|
Senior Member
Iscritto dal: Sep 2002
Città: torino but i'm sard inside.
Messaggi: 408
|
Quote:
Originariamente inviato da SaMu
Proprio perchè accade, è necessario ribadire ogni volta come stanno le cose.. fino a che non basteranno le accuse e le illazioni, a condannare gli uomini..
|
ma SaMu nel caso di Andreotti non è che Violante in persona si è svegliato la mattina con l'idea che era colluso con la mafia...e così come lo era lui sarebbe potuto essere chinque altro ma lui lo era perchè doveva essere fatto fuori politicamente: no, c'era il sospetto fondato che lo fosse perchè c'è una serie di fatti e coincidenze e testimonianze raccolte dal 1968 per lo meno che difficilmente puoi far rientrare lelle "illazioni"e che sono state portate al processo, comprese delle foto con i Salvo che lui diceva di non conoscere, ad accoglierlo nel loro albergo, finita agli atti del processo, che poi sono state ritenute insufficenti per la condanna: Carlo Alberto Dalla Chiesa, prima che un commando armato gli spari giudicò gli andreottiani come la corrente politica più inquinata.
Al maxiprocesso l'avvocato di parte civile della famiglia Dalla Chiesa chiederà l'incriminazione per falsa testimonianza di Andreotti...che ha sempre incontrato persone che "allora non erano indagate" o "implicate in procedimenti" ma lo sono stati in un secondo momento: siccome in Sicilia non si sà chi e cosa ha che fare con la mafia (mezza imprenditoria, mezza politica, quella che conta, mezza magistratura, addirittura capi del Ros...  ) se non c'è un processo non si deve avere nessun parere? Ma dai...allora viva l'omertà, sai che il tipo è del clan tal dei tali guai a dire quello che pensi, anche se vive a 100 passi da casa tua...e poi ti fanno fuori perchè rompi le palle...
C'erano tante cose da chiarire, ed è giusto che abbiano fatto un processo anche se mho non hanno chiarito quasi nulla:
comunque ecco la contrappozione tra le tesi di difesa e accusa, che a non sembrano così campate in aria...
Quote:
(di ENRICO BELLAVIA, La repubblica )
ACCUSA: nel 1968 - subito dopo le elezioni politiche - Salvo Lima aderisce alla corrente di Andreotti, che grazie al nuovo contributo si trasforma da semplice corrente laziale (2 per cento circa degli aderenti al partito della Dc) in corrente di rilievo nazionale (10 per cento circa), determinante per gli equilibri interni della DC.
DIFESA: L'apporto di Lima non modifica il peso di Andreotti dentro al partito. Il prestigio e la sua forza elettorale preesistevano. L'autorevolezza di Andreotti non derivava dalla corrente, come sostiene la Procura, perché gli incarichi di governo sono settoriali, limitati e temporanei. Gli incarichi di governo hanno coperto 39 anni su 50.
ACCUSA: in quel periodo Salvo Lima, figlio dell'uomo d'onore Vincenzo Lima, è uno dei politici più fortemente appoggiati da Cosa Nostra (in particolare da Stefano Bontate), ed è legatissimo ai cugini Salvo, dei quali è il principale candidato.
DIFESA: né a carico di Lima, né a carico dei Salvo era stato adottato alcun provvedimento giudiziario, né si aveva contezza delle frequentazioni dei Salvo, che Andreotti non ha mai conosciuto. I Salvo, oltretutto, avevano simpatie politiche per i dorotei.
ACCUSA: nel 1976, dopo Lima, Andreotti accetta un accordo con Vito Ciancimino, legatissimo ai Corleonesi. Il patto viene stipulato a Palazzo Chigi, in un incontro cui partecipano Andreotti, Salvo Lima, Vito Ciancimino, Mario D'Acquisto, Giovanni Matta. Ciancimino viene anche finanziato dalla corrente andreottiana (tramite Gaetano Caltagirone) e a Palermo Lima gli paga le tessere. Questo accordo, in forme più o meno palesi, dura certamente fino al congresso regionale della Dc di Agrigento del 1983.
