio di risucchiare il nuovo''. Il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani si dice ''sorpreso e amareggiato'' in un'intervista a Repubblica per quello che giudica un cambiamento di rotta degli industriali. ''Una Confindustria coerente con la propria impostazione - afferma Epifani - non avrebbe potuto presentare una proposta come quella contenuta nel suo documento sulle politiche sociali e contrattuali. In quel documento non compare mai la parola lavoratore, non c'e' mai il termine diritti. Al centro ci sono solo la competitivita' e le imprese''. Eppure le differenze tra Montezemolo e il suo predecessore D'Amato, insiste il leader della Cgil, erano apparse evidenti: ''Per D'Amato l'industria italiana era sufficientemente forte e competitiva, in grado di vincere la sfida sui mercati internazionali a condizione che il governo rimuovesse alcuni lacci burocratici e una parte delle tutele del lavoro. Non a caso D'Amato era convinto di un prossimo miracolo economico e fin dal suo insediamento aveva previsto di non fare accordi con la Cgil. (...) Con Montezemolo questa impostazione si rovescia di 360 gradi. L'apparato industriale italiano infatti e' fragile, carente nell'innovazione e nella ricerca. Bisognoso di una politica di sistema. Un'analisi coincidente con quella della Cgil. Per questo apprezzammo in maniera esplicita il cambiamento di clima''. Il nodo resta quello sui contratti. ''Noi restiamo assolutamente contrari ad affrontare le politiche salariali e contrattuali seguendo l'impostazione della Confindustria. (...) Non si puo' aprire una trattativa al buio, come se fossimo ad una tavola rotonda. Stiamo parlando dei contratti di milioni di lavoratori. Per questo serve la massima trasparenza''. 16/07/2004 9.27.
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#31 | ||
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Senior Member
Iscritto dal: May 2001
Messaggi: 992
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Non dimentichiamo che un dipendente che fa fatica con 800 euro al mese, all'impresa costa 1600 euro al mese.. se dipendenti e imprese potesse riappropriarsi di una parte di quegli 800 euro che l'impresa paga, il dipendente non riceve, e lo stato usa per attività improduttive e clientelari, si potrebbe fare il miracolo.. diminuire le tasse, aumentare i salari e diminuire il costo del lavoro.. tutto insieme. Il problema è che chi lavora per attività improduttive e clientelari, è restio ad accettare che il suo posto di lavoro sia messo a rischio.. specie se, a causa dei guasti passati, non ci sono soldi per offrirgli alcun paracadute ne' alcun corso di riqualificazione.. perchè i soldi dei paracadute, se li son già persi i pensionati baby a 17 anni 6 mesi e 1 giorno.. e chi può più toccarglieli? Nessuno ha avuto il coraggio di far fallire Alitalia, che in 10 anni ha bruciato 3 miliardi di euro, ogni anno ne brucia 500 milioni.. e ci sono decine di compagnie aeree che possono offrire gli stessi servizi di Alitalia, a prezzi inferiori per i clienti, senza bruciare nemmeno 1 euro pubblico.. e Mailandre hai il coraggio di dire che in Italia non esistono diritti di veto? Se non esistessero diritti di veto, Alitalia sarebbe stata chiusa da anni, e con lei altri buchi neri statali e parastatali che non servono a nulla se non a sostenersi l'un l'altro. Quote:
La piccola Irlanda, che non ha alcuno di questi vantaggi competitivi, quest'anno prevede il +3,6% di PIL, e lo Stato ha un avanzo (!!) del +0,8% di PIL.. cioè stanno ripagando il debito pubblico, sfruttando la situazione favorevole dell'economia.. debito pubblico che del resto è al 32%, la metà di quello della Germania, 1/4 di quello dell'Italia. Non ci resta che piangere.. tra 10 anni, canteremo "sognando l'Irlanda". |
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#32 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Apr 2002
Messaggi: 280
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Se hai dati differenti semplicemente mostraceli ed io ti darò ragione, ma argomenta in maniera seria e civile. Altrimenti stai zitto! |
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#33 |
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Senior Member
Iscritto dal: Nov 2000
Città: Franciacorta (BRESCIA)
Messaggi: 692
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Ecco,...ricordo che il 3D è "Concertazione, strappo della Cgil".....tentare di uscire dal Topic con giochi di prestigio è squallido è scorretto.
