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Old 11-10-2007, 11:05   #1
fluke81
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Sconti di pena,ecco i dati

Uccidi? Dopo 8 anni sei fuori

Il rapporto delle direzione delle
carceri: la pena è un terno al lotto
GUIDO RUOTOLO
ROMA


Una rapina a mano armata vale seicento giorni di carcere, meno di due anni. Tanto quanto vale lo spaccio di droga. Una violenza sessuale, settecento giorni, un furto, duecentodieci giorni. E’ il catalogo dell’ingiustizia, che spiega perché si ripetono vampate di indignazione per l’omicidio di turno, per le povere vittime finite sul selciato perché colpevoli di essersi trovate nel posto sbagliato al momento sbagliato, in mezzo a una sparatoria tra bande, o bersagli prescelti perché tabaccai o commercianti.

Oggi che si discute di pacchetti sicurezza, di revisione della Gozzini e di inasprimenti pene, oggi che si ascolta con inquietudine e nervosismo la «pancia» dell’opinione pubblica, allarmata per la microcriminalità, la classe politica dovrebbe prendere sul serio quel rapporto del Dap, del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, quei dati elaborati che Sebastiano Ardita, direttore generale detenuti, ha reso pubblici. E che il capo del Dap, Ettore Ferrara, ha spiegato ai componenti della Commissione affari costituzionali della Camera. Rapporti, numeri e statistiche che raccontano il cortocircuito che si è creato tra sistema penale e penitenziario, e che si può sintetizzare così: «L’incertezza della pena». «La permanenza media in carcere per gli autori, per esempio, del delitto di rapina a mano armata è appena superiore a 600 giorni (meno di due anni, ndr), sommando il periodo medio trascorso in custodia cautelare con quello medio in esecuzione pena». Chi finisce dentro perché fa parte di un’associazione di trafficanti di droga, rimane dentro (tra carcere preventivo e definitivo) per tre anni e mezzo; per chi commette una violenza sessuale due anni e due mesi; per chi è colpevole di sequestro di persona, quasi otto anni; per un assassino, idem; per un mafioso, tre anni; per un clandestino, sei mesi.

Colpisce un dato, a proposito degli arresti per immigrazione clandestina: i 13.081 incarcerati escono dopo una permanenza media di appena 13 giorni. Fin qui i numeri del Dap. Le carceri si sono «sgonfiate», grazie all’indulto, passando da 63.000 a 42.119 detenuti (alla data del 20 giugno scorso). Ha spiegato non molto tempo fa Ettore Ferrara ai deputati: «Poco più del 58% dei detenuti risulta imputato (di cui il 34% circa in attesa di giudizio, il 18% appellante, quasi il 6% ricorrente in Cassazione). Il 42% circa risulta definitivo». Ma il capo del Dap aveva lanciato un allarme ancora più preoccupante: «L’assenza di interventi strutturali sul sistema legislativo vigente sta determinando un incremento della popolazione carceraria che si aggira intorno alle duemila unità ogni mese».

Insomma, siamo in presenza di un fenomeno di turn over strutturale a saldo positivo: «Il turn over penitenziario si è attestato attorno alle 90.000 persone circa che, nell’arco dei 12 mesi, hanno fatto ingresso nelle carceri italiane, a fronte di circa 88.000 scarcerati nello stesso periodo; determinandosi una conseguente crescita costante pari a circa 2000 unità l’anno». Ecco la fragilità della «tigre» giustizia che ruggisce ma non graffia: «La presenza di “flusso” negli istituti penitenziari registra un dato molto basso in termini di permanenza del singolo soggetto detenuto - imputato o condannato per qualsiasi tipo di reato -, giungendo a valori medi che raramente superano i 90/120 giorni».

E in questo caso, verrebbe da dire purtroppo, l’indulto non c’entra nulla, nel senso che non è stato preso in considerazione per queste statistiche. Dunque, il rapporto del Dap e l’audizione alla Camera del suo responsabile infieriscono sul vero e proprio cortocircuito che si è determinato nel sistema giustizia. Ettore Ferrara: «Siamo partiti da un sistema giudiziario e penitenziario che, per la parte che ci riguarda, trova riscontro nell’articolo 27 della Costituzione - La responsabilità penale è personale. L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato, ndr. - e che si sviluppava in modo abbastanza controllato con il ricorso alla sanzione detentiva in un numero più limitato di casi di quanto accada oggi e con una permanenza nell’istituzione penitenziaria più prolungata di quella odierna. La popolazione carceraria era quindi tendenzialmente molto più stabile e soprattutto molto più omogenea di quanto accade oggi».
http://www.lastampa.it/redazione/cms...6518girata.asp
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