DIFESA: si tratta di normali accordi politici all'interno di un quadro politico locale. Nessuno dei protagonisti era coinvolto, allora, in vicende giudiziarie.
ACCUSA: i rapporti tra Andreotti e gli esponenti di Cosa Nostra dei quali Lima è già espressione si intensificano, e diventano diretti, nel periodo 1978-1979, quando si verificano delle situazioni gravemente critiche, che inducono Andreotti a servirsi di Cosa Nostra.
DIFESA: Andreotti non ha mai incontrato alcun esponente di Cosa nostra, né poteva farlo, dato che essendo sempre sotto scorta, i suoi spostamenti e i suoi contatti non potevano passare inosservati.
ACCUSA: la prima di tali situazioni è il sequestro Moro. In una prima fase della vicenda, per input di Salvo Lima e dei cugini Salvo, Bontate si attiva per favorire la liberazione di Moro, ed a tal fine incarica Buscetta di contattare le Br. Poi arriva il contrordine. Il motivo del contrordine si può individuare nel contenuto dei documenti scritti da Moro, documenti in cui Moro attacca pesantemente Andreotti con rivelazioni che in parte saranno rinvenute soltanto 12 anni dopo il sequestro (nel covo di via Montenevoso a Milano nell'ottobre 1990).
DIFESA: i giudizi di Moro sono di un uomo che sente la fine imminente, sotto la pressione dei carcerieri. Andreotti non poteva promuovere alcun genere di rapporti con Cosa nostra per intervenire sulle Brigate rosse. Il suo governo era per la linea della fermezza.
ACCUSA: nel periodo compreso tra il dicembre 1978 ed il gennaio 1979, il generale Dalla Chiesa cerca di acquisire informazioni nel circuito carcerario anche sugli scritti di Moro ed ha contatti con Pecorelli, il quale è pure interessato allo stesso argomento.
DIFESA: quei contatti rientravano nell'ambito delle competenze del generale. Il decreto con il quale Dalla Chiesa fu nominato a capo del coordinamento delle attività contro il terrorismo e il crimine organizzato ha la firma di Andreotti e dei ministri Rognoni e Ruffini.
ACCUSA: Pecorelli viene a conoscenza di parti omesse del memoriale Moro, e dall'ottobre del 1978 sulla rivista OP intensifica gli attacchi contro Andreotti e Vitalone (scandali Italcasse, Sindona).
DIFESA: Andreotti ha subito negli anni diverse campagne di stampa tese a delegittimarlo.
ACCUSA: Vitalone cerca di indurre Pecorelli a cessare gli attacchi (cena alla Famiglia piemontese ed Evangelisti gli offre denaro (subito 30 milioni datigli da Gaetano Caltagirone) per non fargli pubblicare il numero di OP con la copertina dedicata agli assegni del Presidente.
DIFESA: Fu Pecorelli a chiedere un sostegno economico per la rivista.
ACCUSA: Il 20 marzo 1979 Pecorelli viene ucciso a Roma da Massimo Carminati, un killer neofascista incaricato da Danilo Abbruciati (esponente della banda della Magliana ed uomo di Pippo Calò), e da Michelangelo La Barbera (uomo d'onore della famiglia di Boccadifalco, a quell'epoca assai vicino anche a Stefano Bontate). L'omicidio è stato commissionato a Cosa Nostra dai cugini Salvo per conto di Andreotti ed agli uomini della banda della Magliana da Claudio Vitalone.
DIFESA: Questa è l'impostazione accusatoria della Procura di Perugia non una verità processualmente accertata, fondata sul racconto, riferitogli da Gateano Badalamenti, di Tommaso Buscetta. Badalamenti lo ha smentito.
ACCUSA: Nello stesso periodo del 1979, presumibilmente per gli stessi motivi che determinano l'omicidio di Pecorelli (segreti di Moro riguardanti Andreotti), Stefano Bontate "per ragioni legate a questioni che riguardavano ambienti politici cui lo stesso Bontate era vicino" matura il disegno di eliminare Dalla Chiesa, attribuendo il delitto alle Br; viene incaricato Buscetta di contattare le Br, ma queste rifiutano.