Non rispondo a nessuno,....voglio solo ribadire che CHI ha attribuito alla CGIL il diritto dei VETI , non ha sotto osservazione il panorama Sindacale degli ultimi 10 anni....!! Anche il Governo attuale ha ribadito che "ormai Cgil, Cisl e Uil non rappresentano piu' il mondo del lavoro''. Le varie sigle della galassia del sindacalismo di base accolgono cosi' le dichiarazioni del ministro del Welfare, Roberto Maroni, secondo il quale anche le ultime vicende della Fiat di Melfi e dell'Alitalia e, ancor prima quella degli autoferrotranvieri ''ribelli'', impongono alle parti sociali un aggiornamento del modello di rappresentanza sindacale. ''Maroni ha preso atto dell'esistenza di un vero problema di rappresentanza sindacale nel Paese, in parte affrontato nel pubblico impiego, ma che e' ancora vacante nel mondo del lavoro privato e nei servizi''. ''In ogni luogo di lavoro dove e' stato consentito di votare le liste del sindacalismo di base - spiega - queste raggiungono non meno del 20-25% dei consensi''. Prendiamo ad esempio la vicenda SEA: Una valanga di NO ha bocciato l'ipotesi di accordo sindacale del 19 Giugno siglata da cgil-cisl-uil-ugl che prevedeva, soprattutto, pesanti programmi di flessibilità dell’orario di lavoro, allungamento della giornata lavorativa anche fino a 11 ore giornaliere, eliminazione di giorni di riposo, annullamento della maggiorazione del lavoro domenicale, introduzione di periodi di franchigia in cui non è consentito effettuare più di un riposo settimanale, annullamento della parte economica maturata nella contrattazione aziendale, gabbie salariali per i nuovi assunti e penalizzazioni per i lavoratori part-time. I lavoratori hanno rimandato al mittente un accordo che, nelle intenzioni di SEA (ma anche grazie alla concertazione dei sindacati firmatari), li avrebbe rapinati dei diritti acquisiti e conquistati in anni di lotte, peggiorando drasticamente le condizioni di lavoro e di vita. Migliaia di voti contrari, oltre il75% a Linate e oltre il 53% a Malpensa, hanno di fatto, delegittimato i sindacati firmatari e inviato un deciso e chiaro messaggio all’azienda, di forte opposizione verso qualsiasi tentativo o decisione di annullare le conquiste dei lavoratori. ---- La carica dei comitati di base, da zero a 700 mila iscritti in dieci anni. ---- Roma - All’inizio furono i marittimi in servizio sui traghetti per la Sardegna che, nei primi anni Settanta, in coincidenza con gli esodi estivi, presero a bloccare senza preavviso le navi. Poi, nel 1975, fu la volta dei ferrovieri della Fisafs a paralizzare di colpo il traffico ferroviario. Ma l’exploit ci fu nel 1976 con «Aquila selvaggia», i piloti dell’Alitalia aderenti all’Anpac, che fermarono improvvisamente i voli tra Roma e Milano scatenando l’ira dei passeggeri: chiedevano un contratto che si occupasse solo di loro. E a contestarglielo non era tanto la compagnia di bandiera, ma la Fulat, l’allora sindacato confederale che voleva rappresentare tutti i lavoratori. È andata a finire che oggi i sindacati in Alitalia sono 10 (proprio ieri il governo ha ammesso per la prima volta anche la Cub alla trattativa). La lunga marcia dei cobas, cioè del sindacalismo di base, spesso nato da costole di Cgil, Cisl e Uil, parte trent’anni fa, con la crisi petrolifera, e arriva fino ai giorni nostri, quando una nuova crisi economica rende difficile per il sindacato ottenere miglioramenti del salario e delle condizioni di lavoro. All’inizio erano piccole organizzazioni che nascevano nei trasporti. E non poteva essere altrimenti: solo qui bastava lo sciopero di pochi a bloccare l’intero servizio. Poi il potere delle sigle di base si è allargato al resto del pubblico impiego e ha tracimato nel settore privato. Difficile la penetrazione nell’industria, ma i cobas cominciano a dare fastidio alla