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Old 03-04-2008, 10:48   #1
Ser21
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[ Magistratura ] Altro esempio di cosa NON deve fare un Magistrato...Carlo Palermo

Trapani, ventitre anni dopo la strage di Pizzolungo



di Rino Giacalone

Quote:
A Trapani non era più tornato perché, racconta, credeva che nulla potesse cancellare lo «sgomento» che continuamente dice di avere avuto sempre negli occhi. E invece? «Ho scoperto che esiste una voglia di riscatto, i miei occhi possono vedere altro». È tornato a Trapani dopo 23 anni Carlo Palermo, avvocato, ex magistrato a Trento e a Trapani, il 2 aprile 1985 era la vittima che i mafiosi volevano uccidere con un’autobomba piazzata a Pizzolungo. L’esplosione dilaniò invece una donna e i suoi figlioletti, Barbara Rizzo,34 anni, Giuseppe e Salvatore di sei, la loro auto si frappose al momento della deflagrazione tra quella imbottita di tritolo e la blindata Fiat 132 sulla quale c’era il pm Carlo Palermo da 40 giorni aTrapani. Con Margherita Asta, figlia e sorella delle vittime, Carlo Palermo ha preso parte alla cerimonia di ricordo voluta dall’amministrazionedi Erice che in quel luogo vuole adesso fare un «parco della memoria».

«È la prima volta che sono tornato –dice l’ex pm – e dico la verità è stata una grossa emozione e una grossa sorpresa in quanto non ritenevo vi fosse ancora una sensibilità così grossa da parte dei trapanesi. Quando io arrivai a Trapani ero uno sconosciuto e così trattato. Oggi non trovo più diffidenza e non sono più un estraneo».

Ventitré anni dopo restano le domande sul perché. Arriveranno le risposte?

«La speranza – dice Palermo – è che queste domande trovino delle risposte. Voglio pensare che non è un caso che abbia avuto la fortuna di sopravvivere, conseguentemente c’è la utilizzazione di questo tempo per continuare a cercare. Mi è stata data questa fortuna e intendo sfruttarla sino a quando ne avrò la possibilità».

Sullo sfondo dell’attentato restano le ombre dei cosiddetti «poteri occulti», assieme ai legami tra le mafie, italiane e turche, i traffici di armi e droga, la gestione delle «casseforti» del riciclaggio, dei denari di Cosa Nostra e di una serie di investimenti illeciti. Le sentenze di condanna sono vaghe sulle motivazioni ma ugualmente i giudici sono riusciti ad infliggere l’ergastolo a Totò Riina, al capo mafia di Trapani Vincenzo Virga, ai loro gregari Balduccio Di Maggio e Nino Madonia, una condanna per ricettazione per il castellamarese Gino Calabrò, dalla sua officina passò una delle auto usate per la strage, lui poi si è dimostrato esperto di esplosivi e di strategie terroristiche, è a scontare l’ergastolo anche per gli attentati del 1993.

Tornato a Trapani Carlo Palermo è stato un paio di ore in Procura, nel suo ex ufficio, incontrando chi, come il pm Andrea Tarondo, ha idealmente ereditato i fascicoli anche delle sue indagini. Le ombre di un tempo grazie ad una serie di indagini hanno preso le forme di uomini che a Trapani sono stati condannati per essere chi capimafia, altri complici dei mafiosi, o ancora riciclatori, imprenditori e pubblici funzionari, e politici, corrotti e collusi.

«Mi rendo conto – svela CarloPalermo – che quel periodo storico di Trapani degli anni ’80 non è rimasto accantonato, dimenticato e trascurato».

La verità su quel 2 aprile 1985 potrà mai essere«afferrata»?

«Oggi c’è il sole che ci incoraggia – dice Margherita Asta – forse è il segnale che mandano i miei, contenti di essere stati così ricordati e ricordati qui con Carlo Palermo. C’è in corso una rinascita ed una voglia di riscatto che vengono fuori da questa terra e da chi questa terra aveva deciso di non venire più a trovare. Oggi è un giorno di primavera, di primavera per l’impegno che rinascerà».

«Un impegno – aggiunge don Luigi Ciotti, presidente di Libera – che invito a raccogliere come se fosse un fiore». Non a caso le celebrazioni per il 23° anniversario della strage organizzate dal Comune di Erice portano il nome di in fiore, «non ti scordar di me».

«È bello dover constatare – osserva Carlo Palermo – che quello che sta accadendo sta succedendo per l’impegno che ci ha messo in questi anni Margherita Asta, lei per prima ha sollecitato la rilettura di quel periodo, oggi, finalmente, una parte della popolazione sta assumendo la consapevolezza che l’attentato di Pizzolungo appartiene alla storia di Trapani, e della Sicilia».

Già, l’attentato. Raccontiamo quelle settimane a Trapani.

«Nell'85 scelsi di venire a Trapani per proseguire un'attività avviata 5 anni prima a Trento. L'attentato ritengo sia da inquadrare in un progetto preventivo».

Palermo ha poi ricordato: «Nonostante la chiedessi in continuazione, non vi era alcuna vigilanza sulla mia abitazione (una villetta al Villaggio Solare, in territorio di Valderice), nè fu mai eseguita un'attività di bonifica lungo il percorso che facevo ogni mattina». Per l'ex magistrato, «l'assenza di un controllo preventivo ha concorso nell’attentato».

Ventitrè anni dopo riaffiorano nella memoria di Palermo «l'isolamento, sia da parte delle istituzioni che della popolazione che mi pesò veramente molto. Oggi la situazione è cambiata, margherita asta ne ha molti meriti».

Parlando delle indagini, Carlo Palermo, ha rimarcato la «contraddizione» legata al fatto che il processo a carico dei presunti esecutori materiali, «svoltosi a poca distanza dai fatti, sfociò nelle assoluzioni» e che «la condanna dei presunti mandanti avvenne molti anni dopo e solo per le dichiarazioni rese da collaboratori di giustizia, questi ultimi neppure ascoltati organicamente».

Ed oggi, qual è la sua visione?

«Pensare – risponde Palermo – che la mafia si sconfigga con l'arresto di qualche referente locale di Cosa nostra significa avere una visione parziale del fenomeno. Ancor'oggi combattiamo contro le ombre del passato: chi ha fornito l'esplosivo per gli attentati a Chinnici, Falcone e Borsellino? Chi ha fornito e l'esplosivo utilizzato a Pizzolungo? L'ex magistrato ricorda che «in tutti i delitti eccellenti c'è sempre l'agenda che scompare, come in via D'Amelio, o la cassetta che non si trova più, come nel delitto Rostagno, avvenuto a Trapani».

Ricordando i tanti »misteri« di Trapani, »come la foto di Aldo Moro trovata nel centro Scontrino - dove è stata scoperta negli anni Ottanta la loggia massonica 'Isidè -, l'ex pm ha detto che «a Trapani lavoro per i magistrati ce n'è». E lui a questo lavoro vuole contribuire.
Un giudice coraggioso che con le sue inchieste è andato a toccare sul vivo i poteri forti che unicono imprenditori-politici-massoneria e criminalità organizzata.

Ovviamente è stato mandato a Trapani sul modello di Dalla Chiesa...il lavoro sporco,si sa,viene fatto fare dalla mafia...
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