DIFESA: Di questo parla solo Buscetta, ma perché la mafia doveva avvertire preventivamente le Br?
ACCUSA: Sempre verso la fine del 1978 Andreotti, utilizzando come tramite Evangelisti (allora Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio) fa ripetute pressioni sulla Banca d'Italia (in particolare su Mario Sarcinelli, allora Capo della Viglianza), in favore di Sindona.
DIFESA: Andreotti non si è mai interessato dei destini personali di Sindona.
Fu invece un avvocato di Sindona a consegnare ad Evangelisti lo schema su un possibile salvataggio della banca. Quando avvenne l'incontro Andreotti era all'estero. Del progetto di intervento il governo delegò l'ex ministro Gaetano Stammati. Verificata l'impossibilità di andare avanti, il caso fu archiviato.
ACCUSA: Sempre tra il 1978 ed il 1979 Andreotti incontra ben 10 volte (25 luglio 1978; 1o settembre 1978; 5 ottobre 1978; 15 dicembre 1978; 8 gennaio 1979; 23 febbraio 1979; 22 marzo 1979; 26 giugno 1979; 5 settembre 1979; 21 maggio 1980) il difensore di Michele Sindona, Rodolfo Guzzi, mostrandosi più che disponibile a tutte le iniziative volte a favorire lo stesso Sindona, sia per il salvataggio finanziario, sia per evitargli l'estradizione. A favore di Sindona si muove, d'intesa con Andreotti, anche Licio Gelli.
DIFESA: Andreotti ha conosciuto Gelli, ma non si è mai interessato dei suoi affari. Quanto a Sindona lo ha conosciuto quando era uno stimato banchiere.
ACCUSA: Nel 1979 nasce in Sicilia il caso Mattarella. Il presidente della Regione Siciliana, fino ad allora partecipe di equilibri politici con Lima e lo stesso Ciancimino, comincia ad andare concretamente contro gli interessi di Cosa Nostra.
DIFESA: E' la ricostruzione di un clima che rende possibile il racconto di Marino Mannoia.
ACCUSA: Nella primavera-estate del 1979 (sicuramente dopo l'omicidio di Michele Reina, commesso a Palermo il 9 marzo 1979), Andreotti, in una riunione svoltasi in una riserva di caccia con Stefano Bontate, Salvo Lima, i cugini Salvo, viene informato del nuovo corso della politica di Mattarella. Prende tempo, e Bontate commenterà: "Staremo a vedere". Sempre nella primavera-estate del 1979 (tra l'1 maggio e il 31 agosto), a riprova dell'intensità dei rapporti che ormai lo legano a Cosa Nostra, Andreotti ha a Catania un incontro con Benedetto Santapaola, cui partecipa Lima.
DIFESA: Andreotti smentisce che vi siano stati gli incontri, l'incontro catanese è inconfutabilmente contraddetto da documenti ufficiali che testimoniano che Andreotti era da tutt'altra parte.
ACCUSA: verso la fine di ottobre del 1979 Mattarella, insistendo nella sua linea politica che lo ha ormai contrapposto agli interessi di Cosa Nostra e dei suoi referenti politici ha un incontro con Virginio Rognoni (allora Ministro dell'Interno) per manifestargli le gravi preoccupazioni che gli derivavano dall'interno del suo stesso partito; al suo capo di gabinetto, Maria Grazia Trizzino, riferisce: "Se dovesse succedere qualcosa di molto grave per la mia persona, si ricordi questo incontro con il Ministro Rognoni, perchè a questo incontro è da ricollegare quanto di grave mi potrà accadere". Proprio nello stesso periodo, si era infatti consolidato il rapporto di alleanza tra gli andreottiani e Ciancimino. Quest'ultimo, per input dei Corleonesi, aderisce alla corrente andreottiana. Il 6 gennaio 1980 viene ucciso a Palermo Piersanti Mattarella. L'omicidio, secondo quanto riconosciuto dalla recente sentenza della Corte di Assise di Palermo è deliberato dalla Commissione; sono d'accordo, anche se non formalmente partecipi della decisione, i cugini Salvo. Pochi mesi dopo, Andreotti ritorna in Sicilia e - in una villetta alla periferia di Palermo incontra Bontate, Lima, i cugini Salvo. Andreotti protesta per l'omicidio ma, quando Bontate lo minaccia di ritirare il sostegno elettorale
di Cosa Nostra alla sua corrente politica accetta la situazione.