Fiat, non solo a Pomigliano d’Arco, ma adesso anche a Melfi, mentre c’è un forte attivismo nel commercio e in tutto il mondo del lavoro parasubordinato. Al punto che la manifestazione organizzata dalla Cub, la confederazione unitaria di base, a Milano per il Primo maggio è stata un successo. Intitolata non a caso a «San Precario», ha visto una partecipazione di 50 mila persone, maggiore del tradizionale corteo di Cgil, Cisl e Uil. Quindi IO argomento il 3D , restando in tema ,..senza fare marmellate ai 100 gusti tropicali, così da addolcire la bocca un po a tutti........i problemi di Alitalia sono e restano un'altra cosa ,..se volevo rispondere al 3D di "Alitalia" mi sarei iscritto a farlo ,...sicuramente tenendo conto responsabilmente dei problemi sociali ad essa correlati, senza rivolgermi al Liberismo + oltranzista,... che non porta a nulla. Grazie e ciao.
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#34 |
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Senior Member
Iscritto dal: Apr 2002
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SAMU su alcune cose che hai detto sono parzialmente d'accordo, però quello che mi permetto di farti notare è che una politica economica ha anche un pesante peso sociale.
Quando parli per esempio di far fallire Alitalia, sai di cosa stai parlando sal punto di vista sociale? Poi possiamo parlare quanto vuoi sulle politiche industriali di Alitalia e probabilmente ci troveremmo d'accordo. Allora quello che voglio dire che un governo non può e non deve guardare solo all'aspetto economico di un provvedimento. Calcola che l'Italia ha un grosso debito ed una grossa spesa pubblica, ma non ha un vero stato sociale, cioè un sistema di ammortizzatori sociali realmente funzionante. Il deficit spending è dovuto soprattutto a grossi sprechi a cui tra l'altro le imprese attingono in maniera molto pesante. Allora innanzitutto bisogna razionalizzare la spesa pubblica mantenendola costante, ma impiegando le risorse in maniera differente. Per il costo del lavoro anche qui mi trovo d'accordo con te, ma in parte, perchè se è vero che le imprese hanno un costo del lavoro elevato è anche vero che spesso sono le stesse imprese ad attingere dalla spesa pubblica. Una diminuzione che non si traduca in una perdita di garanzie per i lavoratori e magari in un aumento del reddito disponibile sarebbe auspicabile. Ma ciò deve cmq essere inserito in sistema che faccia evolvere l'impresa nel modo che prima ti ho detto, cioè ricerca, innovazione etc. |
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#35 |
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Senior Member
Iscritto dal: Apr 2002
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Mailandre sono d'accordo con te sull'off topic, ma c'è da dire che nel mio primo post avevo proprio sottolinenato che lo strappo della cgil è da addurre alla questione dei contratti scaduti e non rinnovati soprattutto in un momento in cui c'è l'inflazione al 2,6.
Per il resto quello che ho sostenuto prima centra non poco sulla questione della rappresentanza sindacale. Con la vecchia confindustria si puntava ad un abbassamento del livello dei salari per ottenere maggiore competitività. Ma coem ho sostenuto non è possibile ottenere oggi competitività e crescita in questo modo, e al confindustria attuale questo lo ha capito, per questo credo e ci sono già sintomi a riguardo che risolto il problema dei contratti, sindacati e confindustria si ritroveranno su posizioni compatibili. |
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#36 |
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Gino Giugni / La lunga marcia della concertazione
Un grande riformatore delle istituzioni del lavoro in Italia interpreta le relazioni tra sindacati, imprenditori e governi negli ultimi trent'anni.