DIFESA: la fonte degli incontri palermitani è solo Marino Mannoia. Andreotti nega. In un caso il racconto è indiretto. Mentre del successivo incontro palermitano Marino Mannoia dice di essere testimone oculare. Secondo Mannoia Andreotti sarebbe arrivato dall'aeroporto di Trapani. Piloti e responsabili di compagnie aeree lo smentiscono. Ma, in generale, il capitolo dei viaggi è smentito dalla notorietà di Andreotti, che chiunque avrebbe potuto riconoscere.
ACCUSA: Andreotti, dopo aver pensato di poter utilizzare Cosa Nostra per i suoi fini di potere, e dopo le vicende del sequestro Moro, di Sindona e di Pecorelli, non può più ritrarsi dal patto criminoso con l'organizzazione mafiosa, ma è anzi costretto a consolidarlo. Infatti, anche dopo l'omicidio Mattarella, permangono intensi i suoi rapporti personali e politici non soltanto con l'onorevole Lima, ma anche con i cugini Salvo.
Andreotti ha sempre negato, contro ogni evidenza, di conoscere i Salvo e ciò ben si comprende, poichè questi rapporti rappresentano un riscontro non soltanto dei suoi rapporti con Cosa Nostra, ma anche del suo possibile coinvolgimento in gravissimi fatti specifici quali gli omicidi di Pecorelli e del generale Dalla Chiesa. I rapporti tra Andreotti e i cugini Salvo saranno invece inconfutabilmente provati mediante fotografie, e numerose testimonianze. Così come saranno inconfutabilmente provati i rapporti intrattenuti con i cugini Salvo dal senatore Claudio Vitalone, coinvolto infatti nell'omicidio Pecorelli. Il 3 settembre 1982 viene ucciso a Palermo Dalla Chiesa. Il generale, in un colloquio avuto con Andreotti, il 5 aprile 1982, e sempre incredibilmente negato da Andreotti aveva chiaramente detto a quest'ultimo che che non avrebbe avuto riguardi per quella parte di elettorato alla quale attingevano i suoi grandi elettori e successivamente aveva definito la corrente andreottiana a Palermo la famiglia politica più inquinata del luogo, aggiungendo che gli andreottiani c'erano dentro fino al collo.
DIFESA: Andreotti non conosce i Salvo, era amico di Dalla Chiesa, tanto da volerlo a Palermo, criticò il mancato conferimento dei poteri speciali da lui chiesti e stigmatizzò che gli venisse sottratta la competenza sulla criminalità delle altre regioni del Sud. Nel colloquio che ebbe con Andreotti, richiesto dal generale, come gli altri, Dalla Chiesa gli comunicò che Mario D'Acquisto, allora presidente della Regione, lo aveva invitato a colazione e ad Andreotti che rispondeva che la cosa non gli appariva strana, il generale obiettò che non conosceva la diffidenza che al sud si ha per i carabinieri. Andreotti non sapeva delle resistenze ambientali che Dalla Chiesa ha riferito nel suo diario privato, sotto forma di dialogo con la moglie morta, ma se vi fosse stato motivo per prendere le distanze da qualcuno, il generale ne avrebbe parlato ad Andreotti.
ACCUSA: dopo la presa del potere in Cosa Nostra da parte dei Corleonesi, i rapporti tra Andreotti e Cosa Nostra diventano più difficili ma, quando la corrente andreottiana non si impegna a sufficienza contro il maxi-processo, e soprattutto quando viene approvata la legge Mancino-Violante del 17 febbraio 1987, che sostanzialmente preclude la possibilità della scarcerazione degli uomini d'onore detenuti, Cosa Nostra reagisce in occasione delle elezioni politiche del 16 giugno 1987 pilotando i consensi elettorali a favore del Psi.