--"Vituperata a destra e a sinistra, più volte dichiarata morta, la concertazione è stata in realtà la chiave di volta della storia delle relazioni industriali degli ultimi trent'anni. In questo libro-intervista, che raccoglie le conversazioni con due allieve, uno dei grandi protagonisti di quella stagione di accordi ripercorre le tappe, le evoluzioni e le battute d'arresto della negoziazione triangolare tra governo, sindacati e imprenditori. Dallo Statuto dei lavoratori al Libro bianco, dai primi tentativi di negoziazione trilaterale al Protocollo del 1993, a delinearsi non è solo una storia delle relazioni sindacali nel nostro paese, ma anche una riflessione teorica che per la prima volta tenta di definire il metodo della concertazione attraverso i fatti storici, giuridici e politici che ne rappresentano lo sfondo. Per concludere che la concertazione, lungi dall'essere morta e sepolta, può ancora essere sperimentata con esiti importanti per la politica economica del paese. Un'indicazione particolarmente attuale nell'Italia dello scontro bipolare, della frammentazione sindacale, dove la faglia dei conflitti politici rischia sempre più spesso di trasformarsi in frattura sociale." ---- “Il mio auspicio è che la marcia interrotta venga ripresa”. Così Gino Giugni conclude questa sua ultima fatica della quale dovrebbero essergli grati ogni sindacalista serio, ogni politico e intellettuale, come ogni cittadino pensoso delle sorti di questa, per ora infelice, repubblica. La marcia è quella della concertazione, cioè di quel metodo di approccio e soluzione dei problemi sociali attraverso l’esame, il confronto e, se si conviene, le codecisioni fra sindacati, impresa e governo; metodo che ha caratterizzato gli anni 90 e di cui l’accordo del 23 luglio 1993 resta fino ad oggi l’esempio più significativo. A quest’accordo si giunse essendo Ciampi presidente del consiglio e Giugni ministro del Lavoro. Giugni non si impegna certo per rivendicare un merito o difendere il suo operato, ma è lo studioso che, pur essendo stato un protagonista, esamina e riflette sulla storia sociale del nostro paese dopo la Resistenza e la nascita della repubblica col necessario distacco e l’indispensabile equilibrio. Riflettere e discutere della storia sociale di un paese è in ultima analisi esaminare e valutare la sua democrazia e le sue condizioni di libertà; perciò la concertazione, giustamente secondo l’autore, oltre a essere scelta sociale è stata anche una scelta politica di ordinato progresso civile ed economico nella stabilità e nel pluralismo legittimo degli interessi. Giugni muove dalla Costituzione di una repubblica fondata sul lavoro (1948), e prima ancora ricorda il Patto di Roma e la Cgil unitaria (1944) per sostenere e dimostrare che la concertazione è stata acquisizione lunga, tormentata e contestata del sindacato, dell’impresa e dei partiti politici. Con piena legittimità, non solo storica ma anche scientifica, ne individua le origini nello Statuto dei lavoratori, insieme di norme che prima di essere una legge di diritti individuali e sindacali è stato una conquista di democrazia e di libertà. Nella sua vigenza ultratrentennale lo Statuto non è stato, come si temeva da parte dell’impresa e della destra politica, fattore di disordine e di crisi, bensì elemento di ordinato sviluppo sociale ed economico. Coraggiosamente, e a nostro avviso finalmente, Giugni difende anche l’operato dei pretori d’assalto che non hanno distrutto il diritto ma solo applicato una legge. Quando la situazione politica e sociale lo consente, anche la magistratura può meglio adempiere alle proprie funzioni. Considerazione purtroppo calzante in giorni, i nostri, nei quali i problemi della giustizia sono al centro dell’acceso confronto in atto nel paese. Lo Statuto ha creato le premesse fondamentali e le condizioni primarie per il futuro sviluppo della concertazione; premesse e condizioni quali quelle relative a una legittimazione e a un reciproco riconoscimento dei soggetti collettivi (sindacato e impresa) e di un governo che cerca il consenso per l’attuazione della sua politica. Senza queste condizioni nessuna concertazione è degna di questo nome. Così, seguendo il percorso di Giugni, ci si è mossi dall’accordo Scotti (1983) e dopo la parentesi del 1984 (accordo separato Craxi o di S. Valentino) si è poi ripreso nell’86 per giungere ai grandi accordi degli anni 90 (1992-1993-1998). Dell’accordo più rilevante, come già accennato, quello del 1993, va ricordato in particolare la corretta definizione di una politica dei redditi e la disponibilità della Confindustria a firmare successivamente l’intesa sulle Rsu (Rappresentanze sindacali unitarie). Due osservazioni su questa ricostruzione efficace e interessante: lo scarso rilievo dato al problema e al dibattito sulla programmazione economica, che è stato tanta parte dell’evoluzione della Cgil, e il fallimento in questo percorso del ruolo del Cnel. Perché allora si è interrotta la lunga marcia della concertazione? Giugni su questo è documentato e implacabile. La responsabilità è del governo Berlusconi. Il Libro bianco sul mercato del lavoro e l’attacco all’articolo 18 dello Statuto evidenziano che al centrodestra non bastava il successo conseguito nelle elezioni del maggio 2001: si voleva e si vuole tuttora lo sfondamento sociale e il ridimensionamento del sindacato. A questi obiettivi di Berlusconi hanno fatto riscontro purtroppo gli errori della Cgil e della Cisl. La prima, che pure ha il merito di aver compreso tempestivamente la pericolosità dell’azione dell’esecutivo, è rimasta impigliata nel mancato isolamento delle sue frange più massimaliste – la Fiom e le correnti che fanno riferimento a Rifondazione comunista –, la seconda è incorsa nel grave errore del Patto per l’Italia. La Cisl purtroppo non ha forse ancora compreso bene, o non è ancora del tutto convinta, di trovarsi di fronte a un governo che, pur democraticamente eletto, pratica una democrazia “anomala” che non pone certamente al centro dei suoi obiettivi e problemi fondamentali il lavoro e lo sviluppo. Su questa via pericolosa, gravida d’incognite e incertezze, rischia proprio di disperdersi quella che resta l’acquisizione politica e culturale più valida, prima della Cisl e poi di tutto il sindacalismo italiano: il contrattualismo. Senza di esso nessuna concertazione è possibile. Il recente decreto del governo in attuazione della legge n. 30/2003 rischia, in materia di rapporti di lavoro, mercato del lavoro e ammortizzatori sociali, di stravolgere e rendere quasi inoperante la contrattazione. Il decreto minaccia pure, come lo stesso Giugni evidenziava prima della sua proposizione in un articolo apparso su Repubblica, “l’esistenza di quel diritto del lavoro che fu un grande momento di realizzazione della giustizia sociale”. Su questa prospettiva ad un tempo di salvaguardia di un moderno e adeguato contrattualismo e di un altrettanto moderno ma autentico diritto del lavoro possono, e anzi si dovrebbero ricostituire, con tenacia, pazienza e lealtà, le vie di una indispensabile ripresa unitaria per giungere in futuro – un futuro cui non si può offrire una data – alla ripresa della marcia della concertazione. Un altro storico, Giuseppe Berta, nella sua recensione al libro di Giugni , dubita che, a causa delle condizioni tanto mutate, questa ripresa possa avvenire . Ma il problema non sta a nostro avviso nel disputare oggi dell’eventuale concertazione del futuro; il problema è riconquistare quei valori di democrazia e di progresso che la concertazione è stata capace di esprimere in passato e che devono, in quanto permanenti, essere capaci di contraddistinguerla anche in futuro, nell’interesse dei lavoratori e di tutto il paese. Sotto questo rilevante aspetto Giugni, ancora una volta, con la serietà dello studioso, col cuore del “compagno” e l’equilibrio dell’uomo di governo fornisce a quanti si battono per migliorare la nostra società elementi molto validi e impartisce una lezione che non può né deve andare dispersa.
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#37 | |
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Meditate gente, meditate...
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Questo Giochino mi fa impazzire - È meglio accendere una candela che maledire l'oscurità. |
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