DIFESA: la Dc non ha avuto danni in Sicilia. Confrontando i dati siciliani si passa dal 37,9 dell'83 al 38,8 del'87 contro un 41 per cento del '92. Il Psi ha avuto questo andamento: 13,3 (nell'83), 14,9 (nell'87) e 14 (nel '92).
ACCUSA: La posizione di Lima e di Ignazio Salvo che sono sopravvissuti alla guerra di mafia del 1981-82 proprio perchè utilizzati dai Corleonesi quali tramiti con Andreotti si fa pericolosissima. Andreotti è costretto ad incontrarsi con Riina, sia per salvare la vita a Lima sia per non compromettere il potere della sua corrente. L'incontro con Riina, Lima, e Ignazio Salvo avviene a Palermo nell'autunno del 1987. In quel periodo, e precisamente il 20 settembre 1987, Andreotti si trova a Palermo per partecipare alla Festa dell'Amicizia, e nella sua giornata c'è un vuoto di circa 4 ore (dall'ora di pranzo al tardo pomeriggio) in cui nessuno, neppure il suo abituale personale di scorta, sa dove egli sia andato.
DIFESA: Andreotti non si è mosso da Villa Igiea. La sua scorta avrebbe notato ogni spostamento e così la vigilanza predisposta da Polizia e Carabinieri.
ACCUSA: nel 1987 inizia l'opera di sgretolamento del maxi-processo con una lunga serie di provvedimenti della Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione basati su una tecnica di valutazione delle prove (e soprattutto delle dichiarazioni dei pentiti) "che apprezzava atomisticamente ogni singolo indizio, e concludeva per ciascuno che di per sè non era idoneo a confortare le circostanze che intendeva provare, nè a contribuire ad una valutazione di attendibilità del complesso indiziario". Nel maggio-giugno 1991 il Presidente Carnevale designa, per la trattazione in Cassazione del maxi-processo, un collegio che - secondo le previsioni dello stesso Carnevale non potrà che annullare le condanne. Questo disegno fallisce per iniziativa del Presidente Brancaccio che, nell'ottobre 1991, designa come Presidente del collegio Arnaldo Valente, il quale determina la conferma delle condanne, senza che gli altri componenti del collegio, come dirà lo stesso Carnevale abbiano il coraggio di mettersi contro. A riprova delle dichiarazioni dei collaboranti sulla esistenza di un canale politico diretto a condizionare l'esito del maxi-processo in senso favorevole a Cosa Nostra si dimostreranno i rapporti tra Andreotti e Carnevale attuati per tramite di Claudio Vitalone (e sempre negati dagli interessati), attraverso prove fotografiche, documentali e testimonianze.
DIFESA: Andreotti non aveva con Carnevale rapporti di conoscenza intensa, né di frequentazione. Carnevale non ha mai ottenuto alcun incarico su interessamento di Andreotti, né per il premio della Fondazione Fiuggi, né per altro, contrariamente a quanto sostenuto da Vittorio Sbardella, (già vicino al senatore, le cui dichiarazioni furono raccolte in incidente probatorio prima di morire) era molto condizionato dai contrasti interni della Dc. Tuttavia lo stesso Sbardella smentì che Andreotti conoscesse i Salvo. Quanto al premio Fiuggi, è probabile che Carnevale sia arrivato lì per i suoi pregresi rapporti di esperto con il ministero dell'Industria. Su alcune decisioni della sezione del giudice Carnevale, Andreotti intervenne pubblicamente. Dopo la scarcerazione di 40 boss, Andreotti, allora presidente del Consiglio dichiarò che sarebbe intervenuto per "correggere un offesa al popolo italiano". Non subì affatto il decreto, come ha sostenuto l'ex guardasigilli, Claudio Martelli, ma anzi ne fu il promotore. Prefigurando anche una modifica costituzionale che riducesse al primo grado la presunzione di innocenza. La difesa ha poi rintracciato numerose sentenze della prima sezione che smentiscono i collaboratori che parlano di processi aggiustati su interessamento di Carnevale. Il magistrato, oltretutto, ha chiarito che non decise sul maxiprocesso perché aveva già chiesto il trasferimento alla corte d'appello di Roma. E se Andreotti era interessato a che presiedesse la corte del maxiprocesso, perché avrebbe dovuto interessarsi del suo trasferimento. Vitalone ha smentito di avere mai affrontato la questione con Andreotti.
ACCUSA: il 30 gennaio 1992, quando la Cassazione conferma le condanne del maxi-processo, Riina impazzisce, si scatena la vendetta di Cosa Nostra contro i politici che hanno tradito. Il 12 marzo 1992 viene ucciso a Palermo Salvo Lima. Nell'estate del 1992, dopo la strage di Capaci, Brusca e Bagarella concepiscono un attentato contro Andreotti, appunto perché, dopo avere usato Cosa Nostra, ha tradito. Il 17 settembre 1992 viene ucciso a Santa Flavia Ignazio Salvo.
DIFESA: le dichiarazioni dei pentiti che si riscontrano tra loro con aggiustamenti di tiro successivi offrono questa come spiegazione dei delitti a corollario di un teorema accusatorio costruito sull'asse Andreotti-Salvo del quale non c'è prova
in fine alla sentenza:
L'INCONTRO CON SANTAPAOLA. È un falso il faccia a faccia tra l'ex presidente del Consiglio e il boss di Catania Nitto Santapaola. Secondo l'accusa si sarebbe svolto nell'hotel Nettuno di Catania. Ma la testimonianza del barista dell'albergo è completamente inventata.
IL BACIO CON RIINA. Ne aveva parlato Balduccio Di Maggio. Andreotti avrebbe salutato con un bacio il capo di Cosa nostra Totò Riina nell'attico dell'esattore palermitano Ignazio Salvo, anche lui legato alla mafia. Ma le dichiarazioni del pentito sono state giudicate "confuse e contraddittorie".
LA RIUNIONE CON BONTADE. Il collaboratore Marino Mannoia aveva detto che Andreotti avrebbe incontrato i vertici della Cupola nella borgata di Altarello di Baida, per discutere dei rapporti tra mafia e politica. Non ci sono prove, secondo i giudici, che quell'incontro c'è stato davvero. Smentito anche l'episodio del quadro regalato da Stefano Bontade e Pippo Calò ad Andreotti, anch'esso riferito da Mannoia. La corte ha respinto "l'assoluta genericità del ricordo del dichiarante sugli aspetti essenziali della vicenda".
CIANCIMINO E LA MAFIA. È vero, ammettono i giudici, che Andreotti ha "mostrato indifferenza" sui rapporti tra l'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino e Cosa nostra. Ma questo ma "non si traduce inequivocabilmente in un'adesione all'illecito sodalizio".
L'AMICIZIA CON LIMA. Esisteva, sostengono i giudici, "un rapporto fiduciario tra i due soggetti". Ma Andreotti, nei confronti del suo uomo in Sicilia, non ha mai "tenuto comportamenti suscettibili di rilevanza penale"
IL FILM CON MICHELE GRECO. Anche questo episodio, che secondo le dichiarazioni del teste Benedetto D'Agostino si sarebbe svolto nella saletta riservata dell'hotel Nazionale a Roma, non ha riscontri sufficienti. "Il pm - scrivono i giudici - ha offerto al Tribunale la prova di un'unica possibilità d'incontro tra l'imputato e Michele Greco il quale invece ha con estrema sicurezza vantato, secondo le stesse parole riportate dal D'Agostino, di essersi intrattenuto in quella saletta con Andreotti più di una volta soffermandovisi anche a chiacchierare con lui al termine delle proiezioni".
I RAPPORTI CON FRANK COPPOLA. L'incontro sarebbe avvenuto, sulla base delle dichiarazioni di Federico Corniglia, nel 1970. Ma l'episodio è stato giudicato "Estremamente generico e privo di riscontri utili".
|
__________________
Primo Officiante della Setta dei Logorroici - Arconte della prolissità - Crociato della Replica|Custode Di Lomaghiusa e Muffin|
Ultima modifica di ni.jo : 28-05-2004 alle 15:17.
|